Attacchi di panico

Transfert: lo specchio dove non ci vediamo

Transfert

Transfert

“Meglio ci guarisce il medico che ci fa vedere anche la sua piaga.”

  Ugo Bernasconi

Il transfert in psicoterapia  indica lo stato emotivo  che caratterizza la relazione   del paziente  nei confronti del  terapeuta.  Nello specifico, il transfert  è la traslazione o trasferimento delle tematiche inconsce del paziente sullo psicoterapeuta.

Un esempio: Mario, paziente di 32 anni viene da me per la prima volta e si dichiara un omosessuale infelice. Mi racconta di quanto sia stato doloroso per lui accettarsi e  dice di aver  avuto tante occasioni per avere dei rapporti sessuali con dei coetanei ma di avere sempre declinato. Dichiara  di  non avere mai avuto esperienze sessuali  né con uomini, né con donne.  Poi fa silenzio e quasi stesse pensando ad alta voce  aggiunge: “ …sa che questa notte ho sognato che baciavo mia cugina.”

Gli dico: “Ma lei è certo che gli piacciono gli uomini?

Mario mi guarda, si irrigidisce, diventa rosso per la rabbia trattenuta e alzando il tono della voce  dice: “Ci risiamo, lei mi vuole curare. Lei vuole farmi diventare eterosessuale!”. Continua»

La noia, ovvero l’incapacità ad essere

La noia

La noia

 

La noia nella nostra vita

Mi capita spesso di leggere nei racconti dei miei pazienti,  strategie difensive e molto spesso preventive atte  ad evitare la noia. Ieri sera ho visto un talk show dove interveniva l’Avvocato Rimini, noto matrimonialista,  al quale gli veniva chiesto quali fossero le cause più frequenti che portano al fallimento di un matrimonio. Risposta: nell’ottanta per cento dei casi il matrimonio fallisce per noia.

Allora la noia è una cosa seria. Fa più danni dei tradimenti e delle liti. La noia  è  veramente l’inedia  che spinge verso la morte del rapporto?

Per la verità  abbiamo paura della noia anche quando siamo  soli. Non è   un sentimento che appassisce i rapporti,  è un veleno nella vita quotidiana dal quale ci difendiamo, scappiamo,  ma che spesso ci intossica.

D’altra parte, abbiamo  ben donde dal difenderci dalla noia e cercare di prevenirla. Basti pensare che  questa,  catalogata come accidia, era ed è considerata dal catechismo cattolico come un “peccato capitale” meritevole di mandarci all’inferno per l’eternità. Comunque, da sempre la filosofia ed ultimamente la psicologia e la psicoanalisi si sono interessati della noia.  Hanno cercato di darne una definizione,  ma soprattutto una spiegazione epistemologica,  di un sentimento che evidentemente ha una energia in potenza enorme. Continua»

Depressione

La rabbia: l’energia che dissipiamo

La rabbia

La rabbia

Domanda e risposta  dal guestbook sul tema della rabbia.

  • Domanda: Dottore buongiorno. Lavoro tanto su me stessa attraverso percorsi di crescita di vario tipo, ma la rabbia che ogni volta nasce in me a causa della figura maschile presente nella mia vita, non cessa di essere. Ho subito l’abbandono paterno ma ho “perdonato” e compreso, quindi non penso sia dovuta a questo la mia rabbia. Pretendo un rapporto esclusivo (che so essere umanamente impossibile) che il mio partner non veda che me e non pensi che a me e tutto ciò che si frappone tra me e lui mi desta sensazioni negative fino alla rabbia nei suoi confronti. Tutto questo mi procura grande sofferenza e sento il bisogno di ricambiare per far provare a lui la sofferenza che provo io, pur capendo che tutto parte dalla mia mente. Procuro sofferenza allontanando la persona che mi ama e che senza me soffre ma poi soffro anche io perché l’allontanamento fa male anche a me. E così non ho mai un rapporto bello, sereno e duraturo. Come si fa a liberarsi da questa emozione tanto devastante per me e per chi ho vicino?  Grazie di cuore. Rabbiosa

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Follia e psicoterapia

Follia

Follia e psicoterapia

La follia che ci circonda

Siamo tutti immersi in un mare di follia e impegniamo gran parte delle nostre energie a negarlo e a difenderci da essa. Come scriveva Saul Bellow, “In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia”.

Il problema è che abbiamo paura della follia, di questo marasma di sentimenti ed energia che ribolle dentro di noi. Ne conosciamo la potenza ma anche la distruttività.

Viviamo come in una bolla dove vige il principio di realtà attivato dal super-Io. Stiamo come rannicchiati all’interno di abitacoli angusti, immersi nelle grandi profondità del mare o negli spazi del cielo. Così sta l’Io circondato dal mare della follia.

Mi si dirà che è meglio così, che le pressioni della mare profondo ci potrebbero schiacciare. Certo,  è il motivo per cui l’Io ha costruito la sua “pelle”,  come la definiva Freud, il motivo per cui l’Io si difende dalle aggressioni dell’inconscio, mettendo in atto le sue difese. Continua»

Ansia

Somatizzazioni: il linguaggio del corpo che fatichiamo a capire

 

Somatizzazioni

Somatizzazioni

Credo che non vi sia persona che non abbia un’idea di cosa siano le somatizzazioni. Tutti crediamo di sapere,  se pur coltiviamo qualche dubbio sulla veridicità o meno dell’asserzione,  che vi sono malattie del corpo che “dipendono” dalla mente. I dubbi  aumentano  secondo la gravità della malattia. Ad esempio,  non muove nessun ostacolo pensare che un po’ di mal di stomaco possa dipendere  ‘dal capufficio che  ci sta col fiato sul collo’ o da problemi familiari. e Diamo per scontato che un po’ di mal di pancia prima di un esame o di un incontro importante sia  “fisiologico”.  Ma  storciamo il naso se qualcuno relaziona un’ipertensione o un diabete  ad un disagio psicologico. E,  sicuramente,  la stragrande maggioranza della gente si irriterebbe e prenderebbe un preventivo distacco da chi affermasse che l’infarto dipenda da problemi psicologici  irrisolti e,  il tumore possa essere l’espressione fisica di un nucleo psicotico.

Eppure, se ci pensate un attimo, questo modo di ragionare è profondamente incoerente. Perché mai la mente potrebbe essere capace di farti venire la diarrea aumentando la peristalsi intestinale, ma non può creare vasospasmi che possano essere alla base di un infarto?

Le somatizzazioni e la medicina.

L’incoerenza di cui sopra, non è solo una difficoltà di pensiero nel comune sentire, è strutturata proprio nella medicina e forsanche nella psicologia. Ci basti pensare che il termine psicosomatica e relativo riconoscimento delle somatizzazioni è scomparso nelle ultime edizioni del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Nel contempo,  la psicosomatica è sempre più presente nella ricerca e sono nati nuovi approcci clinici che contemplano una visione più globale dell’uomo. Ad esempio, la PNEI che misura la malattia con strumenti Psico-Neuro-Immuno-Endocrinologici.

La verità è che non possiamo non chiederci:

  • Perché ci ammaliamo?
  • Perché ci ammaliamo di una malattia e non di un’altra interessando un organo e non un altro?
  • Perché proprio in quel preciso momento della nostra vita?
  • Che rapporto esiste tra gli elementi stressanti e la malattia organica?

D’altra parte è anche vero che fino  agli anni ‘60  la psicosomatica ha vissuto un approccio un po’ troppo semplicistico. Infatti,  alcune correnti psicologiche avevano teorizzato come fosse sufficiente “trovare” la causa psicologica che stava alla base di quella determinato sintomo   organico per  superare la malattia. Chiaramente è stata un’illusione e ci si è accorti che non funzionava.

Oggi però, i modelli biomedici che descrivono l’uomo sembrano ripetere in maniera certa l’inscindibilità della  psiche sul corpo e viceversa.  Ci basti ricordare nel 2000 il premio Nobel a Kandel, medico  psicanalista che come ricercatore si è sempre interessato  delle basi biologiche di alcuni meccanismi cognitivi. Egli  riuscì  a dimostrare  che, sebbene le strutture anatomiche, ad esempio i  neuroni, si sviluppino in base ad  un piano predefinito, genetico, la loro forza ed efficacia  non è totalmente determinata  e può essere modificata. Da questa scoperta si dedusse in maniera logica che la psicoterapia modifica la struttura biologica.

Le somatizzazioni nella storia della medicina.

Fa un certo effetto pensare che il termine “psicosomatico” entri nella medicina ufficiale solo nel 1930. Lo psicoanalista viennese Stekel che nel 1925 usò per la prima volta la parola “somatizzazioni”. Le somatizzazioni come le considerava lui,  erano in realtà un meccanismo di difesa che permetteva di mantenere  inconsci alcuni conflitti legati alla libido o alla aggressività. In sostanza,  le somatizzazioni di  Stekel non erano molto diverse dalle “conversioni in organo” ovvero  dall’isteria di Freud. In effetti la difficoltà a trovare una eziologia, cioè una causa e soprattutto una psicopatologia condivisa, ha spinto spesso gli studiosi a cambiare il nome ma la sostanza rimase la stessa. Basti pensare al soppiantato termine ‘Nevrastenia’ con ‘Sindrome da Fatica Cronica’. Ha ragione la Dott.ssa Claudia Pellegrini, Medico Psicoanalista della SPI quando scrive: “ Io non penso che si possa parlare di base organica per i sintomi mentali, né di base mentale per i sintomi organici. Piuttosto, esiste una eziopatogenesi multipla complessa per gran parte della patologia, cioè, le cause dell’ammalarsi sono genetiche e fantasmatiche e ambientali”. Da: Appunti di un Corso tenuto alla SPI nel 2013.

Comunque, tornando alla storia delle somatizzazioni nel 1976 John Nemiah e Peter Sifneos hanno coniato Il termine Alessitimia  per definire delle caratteristiche di personalità spesso evidenti nei  pazienti  psicosomatici. L’Alessitimia si manifesta come  difficoltà a riconoscere e descrivere i propri sentimenti distinguendo  gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche. Sono cioè persone che utilizzano prevalentemente il corpo per comunicare  con un linguaggio “primario”, cioè quello dei bambini. I soggetti Alessitimici hanno difficoltà a capire  quali siano i motivi che sottostanno alle proprie emozioni e  non capiscono e,  a volte non sentono le emozioni degli altri. Secondo la ‘teoria dell’attaccamento’, l’Alessitimia è stata associata a uno stile ‘insicuro-evitante’. I bambini che si caratterizzano con attaccamento insicuro-evitante hanno verosimilmente sperimentato più volte la difficoltà ad accedere ad una figura materna sicura  ed hanno imparato progressivamente a farne a meno,  concentrandosi sul mondo degli oggetti  più  che sulle persone.

Somatizzazioni: genesi di alcune malattie.

Dicevo prima che fino agli anni ’60 si è stati tentati da teorie “psicogenetiche”, ossia, le somatizzazioni erano da considerarsi come dei sintomi di disagi che avevano un’origine prevalentemente psicologica. Cadute le grandi aspettative, soprattutto su un piano clinico infatti, le persone dopo “lo svelamento interpretativo” non guarivano. Oggi,  grazie anche alle scoperte neuro scientifiche, sono state  messe le basi per nuove teorie e importanti risultati. Ad esempio: recenti scoperte sui neurotrasmettitori – il neurotrasmettitore  è una sostanza che veicola le informazioni fra i neuroni, ossia le cellule che compongono il Sistema Nervoso – provengono in massima parte dall’intestino. Il 60%  della patologia gastrointestinale ha una relazione certa con disturbi  psichici.  E ancora, l’ipertensione arteriosa è caratterizzata da una vasocostrizione periferica e non sembra avere una precisa base genetica, ma si accompagna spesso a stress ed ansia. Mentre,  ad esempio,  l’asma bronchiale che è caratterizza da una broncocostrizione,  ha invece una base ereditaria con un interessamento di più geni e si accompagna spesso ad una depressione psichica.

Somatizzazioni: cosa sta davvero cambiando negli ultimi anni.

G.Libman Engel (1977) aveva sviluppato un modello “multifattoriale” di malattia da lui definito “biopsicosociale” dove la malattia era il risultato di diverse interazioni a differenti livelli:  genetico, organico, relazionale e ambientale. Infatti, sappiamo che l’Alessitimia, (termine coniato da Sifneos nel 1973, deriva dal greco alfa=mancanza,lexis=parola,thimos=emozione)  Kristal alla fine degli anni ’80, non ha dubbi e  definisce l’Alessitimia come l’esito di un trauma precoce che per Kristal è la carenza più grave che il bambino,   il futuro adulto,  possa subire nella sua storia affettiva. In fondo Kristal conferma ciò che la klein aveva teorizzato 50 anni prima. Peraltro sappiamo  che L’Alessitimia  può essere l’esito di un trauma anche in epoche successive all’infanzia.

Scrive la Dottor.ssa Claudia Pellegrini: “Carenza e distorsioni relazionali vengono memorizzate incidendo su funzioni e strutture cerebrali e quindi sullo sviluppo mentale e sui processi maturati del sistema delle emozioni, con conseguente possibile alterazione della risposta da parte del Sistema Nervoso Autonomo che sappiamo essere alla base di gran parte della patologia somatica.”

Alcune considerazioni riassuntive sulle somatizzazioni.

Abbiamo visto che il termine psicosomatico ha molti significati e rimane un termine indeterminato perché rimane l’impossibilità di definire una eziologia chiara di molti quadri psicopatologici. Rimane tutt’oggi la tentazione di una separazione dicotomica corpo-mente. A me piace molto l’asserzione di Trombini e Baldoni Non esiste alcuna malattia psicosomatica, appunto perché nessuna malattia è solo psichica o solo somatica”. Da: Psicosomatica. Ed. il Mulino (1999). Quindi,  come operatori, poco importa se medici o psicologi,  dobbiamo tenere presente sempre lo studio dei processi somatici su quelli psichici e viceversa.  Aggiungerei: dobbiamo tenere presente sempre il contesto sociale in cui vive il paziente.

In fondo è vero che nelle somatizzazioni la Medicina organicistica deve in prima battuta mantenere la sua centralità.    Personalmente sono convinto che anche   sintomi che hanno chiaramente  una forte componente psicologica – vedi gli attacchi di panico o  la depressione – devono prima di tutto avere una risposta organica. A sua volta, la medicina organicistica non può misconoscere la vita affettiva  dei pazienti, il loro vissuto soggettivo e i loro tratti di personalità. Il medico non può non sapere che una personalità rabbiosa è esposta a disturbi cardiaci e una personalità Alessitimica è correlata ai tumori.

Somatizzazioni e psicoterapia.

Le recenti scoperte di neurofisiologia hanno di fatto riconosciuto un grandissimo ruolo alla psicoterapia nelle somatizzazioni. La psicoterapia infatti mira a modificare l’impalcatura emotiva del paziente spesso deformata e bloccata dai fantasmi infantili,  modificando di fatto la stessa fisiologia del corpo.

Tutto ciò, come tutto in natura, avviene necessariamente in un tempo che è il tempo della biologia. Nulla è,  né automatico né veloce. Soprattutto deve essere rispettata l’unicità del paziente. Lo psicoterapeuta può solo preparare il terreno e seminare.  Il resto è nella potenza del paziente e in una Volontà che deve essere solo rispettata.

Di: Renzo Zambello

Psicoterapia

La vergogna: sentimento che spesso aleggia sulla psicoterapia

La vergogna

La vergogna

La vergogna, ciò che non so raccontare

La vergogna, un sentimento sempre più  presente in psicoterapia. Spesso mi capita   di venire in contatto  con “nuclei  bui” della personalità del paziente che non hanno la carica rigenerante della  nevrosi, né il freddo del nucleo psicotico. Sono zone  amorfe che il paziente etichetta con un’unica parola: vergogna.  Tutti i pazienti in cui ho trovato questi nuclei   esprimono all’unisono questa gradevole sensazione: “provo vergogna”.  Essi  non sanno di cosa si vergognino, né da quando ma si sentono  contaminati,  da sempre.

La vergogna in letteratura

In letteratura non c’è molto sul tema della vergogna  e condivido quello che diceva Eugenio Gaburri,  Psicoanalista della SPI: “La questione delle aree di “indifferenziazione” della personalità pone molti problemi, clinici e teorici che sono stati scarsamente accennati da Freud “.   Scrive ancora Gaburri: “Nella clinica, situazioni di “non contatto” che appaiono come aree cieche, di diniego o addirittura aree a cavallo tra biologico e psicologico, possono avere a che fare con l’indifferenziato.  In questi casi non si ha tanto a che fare con “difese” dell’Io o con conflitti rimossi ma piuttosto, con aree la cui nascita psicologica non si è mai del tutto realizzata.” (Conferenze SPI 2009).

La vergogna e l’indiferenziato

L’immagine  “dell’ indifferenziato” che è  così suggestiva, ha in sé  tutta la forza dell’ambivalenza. Essa  infatti  è sia potenzialmente  distruttiva  ma anche la sede del nuovo e del  rigenerato.  Lo possiamo capire se pensiamo all’equivalente biologico, alle  cellule indifferenziate,  quelle che vengono chiamate “staminali”.  Sono cellule e  i medici lo  sanno bene  che possono degenerare in tumori ma che nel contempo   sono   “l’humus”, la base dove ogni  tessuto prende per crescere e  rigenerarsi.

Qui, il   biologico e lo  psicologico si fondono assieme, nella continua  lotta contro la tentazione all’autodistruzione e la vittoria della rigenerazione, della vita. Continua»

Eiaculazione precoce

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