Quella relazione pericolosa tra sessualità e depressione
31-01-08
di Roberta Giommi
La depressione si accompagna spesso, di più nelle donne, a problemi della sessualità. Può succedere che la mancanza di una vita sessuale o di una buona sessualità possa indurre il malessere. Ma la sessualità può anche rappresentare una modalità antidepressiva, che dobbiamo però valutare con attenzione perché, in alcuni casi, può diventare una sessualità usata troppo, per mettere in moto sensazioni ed emozioni utili a colmare un vuoto che si sente dentro. Può accadere proprio come risposta allo stato di malessere e questo sesso, a volte compulsivo, può farci capire che non stiamo bene.
Attenzione ai sentimenti
Il sesso nei casi in cui avvertiamo l’insorgere di sentimenti distruttivi può essere un aggancio vitale che ci fa sentire che il nostro corpo risponde e si esprime. Il desiderio sessuale, a volte si attiva, meravigliandoci, in situazioni difficili, di fronte ad un lutto, che non ci avrebbero fatto pensare alla sessualità. Il compito riparativo che si esprime nell’atto sessuale ci regala il piacere e viene allontanata, momentaneamente, la depressione perché siamo coinvolti in una azione che ha riflessi su aspetti diversi come il corpo, la mente, le sensazioni e le emozioni. L’orgasmo, il piacere, confermano una positività che contrasta le sensazioni negative presenti nei pensieri che guidano la depressione. Quali sono invece le situazioni in cui è il sesso che determina la depressione: sono quei casi in cui viviamo una sessualità forzata che ci trova impreparati all’incontro e alle sensazioni che dovremmo vivere, sono gli atti sessuali in cui elementi diversi determinano il fallimento dell’eccitazione e/o dell’orgasmo. La stessa disparità di sensazioni nella coppia, possono determinare frustrazione e indebolimento dell’autostima e della relazione. Le situazioni di fallimento e incompetenza ripetuti sono spesso alla base di una situazione depressiva che alimenta un malessere generale della persona. Lo stesso accade quando siamo aggrediti da confusione o da conflitti rispetto alla sessualità, quando facciamo sesso per accontentare un altro, per vivere una esperienza a cui non siamo pronti, quando accettiamo modalità che ci feriscono, quando non ascoltiamo i nostri divieti. Lo stato depressivo del partner o della partner può a sua volta determinare un disagio della sessualità perché non si riesce a vivere l’altro come oggetto di desiderio sessuale o si riceve inibizione da tentativi che trovano l’altra persona passiva e evitante. Senza forzare, a volte guidare la sessualità può contenere una risposta positiva al segnale depressivo dell’altra/o, così come il ricorso a farmaci antidepressivi a volte risolve i problemi della sessualità, ricordando che alcuni di essi inibiscono il desiderio.
Può accadere che tra depressione e sessualità si crei un reciproco mascheramento che una depressione copra un sintomo sessuale e che un sintomo sessuale esprima un cattivo tono dell’umore sottostante.
La ricerca dell’eccitazione
La relazione tra depressione e sessualità può esprimersi anche in relazione a problemi particolari, per coprire una parafilia, per esprimere una confusione dell’identità, una fobia importante. A volte si possono iniziare relazioni extra coniugali proprio per l’insorgere di una situazione depressiva che cerca una risposta nella rottura delle regole e nella costruzione di stati di cambiamento e di eccitazione. Il sesso può essere la risposta o il problema e in questo senso è la consultazione circolare che permette al medico di medicina generale, allo psicoterapeuta, allo psichiatra, all’esperto in sessuologia, di valutare, all’interno della propria anamnesi, quali elementi accompagnano o sostengono il sintomo depressivo o il sintomo sessuale.
In sessuologia sappiamo che una sessualità negativa, sia in senso ipoattiva che iperattiva può contenere o determinare una situazione depressiva. Sappiamo che la disfunzione sessuale ripetuta colpisce la persona nel suo complesso o disturba in modo importante il clima della coppia, invadendo altre zone del rapporto, così come sappiamo che il ripristinarsi di una buona sessualità spesso porta riparo al conflitto di coppia e alla mancanza di autostima.
Da: www.reppublica.it
Sintomi degli attacchi di panico
29-01-08
Anche se solo uno psicologo o uno psichiatra può diagnosticare un disturbo di panico (o “disturbo da attacchi di panico”, DAP), ci sono alcuni sintomi degli attacchi di panico che possono essere identificati facilmente.
In uno studio recente si è scoperto che negli Stati Uniti in alcuni casi le persone hanno visto dieci o più medici prima che il disturbo fosse loro correttamente diagnosticato, e che solo una persona su quattro che ha il disturbo riceve il trattamento di cui necessita. Ecco perché è molto importante sapere quali sono i sintomi ed essere sicuri di ricevere l’aiuto giusto.
Molte persone sperimentano attacchi di panico occasionali e se si sono avuti uno o due di questi attacchi, probabilmente non vi è alcun bisogno di preoccuparsene. Il sintomo chiave del disturbo di attacco di panico è la paura persistente di avere attacchi di panico nel futuro. Se si soffre di attacchi di panico ripetuti (quattro o più) e soprattutto se si è avuto un attacco di panico e si vive nella paura continua di averne un altro, questo è il segnale che si dovrebbe considerare l’aiuto di uno psicologo professionista che sappia trattare disturbi di attacchi di panico e di ansia.
I sintomi degli attacchi di panico, ovvero: come riconoscere un attacco
Un attacco di panico esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente. È molto più intensa della sensazione di spavento dovuto a qualcosa di specifico che la maggior parte delle persone può avere sperimentato. I sintomi dell’attacco di panico includono:
aumento della frequenza cardiaca
difficoltà di respirazione, sensazione di non riuscire ad inalare aria a sufficienza
terrore quasi paralizzante
vertigini, stordimento o nausea
tremori più o meno forti e sudorazione
soffocamento, dolori al torace
vampate di calore o senso di freddo improvviso
torpore o formicolio alle dita
paura di impazzire o di stare per morire
Sintomi degli attacchi di panico: cosa significano
Questi sintomi somigliano alla classica risposta “attacca o fuggi” che gli esseri umani sperimentano quando sono in una situazione di pericolo. Durante un attacco di panico, invece, questi sintomi sembrano spuntare fuori dal nulla. Possono capitare in situazioni apparentemente inoffensive, addirittura mentre si dorme.
La causa sostanzialmente può essere imputata a due fattori: mentale e fisico. Si rimanda alla pagina sulla causa degli attacchi di panico per ulteriori approfondimenti.
Ulteriori note sui sintomi degli attacchi di panico
Oltre ai sintomi degli attacchi di panico sopra esposti, un attacco di panico è contrassegnato dalle seguenti condizioni:
Capita improvvisamente, senza preavviso e senza modo di fermarlo
Il livello di paura non è affatto proporzionale alla situazione corrente. In realtà, spesso non è affatto correlato.
Dura da pochi minuti a mezz’ora circa; il corpo non riesce a sostenere la risposta “attacca o fuggi” più a lungo di così. Attacchi di panico ripetuti possono tuttavia ricorrere di continuo per ore.
Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, soprattutto perché si sente di perdere completamente il controllo. Il disturbo è così grave non solo per via degli attacchi di panico in sé, ma anche perché spesso porta ad altre complicazioni quali fobie, depressione, abuso di sostanze, complicazioni mediche e perfino suicidio. Gli effetti possono variare dal deterioramento delle relazioni sociali all’incapacità completa di affrontare il mondo esterno.
Evitamento situazionale
Di fatto le fobie che sviluppano le persone con disturbo da attacchi di panico non vengono dalla paura di oggetti o eventi reali, ma piuttosto dalla paura di avere un altro attacco. In alcuni casi, le persone eviteranno certi oggetti o situazioni (evitamento situazionale) per via della loro paura che queste possano far scaturire un altro attacco e subire ancora i sintomi degli attacchi di panico.
Da: http://www.disturbodipanico.com
Psicoterapia: gli psicologi rivendicano la possibilità di diagnosi
25-01-08
Psicologi in allarme per il destino della proposta di legge (Pdl) sulle ‘Disposizioni per l’accesso alla Psicoterapia‘, attualmente all’esame della XII Commissione Affari sociali della Camera. A separare medici e psicologi, in perfetto accordo, invece, sulla necessità di offrire ai cittadini opportunità di terapie psicologiche anche in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale, è la competenza sulla diagnosi per l’accesso alle cure. Il Pdl prevede, infatti, la necessità di una diagnosi medica (psichiatrica o neuropsichiatrica) come “lasciapassare” alle cure. Un’indicazione respinta dagli psicologi che rifiutano di essere estromessi in questa fase.
Netta la contrapposizione emersa ieri sera a Roma, durante il confronto “La legge sulla psicoterapia: professionisti e utenti”, al quale hanno partecipato, tra gli altri, lo psichiatra Luigi Cancrini, componente della Commissione Affari sociali della Camera e relatore della proposta di legge, Giuseppe Luigi Palma, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, Marialori Zaccaria, Presidente Ordine Psicologi del Lazio, Mario Sellini, Segretario Generale dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani (AUPI) e Amedeo Bianco, Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo).Il dibattito ha messo in evidenza posizioni inconciliabili: Palma chiede che nel disegno di legge non si faccia riferimento alla necessità di una diagnosi, convinto che non ci sia bisogno di ”un’etichetta dello psichiatra, superflua per lo psicoterapeuta che, poi, deve intervenire concretamente con la terapia“. Il presidente degli psicologi, inoltre, rivendica la competenza degli psicologi-psicoterapeuti nella diagnosi clinica che fa parte del loro curriculum formativo. “Come Presidente del Consiglio Nazionale – sostiene Palma – devo amaramente prendere atto che dopo la fattiva collaborazione, durata sette anni, per la costruzione di questa proposta di legge, nata con l’obiettivo di garantire ai cittadini il pieno diritto alla Psicoterapia, l’emendamento così presentato danneggia la professione di psicologo e le sue basi scientifico-culturali”.Diversa la posizione di Amedeo Bianco che sottolinea come la diagnosi sia solo la “porta d’accesso” alla psicoterapia. Quando si tratta di salute, sottolinea, c’è la necessità che, a monte, qualcuno si “prenda la responsabilità dell’avvio del percorso di cura“. Bianco, inoltre, ha espresso perplessità e preoccupazioni sulla domanda e l’offerta della psicoterapia, oltre che per la necessità di controllo della qualità.Dal canto suo, Cancrini ha ribadito la necessità di dare risposte alla grande domanda di psicoterapia che arriva dalla società e che va garantita anche a chi non ha mezzi sufficienti per ricorrere al privato. Cancrini ha anche ricordato che il Ministero della Salute è al lavoro sulla valutazione delle 300 scuole di psicoterapia e sulla programmazione del numero di professionisti da formare, così come già avviene per altre figure professionali.
Ad esprimere preoccupazione per un modello di Psicoterapia come disciplina “spezzata” in cui si distingue tra diagnosi psicologica e psicotecnica, è anche Mario Sellini. “Escludere gli psicologi è un errore storico, politico, culturale oltre che scientifico. Il vero punto di scontro, però, – denuncia il Segretario dell’Aupi – è quello relativo alla possibilità di inserire nel testo della legge la necessità di un finanziamento ad hoc, finalizzato alla psicoterapia, come è avvenuto per le ‘cure odontoiatriche’ sovvenzionate nell’ultima legge finanziaria. Senza uno specifico finanziamento ai cittadini non potranno mai essere garantite le cure psicoterapeutiche. Appare, comunque, necessario dare spazio alle diverse argomentazioni evitando, esattamente come è avvenuto nell’incontro di ieri, proteste inutili rivolte al Presidente e ai Componenti della Commissione Sanità della Camera”.
Per Marialori Zaccaria, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, quella sulla psicoterapia convenzionata, “è una legge equa, che ho sempre sostenuto fin dal 2001, perché favorisce quell’utenza meno fortunata che non ha rimborsi per le psicoterapie o che non può permettersi un’assicurazione privata”. L’augurio è, però, che si torni a quanto si era concordato inizialmente nel testo in esame alla Camera, secondo il quale il dirigente sanitario del Ssn (medico o psicologo) provvede all’accesso alla psicoterapia.
Da:http://www.paginemediche.it/
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ALLONTANARE DALLA PROPRIA VITA “LE COSE INGOMBRANTI E DISGUSTOSE”
17-01-08
Dottor Luciano Faustini
Continuiamo a parlare di ” Messaggi dell’organo malato “. Nell’articolo precedente ho parlato di come un organo, attraverso la sua malattia, può inviarci dei messaggi per risolvere conflitti interni alla persona.
Ma come si fa tecnicamente?
Il dialogo con l’organo malato si ottiene facendo immaginare, alla persona, quell’organo che fa male, come se fosse seduto davanti alla persona stessa e chiedendo al paziente di scambiarsi di posto, gli si fa assumere l’identità dell’organo malato.
Una volta che il paziente cambia posto, diventa quindi l’organo, inizia a parlare come se tutto se stesso fosse l’organo.
Inizia così il dialogo dove il terapeuta fa da mediatore, a volte decrivendo al paziente le caratteristiche dell’organo in oggetto.
Quindi, il terapeuta aggiunge o toglie le cose che il paziente non ha detto, o ha detto in modo errato intorno alle caratteristiche anatomiche e aggettivi analogici dell’organo.
Il paziente ricomincia a descriversi e a descrivere le caratteristiche dell’organo secondo le nuove informazioni dettate dal terapeuta.
E’ a questo punto che il terapeuta deve osservare che alcune caratteristiche dell’organo non vengono dette, non sono state di nuovo menzionate e quindi non prese in considerazione, non ascoltate, rifiutate dal paziente anche se dettate dal terapeuta.
Se così è, il terapeuta insiste a dare informazioni non ascoltate o rifiutate fino alla consapevolezza della persona circa il fatto…:”Ti stai accorgendo che stai rifiutando questa caratteristica?”
Non si ascolta ciò che non vogliamo accettare……
Quando la persona coglie il messaggio (la caratteristica dell’organo mai ascoltata, rifiutata…) si lavora sul cambiamento…
Es: una paziente venne da me, circa sei mesi fa, perchè soffriva di un dolore allo stomaco.
Aveva fatto tutte le indagini di routine e i medici non avevano diagnosticato nulla.
e feci assumere l’identità del suo stomaco e tra tutte le caratteristiche, ella rifiutava di ascoltare che il suo stomaco poteva selezionare, attraverso l’induzione al vomito, le cose che non gradiva.
Fu questo il messaggio inascoltato dalla paziente…
Nella sua vita non selezionava abbastanza “le cose ingrombranti e disgustose”, tanto che il suo stomaco si ammalò per comunicarglielo.
Lavorammo alcuni mesi intorno a questo, così che la paziente non solo guarì dal forte bruciore allo stomaco, ma risolse il problema di fondo che ebbe con se stessa circa il suo disagio nell’allontanare da sè e dalla propria vita tutte le “cose ingombranti e disgustose”…….
Da: http://www.spoletonline.com
Commento del Dott. Zambello
Credo di fare una cosa utile a quanti si domandano che differenze ci sono tra una terapia e l’altra, presentare il lavoro del Dott. Faustini che ha una formazione diversa dalla mia.
Il Dott. Luciano Faustini è infatti specializzato in medicina psicosomatica, in psicoterapia cognitivo comportamentale e Psicoterapia della Gestalt.
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Aumentano gli attacchi di panico: più di due milioni gli italiani colpiti
12-01-08

di MARCO VENTURA
ROMA
Peggio della paura c’è solo la paura della paura, la «fobofobia». L’attacco di panico e la paura di averlo. Una malattia sempre più diffusa, forse perché la si riconosce meglio e prima che in passato, forse perché è la malattia-emblema di questo mondo pazzesco preda dei Tg, del terrorismo e delle catastrofi climatiche.Una malattia che asseconda le stagioni. È Capodanno, si viaggia. Ma c’è chi non riesce a salire sull’aereo, prendere il treno, infilarsi in un tunnel, fare lo struscio per strada. A un tratto, da una profondità insondabile, lo assalgono palpitazioni, sudorazione, tremore, senso di soffocamento, estraneità, distacco dalla realtà. La certezza di morire. «Una bugia del cervello», dice Rosario Sorrentino, 49 anni, fondatore e direttore dell’Ircap (Istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico della clinica Pio XI di Roma), da vent’anni impegnato a fare come il marinaio Marlow con i tanti Lord Jim che bussano al suo studio. Il vecchio lupo di mare restituisce al protagonista del capolavoro di Joseph Conrad, forse il più bel romanzo sulla paura, la fiducia persa gettandosi dalla nave sulla quale era comandante in seconda, abbandonando al loro destino equipaggio e passeggeri, per poi scoprire che la nave galleggia benissimo e non c’è pericolo. Sorrentino prescrive farmaci, a volte una psicoterapia breve. È un neurologo, non uno psicologo o psicanalista. La psicanalisi a suo dire rischia di essere la beffa nella beffa, impedisce di aggredire il male, erodendo così quel residuo di autostima che consentirebbe al paziente di reagire.Ma cos’è un attacco di panico? «Un’esperienza sconvolgente, un incontro ravvicinato con un profondo senso di morte. Da allora la vita cambia radicalmente. La persona scopre di essere vulnerabile, fragile, la sua esistenza appare precaria. La prima volta si può finire al pronto soccorso e il medico o non capisce o dice che non è niente, è “solo” un attacco di panico. Ma da allora la fobia della paura costringe a vivere nell’angoscia della via di fuga, avere sempre la exit strategy».Come quella paziente da dieci anni in analisi che arrivò in clinica in pieno inverno con la pretesa d’essere visitata all’aperto, sulla piazzola. «Finì che il marito dovette presidiare l’ingresso mentre lei ispezionava l’interno per garantirsi l’esistenza di un’altra uscita, solo allora entrò e poi se ne andò in tutta fretta per la paura di restare in trappola e morire di paura». O come l’eremita metropolitano che per dieci anni visse in un’automobile davanti al Policlinico. O come i cantanti e attori che hanno rivelato d’aver patito di attacchi di panico e pubblicamente ringraziato Marlow-Sorrentino: Alessandro Gassman e Franco Califano. Già, perché la paura della paura colpisce spesso personaggi dello spettacolo sottoposti allo stress da esibizione, da performance.«Quello di Califano è un caso esemplare – spiega Sorrentino – perché all’inizio rifiutava tenacemente l’idea di soffrire di attacchi di panico, che però lo colpivano durante i concerti, un conflitto che poteva compromettere il rendimento artistico. È importante che sia diventato un testimonial spontaneo della necessità di intraprendere la strada dei farmaci, che non solo in poche settimane migliorano nettamente la qualità della vita riducendo frequenza, intensità e durata degli attacchi, non solo scongiurano la cronicizzazione, ma stimolano la plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di trovare da sé soluzioni per riparare o recuperare l’equilibrio perso».Nel momento di crisi succede che «nel cervello viene allertata una sentinella, un radar, un sensore della paura, l’amigdala, un corpuscolo a forma di mandorla presente nel lobo temporale di ciascun emisfero». Un interruttore del panico, che legge segnali di pericolo laddove il pericolo non c’è. Di questi attacchi «non si muore mai», ma si fatica a vivere.Critiche le vacanze. «La paura dell’aereo è la punta dell’iceberg, non offre vie di fuga. Un paziente una volta mi ha detto molto seriamente che avrebbe preso il volo solo se gli avessero dato un paracadute e permesso di lanciarsi. L’attacco può contagiare anche gli altri abitanti della piccola comunità casuale che si forma in aria». Altri luoghi a rischio: ristoranti, banche, supermercati, metropolitana, in generale la città con le sue tante barriere architettoniche, e cinema, teatri, ascensori…Più colpite le donne tra i 16 e i 45 anni sotto stress, le persone che cambiano attività, subiscono un trauma, hanno problemi in famiglia o sul lavoro. Può essere il mobbing la causa scatenante. O la cannabis troppo forte. È difficile per chi sta accanto, per il senso d’impotenza davanti a manifestazioni plateali di paura immotivata. Bisogna dar sicurezza, assumere un atteggiamento protettivo. «Dopo, quando la crisi sarà superata, il rapporto di coppia sarà ancora più forte». Non solo il panico è democratico, colpisce tutti. È anche un buon volano per l’amore.LE SENSAZIONI
«Sembra di essere staccati dal corpo»
Che cosa è
Il Dap, o attacco di panico, è caratterizzato dall’improvviso verificarsi di un senso di paura immotivata durante le normali attività quotidiane.
L’intensità
La maggior parte degli attacchi di panico raggiunge la massima intensità entro dieci minuti.
I sintomi
Alcuni presentano il fenomeno della depersonalizzazione ossia hanno la sensazione di trovarsi all’esterno del proprio corpo e di guardarsi dall’alto. Altri hanno invece la sensazione che il proprio corpo sia irreale, in questo caso si parla di derealizzazione.
L’ereditarietà
Esiste una predisposizione genetica e quindi familiarità per questo disturbo.
Da: http://www.lastampa.it
Commento del Dott. Zambello.
Personalmente non considero gli attacchi di panico come una malattia ma un sintomo di un disagio più profondo.
Curare il sintomo e soprattutto fermarsi a questo, è in medicina una sciocchezza. Certo, è importante prendere una Tachipirina se si ha 39 di febbre, o gli antiacidi se si ha mal di stomaco etc. ma pensare che l’intervento medico si deve esaurire in questo mi sembra fuori da ogni buon senso clinico.
Il medico si deve sempre chiedere il perchè, quale è l’eziologia di quel disagio, del sintomo. Questo non significa trovare “sempre” il perchè e la possibilità di guarire, solo un pensiero onnipotente può spingere verso queste fantasie.
La psicoanalisi aiuta il paziente a capire il perchè, perchè lui “usa” quei sintomi come difesa. Utilizzare i propri casi clinici, soprattutto se persone famose, come esempio della bontà della propria terapia, è statisticamente e clinicamente insignificante e anche un po’ eticamente scorretto. Tutti, anche i maghi vantano guarigioni.
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Omosessualità? Oggi si può guarire!
05-01-08
Quest’anno Babbo Natale ci ha fatto un bel regalo: giusto qualche giorno prima della grande festa, travestendosi da giornalista ha svelato qualcosa che molti già sapevano, tanti immaginavano e ben pochi potevano affermare di non conoscere affatto.Un numero sempre più alto di psicologi continua a proclamare che l’omosessualità è una malattia, si può curare e addirittura se ne può uscire!Basta trovare il terapeuta giusto, il canale giusto che in soli 6 mesi (o forse anche meno) può restituirti l’eterosessualità d.o.c. perduta. Il 23 Dicembre il giornalista di Liberazione Davide Varì pubblica un articolo sconcertante, dal titolo: “Gli ho detto: sono gay. Mi hanno risposto: la sua è una malattia leggera, possiamo curarla.”
www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200702articoli/18527girata.asp
Varì per 6 mesi ha finto di essere gay per potersi sottoporre al percorso terapeutico del Prof. Cantelmi, guru e Presidente dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, fondatore dell’Associazione italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana, per “guarire” dalla sua (presunta e inventata) omosessualità. Il percorso parte con un colloquio “selettivo” di un prete, prevede la somministrazione dell’MMPI e del Rorschach e si sofferma sulla quantità e la modalità dei rapporti sessuali consumati. Mai una domanda sull’affettività, come se tra gay non fosse possibile volersi bene. Dopo una serie di colloqui il percorso di guarigione prevede un “corso di gruppo” di orientamento ultra cattolico, sgranare rosari, partecipare a gruppi psicoterapeutici, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà (fondatore dell’Opus Dei), il tutto sullo stesso piano. Attraverso questa miscellanea di pratiche il gruppo promette non senza fatica di arrivare alla sospirata “guarigione”. La cosa è anzitutto strana. E’ infatti dal lontano 1974 che non esiste più la diagnosi di omosessualità, eliminata dal Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM). Oggi, e da più di trent’anni l’intera comunità scientifica internazionale considera l’omosessualità una variabile “normale” dell’orientamento sessuale e non una patologia.Certo, è vero che vi fu un passato lontano in cui (parliamo del primo DSM) era stata inclusa tra i “disturbi sociopatici di personalità”, passando nel 1968 a “deviazione sessuale” a fianco di pedofilia e necrofilia, e arrivando nel 1974 come “omosessualità ego-distonica”. Si noti come il dibattito scientifico e culturale, che riflette oltre al progredire del dibattito scientifico anche la percezione comune e condivisa dei comportamenti normali e patologici, della salute e della malattia, ha via via spostato e circoscritto la questione della scelta di orientamento sessuale.
Se infatti la “sociopatia” è una categoria che prevede di per sé una forma di aggressione all’altro, una modalità malata di stare con il prossimo, la “deviazione sessuale” descrive già uno spostamento culturale della questione omosessualità verso il sé, il proprio desiderio, una questione meno “socialmente pericolosa” e più privata. L’altro, dal DSM II, non sarebbe più in pericolo, ma l’omosessualità ne esce comunque come una malattia. La versione del 1974 ha limitato grandemente la diagnosi di omosessualità a quei soli casi in cui l’orientamento sia egodistonico, ossia in cui il soggetto senta in qualche modo l’orientamento sessuale come estraneo al sé. A quel punto restava da decidere se andasse curata l’egodistonia, aiutando il soggetto ad accettare il suo orientamento sessuale “di minoranza” sopportando le fatiche insite in questa condizione, oppure se ci si dovesse impegnare nell’improbabile impresa di modificare l’orientamento sessuale.Oggi sarebbe forse chiamata con un termine più appropriato omofobia interiorizzata.E’ stato necessario arrivare al 17 maggio del 1990 perché anche la definizione di ego-distonica fosse cancellata dal DSM. Eppure, poiché le vecchie abitudini sono dure a morire, fino al 1992 l’autorevole APA (American Psychiatric Association) negava l’iscrizione delle persone dichiaratamente omosessuali. La terapia riparativa nasce nel Nord America dal filosofo Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality, il quale vanta ben 500 casi di “gay trattati” e curati. Anchese pare che i gruppi di mutuo-aiuto per i cosiddetti “gay trattati” spesso si sciolgano perché più di qualcuno trova al suo interno un nuovo partner e quindi addio terapia…
………………..
Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi.” Il Codice di autoregolamentazione etica degli psicologi italiani proibisce loro di utilizzare metodi che non salvaguardino il rispetto, tra l’altro, degli orientamenti sessuali e delle altre opinioni, credenze, sistemi di valori. Altrimenti va a finire che ci potrà sempre essere un’Associazione Psicologi del Partito x che cerca di guarirti dall’essere iscritto al partito y, considerandola una perversione del pensiero. E perché non, per ribaltare la situazione, uno psicologo gay che cerchi di guarire Cantelmi o qualche suo degno compare dal loro atavico terrore nei confronti degli orientamenti omosessuali?
Magari si potesse “guarire” l’omofobia!
Il fatto è grave ben al di là del cosciente e voluto uso di criteri nosografici abbandonati da decenni, e perfino del cosciente e palese spregio dei codici deontologici vigenti. La gravità di questa vicenda nasce dalla stessa sovrapposizione forzata tra posizioni pseudo-religiose e posizioni scientifiche dalla quale confusione nasce un approccio confusivo e “di parte” di fronte alla teoria e alla pratica psicoterapeutica. La violazione della deontologia ne è una diretta conseguenza. Altre conseguenze, più gravi possono essere solo immaginabili, nel momento in cui la scienza si fa strumento dell’ideologia.
Dal punto di vista della pratica clinica ci si trova di fronte ad uno dei più dolorosi tra i paradossi. Una persona in condizione di debolezza e fragilità si rivolge ad un professionista per una sua sofferenza. Questa persona non dovrebbe trovare, a nostro parere, qualcuno che antepone, o impone grazie al ruolo di psicoterapeuta le proprie convinzioni (religiose, politiche, ideologiche..) alla centralità del paziente stesso, cui si deve il rispetto delle sue “opinioni, credenze, sistemi di valori”, rispetto non a caso previsto “ex lege” in tutte le forme di relazioni di aiuto e non a caso, sancito dai codici deontologici. Non è casuale che in una forma pervertita, questa si, di psicoterapia al di là e in spregio ad ogni deontologia, il gruppo di Cantelmi usi, senza soluzione di continuità, il Rorschach e il rosario, il colloquio clinico e la “penitenza” tipica delle pratiche di espiazione religiosa. Il professionista dell’aiuto qui non usa infatti i saperi e le tecniche per la risoluzione dei problemi psicologici dei suoi pazienti, non è il paziente al centro della questione, ma la cura della propria ansia e il rafforzamento dell’ideologia.
E’ infatti aprioristica la convinzione che l’omosessualità sia peccato e patologia e che come tale vada “espiata” oltre che “curata”. Qui invece tutto è volutamente confusivo e confondente, in modo da trasformare l’aiuto terapeutico in una gravissima forma di manipolazione del pensiero nel tentativo di adeguarlo al proprio. Un assetto cosiddetto “psicoterapeutico” che, come nel caso qui descritto, sembra offrire alle persone risposte preconfezionate e religiosamente orientate, diventa immediatamente uno strumento manipolatorio che procura ad essi strutture psicologiche da falso-sé, anziché percorsi veritieri, trasformando, in caso di successo l’individuo in un automa mosso da convinzioni non proprie che leniscono temporaneamente il dolore e lo omologano al (presunto) sentire comune della società. Dal punto di vista esclusivamente psicoterapeutico l’insuccesso è evidente, a meno che ingenuamente si pensi che la scelta sessuale sia questione molto esteriore e superficiale. Qui si assiste ad una banalizzazione ed elusione della domanda del paziente, che “sparisce” e ad una semplificazione sul versante della risposta. Ed allora è la persona a volere “uscire” dall’omosessualità, o è piuttosto una prescrizione di queste sedicenti, pericolose istituzioni psico-religiose, le quali intendono “sorvegliare e punire”, nonché orientare secondo dogmatiche religiose scelte che appartengono ad una sfera personale, quella si, “sacra”?
………………..
La sofferenza e il rispetto per il dolore di essere “diversi” seppur uguali, richiederebbe secondo noi più rispetto e più cautela di quanta ne abbiano mostrata i protagonisti di questa vicenda, i quali sembrano invece mostrare l’intenzione di convertire piuttosto che quella di ascoltare ed aiutare. E’ grave l’uso del proprio ruolo di autorità e della condizione di fragilità dei propri pazienti per fare del proselitismo, anteponendo un desiderio di “normalizzazione” alla guarigione del paziente nel rispetto delle sue scelte e dei suoi orientamenti. A noi questa teo-pedagogia travestita da psicoterapia inquieta e preoccupa, e ci appare una pericolosissima deriva culturale da bloccare sul nascere.
da: http://www.altrapsicologia.it
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Domande e risposte.
04-01-08
Fiorenza
Gentile Dottore Zambello,
Sono una ragazza di 27 anni, prossima alla laurea e alla convivenza con il proprio ragazzo ( che avverrà fra un anno).
Ho cominciato a soffrire di attacchi di panico nel giugno 2005.
Il primo attacco si è verificato all’università mentre attendevo il risultato di un esame.
Nell’ novembre 2005 ho preso una distorsione al ginocchio destro (con una piccola fuoriuscita delle rotula che poi è rientrata) scendendo le scale; mi sono sottoposta a varie visite ortopediche e fisiatriche e mi sono curata con fisioterapia e magnetoterapia.
Per il male non ho camminato per circa 3 mesi anche se dagli esami non è stato evidenziato nulla di particolare…….tuttavia ad oggi ho ancora un po’ male.
E’ stato un periodo molto difficile perchè oltre al DAP ………non potevo nè camminare nè compiere liberamente i piccoli gesti quotidiani…….. e per una persona che fortunatamente è sempre stata fisicamenrte bene è stato un duro colpo……per circa 3 mesi ( da dicembre a febbraio) mi alzavo tutte le mattine piangendo disperatamente e con un’ ansia che mi opprimeva il petto.
Sono cmq riuscita a dare gli ultimi 3 esami con uno sforzo incredibile….. non so neanche io come ci sono riuscita.
Da luglio 2006, senza aver fatto movimenti strani, accuso , a volte, male anche al ginocchio sinistro.
Da quando ho preso la storta nel 2005 mi sono fissata in modo ossessivo sulle ginocchia e ne parlo sempre ….con tutti…..stufando ormai i parenti e gli amici.
Sono in psicoterapia da un anno, prendo 2 tavor al giorno e mezza pastiglia di entac; gli attacchi sono quasi scomparsi, l’ansia è calata, affronto senza problemi i luoghi affollati,ma sono spesso molto stanca e ho sbalzi di umore, ma soprattutto ho il pesiero fisso del ginocchio ( ho paura di prendere di nuovo una storta e a volte ho paura di uscire perchè devo camminare…. ho il terrore delle scale…..ma più di tutto ho il timore di non tornare più come prima anche se la mia fisiatra dice di stare tranquilla…che sono praticamente guarita).
VOGLIO TORNARE COME PRIMA!!!!!!! VOGLIO CAMMINARE COME PRIMA!!!!! VOGLIO AFFRONTARE DA SANA LA MIA NUOVA VITA!!!!!!!!!
Passo giornate intere a pensare al ginocchio e a quello che mi è successo…..mi sono sentita tradita dal mio fisico…..i dottori dicono che ho ancora un po’ di infiammazione ed è per questo che ho ancora male….ma io non mi sento a posto.
Preciso che sono sempre stata una persona molto ansiosa e esigente con se stessa….. soprattutto nei riguardi della scuola che ho sempre vissuto male.
Può essere una somatizzazione?
Come posso fare per guarire?
Lei cosa ne pensa?
Spero di ricevere un po’ di conforto dalle sue parole.
La ringrazio di cuore.
Risposta del dottor Zambello:
Gent.ma Signorina Fiorenza,
lei descrive la sintomatologia di una nevrosi ossessiva.
Capisco quanto sia dolorosa la sua situazione psicologica. Il “ginocchio” come lei dice, non centra niente, è una spia del suo disagio.
Che fare? La psicoterapia è una buona strada.
Titti
Salve,
Sono una donna disperata a causa della situazione di mio marito. Nell’estate del 2005, dopo un bisticcio sulla spiaggia, mio marito ha avuto una reazione esagerata. Da quel giorno mi vede con occhi diversi, tutto il grande amore che aveva per me si è trasformato in una specie d’odio. Lui non sapeva che da quel giorno le cose fra noi due sarebbero cambiate e maledice quel momento perchè da allora la sua personalità è mutata (in peggio). Ripete che in quell’istante mi avrebbe “annegata” e usa spesso l’espressione “mi sei uscita dalla testa”. Io mi sono accorta del suo cambiamento perchè non voleva più avere rapporti sessuali o meglio non prendeva più lui l’iniziativa. Credevo si trattasse di problemi d’altro genere, ho pensato anche che avesse un’amante, ma non è così, anche se ha ammesso che dopo quell’episodio è stato attratto da un’altra donna e il solo pensiero gli ha dato fastidio. Lui si giustifica affermando che quello che gli è successo è dovuto ad un accumulo di cose, a mio parere futili, legate al mio carattere. Lui è sempre stato un tipo allegro e infantile, io chiusa, riservata, non amante delle compagnie. Premetto che siamo sposati da 21 anni, lui non ha mai dato segni d’insoddisfazione, è sempre stato un marito affettuoso e un padre esemplare fino a quel giorno. Due eventi particolari possono servirle per comprendere la mia vicenda. L’anno prima in seguito ad un banale intervento, mio marito ha rischiato per tre volte la morte. N’è uscito apparentemente bene, ma da quel giorno ha visto la vita in modo diverso e dice spesso che se ciò non fosse successo, molto probabilmente saremmo andati avanti con la nostra routine. Nell’aprile 2006 mio figlio, sedicenne, è stato operato di un tumore benigno al cervello. Il caso si è risolto bene ed io credevo che questa disgrazia lo riavvicinasse a me, invece ha peggiorato la situazione. Io e i miei figli non lo riconosciamo più; Lui che era così buono con noi, in questo momento si è allontanato di casa perchè questa situazione lo fa stare male. Ultimamente se la prende con se stesso anche in modo violento colpendosi la testa a pugni, ripetendo, “apritemi la testa perchè non gira come dovrebbe girare”. I miei figli ed io siamo disperati, vorremmo aiutarlo a venirne fuori. Gli ho consigliato di parlarne con uno psicoterapeuta, ma dice che non ne ha bisogno. Può darmi una risposta? Mio marito può essere vittima di una nevrosi oppure non è più innamorato di me? Lui mi amava in un modo esagerato. Sono sempre stata il suo orgoglio e il mio carattere è quello di sempre, brutto o bello che sia. E’ come se la sua vita di sempre non gli bastasse più, dice che sta bene da solo, si è allontanato anche dagli amici e la sua casa la vede non più come un nido d’amore ma come una prigione. E’ convinto che fra me e lui esisteranno solo litigi e mi accusa di quell’episodio alla spiaggia, forse se io fossi stata zitta lui non sarebbe esploso e saremmo andati d’amore e d’accordo. Perché quel litigio non si è rivelato pari agli altri? Cos’è successo quel giorno nella sua mente? Perché la sua personalità è cambiata al giorno alla notte?
La ringrazio anticipamene per la risposta. Distinti Saluti
Risposta del dottor Zambello:
Gent.ma Signora Titti,
chiaramente non so darle neanche una risposta alle sue numerose domande.
Mi pare però, di poter vedere in quello che lei racconta una dinamica di crescita. Mi spiego meglio: è possibile che lei e suo marito per anni abbiate vissuto in maniera fusionale, uniti l’ uno dentro l’ altro.
Tale situazione tanto “cantata” e auspicata è in realtà una situazione fortemente regressiva, ripete la situazione iniziale mamma e bambino. E’ una situazione che pone un patto di ferro tra i due: nessuno dei due deve crescere.
Suo marito, per strade contorte, come la vita pone, davanti a situazioni drammatiche personali e familiari è riuscito a rompere il guscio, ed è uscito. E’ uscito..”dalla testa” come dice lui. I bambini “escono” dalla testa.
Solo che si trova in una famiglia che era stata organizzata, strutturata con due genitori “bambini”.
Il disagio è enorme, i sensi di colpa pure.
Che fare? Capire innanzitutto che ciò che succede non è colpa di suo marito, anzi… lui sta crescendo e se avete il coraggio andare, tutti, compreso i figli, in terapia familiare.
Lascia la tua opinione o fai una domanda!
Domande e risposte.
03-01-08
Lucano
dopo 37 anni di matrimonio mia moglie mi ha lasciato. Cosa devo fare per superare il profondo stato di disagio e sofferenza un cui mi trovo?
Risposta del dottor Zambello:
Gent.mo Signor Lucano,
è normale, direi giusto che uno che si trova nella sua condizione si senta in un profondo stato di disagio.
Clinicamente si pensa che questo disagio deve tendere a diminuire dopo sei mesi dall’evento e a scomparire entro i due anni.
Solo se si sono superati nell’unità di tempo questi parametri abbiamo il dovere di preoccuparci anche della nostra salute.
E’ chiaro che il dolore deve lasciarci comunque la possibilità di una vita personale e sociale normale. Continuare a lavorare, avere una vita personale nella sufficienza, mi riferisco in particolare all’alimentazione e sonno.
Se la qualità di vita è insufficiente conviene chiedere un aiuto farmacologico al suo medico.
Luna
scusi se la disturbo ancora, ma vorrei farle una domanda.
la mia predisposizione alla depressione e’ data dal mio passato difficile o e’ solo una questione caratteriale di “debolezza”?
ho paura di soffrirne per tutta la vita anche se riconosco di aver vissuto anni della mia vita sereni.
la ringrazio ancora se vorra’ rispondermi nuovamente.
Risposta del dottor Zambello:
Gent.ma Signora Luna,
io non la conosco e quindi non posso sapere se la sua depressione è primaria o secondaria cioè, se è, come lei dice, “caratteriale” o dipende da cause secondarie.
Comunque sia, le ripeto, dalla depressione è possibile uscire.
Federica
40 anni, due “esaurimenti nervosi” negli ultimi 5 anni, dovuti a super lavoro e tanto stress causato dalla continua indecisione se separarmi o meno dall’uomo della mia vita. Guarita ormai da 2 anni e mezzo, ormai separata per mia decisione, lavoro meglio senza tanto stress, sono indipendente economicamente, ho un nuovo compagno che amo. Eppure due giorni fa ho avuto un attacco di panico mentre eravamo in macchina e lui guidava-mai avuto prima, nemmeno nei momenti in cui soffrivo di crisi ansioso-depressive. L’autostrada mi pareva l’immagine della mia vita, tutto è effimero, in movimento, tanti possibili incontri e situazioni potenzialmente pericolose ed incontrollabili. Mi sento più felice e realizzata di prima, eppure non vorrei che queste fossero le avvisaglie di qualcosa che sta arrivando. Dormo senza problemi mentre prima soffrivo sempre d’insonnia, mangio di tutto mentre prima avevo lievi disturbi alimentari. Ma se mi interrogo mi sento senza un futuro certo, esposta ad una violenza che mi fa paura…
Risposta del dottor Zambello:
Gent.ma Signora Federica,
lei può rimandare e sperare che tutto rimanga sotto la cenere, o decidersi e affrontare la sua situazione con una psicoanalisi.
40 anni, ha l’ età giusta per affrontare un lavoro psicoanalitico.
Aurora
…ora ho raggiunto la consapevolezza di aver bisogno di aiuto per un abbandono che non riesco ad accettare…. un pensiero fisso continuo e un desiderio di vendetta…..9 anni di amore buttati via….non so a chi rivolgermi….i consultori di psicoanalisi possono essere validi per il mio problema….?
Aurora
Risposta del Dott.Zambello:
Gent.ma Signora Aurora,
non le so dire se per lei va bene una psicoanalisi o una psicoterapia comportamentale.
Questo lo deciderà il terapeuta dopo alcuni incontri.
Lo deciderete assieme, dipende da tante cose, non ultima la sua disponibilità di tempo.
Mi sembra comunque certo che valga la pena affrontare il problema
Ander
ho sofferto e soffro di depressione da un anno e mezzo . ho ripreso il sereupin 1 cp alla sera . il mio problema e’ che non sono sicuro di amare ancora la mia donna e che la causa della depressione sia il fatto di non amarla piu’ .
questi pensieri mi prendono al mattino e
faccio fatica ad alzarmi in quanto mi vengono in automatico .
Ho iniziato dei colloqui terapeutici .
La Dottoress ààààààààà sostiene che la causa non e’ esterna ma e’ nel mio interno . Sostiene che faccio fatica a
stare in una relazione affettiva e a
prendermi responsabilita ‘ . Non so se servira ‘ ma e’ un tentativo che devo fare . Secondo lei questa terapia puo’ cambiarmi e responsabilizzarmi .
grazie per una sua risposta .
Risposta del Dott.Zambello:
Gent.mo Signor Ander,
riuscire ad avere e mantenere una relazione affettiva, lei ora lo sa, può essere difficile. Lei ha “capito” che questa possibilità, la possibilità di avere una relazione affettiva rende la nostra vita più o meno vivibile.
Riuscire a migliorare questa sua capacità è per lei fondamentale, un vero investimento.
Capisco che ha subito voglia di andarsene, ma è questa la sua difficoltà.
Gianni
come si vince la fobia o con quali faraci si cura?
Risposta del Dott.Zambello:
Gent.mo Gianni,
ci sono due tecniche psicoterapeutiche, direi tre.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale, dove il paziente viene abituato, piano, piano ad affrontare l’oggetto temuto, Si chiama desensibilizzazione.
Se invece la fobia è particolarmente strutturata e si intravede una sofferenza più profonda è indicata la psicoanalisi. Per fobie focali, senza un grosso interessamento dell’ io, è possibile pensare anche all’ ipnosi.
Non vedo il motivo per cui uno deve prendere dei farmaci per superare una fobia, comunque la categoria di farmaci usata sono gli antidepressivi.
Auguri.
Inga
Gentile dott. Zambello ho letto su internet un suo articolo circa la rabbia e l’aggressivita’ che sorgono dopo un periodo che si hanno avuti gli attacchi di panico. A me sta succedendo proprio questo e vorrei sapere da lei se ha da consigliarmi un suo libro sull’argomento. La ringrazio!
Risposta del Dott.Zambello:
Gent.ma Signora,
esiste sull’argomento tanta letteratura.
Basta che lei vada in una libreria un po’ specializzata, a Milano ad esempio, c’è l’Aleph in pizza Lima, sotto, all’entrata della Stazione MM1, potrà trovare, scegliere il libro che cerca. Ma, mi permetta, mi sembra un po’ difensivo pensare di affrontare la propria aggressività leggendo un libro. Visto che ne ha consapevolezza, forse, varrebbe la pena elaborarla attraverso altri strumenti.
Auguri
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Disagi sessuali, psicosomatizzazione e psicoanalisi.
01-01-08
Nella terapia psicoanalitica spesso, il sintomo non é affrontato direttamente. La psicoanalisi non si fa carico del sintomo. Nel caso clinico che segue, cercherò di raccontare di come sintomi importanti quali la fibrillazione atriale, attacchi di panico e l’impotenza sessuale, siano stati superati attraverso un lavoro di introspezione ed elaborazione psicologica.
Andrea é oggi un uomo di 35anni, perito elettronico, caporeparto nella fabbrica dove lavora, fisico atletico e sposato da 15 anni. Il motivo che lo portò nel mio studio, circa due anni fa, fu una improvviasa sintomatologia cardiologia, un episodio di fibrillazione atriale, che l’aveva colpito in montagna, mentre tentava di scalare una vetta. Fu soccorso e riportato a valle dall’ elicottero e ricoverato nel più vicino ospedale.
“Liberamente” pensò ad alta voce, “io veramente ho un altro problema” continuò ” soffro di impotenza, mia moglie è ancora vergine. Centra qualcosa con le mie aritmie, lei può aiutarmi anche a proposito della mia impotenza?”
Risposi che non lo sapevo e che potevamo fare solo ciò che lui era disposto a fare. Dopo alcuni incontri ci accordammo per due sedute alla settimana In seguito il lavoro si snodò su piani diversi, partendo però da un presupposto che io proposi ad Andrea e che lui fece suo: la fibrillazione atriale, l’impotenza sono dei sintomi, un po’ come una febbre. Sono dei segnali che qualcosa non funziona a livello psicologico. Chiaramente non c’interessa curare il sintomo, ma tentare di capirne la causa. Proposi di spostare l’attenzione. In fondo, della fibrillazione atriale, come dell’impotenza non ci interessava poi molto.
Si è lavorato tanto sui sogni, dove spesso emergevano figure parentali terrificanti, in particolare una madre vampiro ed un padre padrone.
Bloccato e controllato da quei fantasmi. Il blocco era così forte che Andrea non si poteva permettere di imitare in niente i suoi genitori, compreso la sessualità. La struttura psicologica di Andrea è chiaramente di tipo ossessivo.
Il transfert con me era positivo. Io rappresentavo finalmente un padre buono e Andrea imparò piano, piano a non temermi e a fidarsi.
Cominciò a vedere ciò che veramente gli apparteneva e ciò che invece era solo frutto di reazione nei confronti delle figure parentali.
Dopo circa quindici mesi Andrea mi portò un sogno dove la sua voglia di paternità era evidente. Diminuì il risentimento verso i suoi genitori e iniziò a pensare alla sua famiglia in termini diversi. Si ripresentò così la tematica della sua impotenza che lui risolse rifacendosi alla sua esperienza sportiva.
“In fondo,” disse, “è un muscolo, e come tutti i muscoli ha bisogno di fare esercizio per funzionare al meglio.” All’età di 33 anni deflorava sua moglie e faceva per la prima volta l’amore.
Chiaramente all’inizio della terapia non fu sottovalutata la possibilità che ci fossero delle cause organiche che causavano la sua impotenza. Andrea interpellò un andrologo ma organicamente non aveva alcun deficit. In seguito Andrea mise incinta la moglie per due volte.

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