Psicoterapia

Laureato a 28 anni? Per il viceministro Martone sei uno sfigato

Il fatto: il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, il 37enne rampante Michel Martone, durante la sua prima uscita pubblica in occasione del convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha rilasciato una dichiarazione infelice.

“Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa” – ha dichiarato Martone.

Le reazioni non si fanno attendere: ovunque su internet si sprecano commenti di varia natura. C’è chi si dichiara concorde: “Il viceministro ha ragione, Italia paese di bamboccioni”; chi decide di spulciare nel passato di Martone alla ricerca di eventuali scheletri nell’armadio (è questo il caso dell’Espresso, che con grande perizia ricostruisce la storia delle raccomandazioni – vere o presunte – di cui il viceministro pare essersi servito per la sua rapida ascesa); chi si sfoga sul blogdi Martone; chi infine difende il nutrito popolo degli studenti fuori corso, colpito duramente dalla cattiva leglisazione italiana, che di certo non offre incentivi o reali agevolazioni ai giovani che oggi decidono di intraprendere la faticosa (e spesse volte, ahimé, infruttuosa) strada dello studio universitario.

Di seguito qualche commento diffuso su Twitter,piccola emblematica selezione, dacché sul popolare social network i commenti con argomento Martone, sfigato e simili sono già trend topic del giorno :

DodoFantuzzi Francesco Fantuzzi

da: http://www.agoravox.it    

Commento del Dott. Zambello

 Che tristezza. Ancora un Amministratore che pensa di risolvere  i problemi sociali, anche gravi,  etichettando   i bravi ed i meno bravi servendosi addirittura di un aggettivo   fortemente svalutante. E’ evidente che ciò  manifesta un divario tra la società reale e quella politica. Leggo che il  Viceministro ha avuto  delle “fortune” nella sua vita. Non lo so, forse, non lo conosco ma, so di certo che non le sono servite a molto: vive in un mondo parallelo.  Credo sia inutile spiegare al Viceministro che il problema in Italia non è il ritardo a laurearsi di alcuni  studenti ma il modo “borbonico” con cui si premiano  e si assumono le persone.  Le difficoltà che hanno, giovani laureati anche  con 110 e magari  specializzati ad inserirsi nel mondo lavorativo, mentre altri, con molto meno  siedono in Parlamento o in Regione.  Non faccio il politico, a me interessa solo l’aspetto psicologico di questa affermazione che è falsa. Ognuno di noi ha i propri tempi e la Società ci  deve riconoscere, premiare, utilizzare per quello che siamo, non secondo stereotipi.  Ho avuto la  fortuna di avere come professore di Anatomia Patologica il Professore Mosca. Grande Anatomopatologo ed Insegnante.  Lui ci diceva sempre:  ragazzi a me non interessa cosa avete preso prima di me, né quanti anni avete, a me interessa che voi sappiate l’Anatomia Patologica. Grande. Aggiungeva, io ci ho messo undici anni a laurearmi. Mi creda Ministro,  non era uno “sfigato”. Il compito di chi ha delle responsabilità, amministrative o educative,   non è mai quello di bollare e condannare o tanto meno offendere ma, di aiutare, incitare e  vivificare ogni parte positiva e fare il possibile perché ognuno abbia secondo le proprie possibilità.

Ansia

Ansia e depressione, la psicoterapia è online

 

L’ansia e la depressione si possono curare anche attraverso internet. Da tempo questa ipotesi si sta sviluppando ad esempio in supporto di chi soffre di anoressia, ma anche di disturbi ossessivo-compulsivi di vario tipo. Alcuni ricercatori hanno inoltre puntato l’attenzione sull’ansia e sulla depressione, testando direttamente diverse forme di comunicazione online. E’ il caso di Simon Gregory, uno psichiatra del gruppo Health Research Institute di Seattle che ha condotto uno studio sul trattamento di follow-up realizzato attraverso una chat afferente ad un sito di assistenza sanitaria.

Il test ha riguardato 106 persone affette da depressione, selezionate in modo casuale dopo un iniziale trattamento terapeutico, a cui sono seguiti 4 mesi di controlli e valutazione dei progressi via chat. Ha spiegato lo stesso Simon:

“Conviene, il paziente non deve assentarsi dal lavoro per la terapia, è più comodo del telefono ed altrettanto efficace. Le persone si sono dimostrate soddisfatte della loro cura, più propense a prendere i farmaci secondo le istruzioni e sono migliorati i sintomi della depressione”.

Un altro studio similare, condotto presso la Drexel University di Philadelphia ha invece utilizzato la videoconferenza via Skype per trattare le persone affette da disturbi ossessivo-compulsivi (o OCD), comodamente dal salotto di casa. L’obiettivo è quello di fornire ai pazienti dei terapisti altamente specializzati (non sempre facili da individuare nella propria città) in grado di offrire le cure più appropriate anche a distanza. Finora il progetto ha dato discreti risultati, anche perché l’utilizzo della webcam favorisce il superamento dell’ansia da parte dei pazienti in terapia.

da:  http://www.medicinalive.com    

Commento del Dott. Zambello 

Io vengo da una formazione ortodossa, analisi tre sedute alla settimana e astinenza completa da ogni contatto extra  setting, il quale chiaramente  era delimitato dallo studio  del terapeuta. Finito il training mi sono accorto che le richieste, soprattutto il linguaggio  che le persone usavano  stava cambiando, era cambiato.  La gente non comunicava più via lettera o sempre meno, non andava più o non solo,  in biblioteca per cercare una informazione, c’era internet.  Pensai  che non  potevo rimanere chiuso  nella mia “torre” e aspettare che qualcuno venisse a  bussare. Fui uno dei primi psicoanalisti  ad avere un sito web e iniziò un’esperienza bellissima dove piano piano mi accorsi che il mio compito come medico e psicoanalista era si di aiutare in  quanto potevo chi chiedeva il mio aiuto  ma, utilizzando il linguaggio, le modalità di chi mi contattava. Ero io che dovevo adattarmi, conoscere i “linguaggi” di chi mi cercava. Feci una scoperta che in qualche modo cambiò definitivamente il mio modo di essere medico: il mio compito non era quello di  imporre il mio linguaggio ma di cercare,  trovare il modo in cui potevo comunicare  all’altro.   Aveva ragione  Hans Georg Gadamer quando scriveva: “Chi ha il linguaggio, ‘ha’  il mondo.”

Poi, nello specifico dell’articolo, io non credo  il problema sia se una tecnica del genere  funziona o non funziona ma, con chi, con quali obbiettivi  e  ancora:  è la modalità  “migliore” per quella situazione,  quella  persona?  Ma, a pensarci bene,  questo è il lavoro che deve fare ogni medico quando ha davanti un  paziente e deve prima capire cosa “sta dicendo”, chiedendo e,  poi, proporre la sua terapia che non deve  mai essere “preconfezionata”,  standard,  ma sempre  personale.

Depressione

La depressione è rosa: tra i 25 e i 40 anni tassi doppi rispetto agli uomini

Le donne corrono un rischio due volte e mezzo maggiore di sviluppare la depressione rispetto agli uomini: è quanto emerge da uno studio, condotto a livello europeo, pubblicato su European Neuropsychopharmacology, la rivista dello European College of Neuropsychopharmacology, da un gruppo di ricercatori guidati da Hans Ulrich Wittchen dell’Università di Tecnologia di Dresda, in Germania.
Secondo la ricerca negli ultimi 40 anni i tassi di depressione per le rappresentanti del gentil sesso sono aumentati in particolare tra i 16 e i 42 anni a causa delle pressioni sempre maggiori dovute al dover combinare, con ritmi sempre più frenetici, esigenze lavorative, familiari e personali, e che il peso maggiore dal punto di vista mentale arriva tra i 25 e i 40 anni – età in cui gli impegni dovuti alla famiglia sono massimi – quando il rischio, rispetto ai coetanei uomini, arriva a triplicare e, addirittura, a quadruplicare. E i primi sintomi arrivano in media intorno ai 19 anni, 7 anni prima di quanto non accadesse nel passato, quando le prime avvisaglie di disturbi dell’umore arrivavano intorno ai 26. «Nelle donne i tassi di episodi depressivi diventano incredibilmente alti quando si trovano ad affrontare la doppia responsabilità di lavoro e famiglia». Wittchen spiega che uomini e donne sono ugualmente soggetti a problemi di salute mentale, ma che «mentre per gli uomini il matrimonio sembra ridurre il rischio, per le donne lo  aumenta».
Lo studio ha rilevato che a soffrire di disturbi mentali tra cui depressione, disturbi bipolari, disturbi d’ansia, insonnia e schizofrenia165 milioni di persone in Europa – circa il 38% della popolazione. I problemi più comuni sono l’ansia (14% della popolazione), insonnia (7%) e depressione (6,9%).

da: http://salute24.ilsole24ore.com         

Commento del Dott. Zambello

Per la verità non  è una novità che le donne siano più esposte  degli uomini  alla depressione ma,  poco importa,   questo  è  sempre un dato importante  sia da un punto di vista sociologico  che in  senso assoluto. Sappiamo che circa il  25% delle donne soffrirà di depressione in qualche momento della loro vita. La maggior diversità di incidenza della depressione tra uomini e donne  si manifesta già  nell’adolescenza e  si accentuerà fino ai 44 anni.  Tra i 44 e 65 65 anni la differenza è meno pronunciata ma, dopo i 65 anni , nuovamente,  le donne saranno  più a rischio degli uomini. E’ quindi certo che la depressione è più comune nella donna ma, ciò che aggrava il quadro è che spesso è accompagnata da altri sintomi tra cui l’ansia, disordini del sonno, attacchi di panico e disturbi alimentari.

Purtroppo,  spesso,  questo importante   disagio fisico-psicologico viene sottovalutato e non è raro che la donna ma, anche l’uomo,  si senta non solo  male ma anche “colpevolizzata/o”. “..con tanti problemi seri che ci sono tu stai a pensare a queste sciocchezze, dati una mossa, reagisci”. E’ una delle reazioni più comuni che la persona depressa deve subire. E’ una vera violenza, come dire ad uno che ha una gamba rotta:”…su,  su, non esagerare e poi hai l’altra, avanti, cammina,  vedrai che ce la fai”. E’ una sciocchezza, spesso una ingenuità ma che è sempre causa per chi soffre  di altro dolore.  Un vero problema  clinico sono poi le terapie. Qui spesso  giocano  non solo la difficoltà diagnostica ma anche  i preconcetti: “se stai male vai dal medico di base”.  Risultato, spesso, “la gamba rotta” viene curata dal medico di famiglia e,  non è difficile immaginare che ci saranno strascichi e cronicizzazioni. Altri, un po’ più sensibili vanno o mandano dal Neurologo, uno specialista qualificato ma che nulla ha a che fare con la mente, la psicologia. Risultato: si cura a il corpo ma non l’anima. La depressione è una malattia seria, è una sofferenza che  coinvolge tutto il Sé e deve essere diagnosticata e curata con tanta perizia e professionalità. Gli specialisti sono lo Psichiatra e lo Psicoterapeuta. Non farlo o farlo male o non mettere in atto tutti  i sistemi di prevenzione e cura che abbiamo significa non solo provocare danni ai singoli pazienti ma anche procurare un danno sociale importante. Non vi siete mai chiesti come mai tante assenze lavorative, tante persone affollino quotidianamente ambulatori medici o facciano, inutili esami clinici? Forse non è un caso che alcune Assicurazioni negli Stati Uniti d’America prevedano un premio assicurativo più basso per gli assicurati che sono in Psicoterapia.

Video Depressione e Psicoterapia :  http://www.youtube.com/watch?v=nRbevPsh5_I

Cultura

J. Edgar

di. Renzo Zambello

Non so se la critica lo promuoverà come un capolavoro, so di certo che Clint Eastwood, noto per essere stato l’attore senza la capacità di cambiare espressione, se non mettendosi o togliendosi il cappello, qui cerca una analisi su più piani: storica, sociale e personale di  J. Edgar Hoover  che  è stato  l’uomo più potente di tutti gli Stati Uniti d’America  dal 1924 a Nixon. Hoover,  capo dell’ FBI per circa 50 anni non si è fermato  davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. In carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie mostrando una grandissima capacità organizzativa ed intuitiva ma anche una struttura paranoide. Il regista, non si ferma alla lettura della storia ma  entra dentro il personaggio. Ne fa una analisi psicologica mirabile che si muove, con passo lieve e parallelo alla storia  di una America che nasconde sotto il proibizionismo la sua debolezza.  Ne emerge  che i  suoi metodi  spietati ed eroici erano sostenuti da un’unica ambizione,  quasi delirante:  quella di essere ammirato. Ma tutto ciò, forse, nascondeva    una persona, dilaniata  dalla  incapacità  di amare, di accettarsi per farsi amare.  Io che faccio lo psicoanalista e per professione tendo “a pensar  male”, ho l’impressione che  Eastwood racconti se stesso, C’è coraggio nel descriversi così,   anche se  ancora non riesce a raccontare fino in fondo qualcosa che non era possibile dire, che “la mamma non voleva”  e che forse, come il dossier segreti di Edgar, non si conoscerà mai.

Leonardo DiCaprio, protagonista è bravo. Mi e  sembrato   credibile  nella sua trasformazione fisica e psicologica nel tempo. Per la verità mi è parso  un po’ eccessivo il trucco per alcuni coprotagonisti,  in  particolare di Armie Hammer , l’amico, ma l’ho detto,  non sono un critico.

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