La spinosa questione dell’esercizio abusivo della professione psicologica gestita dall’Ordine
di Mauro Grimoldi
In Emilia Romagna hanno addirittura una commissione apposita. In Lombardia il Presidente Molinari, messo alle strette, dichiara pubblicamente che se ne è sempre occupato “l’Ufficio di Presidenza”, quindi lui stesso. Ma sarà vero? Perché è così difficile difendere la professione di psicologo?
C’era una volta un mago. Così potrebbe tranquillamente cominciare una bella favola. Ma questa non lo è. Ebbene, fino al 1989 qualunque mago d’Italia pubblicasse una pubblicità, tra la parola “cartomante” e la promessa della “lettura della mano” non si faceva scrupolo di inserire anche la prerogativa di “psicologo”. Fino alla pubblicazione della legge 56/89 quella di psicologo non era infatti una professione, ma un modo di essere, una caratteristica, un aggettivo da attribuire alle persone più sensibili. Tu dicevi: sono psicologo. E qualcuno ti rispondeva sempre: certo, sono anche io un po’ psicologo. Funzionava così, non si poteva rimanerci male. Oggi le cose sono diverse, la professione di psicologo è sancita per legge. E, insieme alla definizione legale da “buon senso della portinaia” che dice che uno psicologo in linea di massima dovrebbe essere uno che ha studiato psicologia, attraverso la legge si istituisce anche chi sarà, se non ci si offende per la metafora, il vigile che controlla che tu abbia la patente per essere istituzionalmente riconoscibile come psicologo, ovvero la laurea, il tirocinio, l’esame di Stato.
Si può dire che il core business dell’Ordine sia proprio, anche storicamente, la vigilanza sul diritto a definirsi parte di un gruppo di professionisti riconosciuti dallo stato.
Il nostro mago psicologo è quindi rimasto senza lavoro? Tutt’altro. Sarebbe del resto un finale troppo sbrigativo per questa favola. L’abusivismo diventa più scaltro. Qualcuno ha sostituito la targa fuori dalla porta recante la parola tabù, psicologo, con la più moderna “counsellor”, i più affezionati alla tradizione tra gli abusivi azzardano la qualifica di “psicanalista”, quelli che hanno sbagliato laurea inventano professioni nuove come lo “psicopedagogista clinico” e poi tutti fanno, auspicabilmente peggio, il nostro mestiere.
Non è facile sorvegliare un orticello in cui si entra così facilmente. Questo però non giustifica dimenticarsi che l’Ordine è lì, in fondo, soprattutto per quello. Convegni, questionari e meeting del “club privato” CNOP sono corollari del compito principale.
Per questo in Lombardia, dove sono presenti in Consiglio tre membri di AltraPsicologia, dopo quasi due anni di consigliatura e mai una parola, un caso spinoso, una relazione sul tema dell’abusivismo, al nostro Alessandro Spano, coordinatore della commissione etica e deontologia, è venuto un dubbio legittimo: che fine fanno gli abusivi lombardi?
Occorre qui aprire una parentesi: la pesca dell’abusivo non è un’attività semplice. L’Ordine non può fare nulla direttamente, in teoria, perché l’abusivo, per sua stessa definizione, non è iscritto. Quindi, con questa scusa, un Ponzio Pilato in versione moderna potrebbe benissimo lavarsene le mani. Formalmente si può segnalare il caso alla Procura della Repubblica, che incarica l’organo competente per la verifica degli abusi di esercizio professionale, art. 348 c.p., che sono i Carabinieri del NAS. Già, sono proprio quelli, gli stessi che controllano se il ristorante cinese sotto casa tiene in cucina le pantegane che corrono tra i tuoi ravioli al vapore prima di servirteli.
Ora, parlare per 45 minuti con un tizio è lecito, farsi dare dei quattrini per questo pure se quello è d’accordo e se tu gli fai la fattura. Se qualcuno mi dice: “Ma è una questione di setting!” lo mando a spiegare la cosa ai NAS con preghiera di fargli un corso monografico sulla distinzione tra psicopedagogista clinico e psicologo.
Non è facile, appunto. Non per questo ci si può ritenere giustificati a lasciar perdere. Che può non significare solo archiviare d’ufficio tutte le pratiche. Anche fare l’opposto conduce infatti, paradossalmente, ad identica conclusione, ossia equivale a non fare nulla. Segnalare infatti tutti i casi di cui si viene a conoscenza alla Procura serve a poco, anzi, finisce che qualche Carabiniere si ritroverà a cercare di capire quali casi sono realmente gravi e perseguibili.
La difficoltà del compito non esime l’Ordine dal fare il suo mestiere, in questo caso consistente nel selezionare i casi passibili di effettiva segnalazione, di mettersi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria e del Corpo incaricato delle investigazioni per collaborare e trovare insieme gli strumenti per scovare chi non è psicologo e fa finta di esserlo. Esempio luminoso di buona prassi è l’Ordine dell’Emilia Romagna in cui esiste una commissione apposita che sta ottenendo ottimi risultati proprio collaborando con chi effettua le indagini e costituendosi parte civile nei casi in cui è possibile e sensato…….
da:http://www.altrapsicologia.it
Inserito il 16 dicembre
Commento del Dott. Zambello.
Il problema dell’ esercizio abusivo della professione dello Psicologo è sicuramente importante ma, a mio avviso, da un punto di vista clinico è ancora più importante l’abisivismo psicoterapeutico e quello psicoanalitico. Medici e psicologi che si spacciano per psicoterapeuti e psicoterapeuti che dicono di essere psicoanalisti pur non avendo alcuna formazione psicoanalitica.
Purtroppo, i Nas, in questo caso, possono fare ancora meno.
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