Omosessualità? Oggi si può guarire!

Quest’anno Babbo Natale ci ha fatto un bel regalo: giusto qualche giorno prima della grande festa, travestendosi da giornalista ha svelato qualcosa che molti già sapevano, tanti immaginavano e ben pochi potevano affermare di non conoscere affatto.Un numero sempre più alto di psicologi continua a proclamare che l’omosessualità è una malattia, si può curare e addirittura se ne può uscire!Basta trovare il terapeuta giusto, il canale giusto che in soli 6 mesi (o forse anche meno) può restituirti l’eterosessualità d.o.c. perduta. Il 23 Dicembre il giornalista di Liberazione Davide Varì pubblica un articolo sconcertante, dal titolo: “Gli ho detto: sono gay. Mi hanno risposto: la sua è una malattia leggera, possiamo curarla.”
www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200702articoli/18527girata.asp

Varì per 6 mesi ha finto di essere gay per potersi sottoporre al percorso terapeutico del Prof. Cantelmi, guru e Presidente dell’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, fondatore dell’Associazione italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana, per “guarire” dalla sua (presunta e inventata) omosessualità. Il percorso parte con un colloquio “selettivo” di un prete, prevede la somministrazione dell’MMPI e del Rorschach e si sofferma sulla quantità e la modalità dei rapporti sessuali consumati. Mai una domanda sull’affettività, come se tra gay non fosse possibile volersi bene. Dopo una serie di colloqui il percorso di guarigione prevede un “corso di gruppo” di orientamento ultra cattolico, sgranare rosari, partecipare a gruppi psicoterapeutici, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà (fondatore dell’Opus Dei), il tutto sullo stesso piano. Attraverso questa miscellanea di pratiche il gruppo promette non senza fatica di arrivare alla sospirata “guarigione”. La cosa è anzitutto strana. E’ infatti dal lontano 1974 che non esiste più la diagnosi di omosessualità, eliminata dal Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM). Oggi, e da più di trent’anni l’intera comunità scientifica internazionale considera l’omosessualità una variabile “normale” dell’orientamento sessuale e non una patologia.Certo, è vero che vi fu un passato lontano in cui (parliamo del primo DSM) era stata inclusa tra i “disturbi sociopatici di personalità”, passando nel 1968 a “deviazione sessuale” a fianco di pedofilia e necrofilia, e arrivando nel 1974 come “omosessualità ego-distonica”. Si noti come il dibattito scientifico e culturale, che riflette oltre al progredire del dibattito scientifico anche la percezione comune e condivisa dei comportamenti normali e patologici, della salute e della malattia, ha via via spostato e circoscritto la questione della scelta di orientamento sessuale.

Se infatti la “sociopatia” è una categoria che prevede di per sé una forma di aggressione all’altro, una modalità malata di stare con il prossimo, la “deviazione sessuale” descrive già uno spostamento culturale della questione omosessualità verso il sé, il proprio desiderio, una questione meno “socialmente pericolosa” e più privata. L’altro, dal DSM II, non sarebbe più in pericolo, ma l’omosessualità ne esce comunque come una malattia. La versione del 1974 ha limitato grandemente la diagnosi di omosessualità a quei soli casi in cui l’orientamento sia egodistonico, ossia in cui il soggetto senta in qualche modo l’orientamento sessuale come estraneo al sé. A quel punto restava da decidere se andasse curata l’egodistonia, aiutando il soggetto ad accettare il suo orientamento sessuale “di minoranza” sopportando le fatiche insite in questa condizione, oppure se ci si dovesse impegnare nell’improbabile impresa di modificare l’orientamento sessuale.Oggi sarebbe forse chiamata con un termine più appropriato omofobia interiorizzata.E’ stato necessario arrivare al 17 maggio del 1990 perché anche la definizione di ego-distonica fosse cancellata dal DSM. Eppure, poiché le vecchie abitudini sono dure a morire, fino al 1992 l’autorevole APA (American Psychiatric Association) negava l’iscrizione delle persone dichiaratamente omosessuali. La terapia riparativa nasce nel Nord America dal filosofo Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality, il quale vanta ben 500 casi di “gay trattati” e curati. Anchese pare che i gruppi di mutuo-aiuto per i cosiddetti “gay trattati” spesso si sciolgano perché più di qualcuno trova al suo interno un nuovo partner e quindi addio terapia…

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Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi.” Il Codice di autoregolamentazione etica degli psicologi italiani proibisce loro di utilizzare metodi che non salvaguardino il rispetto, tra l’altro, degli orientamenti sessuali e delle altre opinioni, credenze, sistemi di valori. Altrimenti va a finire che ci potrà sempre essere un’Associazione Psicologi del Partito x che cerca di guarirti dall’essere iscritto al partito y, considerandola una perversione del pensiero. E perché non, per ribaltare la situazione, uno psicologo gay che cerchi di guarire Cantelmi o qualche suo degno compare dal loro atavico terrore nei confronti degli orientamenti omosessuali?

Magari si potesse “guarire” l’omofobia!

Il fatto è grave ben al di là del cosciente e voluto uso di criteri nosografici abbandonati da decenni, e perfino del cosciente e palese spregio dei codici deontologici vigenti. La gravità di questa vicenda nasce dalla stessa sovrapposizione forzata tra posizioni pseudo-religiose e posizioni scientifiche dalla quale confusione nasce un approccio confusivo e “di parte” di fronte alla teoria e alla pratica psicoterapeutica. La violazione della deontologia ne è una diretta conseguenza. Altre conseguenze, più gravi possono essere solo immaginabili, nel momento in cui la scienza si fa strumento dell’ideologia.

Dal punto di vista della pratica clinica ci si trova di fronte ad uno dei più dolorosi tra i paradossi. Una persona in condizione di debolezza e fragilità si rivolge ad un professionista per una sua sofferenza. Questa persona non dovrebbe trovare, a nostro parere, qualcuno che antepone, o impone grazie al ruolo di psicoterapeuta le proprie convinzioni (religiose, politiche, ideologiche..) alla centralità del paziente stesso, cui si deve il rispetto delle sue “opinioni, credenze, sistemi di valori”, rispetto non a caso previsto “ex lege” in tutte le forme di relazioni di aiuto e non a caso, sancito dai codici deontologici. Non è casuale che in una forma pervertita, questa si, di psicoterapia al di là e in spregio ad ogni deontologia, il gruppo di Cantelmi usi, senza soluzione di continuità, il Rorschach e il rosario, il colloquio clinico e la “penitenza” tipica delle pratiche di espiazione religiosa. Il professionista dell’aiuto qui non usa infatti i saperi e le tecniche per la risoluzione dei problemi psicologici dei suoi pazienti, non è il paziente al centro della questione, ma la cura della propria ansia e il rafforzamento dell’ideologia.

E’ infatti aprioristica la convinzione che l’omosessualità sia peccato e patologia e che come tale vada “espiata” oltre che “curata”. Qui invece tutto è volutamente confusivo e confondente, in modo da trasformare l’aiuto terapeutico in una gravissima forma di manipolazione del pensiero nel tentativo di adeguarlo al proprio. Un assetto cosiddetto “psicoterapeutico” che, come nel caso qui descritto, sembra offrire alle persone risposte preconfezionate e religiosamente orientate, diventa immediatamente uno strumento manipolatorio che procura ad essi strutture psicologiche da falso-sé, anziché percorsi veritieri, trasformando, in caso di successo l’individuo in un automa mosso da convinzioni non proprie che leniscono temporaneamente il dolore e lo omologano al (presunto) sentire comune della società. Dal punto di vista esclusivamente psicoterapeutico l’insuccesso è evidente, a meno che ingenuamente si pensi che la scelta sessuale sia questione molto esteriore e superficiale. Qui si assiste ad una banalizzazione ed elusione della domanda del paziente, che “sparisce” e ad una semplificazione sul versante della risposta. Ed allora è la persona a volere “uscire” dall’omosessualità, o è piuttosto una prescrizione di queste sedicenti, pericolose istituzioni psico-religiose, le quali intendono “sorvegliare e punire”, nonché orientare secondo dogmatiche religiose scelte che appartengono ad una sfera personale, quella si, “sacra”?
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La sofferenza e il rispetto per il dolore di essere “diversi” seppur uguali, richiederebbe secondo noi più rispetto e più cautela di quanta ne abbiano mostrata i protagonisti di questa vicenda, i quali sembrano invece mostrare l’intenzione di convertire piuttosto che quella di ascoltare ed aiutare. E’ grave l’uso del proprio ruolo di autorità e della condizione di fragilità dei propri pazienti per fare del proselitismo, anteponendo un desiderio di “normalizzazione” alla guarigione del paziente nel rispetto delle sue scelte e dei suoi orientamenti. A noi questa teo-pedagogia travestita da psicoterapia inquieta e preoccupa, e ci appare una pericolosissima deriva culturale da bloccare sul nascere.

da: http://www.altrapsicologia.it

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2 Commenti to “Omosessualità? Oggi si può guarire!”

  1. Dr.Zambello il 05/01/2008 12:43

    Condivido molto di ciò che i colleghi di altrapsicologia.it scrivono.
    Vorrei solo fare due piccoli appunti:
    Il primo è che gli junghiani non hanno mai pensato all’omosessualità come malattia.
    Nelle associazioni psicoanalitiche junghiane, che io sappia, non ci sono mai state esclusioni di colleghi che si definivano omosessuali.
    Ciò detto, è pur vero che l’essere omosessuale, è ancora una situazione di maggiore fragilità.
    Per motivi solo psicologici, o sociali, o l’uno e l’altro? Non lo so.
    Raggiungere l’equilibrio affettivo sessuale è una difficoltà per tutti. Jung direbbe che ci impegna per tutta la vita. Per gli omosessuali la difficoltà, direi, è più grande.
    Saranno forse le esclusioni e le difficoltà sociali, ma non solo quelle, perchè se fossimo convinti che le problematiche sono solo sociali, demanderemmo la soluzione del problema alla politica o ai sociologi.
    E’ vero, l’omofobia esiste ancora, come dice l’articolo, e questa produce danni. Ma chi tratta gli omosessuali sa bene che ci sono delle difficoltà che non hanno solo una eziologia sociologica.
    Io non so si si deve curare l’egodistonia o no, ma non posso negare che ci sono tanti, tanti omosessuali che “stanno male”, vivono male la loro sessualità. Ora far passare la parola d’ordine essere omosessuali o etero sessuali è la stessa cosa, non si fa un servizio a chi sta male

  2. sara il 29/01/2008 13:23

    «Il presidente dell’Arcigay ascolti i miei pazienti»
    Articolo pubblicato su Avvenire del 10 gennaio 2008-01-10 di Tonino Cantelmi
    Difficile non condividere quanto recentemente affermato dal presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma, che invoca il rispetto per i codici valoriali dei pazienti che consultano uno psicoterapeuta e pone un altolà a discriminazioni di ogni genere. Difficile però leggere questo a senso unico e titolare, come fa Liberazione, «l’Ordine degli psicologi condanna Cantelmi» (e invece fa solo un comunicato che ribadisce alcuni principi a mio parere indiscutibili). Al di là dell’attacco strumentale e dal tono chiaramente intimidatorio, non avrei difficoltà neanche a sottoscrivere quello che afferma Mancuso, presidente dell’Arcigay, che in un altro precedente editoriale terminava anche con un passaggio omeletico in cui ricordava a me la misericordia di Dio. Il fatto: una presunta inchiesta di Liberazione riportava la vicenda di un giornalista che mi chiede, sotto mentite spoglie, aiuto e che poi strilla che quel medico cattolico e clericale lo voleva ‘curare’. Inchiesta smentita nel dettaglio, grossolana, incompleta, strumentale. Da ciò nasce il caso, montato ad arte: esistono in Italia reti clandestine (davvero?) cattoliche di terapeuti che fanno terapie forzate ai gay. È inutile smentire ancora, si rischia di essere ripetitivi. Intanto riparte il tam tam mediatico con blog, siti, agenzie, ecc… Rinuncio a ristabilire la verità, ma raccolgo l’invito di Mancuso ad una discussione (pacata e serena mi auguro). E allora: quali sono i temi in gioco? Anche se ritengo che discussioni più tecniche vadano rimandate nelle sedi appropriate (quelle del dibattito scientifico), provo a semplificare, sperando che nessuno voglia strumentalizzare quello che dico.
    Primo: nessuna terapia ‘riparativa’. Da tempo sostengo che il termine ‘riparativa’ sia ideologico, come quello ‘affermativa’. Esiste la terapia, secondo modelli convalidati scientificamente, ed esiste la domanda di psicoterapia. Esiste il lavoro di decodifica del terapeuta ed esiste il consenso del paziente. Si può discutere di questo?
    Secondo: nessuna diagnosi di omosessualità. Questo non vuol dire non prendere in esame quella che l’ICD-X (cioè il sistema di classificazione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) chiama ‘sessualità egodistonica’ e la comprende nella categoria ‘Psychological and behavioural disorders associated with sexual development and orientation’. Attenzione! L’ICD-X (il più ufficiale e recente sistema di classificazione) chiarisce che ciò vale per tutti: eterosessuali ed omosessuali e specifica che «l’orientamento sessuale da solo non riguarda questo disturbo». Sottoscrivo e credo che questo possa mettere a tacere ogni speculazione. Nessuna omofobia. Vogliamo mettere in discussione l’ICD-X? Si può fare, attiene alla ricerca scientifica, ma al momento questa è la posizione ufficiale dell’OMS.
    Terzo: rispetto dei codici valoriali del paziente. Ottimo, ma anche questo vale per tutti. Che debbo rispondere alla lettera di denuncia che proprio oggi mi giunge da un uomo della Basilicata che si dice ‘violentato’ perché il suo terapeuta lo pressa per la separazione coniugale che invece contrasta con i suoi valori più profondi? Ne vogliamo parlare? Davvero nessuno ha mai preso in esame le lamentele di pazienti che aderiscono con convinzione a movimenti ecclesiali e che sono profondamente turbati da terapeuti che non rispettano il loro codice valoriale?
    Quarto: la presunta neutralità del terapeuta. Innumerevoli studi metodologici ed epistemologici dimostrano che il terapeuta non è neutrale. Sostenerne la neutralità è semplicemente antiscientifico. E allora: non è forse più etico (ma direi semplicemente onesto) dichiarare le premesse antropologiche ed i presupposti epistemologici che sono dietro ogni modello terapeutico? Questo mi sembra un punto su cui debba essere promossa in Italia una ricerca autentica.
    E infine: è vero, ho invitato Mancuso a passare con me una settimana, nel mio studio, per verificare se sia stato giusto prestarsi ad una operazione mediatica di linciaggio così, a mio parere, ingiusta. Rinnovo l’invito e alzo il tiro: potrà accedere, con il permesso dei pazienti, all’agenda degli appuntamenti, allo scambio di mail, alle innumerevoli telefonate, agli sguardi ed alle sofferenze dei pazienti stessi, insomma a tutto il lavoro svolto.

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