Depressione natalizia

29-12-07

 Quanti di voi si sentono tristi e malinconici proprio durante il periodo delle feste? Forse sarà perchè avete smesso di credere a Babbo Natale…

Come era bello il Natale di quando ero piccolo (Foto Flickr/disco~stu)

La magia delle luci, l’abete, lo stupore dei bambini, senza dimenticare i regali. Il Natale è il periodo dell’anno in cui sorridere è d’obbligo e le preoccupazioni devono essere messe da parte. Nonostante ciò, alcune volte, i brutti pensieri non hanno voglia di andare via e ci sono buone ragioni per essere giù di morale. Basta visitare i forum e i post sulla depressione post-natalizia o fare un rapido sondaggio tra gli amici per rendersene subito conto.

Natale: inno alla spesa

Il periodo delle feste può essere fonte di angoscia perché “fare buon viso a cattivo gioco” non è per nulla facile e spesso comporta compromessi e costrizioni. Come per ogni tradizione che si rispetti Natale significa: famiglia. Ma non sempre la riunione familiare è gradita. Senza dimenticare, però, che lo spirito natalizio resta legato ad una tradizione religiosa, incrollabile. Anche se bisogna riconoscere che l’aspetto marketing è ormai predominante. Gli inviti al consumo sono accesi ad ogni angolo di strada, su ogni volantino. Un vero inno alla spesa. L’organizzazione del pranzo e l’acquisto dei regali diciamolo pure: sono compiti ingrati. Per lo scrittore tedesco Andreas Meier, occorrerebbe «ristabilire il senso cristiano della festa accordandole un po’ meno importanza. Bisognerebbe conservare una certa distanza con l’aspetto religioso, come facciamo durante il resto dell’anno.»

«Personalmente non attribuisco alcuna importanza a tutte queste ‘feste’, e non mi sento molto felice», scrive qualcuno su un forum. Quando si diventa grandi, la magia del Natale non funziona più: «ha perso il suo incanto e mi rende triste. Mi riporta alla mia infanzia e a tutti quei meravigliosi Natali che passavamo in famiglia», scrive una giovane donna.
Questa pressione a essere felici a tutti i costi, può anche condurre alla depressione. I ‘Samaritani’, un servizio di sostegno psicologico telefonico in Gran Bretagna, affermano di prendere molto sul serio il periodo critico delle festività di fine anno, con una chiamata ogni 6 secondi. Secondo la loro esperienza, così come il benessere e la felicità, anche le sensazioni di malessere possono intensificarsi in questo periodo.
Dominic Rudd, Vice-Presidente dell’associazione, aggiunge che: «Nessuno è al riparo dalla sensazione di solitudine. Possiamo essere circondati dalla famiglia e dagli amici, ma sentire il bisogno di parlare con qualcuno che non conosciamo».

Carole Montilla-Salas – Londres – 20.12.2007 | Traduzione: Clelia Pesce

da:http://www.cafebabel.com

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L’ANSIA DEL REGALO PUO’ TRASFORMARSI IN PANICO

25-12-07

Natale uguale ansia e depressione durante e dopo. “Soprattutto per coloro che si buttano nello shopping per comprare regali a tutta la famiglia. Un investimento emotivo proiettato sul Natale, dal quale ci si aspetta molto, ma che nasconde nella maggior parte dei casi profondi disagi”. Lo afferma Paola Vinciguerra, Direttore dell’UIAP, Unita’ Operativa Attacchi di Panico, presso la Clinica Paideia di Roma e Presidente dell’EURODAP, Associazione Europea Disturbi Attacchi di Panico.”Osservando i nostri pazienti abbiamo notato che prima delle feste presentano, a livello sintomatologico, un contenimento di ansia e depressione che invece aumentano durante e dopo il periodo festivo – dice l’esperta – Ma questi stati emotivi sono diffusissimi anche tra le persone che non sono in psicoterapia”. “A Natale la maggior parte della gente si lancia nella corsa sfrenata degli acquisti – spiega – si deve pensare a tutti i parenti che puntualmente sono proprio quelli che si vedono solo una volta l’anno e quindi quelli meno vicini. Si deve pensare ad ognuno di loro, si deve scegliere in fretta, guai a non far bella figura, si deve appagare il bisogno di piacere e si dimenticano i continui addebiti sulla carta di credito. Si comprano cosi’ tanti dolciumi che solo la meta’ basterebbe a far contente tre famiglie e si da’ sempre la solita giustificazione: ‘Tanto e’ Natale!’”. “Tutto questo puo’ scatenare attacchi di ansia – dice la Vinciguerra – e comportamenti compulsivi di riempimento della nostra ansia senza averne minimamente coscienza. Il punto e’ che tutti investiamo emotivamente troppo nel Natale. E’ come se ci aspettassimo che questo evento facesse scomparire per magia le nostre frustrazioni e ci aiutasse a sentirci meno soli. Accade pero’ che finite le feste i disagi di cui non eravamo assolutamente coscienti ci avvolgono e arrivano depressione e ancora ansia.”. “Cio’ di cui abbiamo veramente bisogno – consiglia – e’ “scambiare” e non “riempire”, quindi dobbiamo scegliere con cura le persone con cui stare ed insieme a loro dove stare. Organizzate tutti insieme e aiutatevi a vicenda a sistemare gli addobbi. Per quanto riguarda i regali bisogna farli se davvero si sente il desiderio e in quel caso sceglierli in relazione alla persona sapendo che un piccolo pensiero curato nella presentazione sara’ sempre piu’ gradito di un grande oggetto buttato li’ senza amore. Cercate di far tornare questo momento di festivita’ ad una riunione basata sull’amicizia e l’affetto e non un compulsivo correre nell’illusione di riempire un vuoto. Ritrovate e valorizzate i vecchi riti, come il taglio del panettone, l’attesa della mezzanotte per farsi gli auguri. Tutto questo unisce davvero se fatto con desiderio e coscienza”.

da :http://www.agi.it

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BUONE FESTE A TUTTI!!!!!!

Teresa faceva morire anche le piante.

20-12-07

Caso clinico: la sterilità psicogena. 

Di Renzo Zambello

Nella mia esperienza di medico psicoterapeuta, mi è capitato tantissime volte di incontrare pazienti psicosomatici.
Questi, consapevoli del loro disagio, chiedono aiuto allo psicoterapeuta, ma la psicoterapia può fare poco se non leggere questi disagi come dei sintomi.

Ma, scriveva Jung, che spesso è l’inconscio, liberato dalle difese ad operare in maniera mitopoietica, cioè cura se stesso. 

Il caso di Teresa è emblematico di questi meccanismi. 
  
Teresa era una donna di 32 anni quando mi chiese una psicoterapia, circa una decina di anni fa. 
Si presentò al primo appuntamento con un ritardo di 10 minuti. Arrivò tutta rossa in faccia, ansimante, sembrava aver corso. 

Teresa: “Mi scusi, mi scusi, i mezzi sono sempre in ritardo.” 
Io: “Lei è in ritardo.” 

Teresa: “No, no, sono uscita in tempo, ma poi i mezzi ritardano sempre.” 
Io: “Allora non è uscita in tempo.” 

Teresa spalancò gli occhi come per dirmi: Non hai ancora capito!? Io ero in orario, i mezzi erano in ritardo. 

Io: “Ma lei sapeva che i mezzi sono sempre in ritardo… me lo ha detto lei” 
Teresa abbassò la testa e mi guardò con sfida e disse: “…e adesso che facciamo?” 

Io: “Abbiamo ancora 35 minuti, mi racconti quello che vuole” 
Teresa: “Non lo so, lei mi ha confusa.” 

Io: “L’ho confusa? O le è venuta rabbia?” 
Teresa: “Rabbia? Mi dica cosa le devo dire” 

Io: “Quello che vuole…perché è qua?” 
Teresa: “Non lo so…si lo so…aspetti un attimo che mi riprendo” 

Mi raccontò che è sposata da 12 anni, non ha figli e da sempre soffre di ansia. Lavora saltuariamente perché, a suo dire, dopo sei sette mesi o la mandano via o si licenzia lei. 

Teresa: “Sa, all’inizio ci vado con entusiasmo, poi incomincio a stancarmi e a far disastri fin tanto che devo andarmene.” 

Io: “Mi sta dicendo che il lavoro tra me e lei durerà al massimo sei, sette mesi?” 
Teresa: “No. Le ho detto che i miei lavori durano al massimo sei, sette mesi……cioè lei dice che anche tra me e lei…? 

Io: “Penso che possiamo verificare se è possibile lavorare assieme. Ci vedremo, se lei è d’accordo, tre volte e poi decideremo.” 

Teresa, dopo aver annuito con la testa, si alzò di scatto e, sulla porta, si girò e mi disse: “ Lei pensa sia importante il fatto che sono sposata da un sacco di tempo e mi abbiano detto che non potrò avere figli?” 

Io: “Non lo so, ne parliamo la prossima volta:” 
Ritornò all’appuntamento fissato dopo sette giorni, arrivò sempre più rossa in faccia e mi disse: “Guardi, non mi dica che è colpa mia se sono un po’ in ritardo anche oggi. Sono partita anche prima del solito, ma poi il bus ha avuto un incidente…. silenzio…le dicevo l’altra volta che non potrò avere bambini.” 

Io: “A lei dispiace?” 

Teresa: “Eh sì, molto.. anche se ormai mi sono abituata all’idea.” 

Io: “Sta dicendo che ora non li vorrebbe più?” 

Teresa: “No, no. Se vengono bene. Ma cosa vuole ormai mi sono abituata all’idea, Faccio un sacco di cose, vivo quasi sempre fuori casa, tanto è vero che mi muoiono anche le piante. 

Io: “Cioè?” 

Teresa: “Sì, sì. Io non ho voglia. Mi dimentico. Ho lasciato andare via perfino l’uccellino che avevo in gabbia.” 

Io: “Cosa ha fatto?” 

Teresa: “ Si, avevamo un uccellino che tenevamo in gabbietta, ma spesso mi dimenticavo di curarlo e così l’altra settimana ho aperto la finestra e l’ho lasciato andare.” 

Io: “L’ha ucciso.” 

Teresa: “Ma no, non credo… lei dice? L’avevo pensato anch’ io…. ma no sta meglio libero. 
Alla terza seduta decidemmo di iniziare a lavorare assieme. Il contratto prevedeva due incontri alla settimana . Chiaramente la maternità non faceva parte del nostro contratto, né lei me lo chiese. 
  
Lavorammo per quasi tre anni. Dopo alcuni mesi, Teresa cominciò ad arrivare puntuale. Fu capace di affrontare il problema della sua aggressività che nascondeva meccanismi onnipotenti di tipo narcisistico. Mentre si riducevano queste difese, Teresa diventava sempre più triste. Passò un periodo di profonda depressione. Viveva in un lago nero da dove non riusciva ad uscire, e io seduto sulla riva mi accontentavo far sentire la mia voce. 
Per mesi mi comunicò un dolore cupo e profondo. Un dolore di morte. 
  
Un giorno arrivò vestita che sembrava una modella, e sorridente mi raccontò che aveva prenotato col marito una vacanza al mare. 
Era uscita. 
  
Iniziò un periodo di grande attività fisica e intellettuale. Mi informava di tutti i film nuovi in programma e di come stava cambiando casa sua.  

Teresa: “ Ho comprato la cucina nuova…. sa che casa mia è piena di piante? 

Io: “Ha riempito di piante la casa?” 
Teresa: “Si, non muoiono più… anzi, sono bellissime.” 
  
Capii qualcosa che non dissi a Teresa. 
  
Un giorno arrivando vidi che mi aspettava davanti allo studio. 

Teresa: “Dottore, devo dirle una cosa straordinaria!” 

Io: “Ora? Me la dica dopo.” 

Come entrò in studio, ancora con la mano sulla porta: “Sono incinta dottore… sono incinta.” 
  
Teresa portò a termine la gravidanza. Ci vedemmo fino ad alcuni mesi dopo il parto di Daniele. Era una mamma dolce e attenta. 
  
Due anni dopo mi mandò un biglietto: “Daniele ha una sorella: Lucia. Sono Felice.” 
  
Teresa mi insegnò come alcuni meccanismi primari, antichi, come la sua aggressività possano in maniera del tutto inconsapevole essere somatizzati. Uccideva ogni possibilità di vita dentro di sé.

D’altra parte fu per me straordinario accorgermi di come questi stessi meccanismi, così antichi nella nostra evoluzione umana e personale, siano fortemente legati alla natura.

Teresa uccise le piante e l’uccellino. Come fu possibile tutto questo? 

E’ ancora Jung che lo spiega teorizzando la presenza dentro di noi di un Inconscio Collettivo, noi e la natura non siamo nettamente separabili. 
 

Aticolo pubblicato anche su: www.psicolab.net  ,  www.ilmiopsicologo.it  e www.zambellorenzo.it

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Nuove Frontiere per la psicoterapia psicoanalitica

18-12-07

di MAURIZIO MOTTOLA

Venerdì 14 dicembre 2007 si è svolto a Napoli, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, in occasione della presentazione del libro I pazienti di frontiera. Percorsi psicoanalitici tra l’Io e il Sé (a cura di Mariagrazia Scarnecchia, Franco Angeli Editore, Collana Serie di psicologia, pagine 128), il confronto-discussione Nuove Frontiere per la psicoterapia psicoanalitica, organizzato dalla sezione  regionale Campania-Puglia della Società  Italiana  di Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP).

Il 4 novembre 1899 veniva pubblicata L’interpretazione dei sogni, che può venir considerata il vero e proprio manifesto della psicoanalisi; secondo Freud il sogno é una delle manifestazioni dell’inconscio, la quale -se opportunamente interpretata- permette di accedere ai contenuti repressi ed al modo di funzionare dell’inconscio stesso.

Sigmund Freud aveva certamente ragione e notevole merito nel richiamare l’attenzione sull’aspetto non cosciente dell’uomo e sul suo ruolo fondamentale.

 Aveva anche ragione nel mettere a punto un metodo di analisi di tali contenuti (interpretazione) in ambito clinico.

Ciò non toglie che alcune delle sue conclusioni risentano ora del diverso clima culturale del nostro tempo, che ha sviluppato strade diverse, giungendo ad altre conclusioni.

 Ad esempio, secondo l’ipotesi sequenziale i.contenuti mentali del sonno riflettono il lavorio di un cervello che elabora le memorie acquisite durante la veglia, ripulendole inizialmente del materiale da non trattenere ed integrandone il residuo nelle memorie precedentemente esistenti. Sognare dunque -secondo questo approccio- servirebbe a preservare l’integrità psicofisica del soggetto, esposto nello stato di veglia ad una massa enorme di stimoli interferenti con la preservazione della sua identità.

Le ricerche delle neuroscienze che riguardano l’elaborazione delle memorie durante il sonno sono in grado di confrontare i fondamenti della psicoanalisi.

Molto è stato tentato nella ricerca dei correlati cerebrali di questo o quell’aspetto del canone psicoanalitico e però entrare troppo nello specifico delle relazioni tra mentale e fisico non è la cosa più semplice, soprattutto per le difficoltà di individuare metodologie corrette.

Per quanto riguarda la psicopatologia, lo schema generale di Freud imperniato sul trauma è ancora attuale e tuttavia altri concetti come quello di mancanza (Bion) e di attaccamento (Bowlby e Balint) si sono affiancati.

Comunque l’epoca in cui viviamo è lontana dalla società degli inizi del 1900 di Freud e gli effetti prodotti dall’era tecnologica e mediatica attuali sono del tutto differenti rispetto a quelli prodotti dal mondo dominato dai valori tradizionali a cui Freud apparteneva. Inoltre mentre per Freud il controtransfert era un ostacolo al percorso psicoanalitico, gli attuali psicoanalisti lo considerano invece uno strumento principe nello svolgimento dell’analisi.

Occorrono dunque nuovi strumenti e nuovi linguaggi per la mente di oggi e quindi vanno ridefinite le modalità e le metodologie di intervento in ambito sia teorico che clinico. Seguendo la lezione di Albert Einstein il soggetto che osserva (ricercatore, clinico, docente) va sempre incluso nell’ambito di studio sullo stesso piano della realtà esterna ad esso, realtà esterna finora l’unica ad essere considerata “oggettiva”.

Secondo l’attuale costruttivismo radicale (approccio maggiormente in antitesi con la psicoanalisi) il cervello può essere considerato un organo informatico che elabora informazioni interne ed esterne a mezzo di una struttura organica (hardware) e di una serie di programmi di gestione (software), questi ultimi definiti mente.

La mente è dunque un’interfaccia tra cervello (individuo) ed ambiente circostante. L’individuo pertanto si rapporta alla realtà attraverso un processo di costruzione ed attribuzione di senso, con il quale si sforza incessantemente di trovare un senso oggettivo delle cose, rimanendo poi ogni volta con il solitario e personale senso della realtà, ineluttabilmente non oggettivo ed al massimo condivisibile con altri.

La mente non è in grado di rapportarci adeguatamente con la realtà, perché mentre la realtà è mutevole e contemporanea, la mente è zavorrata attraverso la memoria al passato e sbilanciata in avanti attraverso la proiezione nel futuro. Nel rapporto con la realtà si svolge dunque un continuativo processo di costruzione ed attribuzione di senso, di cui è artefice ogni singolo individuo.

Noi entriamo in relazione con il mondo attraverso le nostre idee e non in modo diretto e così ci separiamo dalla realtà. Riteniamo che il mondo sia esattamente come lo interpretiamo e questo distorce il nostro rapporto con la realtà. Le nostre supposizioni - mettendoci in rapporto con la realtà in un determinato modo - creano una tendenza.

Non esiste pertanto una realtà vera in sé, ma tante realtà quante sono le diverse interazioni tra soggetto e realtà.
Da questo assunto deriva che qualunque condizione ci troviamo a vivere -sana o insana- è il prodotto di un’attiva relazione tra noi stessi e ciò che viviamo: insomma ognuno costruisce la realtà che poi subisce. 
Gli unici due poteri per noi effettivamente disponibili sono l’attenzione - cioè la capacità di rimanere presenti all’esperienza - e l’intenzione - cioè la capacità di decidere obiettivi -, mentre tutto il resto sfugge al nostro controllo. 

La riconnessione con la nostra sottesa capacità di percezione diretta (mente intuitiva) è sostegno in un possibile percorso di consapevolezza oltre le frontiere della mente ordinaria, radicata invece nella convinzione che la realtà sia circoscrivibile nei nostri limitati schemi mentali.

da:   http://www.agenziaradicale.com

Inserito il 18 dicembre 07

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“Scusi, Ma lei è abusivo?”

16-12-07

La spinosa questione dell’esercizio abusivo della professione psicologica gestita dall’Ordine

 

               di Mauro Grimoldi

In Emilia Romagna hanno addirittura una commissione apposita. In Lombardia il Presidente Molinari, messo alle strette, dichiara pubblicamente che se ne è sempre occupato “l’Ufficio di Presidenza”, quindi lui stesso. Ma sarà vero? Perché è così difficile difendere la professione di psicologo?

C’era una volta un mago. Così potrebbe tranquillamente cominciare una bella favola. Ma questa non lo è. Ebbene, fino al 1989 qualunque mago d’Italia pubblicasse una pubblicità, tra la parola “cartomante” e la promessa della “lettura della mano” non si faceva scrupolo di inserire anche la prerogativa di “psicologo”. Fino alla pubblicazione della legge 56/89 quella di psicologo non era infatti una professione, ma un modo di essere, una caratteristica, un aggettivo da attribuire alle persone più sensibili. Tu dicevi: sono psicologo. E qualcuno ti rispondeva sempre: certo, sono anche io un po’ psicologo. Funzionava così, non si poteva rimanerci male. Oggi le cose sono diverse, la professione di psicologo è sancita per legge. E, insieme alla definizione legale da “buon senso della portinaia” che dice che uno psicologo in linea di massima dovrebbe essere uno che ha studiato psicologia, attraverso la legge si istituisce anche chi sarà, se non ci si offende per la metafora, il vigile che controlla che tu abbia la patente per essere istituzionalmente riconoscibile come psicologo, ovvero la laurea, il tirocinio, l’esame di Stato.

Si può dire che il core business dell’Ordine sia proprio, anche storicamente, la vigilanza sul diritto a definirsi parte di un gruppo di professionisti riconosciuti dallo stato.

Il nostro mago psicologo è quindi rimasto senza lavoro? Tutt’altro. Sarebbe del resto un finale troppo sbrigativo per questa favola. L’abusivismo diventa più scaltro. Qualcuno ha sostituito la targa fuori dalla porta recante la parola tabù, psicologo, con la più moderna “counsellor”, i più affezionati alla tradizione tra gli abusivi azzardano la qualifica di “psicanalista”, quelli che hanno sbagliato laurea inventano professioni nuove come lo “psicopedagogista clinico” e poi tutti fanno, auspicabilmente peggio, il nostro mestiere.

Non è facile sorvegliare un orticello in cui si entra così  facilmente. Questo però non giustifica dimenticarsi che l’Ordine è lì, in fondo, soprattutto per quello. Convegni, questionari e meeting del “club privato” CNOP sono corollari del compito principale.

Per questo in Lombardia, dove sono presenti in Consiglio tre membri di AltraPsicologia, dopo quasi due anni di consigliatura e mai una parola, un caso spinoso, una relazione sul tema dell’abusivismo, al nostro Alessandro Spano, coordinatore della commissione etica e deontologia, è venuto un dubbio legittimo: che fine fanno gli abusivi lombardi?

Occorre qui aprire una parentesi: la pesca dell’abusivo non è un’attività semplice. L’Ordine non può fare nulla direttamente, in teoria, perché l’abusivo, per sua stessa definizione, non è iscritto. Quindi, con questa scusa, un Ponzio Pilato in versione moderna potrebbe benissimo lavarsene le mani. Formalmente si può segnalare il caso alla Procura della Repubblica, che incarica l’organo competente per la verifica degli abusi di esercizio professionale, art. 348 c.p., che sono i Carabinieri del NAS. Già, sono proprio quelli, gli stessi che controllano se il ristorante cinese sotto casa tiene in cucina le pantegane che corrono tra i tuoi ravioli al vapore prima di servirteli.

Ora, parlare per 45 minuti con un tizio è lecito, farsi dare dei quattrini per questo pure se quello è d’accordo e se tu gli fai la fattura. Se qualcuno mi dice: “Ma è una questione di setting!” lo mando a spiegare la cosa ai NAS con preghiera di fargli un corso monografico sulla distinzione tra psicopedagogista clinico e psicologo.

Non è facile, appunto. Non per questo ci si può ritenere giustificati a lasciar perdere. Che può non significare solo archiviare d’ufficio tutte le pratiche. Anche fare l’opposto conduce infatti, paradossalmente, ad identica conclusione, ossia equivale a non fare nulla. Segnalare infatti tutti i casi di cui si viene a conoscenza alla Procura serve a poco, anzi, finisce che qualche Carabiniere si ritroverà a cercare di capire quali casi sono realmente gravi e perseguibili.

La difficoltà del compito non esime l’Ordine dal fare il suo mestiere, in questo caso consistente nel selezionare i casi passibili di effettiva segnalazione, di mettersi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria e del Corpo incaricato delle investigazioni per collaborare e trovare insieme gli strumenti per scovare chi non è psicologo e fa finta di esserlo. Esempio luminoso di buona prassi è l’Ordine dell’Emilia Romagna in cui esiste una commissione apposita che sta ottenendo ottimi risultati proprio collaborando con chi effettua le indagini e costituendosi parte civile nei casi in cui è possibile e sensato…….

da:http://www.altrapsicologia.it

Inserito il 16 dicembre

Commento del Dott. Zambello.

Il problema dell’ esercizio abusivo della professione dello Psicologo è sicuramente importante ma, a mio avviso, da un punto di vista clinico è ancora più importante  l’abisivismo psicoterapeutico e quello psicoanalitico. Medici e psicologi che si spacciano per psicoterapeuti e psicoterapeuti che dicono di essere psicoanalisti pur non avendo alcuna formazione psicoanalitica.

Purtroppo, i Nas, in questo caso,  possono fare ancora meno. 

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Psicoanalisi di famiglia

14-12-07

di Stefania Rossini

Si chiama telescopage. È stato inventato tra Francia e Argentina. Ora arriva in Italia. È l’ultima frontiera della dottrina freudiana. Indaga sui traumi delle generazioni passate  Siamo nei primi anni Settanta. Sdraiato sul lettino di una psicoanalista di Buenos Aires, un giovane uomo apatico e solitario che non ha mai avuto una relazione d’amore, sta parlando della crisi economica che ha travolto l’Argentina. Dice che ha difficoltà a continuare a pagarsi l’analisi e che un amico gli ha consigliato di comprare dollari, chiedendogli se ne conoscesse il valore. Ha risposto: due pesos, e l’amico gli ha fatto notare che un dollaro vale 500 pesos. L’uomo non è stupito del proprio errore, anzi sorride con dolcezza mentre sfiora una tasca della giacca come per assicurarsi che ci sia ancora del denaro. L’analista avverte che sta accadendo qualcosa di nuovo, non sa cosa, ma si lascia guidare da un’intuizione e chiede se quei dollari non possano appartenere a un’altra epoca, forse agli anni Quaranta, quando un dollaro valeva, appunto, due pesos. Soltanto dopo aver parlato si rende conto che il paziente a quel tempo non era ancora nato. Ma la risposta arriva pronta e vivace: “Sì, so per chi sono quei dollari. Sono destinati alla famiglia di mio padre, rimasta in Polonia dopo che lui era emigrato. Durante la guerra, ogni mese, inviava dei dollari. Ma a un certo punto nessuno ritirò più il denaro. Mio padre non ha mai parlato della famiglia e di quello che poteva essere accaduto”. È il momento centrale del bellissimo ‘caso di Mario’, con il quale la psicoanalista argentina Haydée Faimberg, che da tempo vive a Parigi, ha introdotto nella teoria e nella clinica il ‘telescopage delle generazioni’, vale a dire l’irruzione nel corso della terapia di esperienze o emozioni che sono appartenute ai padri o ai nonni, attraverso identificazioni che condensano tre generazioni. Mario, che approderà a una vita decente dopo altri anni di analisi, era rimasto imbrigliato in una storia non sua, tiranneggiato dal silenzio di un padre che non riconosceva l’annientamento della propria famiglia. Nello sforzo di proteggere il diniego paterno, era costretto a mantenere una sorta di morte interna. Comprare dollari che valevano 5 mila pesos, e non due, equivaleva ad ammettere che quei soldi inviati in Polonia non erano più stati ritirati Come possa una storia che non appartiene all’esperienza vissuta diventare parte costitutiva della psiche, è una questione nuova e controversa che, dopo un paio di decenni di latenza e di dibattiti di nicchia, sta investendo la comunità psicoanalitica. Sono ormai numerosi gli studiosi che vanno esplorando le influenze delle generazioni precedenti, rese più acute e patologiche nelle situazioni di segreto, nei lutti non elaborati, nei deliri, nelle colpe inconfessate, nei traumi subiti o inferti. Alcuni tendono addirittura a farne il fulcro della ricerca e della clinica.Argomento di frontiera, il transgenerazionale pone però più problemi di quanti, per ora, ne risolva. Dare piena cittadinanza a esperienze situate in altro spazio e tempo significa infatti andare oltre il passato infantile e l’ambiente nella formazione della personalità, cioè contro le fondamenta stesse della psicoanalisi, sia pure arricchite e approfondite da un secolo di ricerca. Per non parlare del rischio di tornare a diffondere una vulgata magica e automatica della terapia psicoanalitica: scoperto il segreto di famiglia, come una volta si credeva di potere scoprire il ‘trauma’ originario, si prende coscienza e i giochi sono fatti.È per questo che le tematiche generazionali stanno occupando la scena di incontri e congressi scientifici dei prossimi mesi. Si comincia, nei primi due giorni di dicembre al Campidoglio con il convegno promosso dal Centro psicoanalitico di Roma dal titolo ‘Generi e generazioni’. Il tentativo, preceduto da un ricco quaderno di studi appena uscito presso Franco Angeli (‘Genealogia e formazione dell’apparato psichico’) è quello di coniugare questo nuovo orizzonte di ricerca con il mutamento sociale. Lo sottolinea René Kaës, psicoanalista francese, autore di numerosi saggi sul tema, che terrà la relazione introduttiva: “La trasmissione della vita psichica tra le generazioni”, dice “è oggetto di un dibattito che nasce nelle società dove l’organizzazione sociale e culturale è stata destabilizzata nelle alleanze, nelle credenze nei miti e nelle ideologie”. Compito degli psicoanalisti sarebbe quindi quello di ricomporre fratture genealogiche individuali in una società che ha reso fluidi anche i confini collettivi. È anche la proposta di Patrizia Cupelloni, segretaria scientifica del Centro che vede la cura psicoanalitica pronta a indagare anche i “traumi soggettivi precedenti la formazione dell’Io: storie di più generazioni, storie di vincoli e di traumi, di risorse e di lutti rimasti inespressi”.

da:http://espresso.repubblica.it

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Il modello psicodinamico

13-12-07

di: Letizia Cirri

Il  modello psicodinamico è quella branca della psicologia che spiega i fenomeni mentali come il risultato di un conflitto. Esso deriva da forze inconsce che cercano di manifestarsi e richiedono un costante controllo da parte di forze opposte che ne impediscono l’espressione.

Siamo dunque personaggi che mettono in atto un copione scritto dall’inconscio: tutto ciò che scegliamo per la nostra vita è determinato da forze inconsce tra loro in relazione dinamica.

Gli psicoterapeuti che aderiscono a questo approccio si avvicinano ai pazienti cercando di sottolineare cosa in questi sia unico, dando così un estremo valore al loro mondo interno.

La massima importanza viene data al periodo infantile dato che gli schemi formatasi in quel periodo persistono nella vita adulta: sin dall’infanzia certe specifiche modalità di relazionarsi con gli altri vengono interiorizzate e sono espresse automaticamente e inconsciamente come parte del carattere dell’individuo. Da qui il concetto di transfert, che si ha quando il paziente vive il medico come una figura significativa del proprio passato e proprio per questo propone nella terapia materiale terapeutico che va compreso.

Il modello psicodinamico moderno propone quattro aree teoriche psiconanalitiche:

1)                 la psicologia dell’Io, derivata dalla teoria psicoanalitica classica di Freud;

2)                 la teoria delle relazioni oggettuali, derivata dalla teoria di Melanie Klein;

3)                 la psicologia del Sé, fondata da Heinz Kohut;

4)                 le prospettive post-moderne formate da un insieme di teorie tra cui il costruttivismo, l’intersoggettivismo, le teorie interpersonali e il modello conflittuale-relazionale.

La psicologia dell’Io

La psicologia dell’Io vede il mondo intrapsichico come un mondo in conflitto tra le istanze. Il Super-Io, l’Io e l’Es combattono fra loro provocando angoscia. Quest’ultima avverte l’Io della necessità di un meccanismo difensivo che a sua volta porta alla formazione di un compromesso tra Es e Io. Tutte le difese hanno in comune la funzione di proteggere l’Io contro le richieste istintuali dell’Es e sono la rimozione (si eliminano dalla consapevolezza desideri, fantasie o sentimenti inaccettabili), lo spostamento (i sentimenti relativi a una data persona vengono reindirizzati verso un’altra), la formazione reattiva (si allontana un desiderio o un impulso inaccettabile adottando un tratto di carattere diametralmente opposto), l’isolamento dall’affetto (ricordi traumatici verranno richiamati facilmente alla mente, ma privati di qualunque sentimento concomitante), l’annullamento retroattivo (un’azione simbolica viene agita per cancellare un pensiero e un’azione inaccettabile), la somatizzazione (sentimenti dolorosi vengono trasferiti a parti del corpo) e la conversione (un conflitto intrapsichico viene rappresentato simbolicamente in termini fisici).

Nessuno è privo di meccanismi di difesa: la saluta e la malattia psicologica stanno su un continuum.

La teoria delle relazioni oggettuali

La teoria delle relazioni oggettuali sostiene che le pulsioni emergono nel contesto di una relazione e non possono pertanto essere mai separate da esse: le relazioni interpersonali si trasformano in rappresentazioni interiorizzate di intere relazioni, non di un singolo oggetto o di una persona.

Il conflitto inconscio, per questo approccio, non è semplicemente la lotta tra un impulso e una difesa come nel caso della psicologia dell’Io ma è anche lo scontro tra coppie contrapposte di unità interne di relazioni oggettuali.

Sebbene desideriamo mantenere l’illusione della continuità del Sé, in realtà siamo costituiti da Sé multipli e discontinui, costantemente ridefiniti da relazioni reali o immaginarie con gli altri. Si formano in noi dei Sé narrativi che possano dare coerenza emozionale alla nostra vita.

Paradosso della terapia è che nel momento in cui i pazienti apprendono a tollerare tutto ciò, cominciano a sentirsi più costanti e coerenti.

La psicologia del Sé

Questo approccio cerca di dimostrare che tutte le forme di psicopatologia si basano su difetti presenti nella struttura del Sé e che questi sono dovuti a disturbi delle relazioni Sé/oggetto-Sé nell’infanzia.

Mentre la psicologia delle relazioni oggettuali si interessa delle relazioni interne tra le rappresentazioni del Sé e quelle dell’oggetto, la psicologia del Sé sottolinea come le relazioni esterne aiutino l’individuo a mantenere autostima e coesione del Sé. Secondo Kohut il paziente ha un bisogno disperato, per mantenere il proprio senso di benessere, di certe particolari risposte da parte delle altre persone.

Gli altri non vengono considerati come individui separati ma come “oggetti”, come “funzioni” che possono gratificare i bisogni del Sé.

Il bisogno degli oggetti-Sé non viene, secondo Kohut, mai superato ma continua per l’intero corso della vita. All’essere umano sono indispensabili per sopravvivere le risposte convalidanti ed empatiche da parte degli altri, per mantenere un certo grado di stima. La maturazione e la crescita semplicemente ci allontanano dal bisogno di oggetti-Sé arcaici per portarci verso la capacità di utilizzare oggetti-Sé più maturi e adeguati.Obiettivo della terapia è quindi rafforzare la debolezza del Sé in modo che si possa tollerare esperienze non ottimali con oggetti-Sé senza che si verifichi una significativa perdita di coesione.

Prospettive post-moderne

Comune all’insieme di teorie sviluppatasi recentemente in questo ambito è la sfida alla concezione di una verità oggettiva contenuta nel paziente che l’analista osserva in maniera totalmente imparziale. Secondo queste teorie infatti le percezioni che il clinico ha del paziente sono sempre influenzate dalla sua soggettività. Esse riconoscono l’esistenza di una realtà esterna ma sottolineano come ciascun partecipante nella diade analitica sia portatore della propria prospettiva che riguarda quella realtà.

Per quanto riguarda l’ambito evolutivo, la maggior parte di queste teorie, in accordo con la teoria delle relazioni oggettuali, sottolineano il fatto che il bambino interiorizza un’intera relazione d’oggetto e che ogni interazione “faccia a faccia” è costruita insieme o regolata in senso biunivoco.

da:http://www.psicolab.net

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Marco: omosessuale?

12-12-07

di Renzo Zambello

Marco, il nome è chiaramente inventato ma la sua storia è vera,  mi telefonò circa quattro mesi fa in studio per chiedermi un appuntamento.  Dopo essersi presentato mi disse  che aveva bisogno di  vedermi, di un colloquio. Guardai istintivamente l’agenda della settimana successiva e proposi un giorno che  rifiutò. Mi disse che era libero  un  martedì dopo 20 giorni. La cosa mi sembrò un po’ strana ma  non  feci domande e acconsentii  per l’appuntamento proposto.

Dopo 20 giorni, puntualissimo,  si presentò un giovane uomo  vestito sportivamente  con lo zainetto dietro le spalle, alto, biondo, cappelli corti a spazzola , occhiali tondi senza montatura di una  apparente età  di 27, 28 anni.  Salutandomi  mi diede la mano abbassando leggermente la testa e guardando da un’altra parte. Gli chiesi di aspettare alcuni minuti in sala da attesa e quando andai a prenderlo lo trovai in piedi davanti alla finestra che guardava  fisso fuori.

Io: Prego si accomodi….Prego si…..

Marco: Chi io?

Feci fatica a trattenere un sorriso, non c’era nessun altro.

Gli feci strada in studio e lo invitai a sedersi  sulla  sedia  davanti alla scrivania.

Si sedette dopo aver appoggiato lo zaino vicino alla sedia senza togliersi niente di dosso  e abbasso la testa.

Io:  Se si vuole togliere  il giaccone. Qui, mi sembra, faccia caldo….si sta bene.

Marco mi guardò…  sospirò e poi si tolse il giubbotto  appoggiandolo sulla poltrona,  nel punto più vicino a me.

Marco: Le da fastidio?

Io: No, no…lasci pure.

Mi guardò  dritto negli occhi e accennò ad un sorriso e stette a lungo in silenzio.

Io: Mi  racconti qualcosa….quello che vuole.

Marco mi guardava, gli occhi gli  si erano riempiti di lacrime, si stringeva  in se stesso come cercasse la forza per poter aprire le labbra. Si contorse quasi in uno spasmo di dolore, poi allungò lentamente  il braccio con la mano aperta verso di me e arrivato in fondo all’estensione chiuse nervosamente la mano a pugno chiuso  che riportò con uno scatto  alla fronte,  quasi ad appoggiarsi.

Guardavo in silenzio e provavo un profondo senso di compassione. Mi chiedevo quali pensieri gli bruciassero  tanto dentro. Mi mostrava  il suo dolore ma non potevo far altro che aspettare che  avesse il coraggio di darle un nome.

Marco: Io, balbettò…sono un omosessuale.

Silenzio

Marco: Le ho detto che sono un omosessuale, sono gay.

Io: Ho sentito, ma non capisco.

Marco: Cosa non capisco? Io vivo dei rapporti omosessuali, vado con gli uomini. Ho avuto una donna per due anni, mi piaceva ma non provavo niente,  sessualmente…. Poi ho conosciuto un ragazzo, poi altri….. ogni tanto andavo anche con le donne …ma da un anno e mezzo sto con  Patrizio.

Io: Marco mi deve scusare, ma cosa c’è di male ad avere dei rapporti omosessuali? Da anni anche noi Psicoanalisti che non siamo proprio degli innovatori, non consideriamo più l’ omosessualità come una  perversione sessuale. Il problema  che ci poniamo non è tanto che uno sia omosessuale o eterosessuale  ma che viva bene la sua sessualità. E’ evidente che lei non vive bene la sua e allora,  dovremmo chiederci perché.

Marco: Perché? Io vivo in un paesino. Lei si immagina cosa succederebbe se sapessero che vado con gli uomini, che sono gay che non sto con Patrizia ma con Patrizio. Patrizio è il mio amico, compagno…. Compagno!? Immagina mia madre?

Io: No, non lo immagino, non la conosco, come non conosco il suo paesino. Lei vive con sua madre?

Marco: Si.

Io:  Ma lei andrebbe a vivere in città con Patrizio?

Lungo silenzio….

Marco: No, No, non so….forse no… ma io voglio bene a Patrizio.

Io: Ma non vivrebbe con lui?

Marco: No, penso di no:

Io: Cosa centra  il paesino, i genitori…e forse anche l’omosessualità, il fatto di essere, come dice lei, gay? Cosa centra il fatto di essere omosessuale con la sua difficoltà a  vivere una esperienza d’amore? Prima ha lasciato la ragazza…ora ha  difficoltà a stare con Patrizio…..

L’incontro continuò  ancora una trentina di minuti,  Marco insisteva nel suo atteggiamento di “ragazzo sfortunato”  e io tentavo di mostrargli  che forse le sue difficoltà erano oltre.  Chiaramente  non capivo molto perché  si sottraesse  alla possibilità di amare ed essere amato. Non capivo come questa  difficoltà si fosse mescolata con l’omosessualità e come lui utilizzasse quest’ultima  come uno scudo difensivo.  Mi sembrava così. Quasi alla fine della seduta gli chiesi?

Io: Marco, alla fine di questo nostro incontro, lei cosa mi chiede? Come posso aiutarla?

Marco: Vorrei vivere un po’ più in pace con me stesso.

Io: Si questa è una aspirazione generale condivisibile ma,  un po’ più nello specifico, come pensa che io  possa aiutarla? Cosa mi chiede?

Marco: Non lo so.

Io: Senta Marco, ci pensi. Io non credo che il problema sia la sua omosessualità ma, forse, la sua capacità ad amare a farsi amare: Mi ha detto che Patrizio le vuole bene… e anche lei gliene vuole, ma… Li forse, la posso aiutare, a chiarire dentro di lei quel “ma”.   

Ci siamo salutati.  Marco non mi ha chiamato, sono certo provasse una certa delusione. Non l’avevo coccolato come un povero “bambino sfortunato”, anzi,  avevo tentato di trasmettergli che il suo star male dipendeva da lui che forse non voleva crescere. Sono  certo che  se un giorno tornerà,  sarà  un uomo che  mi chiederà di camminare a suo fianco, non di prenderlo in braccio.

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LA PSICOANALISI JUNGHIANA

09-12-07

LA PSICANALISI

Continua

Alcune tappe storiche della Psicologia in Italia

08-12-07

Di Renzo Zambello

Il riconoscimento della Psicologia come Scienza è stato alquanto lungo e incerto.

Nel 1906 il Ministero della Pubblica Istruzione istituisce per la prima volta presso le Facoltà di Medicina di Roma , Napoli e Torino le prime cattedre di Psicologia.

Fu comunque chiaro fin dall’inizio che questo nuovo sapere era considerato come una scienza di secondo rango, tanto che nel 1943 esistevano nelle Università italiane solo due cattedre di Psicologia, una a Roma nella Facoltà di Medicina e l’altra a Milano nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica diretta da Padre Agostino Gemelli.

   Cesare Musatti (1897-1989)

Nel  1971 furono istituiti due corsi di laurea in Psicologia nelle facoltà di Magistero di Roma e Padova. Anche è quest’ultima scelta è significativa di una certo preconcetto culturale nei confronti della Psicologia. Il Magistero, quattro anni anziché cinque, era la facoltà a cui accedevano prevalentemente gli studenti o meglio le studentesse che avevano fatto le magistrali.

Si dovrà aspettare il 1981 perché venga istituito un corso di laurea quinquennale in psicologia.

Ma se lo Stato inizialmente aveva dimostrato di credere poco alla Psicologia inserendo quella nuova disciplina in una facoltà meno impegnativa, ben presto dovrà affrontare una nuova realtà sociale. Dopo quattro anni dalla istituzione della Facoltà si laurearono i primi psicologi e nonostante questa timidezza di fondo delle Istituzione che continuava a tradire la poca fiducia e valutazione della Psicologia, alcuni Enti Locali iniziarono a mettere a bando dei concorsi per Psicologi.

Questo poneva un problema non indifferente da un punto di vista giuridico. Veniva riconosciuto un ruolo, una professione a soggetti ai quali lo Stato non aveva dato il suo imprimatur, la sua idoneità. Mancava l’esame di stato. Si dovrà aspettare la legge 56 del 18 febbraio 1989 perché venga istituito l’Ordine degli Psicologi ma solo il 13 gennaio 1992, a 21 anni dalla nascita del primo corso di laurea, viene emanato il decreto 328 che regolamenterà l’esame di stato per gli psicologi che si dovevano ancora laureare, e gli altri? Sanati. Ritenuti comunque abili.
Tornando al 1971, ci si può chiedere coloro che esercitavano la psicologia, o ancor meglio la Psicoanalisi che studi avevano fatto?

Ad esempio, se prendessimo tre dei fondatori da tutti conosciuti: Padre Gemelli, Servadio e Musatti chi erano questi? Che percorso accademico avevano alle spalle? Il primo, Padre Gemelli era medico si definiva Psicologo ma non Psicoanalista, Servadio si era laureato in legge a 22 anni con una tesi in medicina legale sull’ipnosi e Musatti invece era laureato in Filosofia ed è conosciuto per aver portato la Psicoanalisi in Italia.Tutti chiaramente non erano laureati in psicologia. La maggior parte di loro, pur provenendo da discipline diverse, si erano avvicinati ad un maestro “psicologo” e ne avevano imparato l’arte. Un po’come si faceva una volta con i mestieri. I ragazzetti di buona volontà andavano ad imparare da un bravo artigiano, ma questo valeva anche per professioni nobilissime come ad esempio il giornalismo.

Chiaramente non avendo fino al 1971, lo Stato riconosciuto il titolo accademico di psicologo tutti coloro che volevano o si sentivano psicologi lo potevano fare senza trasgredire la legge.

C’era così tutta un sottobosco di psicologi, psicoanalisti che avevano alle spalle ogni qual si voglia preparazione. C’erano gli studiosi della materia prevalentemente sperimentatori, altri coscienziosi che avevano seguito qualche corso di psicologia alla facoltà di Pedagogia o Medicina, quelli che erano andati per motivi personali da qualcuno che si era definito psicologo, altri avevano letto qualche libro di Freud e si erano auto illuminati. Non mancavano e non mancano ancora oggi , quelli che non avevano fatto niente e ne avevano colto la possibilità di un business.
Gli psicoanalisti dal canto loro si difendevano. Si dice che Freud nell’intento di difendere la sua Società di Psicoanalisi, aveva distribuito agli allievi un anello. Era un simbolo di appartenenza ma dava anche la possibilità di riconoscersi e di differenziarsi dagli altri.

Le varie società psicoanalitiche preparavano seriamente e duramente i loro allievi che venivano scelti dopo severe e dure prove e poi seguiti e formati per quasi un decennio.

Ma se tra di loro si riconoscevano, chi non era dell’ambiente come poteva riconoscere un vero psicoanalista da uno che si era autodefinito tale? Tuttora esiste un po’ questo problema e non solo, ad esempio, come fa uno a sapere che differenze ci sono c’è tra una società e l’altra?

Lo Stato ancora oggi non riconosce la professione dello Psicoanalista, quindi qualsiasi persona si può autodefinire Psicoanalista e nessuno gli può contestare qualcosa.

Nel 2001 uno psicoanalista non laureato né iscritto ad alcun Ordine, imputato di esercizio abusivo della professione, venne assolto. Ma tralasciando per il momento quelli che mentono totalmente sulla loro preparazione e quindi diventa un problema strettamente giudiziario, a mio parere la maggior confusione la creano quei colleghi che pur essendo psicoterapeuti non hanno mai fatto una vera formazione psicoanalitica. E’ questo il caso secondo me più confusivo per il paziente. Se uno va da un ciarlatano, in fondo sa di andarci, é un po’ collusivo, ma se va da un collega, uno che ha targa e timbro e questo gli dice che sta facendo una psicoanalisi, quando invece sono al massimo dei colloqui di sostegno, credo che a quel paziente gli venga tolto qualcosa. Non sto parlando di risultati, dello star bene o meglio del paziente che può avvenire anche da un mago.
Negli anni 1980 si delineano due figure fondamentalmente diverse nel mondo della Psicologia, da una parte lo Psicologo formato all’Università con un percorso squisitamente accademico, testi da studiare, esami, tesi e poi il titolo accademico, dall’altra lo Psicoanalista che poteva essere un Medico, uno Psicologo ma anche un Ingegnere un Matematico un Fisico o un Filosofo come Musatti che si era formato facendosi dopo anni di analisi personale e di lavoro di supervisione. Era chiaro a tutti che fra le due figure professionali c’era un profondo divario culturale e clinico. A rendere la situazione ancor più complicata c’era che non tutti nel mondo della psicologia riconoscevano una paternità psicoanalitica, anzi alcuni si opponevano culturalmente ad essa.

Fioriscono decine e decine di scuole con indirizzi teorici e clinici diversi.

Negli anni 1990 lo Stato decide di mettere ordine e affrontare la babele che si era creata nel mondo della psicologia.

Inizia coniando un termine, o meglio riconoscendo solo la professione dello Psicoterapeuta cioè la Psicoterapia. Fino a quel momento qualsiasi operatore, formato o meno che decideva di fare lo Psicoterapeuta poteva teoricamente farlo. La maggior parte erano colleghi che non avevano mai fatto né il corso di laurea in Psicologia né quello in Medicina. Alla fine degli anni 80 con la legge n° 56 del 18 febbraio 1989,   lo Stato decide che da quel momento in avanti per esercitare la Psicoterapia bisognava essere o Medici o Psicologi. Quindi solo questi due percorsi accademici avrebbero potuto aprire la strada alla Psicoterapia. Ma la legge stabilisce che non era sufficiente il titolo di Medico o Psicologo per esercitare automaticamente la Psicoterapia, ma bisognava aver frequentato una scuola riconosciuta dallo Stato per la durata minima di quattro anni.
Si ponevano subito due problemi: cosa fare dei tanti che avevano fin da quel momento esercitato la psicoterapia? E poi, chi avrebbe gestito la scuola di specializzazione in Psicoterapia?

Cosa fare dei tanti operatori che esercitavano la psicoterapia, si fece una scelta all’italiana, si bandì una sanatoria . Tutti coloro che avevano aperto una partita IVA o che erano dipendenti da un Ente Pubblico e dimostravano di operare come Psicoterapeuti potevano far domanda se erano medici, all’ordine dei medici altrimenti ai giovani ordini degli psicologi e chiedere di essere ammessi per all’elenco degli psicoterapeuti . C’era poi il problema di chi poteva o non poteva gestire queste scuole di formazione. Alcune rimasero legate all’Università, altre, la maggior parte sono a gestione privata.

Società, gruppi di terapeuti promuovevano una scuola per futuri psicoterapeuti, avevano però bisogno del riconoscimento. Lo Stato istituti un organo, il Murst oggi Miur che avrebbe riconosciuto e ne sarebbe stato il garante.

Le società di psicoanalisi inizialmente resistettero, fecero le “nobili”, non si volevano omologare alle altre scuole . La parola d’ordine era: “noi siamo Psicoanalisti, che centriamo con loro”. Ben presto però anche loro saranno costretti a fare i conti con la realtà. Per esercitare la professione bisogna acquisire il titolo di Psicoterapeuta. Decidono cosi di adeguarsi facendosi riconoscere come scuole di Psicoterapia e quindi idonee a rilasciare il titolo. Il risultato è che nelle società psicoanalitiche il titolo di psicoterapeuta lo acquisissi mediamente una decina di anni dopo che ti sei accostato per la prima volta alla società e una volta avuto il titolo di psicoterapeuta hai ancora quattro cinque anni prima di finire la formazione  come Psicoanalista.

Per la verità all’interno delle società psicoanalitiche la questione del titolo di psicoterapeuta è stata digerita un po’ male. Si sono create fortissime tensioni che in alcuni casi ha portato anche a rotture, abbandoni. Basti pensare che all’ A.I.P.A (Associazione Italiana di Psicoanalisi Analitica) una delle due grandi società junghiane in Italia, il Dott Rusconi lasciava nel 2004 la Società che lui stesso aveva fondato  all’inizio degli anni 60 con una lettera indirizzata allora presidente Carta,  dove diceva chiaramente che lui ormai non si riconosceva neppure parzialmente nella Società che aveva fondato. Il tema del contendere era la scuola di Psicoterapia. Seguirono numerosissime defezioni, molti didatti se ne andarono, risultato da più di tre anni la sezione dell’ A.I.P.A. a Milano ha solo tre didatti. Praticamente non esiste più.

Qualcuno continua a fare il nobile, ad esempio a Torino c’è l’A.R.P.A. il fondatore è il Dott. Augusto Romano. Loro non hanno la scuola di psicoterapia, col risultato che se uno vuole far parte della loro Società, ho ha già il titolo o va a cercare una scuola che glielo fornisca e poi fa domanda di entrare in società. Seguirà un percorso che durerà mediamente otto, dieci anni ancora prima di diventare Psicoanalista.
Ma, nonostante le pastoie burocratiche italiane la psicoterapia continuava a livello mondiale ma anche italiano a ricercare e crescere.

Da questo momento col termine psicoterapia ci riferiremo a un rapporto interpersonale e a tutti gli eventi ad esso correlato, inserito in uno schema teorico valido, col quale si tende intenzionalmente migliorare o risolvere problemi di natura psicologica. Inseriremo quindi nel termine Psicoterapia anche la Psicoanalisi.

Prima di inoltrarci nelle differenze teoriche delle maggiori scuole di pensiero delineerò brevemente quali sono state le tappe fondamentali della Psicoterapia.

Chiariamo fin da ora  che   i colloqui con uno Psicologo, non ancora Psicoterapeuta, non sono da considerarsi una Psicoterapia. Ritorneremo su questo più avanti.

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