ANTIDEPRESSIVI; UNO STUDIO GB: NON FUNZIONANO.

27-02-08

Mi sembra utile riportare un altro articolo, apparso ieri sulla stampa, a proposito dello studio inglese sugli effetti degli intidepressivi:

Il Prozac? Solo un placebo

  Di: MARIA CHIARA BONAZZI

Meglio la psicoterapia o l’esercizio fisico. In realtà gli antidepressivi aiutano, nel migliore dei casi, solo un piccolo sottogruppo di pazienti molto gravi. Per il resto, servono a ben poco, cioè il loro valore clinico non è granché superiore a quello di un placebo. Per dirla in soldoni, non funzionano. E’ il risultato di uno studio inglese, il più vasto nel suo genere, che ha acquisito dalla Food&Drug Administration americana i dati delle sperimentazioni cliniche finora mai pubblicati dalle case farmaceutiche e li ha messi a raffronto con quelli già disponibili.

La ricerca, coordinata dal professor Irving Kirsch del dipartimento di psicologia dell’Università inglese di Hull in collaborazione con colleghi americani e canadesi, si è concentrata su quella classe di antidepressivi nota come «inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina» (SSRI). Gli scienziati hanno riesaminato 47 sperimentazioni cliniche di sei sostanze, tra cui la fluoxetina (contenuta nel Prozac, il farmaco bestseller assunto in 20 anni da 40 milioni di persone nel mondo), la paroxetina (leggi Seroxat) ma anche la venlafaxina, che agisce in modo simile (vedi Efexor).

Lo studio, pubblicato dalla rivista PLoS (Public Library of Science), è stato definito «di fantastica importanza» negli ambienti scientifici britannici e fa scalpore nel momento in cui il ministro della Sanità, Alan Johnson, annuncia di voler migliorare il servizio pubblico di psicoterapia per evitare che i medici continuino a prescrivere gli antidepressivi come se fossero caramelle (31 milioni di ricette nel solo 2006).

Quando gli scienziati hanno confrontato i dati, inclusi, naturalmente, quelli già pubblicati, hanno sì notato un miglioramento nei pazienti, ma il miglioramento era paragonabile a quello dei pazienti che prendevano un placebo. Spiega Kirsch: «La differenza nel miglioramento dei pazienti che prendono i placebo e quelli che prendono gli antidepressivi non è poi così grande (due punti sui 51 della scala Hamilton per misurare la depressione, ndr). Significa che le persone depresse possono migliorare senza farmaci. Visti i risultati, si può concludere che ci sono poche ragioni per prescrivere queste pillole, se non ai pazienti più gravi, salvo il previo fallimento delle terapie alternative».

Vale a dire che per i casi di depressione comune è meglio tentare prima la psicoterapia tradizionale o il cognitivismo/comportamentismo o l’esercizio fisico: «Dalle sperimentazioni risulta che il risultato complessivo della nuova generazione di antidepressivi è sotto la soglia consigliata dei criteri clinicamente significativi», scrivono gli scienziati. Kirsch sottolinea, inoltre, la necessità di cambiare il sistema attuale, che permette alle case farmaceutiche di non pubblicare una parte dei dati delle loro sperimentazioni: «La frustrazione sta in questo – dice Kirsch -. Rende difficile determinare se i farmaci funzionino. Le case farmaceutiche dovrebbero essere obbligate, quando commercializzano un nuovo prodotto, a pubblicare tutti i dati». Stavolta, per accedere alle informazioni, gli scienziati si sono avvalsi del Freedom of Information Act, la legge sulla trasparenza.

Gli scienziati sconsigliano comunque ai pazienti in cura di smettere di prendere gli antidepressivi senza consultare il medico. Ma intanto Tim Kendall, vicedirettore del dipartimento di ricerca del Royal College of Psychiatrists, si dice convinto che lo studio renderà d’ora in poi i medici «molto più cauti nel prescrivere gli antidepressivi». Le case farmaceutiche controbattono che le medicine sono efficaci. Eli Lilly, che fabbrica il Prozac, insiste che «dal ‘72 la fluoxetina è uno dei farmaci più studiati e una mole di ricerche ha dimostrato che è efficace». GlaxoSmithKline, che produce il Seroxat, protesta che gli autori dello studio hanno omesso di notarne gli effetti «molto positivi» e le loro conclusioni sono «in contrasto con i benefici clinici riscontrati sui pazienti».

Da:http://www.lastampa.it

(AGI) – Londra – Gli antidepressivi, assunti da milioni di persone che soffrono di depressione, non producono effetti clinicamente significativi. E’ quanto scrive oggi l’”Independent”, che dedica l’apertura allo studio condotto dall’equipe del professor Irving Kirsch, dell’Universita’ di Hull, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista on line “Public Library of Science (PLoS) Medicine”. Lo studio, ha precisato il ricercatore, e’ stato presentato alla FDA (l’ente americano per il controllo sui farmaci) e sara’ sottoposto anche alle autorita’ regolatorie europee. Gli antidepressivi come Prozac and Seroxat, stando alla ricerca, inducono miglioramenti “minimi” rispetto al placebo, valutabili in due punti sulla scala Hamilton della depressione, che si compone di 51 punti. Questo e’ stato sufficiente perche’ le molecole in questione ottenessero l’autorizzazione alla commercializzazione, ma, sottolinea il giornale, in Gran Bretagna non sarebbe dovuto bastare: l’Istituto nazionale per l’eccellenza clinica (Nice) stabilisce che sono necessari tre punti sulla scala Hamilton per stabilire una differenza clinica significativa. Il Nice ha approvato l’uso commerciale perche’ si e’ basato sui dati di sperimentazione pubblicati, da cui risultavano effetti terapeutici molto piu’ vistosi. “Stando ai risultati – ha osservato il professor Kirsch – non sembrano esserci grandi motivi per prescrivere gli antidepressivi se non alle persone affette da depressione grave, qualora le terapie alternative non abbiano prodotto effetti. Questo studio solleva gravi interrogativi sul modo in cui vengono concesse le autorizzazioni per i farmaci e sulla divulgazione dei dati della sperimentazione, sottolinea l’”Independent”. Sotto accusa le multinazionali farmaceutiche, accusate, scrive il giornale, di aver manipolato i dati clinici. La popolarita’ degli antidepressivi, introdotti alla fine degli anni ottanta, e’ schizzata alle stelle, scrive l’”Independent”, dopo le campagne in cui le industrie farmaceutiche assicuravano che si trattava di prodotti sicuri e con minori effetti collaterali rispetto ai vecchi antidepressivi triciclici. Il libro del 1994 “Listening to Prozac” (Ascoltare il Prozac), in cui si affermava che chi soffriva di “scarsa gioia di vivere” poteva curarsi con un farmaco che “ravviva l’umore”, e’ diventato un best seller. Questi antidepressivi sono noti come inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRIs); il piu’ diffuso, prodotto dalla Eli Lilly, era il farmaco piu’ venduto del mondo, prima di essere soppiantato dal Viagra. Lo studio, condotto su sei dei piu’ noti antidepressivi, tra cui Prozac, Seroxat, prodotto dalla GlaxoSmithKline, ed Efexor, della Wyeth, mostra che sono efficaci solo su una parte minima dei depressi piu’ gravi. (AGI)

Da:http://salute.agi.it

Commento del Dott. Zambello.

Sono convinto che dietro a tutto questo ”ripensamento” ci siano grandi manovre delle case farmaceutiche.  Mi sembra che alcuni di questi prodotti abbiano finito i loro dieci anni di brevetto… chi sa quali enormi interessi ci saranno.  Ma, al di la di questi  pensieri,  anche poco documentati,  alcune cose le possiamo vedere in maniera obbiettiva: ad esempio il Proff. Cassano di Pisa, grande sostenitore della farmacoterapia,  oggi dichiara su Repubblica che in fondo è sua esperienza che la psicoterapia e la farmacoterapia, ai fini del risultato clinico, si equivalgono. E allora, gli potremmo chiedere: ma perchè hai avvelenato tante persone, per tanti anni, quando era possibile ottenere lo stesso risultato con un metodo  fisicamente meno invasivo e psicologicamente più consapevolizzante e aggiungerei,  liberatorio? Misteri.

In fine,  per non smentire anche me stesso,   ritengo che la farmacoterapia abbia  un suo specifico campo di intervento. Ad esempio, nelle depressioni, soprattutto quelle gravi, quelle che coartano molto il paziente è difficile, direi inutile,  fare  solo con la psicoterapia. Questa, deve essere affiancata, inizialmente dai farmaci. Dopo, quando “la nebbia” emotiva si sarà diradata, sarà possibile intervenire prevalentemente con la psicoterapia e poi solo con questa.

A proposito di OMOSESSUALITA’

26-02-08

Di Renzo Zambello

A coloro che mi chiedono cosa penso “dell’orgoglio gay”, di quelli che manifestano pubblicamente e orgogliosamente la loro omosessualità, solitamente rispondo che è come se mia nonna che le piaceva il pecorino sulla pastasciutta fosse stata orgogliosa di questo suo gusto e si fosse organizzata in un gruppo per la libertà della ” pasta al pecorino”.

Mi si contesta che si tratta di problemi un po’ più profondi. Certo, è vero, cerchiamo di vederne alcuni. Il sentirsi gay, omosessuale, é anzitutto una scelta personale, legata forse alla genetica, forse solo alla struttura psicologica, o forse l’uno e l’altro, comunque difficilmente se non impossibile da modificare. La nostra sessualità si sviluppa attraverso varie tappe e con enormi difficoltà.

La prima e forse la più importante, é quella di staccarci dalle fantasie fusionali con nostra madre. Staccarci da la, dove eravamo un tutt’uno indistinto e andare verso un’altra persona, uomo o donna che sia. Viverla come diversa da noi. Rischiare il non conosciuto.

E’ l’unione con un diverso da noi, momento primo, condizione indispensabile per la nascita del nuovo, di ciò che non ci sarebbe mai stato, e non mi riferisco solo ai bambini. Tutto questo, se pur regolato dalle spinte interne che ci coinvolgono nella fisicità e nella emotività, è difficile.

Ed é vero anche che chi fa i conti prevalentemente con la propria omosessualità, le cose sono un po’ più difficili, perché il diverso da sé è mascherato dal fatto che l’altro è fisicamente simile.

La “creazione” del nuovo all’interno di una coppia omosessuale è più difficile perché è ostacolata da un esterno non diverso.

Difficile ma non impossibile perché il diverso da sé è un connotato prevalentemente psicologico. Chiaramente più una situazione è problematica più avrebbe bisogno di aiuto, ma non è così.

Mi è difficile capire quali possano essere le ragioni storiche e sociali che hanno fatto sì che venisse negato l’evidente: l’omosessualità esiste.

A mia nonna piaceva il pecorino e nessuno glie l’ha mai negato, se qualcuno l’avesse fatto mia nonna presumibilmente avrebbe avuto dei piccoli problemi.

Quando si pongono ostacoli alla realizzazione sessuale e affettiva , si procurano grandi problemi. E’ orribile pensare che ancora oggi ci sono nazioni dove c’è ancora il rischio della pena di morte per coloro che dichiarano e vivono la loro omosessualità.

I gay venivano uccisi nei forni crematoi solo per le loro scelte sessuali. La Chiesa continua a considerare l’omosessualità un peccato ma anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per restare

Ayaz Marhoni e Mahmoud Asgari (18 e 16 anni), impiccati perché gay nel luglio del 2005 in Iran.(foto da:blog.panorama.it)

in tema, ha depennato solo alcuni decenni  fa l’omosessualità dall’elenco delle malattie.

E’ giusto scandalizzarci per le ingiustizie, lottare perché le cose possano cambiare, anche con un impegno sociale culturale, ma ci sono dei pericoli. C’è la possibilità di spostare all’esterno le difficoltà di crescita di cui parlavamo prima. Avere l’impressione di lottare per una libertà ma è solo un abbaglio.

I disagi psicologici che statisticamente affliggono i gay ne sono una conferma. La capacità di amare non è un concessione sociale è il risultato di una maturazione personale profonda.

La psicanalisi non si propone impegni sociali ma cerca di separare le difficoltà interne da quelle esterne, dando la possibilità al paziente di riconoscersi, di staccarsi dalle sue proiezioni narcisistiche, rendendo possibile un processo di individuazione, di maturità.

La prossima volta vi racconterò cosa avrebbe fatto mia nonna che era una saggia, se qualcuno gli avesse detto di non mangiare il pecorino.

Pubblicato anche su:  www.zambellorenzo.it

Disturbi sessuali: Le parafilie.

22-02-08

Di Renzo Zambello

Quando parliamo di disturbi sessuali ci riferiamo essenzialmente ad alcuni problemi psicologici chiamati Parafilie che sono: che sono: l’Esibizionismo e Voyeurismo, il Sadismo e Masochismo, Feticismo, Pedofilia e Travestitismo. Determinare che cos’è deviante e cosa non lo sia implica stabilire cos’è normale e cosa non lo è. 

Determinare ciò, nel campo della sessualità, comporta da una parte il pericolo di rifarci a categorie morali, dall’altra tener conto di come le valutazioni su questi problemi sessuali riflettono la società che le esprime. Basti pensare che Freud nel 1905 definiva l’attività sessuale come perversa “quando è focalizzata su regioni del corpo non genitale, e soppianta l’abituale pratica genitale”.

A nessuno, oggi verrebbe in mente di etichettare come perversa una pratica orale-genitale e si ammette che le coppie “normali” abbiano una varietà di comportamenti sessuali. Nonostante questa indubbia maggiore tollerabilità sociale è indiscutibile che alcune persone soffrano di disturbi sessuali con conseguenti disagi psicologici.

Lo stesso Freud aveva notato che tracce di perversione sessuale potevano essere trovate virtualmente in ogni persona, ma McDougall nel 1986 poneva delle restrizioni, affermando che fantasie perverse si riscontrano regolarmente in tutto il comportamento sessuale adulto, ma tendono a causare pochi problemi in quanto non vengono esperite come compulsive.

Ancora una volta la psicanalisi ci insegna che non è la qualità ma la quantità che fa la differenza, Non è la presenza  delle fantasie, ma la necessità di realizzarle in maniera compulsava. La schiavitù che il paziente sperimenta rispetto a queste fantasie e la loro pervasività nell’io. Stoller (1985) scrisse che le perversioni sono “la forma erotica dell’odio” e asseriva che la crudeltà e il desiderio di umiliare e di degradare il compagno o la compagna, e anche se stessi, è la determinante per classificare un comportamento come perverso. L’eziologia, le cause di tali disturbi sessuali sono in parte ancora un gran mistero. Alcuni A. studiosi hanno suggerito fattori biologici. Nella visione classica psicanalitica, tali disturbi sessuali sono considerati delle fissazioni o regressioni a forme di sessualità infantile che persistono nella vita adulta. Essenzialmente sono due le teorie psicanalitiche che tentano di spiegare le parafile. Una quella di Stoller che le vedeva come un’espressione del desiderio di umiliare e  Mitchell (1988) che le intese invece come una sfida alla prepotente influenza della figura materna interna, a volte l’unica area nella quale il soggetto perverso riesce ad affermare la sua indipendenza. La psicoterapia dei disturbi sessuali non è facile, spesso il paziente è resistente,  tende razionalmente o a sottovalutare il suo comportamento sessuale, negandolo come problema. Solo i pazienti che provano un certo disagio per i loro sintomi, possono essere in grado di superare una iniziale resistenza e a formare una alleanza terapeutica con il proprio psicoterapeuta . Solo allora paziente e terapeuta potranno iniziare a cercare i significati inconsci del sintomo e la loro funzione all’interno della personalità del paziente.

Articolo pubblicato anche su. www.zambellorenzo.it

Ipocondria

20-02-08

Di Renzo zambello

A mio parere c’è una sottovalutazione clinica e sociale di quella che normalmente viene chiamata “nevrosi ipocondriaca”.

L’ipocondriaco si caratterizza per una eccessiva e continua attenzione al proprio corpo, alla propria salute fisica e da una sproporzione fra l’apprensione, l’ansia che il soggetto prova ed un eventuale disturbo organico o funzionale. Psicologicamente tale ansia si associa spesso ad un pietoso stato di depressione cronica che si cortocircuita a livello somatico. Sono persone che tendono a somatizzare, soffrono spesso di quelle che diagnostichiamo come malattie psicosomatiche. Socialmente queste persone si propongono ai familiari, medici, amici e conoscenti come se fossero continuamente colpiti da malattie gravi, in un continuo pericolo di vita.

L’ipocondriaco è ammalato di paura di ammalarsi. La letteratura con Molière e il suo “Malato immaginario”, ha tratteggiato un quadro di tale sofferenza, mettendo in risalto l’insicurezza cronica, la continua e immotivata paura, la grottesca e irrazionale condotta terapeutica che muovere in noi un sorriso.

Ma se pensiamo che secondo statistiche abbastanza credibili, il 2, 3 % della popolazione è affetta da questo disturbo e il 20, 25 % della popolazione che ogni giorno frequenta le sale di attesa del medico di base ha motivazioni ipocondriache e che tutto ciò ha dei costi individuali e sociali altissimi, forse il sorriso si spegne. Queste sono persone che fanno collezione di piccoli e a volte, purtroppo, grandi interventi, riescono a farsi togliere di tutto: cisti, nodulini, fibrometti, pendice, tonsille, farsi fare gli esami clinici e tanto peggio strumentali in ogni parte del corpo. Passano da uno specialista all’altro e non trovano mai alcun giovamento dalle numerose cure praticate e il quadro clinico rimane sempre invariato. Pensiamo alle migliaia e migliaia di esami clinici che vengono fatti non per una necessità diagnostica ma per quietare un’ansia che per altro non sarà mai sedabile.

ensiamo all’enorme quantità di medicine da banco e prescritte che vengono buttate via, comprate e a volte gettate, senza neanche aprire la scatola. Ma ciò che ci interessa, sono le motivazioni psicologiche di quest’ansia che apparentemente si rigenera e non si placa mai. Il malessere psicologico, reale, del paziente ipocondriaco pone problemi terapeutici difficili: questi pazienti, pur riconoscendo l’irrazionalità delle loro preoccupazioni, non accettano d’essere inseriti all’interno di un protocollo psichiatrico e difficilmente ammettono un disagio psicologico. Possono e solo in alcuni casi, accettare interventi miranti a diminuire lo stress, senza chiaramente toccare le cause che l’hanno provocato.

La psicanalisi ci ha spiegato che l’ipocondriaco, per motivi legati alle difficoltà che presumibilmente ha incontrato nei primi anni di vita, ad un certo punto ha ritirato il suo investimento affettivo, libidico, aggressivo sugli altri e l’ha concentrato su se stesso. Ciò comporta un’ansia terribile, un corto circuito energetico che attiva pulsioni di morte che vengono bloccate dalla paura di morire.Il paziente ha paura di morire perché vuole morire. Al paziente interessa, vuole, sentirsi ammalato, perché finché è ammalato, c’è qualcuno all’esterno della sua situazione mortifera interna che lo vuole vivo; finché è ammalato non rischia di morire. Paradossalmente, ma non troppo, il medico giusto è quello che non cura mai questi pazienti, che è disposto ad essere sconfitto da questi malati sani e che accetta di vivere una funzione contenitrice.

 

Articolo pubblicato anche su: www.zambellorenzo.it e su http://www.farmasalute.it  e su la rivista:  HOD Benessere.

Psoriasi e depressione, legame pericoloso

19-02-08

Di Vanni Santoni

Secondo uno studio italiano, chiamato ‘Psychae’ (Psoriasis: SurveY for the Control of Anxiety and dEpression), condotto in 39 cliniche dermatologiche universitarie seguendo circa 1.600 pazienti psoriasici, presentato a Roma, in occasione dell’apertura del congresso della Sidemast, Società italiana di dermatologia medica, chirurgia estetica e della malattie sessualmente trasmesse esiste un legame tra psoriasi e depressione.

Psoriasi: una patologia che colpisce l’1-2% della popolazione mondiale, oltre due milioni e mezzo di persone in Italia. Una malattia “innocua” dal momento che non provoca danni all’organismo, ma incurabile ed esteticamente rilevante, e quindi spesso causa di un disagio psichico e relazionale che può anche sfociare in ansia e depressione. Questo l’allarme che arriva dall’analisi ‘Psychae’ (Psoriasis: SurveY for the Control of Anxiety and dEpression) – il nome inglese è ma lo studio è tutto italiano – condotto in 39 cliniche dermatologiche universitarie seguendo circa 1.600 pazienti psoriasici e presentato a Roma in occasione dell’apertura del congresso della Sidemast, Società italiana di dermatologia medica, chirurgia estetica e della malattie sessualmente trasmesse.

La psoriasi è una patologia infiammatoria della pelle, non infettiva, solitamente di carattere cronico e recidivante (per questo un soggetto affetto da psoriasi non sarà mai guarito, ma avrà momenti in cui gli effetti della malattia sono meno incisivi). Dai risultati dell’indagine, emerge che il 46% dei pazienti presenta un disagio psicologico e che l’11% soffre di una vera e propria patologia psichica. In entrambi i casi sono risultate più colpite le donne rispetto agli uomini, probabilmente per la maggiore importanza che la nostra società dà all’aspetto delle donne rispetto a quello degli uomini: il 54% delle donne contro il 40% degli uomini presenta un disagio mentale, mentre tra coloro che presentano una malattia psichica, le donne sono il 17% delle donne contro il 7% degli uomini. Desta preoccupazione il dato secondo cui, nella popolazione psoriasica, il 7,5% ha o ha avuto pensieri suicidi.

Per questo, secondo Alberto Caputo, relatore al congresso Sidemast e ricercatore di Scienze Relazionali presso l’Università di Milano, e dal momento che il malessere dei pazienti non sempre è correlato con l’estensione della malattia sul corpo, “il dermatologo deve valutare la gravità della psoriasi anche in baso all’impatto psicologico che essa può avere, prescrivendo non solo medicinali a uso topico, ma anche terapie considerate aggressive, se il paziente si trovasse soffrire di ansia e depressione”.

da:http://www.prontoconsumatore.it

 Commento del Dott. Zambello

Riporto l’articolo di Santoni perchè credo siano significative le statistiche presentate al convegno dei dermatologi riguardo la relazione tra Psoriasi e  Depressione.  

L’ autore    ci parla comunque di una depressione secondaria causata dalle difficoltà ad accettare una alterazione estetica quasi sempre difficilmente curabile.

In realtà la mia esperienza clinica, chiaramente non ho la presunzione di contrastare la ricerca clinica su 1600 pazienti, mi  suggerisce e suggerisco, una lettera un po’ diversa dei dati. Voglio dire che non sempre , forse, la depressione è conseguenza della malattia ma, causa della stessa. Propongo una riflessione “psicosomatica” dei dati.

A tale proposito ricordo il caso di un paziente che si era rivolto a me perchè “stanco” del lavoro che faceva e  della sua situazione familiare. Faceva il panettiere, aveva un negozio che mandava avanti con la moglie e alcuni operai da d più di venticinque anni, voleva “andare in pensione” ma non ce la faceva.

Improvvisamente si ammalò di psoriasi alle mani.  Situazione alquanto imbarazzante per un panettiere ma,  decise di non  cambiare, preferì mettersi dei guanti bianchi e continuò a servire dietro il banco. Dopo un anno gli venne un ictus che lo paralizzò dalla parte destra. Fu costretto a vendere, svendere, la panetteria. A distanza di un mese, mi disse la figlia, non aveva più un segno della psoriasi. 

C’era riuscito!              

SALUTE MENTALE E PREVENZIONE

16-02-08

Di Renzo Zambello

L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala da alcuni anni che sono in aumento i malati mentali. Si stima che circa 340 milioni di persone sono affette da depressione, 45 milioni da schizofrenia, 100 milioni da ritardo mentale e ottanta milioni da demenza. La depressione appare come la terza patologia nel mondo dopo le vascolopatie e i tumori. Fra le problematiche in rapido sviluppo accanto ai problemi legati all’alimentazione vi sono i problemi legati all’ansia, in particolare gli attacchi di panico. L’ultima emergenza è la malinconia: “tumore dell’anima”. Le persone che soffrono di malinconia vivono una scarsa qualità della vita in una continua perdita di benessere psicofisico. A queste malattie si uniscono spesso disagi psicosociali: la povertà, mancanza di un lavoro sicuro, livello scolastico basso, ma anche lo stress, la paura di non essere all’altezza delle aspettative… Si tratta quindi di tutta una fetta di popolazione che si trova a rischio di perdere la propria salute mentale che ha bisogno di sostegno e di condizioni specifiche di aiuto, di servizi adeguati. E’ chiaro che rispetto al problema dei servizi si apre una tematica di ordine politico. Ci si domanda ad esempio perché lo stato non riconosca ancora, o meglio non metta negli organici delle ASL la figura dello Psicoterapeuta che per altro lui stesso ha già riconosciuto organizzando e supervisionandone le scuole di preparazione? Allora cosa fare per prevenire? Certo il problema è molto complesso. Io credo comunque che sia cruciale il problema della informazione. Attraverso la conoscenza forse è possibile agganciare il problema politico mettendoci nelle condizioni di “chiedere” agli amministratori di fornirci ciò di cui abbiamo bisogno ma soprattutto cercando la di far prevenzione, sensibilizzazione personale. Ancora una volta: se la conosci, la sofferenza mentale, non ti rovina la vita.

Psichiatria violenta?

15-02-08

   Ci associamo  ai  redatori di barilive.it  perchè venga fatta al più presto  chiarezza.

Psichiatria in Puglia: morti senza risposta.

Donna di 80 anni muore nel reparto di psichiatria di Bari durante un Trattamento Sanitario Obbligatorio (ricovero forzato contro la propria volontà).

Siamo sconcertati dalla notizia che abbiamo ricevuto. Il 30 gennaio 2008 un’utente psichiatrica di oltre 80 anni è morta pare durante un trattamento sanitario obbligatorio dopo una probabile contenzione non solo farmacologica ma forse anche fisica.

Abbiamo più  volte cercato di capire la veridicità della notizia, consultato giornalisti che promettevano attenzione e risposte, consultato medici che non negavano ma eludevano.

Nessun organo di stampa accerta e diffonde la notizia. Nessuna responsabilità può essere determinata per questa eventuale assurdità.

Ricordiamo che stiamo parlando di una morte durante un ipotetico trattamento sanitario obbligatorio ad una donna di oltre ottanta anni. Ricordiamo che stiamo parlando di un atto gravissimo nell’ipotesi di veridicità.
Noi siamo in assoluto contrari ai trattamenti sanitari obbligatori ma costringere una donna di oltre ottanti anni ad un trattamento sanitario obbligatorio, con probabile contenzione farmacologica e fisica, non può essere un atto che può passare nel silenzio, senza confronti, giustificazioni e responsabilità.

Vogliamo che sia fatta luce sull’eventuale tragica vicenda; chiediamo che gli organi di informazione verifichino l’attendibilità della notizia e ne diano voce, che la comunità psichiatrica si interroghi e dia risposte. Vogliamo che la società civile possa essere informata in merito a questa ennesima tragedia psichiatrica, a questo ennesimo risultato certo.

Associazione “Altre Ragioni” – Bari
e-mail: eziocat@insicuri.net

Rete sulla legalità e diritti negati
e-mail: vill.stanic@yahoo.it ”

da:http://www.barilive.it

Una cura basata sul sole e la luce.Quando il deficit è di melatonina.

14-02-08

Sono molteplici gli studi sull’efficacia della “Light Therapy” nei pazienti affetti da depressione stagionale Sad. Oggi la terapia si applica anche nei disturbi psichiatrici come depressione o bipolarismo. È quanto si sta facendo al Dipartimento di Psichiatria della Columbia University, come riferisce in uno studio pubblicato il mese scorso da Sleep Medical Review. Considerato che l’alternanza cicardiana e la stagionalità hanno comunque un’influenza sugli stati depressivi in generale i ricercatori hanno esteso l’uso di questa terapia anche ai resistenti ai farmaci. Buoni risultati si sono avuti con le depressioni durante la gravidanza o con i deficit di attenzione da iperattività. Un miglior funzionamento motorio, inoltre, si è avuto nei malati di Parkinson e nei disturbi del sonno della demenza senile.

Da:http://www.repubblica.it

Quando il deficit è di melatonina

di Susanna Jacona Salafia
Tristezza, una particolare voglia di dolci, isolamento e apatia, sonnolenza: se tutto ciò è iniziato solo da un paio di mesi, niente paura perché potrebbe scomparire come  d’incanto, con la prossima stagione. Il sole, la luce e i suoi colori immediatamente spazzano via questo senso di ansia perenne. Se cosi è la vostra diagnosi potrebbe essere “Sad”, Seasonal affective disorder, ovvero la depressione legata al ciclo cicardiano di luce e notte che insorge quando le giornate si fanno piu’ corte (o piu lunghe), nel passaggio dalle stagioni calde a quelle fredde o viceversa. La Winter depression è dunque solo un “letargo”, un conto alla rovescia fino al termine della stagione fredda.
“La Sad invernale è una sindrome legata alla latitudine, è infatti per lo più presente nel nord Europa e nelle località montane”, spiega Roberto Tatarelli, primario dell’Unità di Psichiatria del Sant’Andrea di Roma, centro di riferimento nazionale per la “Depressione, i disturbi dell’umore e la prevenzione dei suicidi” che aggiunge: “essendo causata dalla mancanza di luce una delle terapie consigliabili in quei casi potrebbe essere senz’altro anche un soggiorno in una zona mediterranea o dove c’è molta luce anche d’inverno”.
La “depressione stagionale”, negli ultimi studi europei è una sindrome ormai accertata ma di difficile diagnosi. Lo dice una ricerca comparata dell’Università di Lund in Svezia che auspica  un maggior rigore nel differenziare la depressione comune da quella “stagionale”. La malattia è del tutto identica alla depressione comune, anch’essa può raggiungere stati molto gravi (compreso il suicidio), ma per fortuna è a “termine”.
La Sad può essere determinata anche da un “eccesso” di luce. E quindi l’arrivo della primavera e dell’estate possono a loro volta essere causa di depressione. Svernare al sud, dove c’è il sole anche a dicembre o passare l’estate in montagna può essere una soluzione per chi soffre di Sad invernale o estiva.
Ma quante Sad in Italia non riconosciute sono invece diagnosticate come comuni depressioni? Secondo il professor Tatarelli “in realtà da noi non c’è una casistica consistente, essendo una malattia principalmente del nord europea dove colpisce quasi il 10% della popolazione. Però anche in Italia c’è un picco di suicidi legato al cambio di stagione, al culmine dunque di un periodo depressivo”.
“Solo nel nostro Pronto soccorso”, prosegue Tatarelli, “nel 2007 abbiamo registrato una vera impennata nei mesi di marzo e ottobre, al cambio delle stagioni dunque, con circa 8-10 interventi a settimana”.
Quasi un episodio suicidiario al giorno, dunque, legato alla stagionalità.
“Fra questi potrebbero esserci delle Sad non diagnosticate correttamente anche se negli stadi estremi i fattori che concorrono alla depressione sono molti”, aggiunge l’esperto.
Se la causa della Sad invernale è dunque la mancanza di luce, “Light therapy” o luminoterapia, “dawn simulation” (simulazione dell’alba), terapia agli ioni negativi, esercizio fisico e psicoterapia comportamentale, sono i rimedi che  hanno dato i migliori risultati, oltre alla terapia con psicofarmaci (nei casi più gravi) o melatonina.
Ai primi sintomi è dunque essenziale una corretta diagnosi che stabilisca che si tratti di comune depressione o di disturbo affettivo stagionale poiché, e bene sottolinearlo, nei due casi le terapie sono estremamente diverse. Nei pazienti che soffrono di Sad è stato accertato che c’è un cattivo funzionamento nella produzione dell’ormone melatonina che è dunque il trattamento chimico di elezione, diversamente dalla depressione comune.

da:http://www.repubblica.it


L’ansia da prestazione del musicista

12-02-08

Musicisti attenti a quei doloretti quando suonate! Le cause potrebbero essere più profonde di quel che crediate, ma il piacere nel fare musica potrebbe ugualmente esserne compromesso e portare all’interruzione della carriera. Tutto a causa di conflitti intrapsichici che prendono la forma di un’ansia da prestazione i cui sintomi si manifestano anche attraverso il corpo con disturbi dolorosi. Avevo già introdotto il discorso delle patologie professionali degli artisti in Amici di Maria si fa scientifico. Oggi però voglio parlarvi dell’ansia e della paura del palcoscenico che può colpire gli artisti e i musicisti in particolare e che può nascondersi dietro una di queste patologie apparentemente solo fisiche.

Cosè. L’ansia da prestazione è un disturbo che consiste in una eccessiva preoccupazione nel dover affrontare una prova ritenuta importante, davanti ad altre persone. Non è necessario che queste altre persone costituiscano un pubblico ampio, il senso di ansia e angoscia può comparire anche in presenza di una sola persona. Quello che fa la differenza è la sensazione di aver messo in gioco tutto di se stessi, ma di poter non essere all’altezza delle aspettative dell’altro. È un malessere che quindi possono provare tutti: studenti agli esami, atleti in gara, chiunque, per vari motivi si trova a fare discorsi in pubblico. Tuttavia Julie Jaffee Nagel, psicoanalista e assistente clinico all’Università del Michigan, in un interessante articolo pubblicato sull’American Psychoanalyst, ha fatto notare che, nel caso del musicista, l’ansia da prestazione assume contorni particolari per due motivi. “Innanzitutto – scrive infatti Nagel – il musicista inizia a studiare uno strumento che sarà quello della vita sin dall’infanzia, mentre in altri contesti, le decisioni importanti per la carriera si prendono nell’adolescenza e nell’età adulta. Questo comporta che un bambino trascorra gli anni più critici per la sua formazione, focalizzandosi su un obiettivo ben preciso, nell’isolamento dell’ambiente musicale, circondato da maestri e personaggi importanti che diventeranno i suoi “oggetti di transfert”. In secondo luogo il mercato del lavoro per un musicista classico è piuttosto limitato, ciò significa che la disoccupazione è dietro l’angolo e, per i pochi che diventano famosi, ce ne sono molti che invece devono accontentarsi di impieghi a livello più basso rispetto a quello per cui hanno studiato”.
Credo si tratti in realtà di problemi frequenti anche in altri ambiti. Il problema dell’età di inizio e della focalizzazione selettiva su un obiettivo in un periodo delicato per lo sviluppo psicofisico, per esempio, è comune anche ai ballerini, ma pure ai baby-atleti della ginnastica. Vorrei però far notare che la “focalizzazione e l’isolamento” di cui parla Nagel possono diventare un rischio da considerare solo per quei bambini che si mostrano particolarmente dotati e che per questo vengono incoraggiati e spinti a impegnarsi sempre di più dagli adulti, a volte oltre il loro reale interesse. Tuttavia ritengo che lo studio della musica da piccoli, o la pratica di qualsiasi altra attività artistica o sportiva, quando rispettosi del piccolo, sia non solo utile ma necessaria. La questione del mercato del lavoro tutto sommato non vale solo per i musicisti ma per tutti gli artisti in generale. Tuttavia Nagel introduce proprio a questo proposito una considerazione interessante. Secondo lei, la natura stessa dell’arte, che mostra, esibisce e comunque mette al centro dell’attenzione di un pubblico più o meno ampio il prodotto dell’artista e in alcune arti come appunto la musica, l’artista stesso, attirerebbe persone che per caratteristiche proprie sono tendenzialmente portate alla competizione, all’esibizionismo, o votate a cercare negli altri amore, approvazione e applausi. È quindi chiaro che in queste persone la realtà che poi si trovano a dover affrontare contrasta ancora di più e fa ancora più male, da cui la preoccupazione di non riuscire e la relativa frustrazione quando non si raggiungono i risultati sperati, che generano ulteriore ansia in un circolo vizioso che si può presentare appunto come un’ansia da prestazione.
Come riconoscerla. Nei casi più chiari l’ansia da prestazione si manifesta come una paura della prova, dell’esibizione e anche per il musicista è facile capire dove sta il problema e rivolgersi a uno specialista che possa aiutarlo se vuole continuare la sua carriera. Ma le cose non sono sempre così ovvie e infatti Nagel, nel suo articolo, introduce un discorso molto importante che è quello della somatizzazione dell’ansia da prestazione. “Corpo e mente lavorano in concerto, ma non sempre in armonia” scrive la psicanalista, trovando una metafora quanto mai calzante. Di solito si tratta di disturbi dolorosi che impediscono la normale preparazione, ma per i quali, nonostante i vari medici consultati e i ripetuti esami svolti, non si riesce ad individuare una causa organica. Il problema è che i musicisti, a causa della loro attività fatta di ore e ore passate a svolgere movimenti continui e ripetitivi, in posizioni magari innaturali come quelle necessarie, ad esempio, per reggere gli strumenti, hanno spesso patologie osteoartromuscolari che portano a sindromi dolorose. In questo senso possono essere assimilati a degli atleti, in cui l’attività troppo intensa può portare a un logorio delle strutture corporee poste in sovraccarico che richiede riposo e interventi medici mirati, pena la progressione del danno fisico fino alla sua irreversibilità.
La diatriba. L’Autrice però cita uno studio piuttosto ampio dal quale sarebbe emerso che “nonostante la particolare sensibilità e gli indubbi tratti caratteriali dei musicisti, la somatizzazione dei conflitti psichici che ne derivano non sono poi così frequenti”. Inutile dire che la psicanalista non ci sta a questa visione prettamente biologica delle patologie del musicista. La questione ovviamente non è solo teorica. La causa all’origine di una sindrome dolorosa ne determina anche il tipo di trattamento. Se il problema è organico possono essere necessari riposo, terapie fisiche, modifiche posturali, biofeedback, tutori, farmaci e in alcuni casi interventi chirurgici. Quando invece il problema è di natura psicologica l’intervento è inevitabilmente una psicoterapia.
Conclusioni. A me non interessa stabilire chi ha ragione anche perché spesso cause organiche e cause psicologiche finiscono col sovrapporsi e auto-alimentarsi. Non ritengo che si tratti di decidere chi ha più diritto di accaparrarsi i pazienti, se il medico o lo psicoterapeuta. L’importanza del discorso introdotto, consiste nell’offrire ai musicisti, ma il discorso si può estendere a tutti gli artisti, una diversa lettura dei loro dolori. Il problema dei disturbi di somatizzazione è proprio la difficoltà di far capire a chi ne soffre che non trovare una causa organica al malessere non vuol dire accusare di inventarsi problemi inesistenti, né tanto meno che il consiglio di rivolgersi a uno psicoterapeuta per risolverli, significa che siamo “pazzi”. Quindi il mio consiglio, al di là delle statistiche che lasciano sempre un po’ il tempo che trovano, è di rivolgersi sempre a un medico, magari specializzato in patologie dei musicisti, evitando il fai-da-te consigliato da amici e parenti. E se dopo tutti gli esami e visite del caso non risulta nulla di organico, rivolgetevi a uno psicoterapeuta. In fondo è la vostra carriera ad essere messa in discussione, mi pare una buona ragione per tentare tutto il possibile.
La mia personale esperienza. Ho deciso di smettere di studiare pianoforte dopo otto anni di scuola proprio perché non sopportavo i saggi di fine anno, le esibizioni e gli esami. Sapevo che la musica non sarebbe mai stata la mia professione, ma mi sarebbe piaciuto approfondirne ancora un po’ lo studio. Purtroppo so che fa parte del mio carattere temere il giudizio altrui, l’ho sperimentato anche con gli esami all’Università. Tuttavia in quel caso sono riuscita a stringere i denti e ad arrivare alla fine. Con la musica no, purtroppo. E il motivo era che quando suonavo in pubblico io non riuscivo a “sentire” la musica. Ero talmente preoccupata di mettere una nota in fila all’altra senza scordarmi nulla, che i “colori” non c’erano più. Se fosse stato per me, al posto di chiamarsi “piano-forte” si sarebbe potuto chiamare “mono-tono”. L’angoscia nel suonare a quel punto non era più legata tanto all’esibizione in pubblico, quanto piuttosto alla frustrante sensazione di non riuscire a far uscire la musica che sapevo di avere dentro. Oggi suono solo per me stessa e posso di nuovo percepire i miei amati “colori”, ma c’è sempre il rimpianto che tecnicamente avrei potuto imparare di più continuando la scuola.
Fonte: The American Psychoanalyst

Da:http://arteesalute.blogosfere.it

Senso di colpa e tabù tra piacere e tormento

08-02-08

di Roberta Giommi
La sessualità e l’amore hanno un rapporto forte con i sensi di colpa; ma può accadere che siano le persone che hanno forti sensi di colpa a vivere più facilmente esperienze di forte esaltazione.
Il sesso e l’amore sono i principali artefici dei sensi di colpa. Quando proviamo amore tendiamo inizialmente ad assolverci perché pensiamo di essere prigionieri di emozioni più forti di noi, perché ci sentiamo dipendenti dalla persona che ci fa trasgredire le regole, disperatamente presi, perché stiamo facendo qualcosa che ci fa sentire perduti e questo inizialmente rappresenta l’assoluzione, ma con il passare del tempo alimenta il senso di colpa o la preoccupazione per avere rotto dei tabù.

Cosa nasconde l’errore
Esiste un aspetto compulsivo che si associa ai sensi di colpa: se continuiamo a sbagliare, se non riusciamo a correggere i nostri comportamenti, combattiamo dentro di noi invece di ascoltarci e assumere la responsabilità degli errori. Quando agitiamo nella nostra mente questi pensieri siamo infelici, in continuo conflitto con noi stessi, separati dalle persone che rispettano le nostre stesse regole e con le quali non possiamo confidarci perché temiamo che non potrebbero capire i nostri comportamenti.
Il senso di perdita della regola e la successiva crisi dell’autostima, il silenzio che può accompagnare il segreto, finiscono per rinforzare i comportamenti che creano malessere. I sensi di colpa non si legano però solo a grandi problemi ma possono insinuarsi come agitatori anche in altri episodi come, ad esempio, dalla vergogna/colpa che ci assale perché mangiamo cioccolata mentre siamo dieta. I più frequenti sono legati ai tradimenti dell’amore, dell’amicizia, della fiducia, della lealtà, determinati da egoismo, vendetta, sentimenti che esprimiamo considerandoli deprecabili, come mancare alla parola data a genitori, partner, amici, come tradire la lealtà nel lavoro, essere competitivi in modo scorretto. Sono frequentemente motivo di una sofferenza psicologica che può guidare alla scelta di una psicoterapia.
In psicoterapia il senso di colpa viene esaminato come segnale di un conflitto di sentimenti o comportamenti.
Noi terapeuti valutiamo insieme al paziente se quello che il senso di colpa anima dentro la nostra testa è che dobbiamo fermarci a capire perché siamo scissi rispetto ai nostri comportamenti o scelte o perché non siamo convinti di azioni più forti della nostra volontà. Ma l’unica ipotesi positiva per produrre il cambiamento passa dal capire in maniera più consapevole, la nostra debolezza verso i comportamenti che stiamo attuando. Questo permette di ristabilire un contatto con il nostro meccanismo di autoregolazione: abbiamo deciso che non possiamo rinunciare, trasformiamo questa parola in “voglio continuare” e assumiamo la responsabilità del danno che possiamo fare a noi stessi, alla nostra dieta, al nostro partner; oppure prendiamo atto di una debolezza che disapproviamo e costruiamo attenzioni guidate al nostro copione mentale.

Vorrei ma non posso
Consapevoli del perchéSe il nostro desiderio, la nostra sessualità, la nostra gola, guidano i nostri comportamenti, accettiamo di sperimentare questa parte della nostra vita o proviamo a pensare in modo diverso e portare nuove strutture. La tecnica dell’assunzione di responsabilità, cerca di smontare l’alone che circonda la frase “vorrei, ma non posso” che accompagna alcuni sensi di colpa.
Vogliamo guardare la pornografia, tradire la partner, mangiare la cioccolata; abbiamo sentito che abbiamo ceduto alle tentazioni? Riconosciamolo, valutiamo cosa ci addolora, esaminiamo cosa ha prodotto il nostro comportamento, ascoltiamo il significato del sentimento di colpa. Nell’eros la colpa ha il suo fascino, perché è come se avessimo una vecchia idea che si prova piacere se siamo perduti, ma non è il solo copione possibile, esistono anche altre possibilità. Nelle narrazioni è l’anima tormentata, che cede alle emozioni e si pente, che spesso costruisce la passione, la costrizione della dipendenza emotiva, il fare sempre gli stessi errori. Proviamo a concederci sensi di colpa riflessivi che ci facciano scoprire cosa anima la nostra contraddizione e cosa può risolverla.

 da:http://www.repubblica.it

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