Musicisti attenti a quei doloretti quando suonate! Le cause potrebbero essere più profonde di quel che crediate, ma il piacere nel fare musica potrebbe ugualmente esserne compromesso e portare all’interruzione della carriera. Tutto a causa di conflitti intrapsichici che prendono la forma di un’ansia da prestazione i cui sintomi si manifestano anche attraverso il corpo con disturbi dolorosi. Avevo già introdotto il discorso delle patologie professionali degli artisti in Amici di Maria si fa scientifico. Oggi però voglio parlarvi dell’ansia e della paura del palcoscenico che può colpire gli artisti e i musicisti in particolare e che può nascondersi dietro una di queste patologie apparentemente solo fisiche.
Cosè. L’ansia da prestazione è un disturbo che consiste in una eccessiva preoccupazione nel dover affrontare una prova ritenuta importante, davanti ad altre persone. Non è necessario che queste altre persone costituiscano un pubblico ampio, il senso di ansia e angoscia può comparire anche in presenza di una sola persona. Quello che fa la differenza è la sensazione di aver messo in gioco tutto di se stessi, ma di poter non essere all’altezza delle aspettative dell’altro. È un malessere che quindi possono provare tutti: studenti agli esami, atleti in gara, chiunque, per vari motivi si trova a fare discorsi in pubblico. Tuttavia Julie Jaffee Nagel, psicoanalista e assistente clinico all’Università del Michigan, in un interessante articolo pubblicato sull’American Psychoanalyst, ha fatto notare che, nel caso del musicista, l’ansia da prestazione assume contorni particolari per due motivi. “Innanzitutto – scrive infatti Nagel – il musicista inizia a studiare uno strumento che sarà quello della vita sin dall’infanzia, mentre in altri contesti, le decisioni importanti per la carriera si prendono nell’adolescenza e nell’età adulta. Questo comporta che un bambino trascorra gli anni più critici per la sua formazione, focalizzandosi su un obiettivo ben preciso, nell’isolamento dell’ambiente musicale, circondato da maestri e personaggi importanti che diventeranno i suoi “oggetti di transfert”. In secondo luogo il mercato del lavoro per un musicista classico è piuttosto limitato, ciò significa che la disoccupazione è dietro l’angolo e, per i pochi che diventano famosi, ce ne sono molti che invece devono accontentarsi di impieghi a livello più basso rispetto a quello per cui hanno studiato”.
Credo si tratti in realtà di problemi frequenti anche in altri ambiti. Il problema dell’età di inizio e della focalizzazione selettiva su un obiettivo in un periodo delicato per lo sviluppo psicofisico, per esempio, è comune anche ai ballerini, ma pure ai baby-atleti della ginnastica. Vorrei però far notare che la “focalizzazione e l’isolamento” di cui parla Nagel possono diventare un rischio da considerare solo per quei bambini che si mostrano particolarmente dotati e che per questo vengono incoraggiati e spinti a impegnarsi sempre di più dagli adulti, a volte oltre il loro reale interesse. Tuttavia ritengo che lo studio della musica da piccoli, o la pratica di qualsiasi altra attività artistica o sportiva, quando rispettosi del piccolo, sia non solo utile ma necessaria. La questione del mercato del lavoro tutto sommato non vale solo per i musicisti ma per tutti gli artisti in generale. Tuttavia Nagel introduce proprio a questo proposito una considerazione interessante. Secondo lei, la natura stessa dell’arte, che mostra, esibisce e comunque mette al centro dell’attenzione di un pubblico più o meno ampio il prodotto dell’artista e in alcune arti come appunto la musica, l’artista stesso, attirerebbe persone che per caratteristiche proprie sono tendenzialmente portate alla competizione, all’esibizionismo, o votate a cercare negli altri amore, approvazione e applausi. È quindi chiaro che in queste persone la realtà che poi si trovano a dover affrontare contrasta ancora di più e fa ancora più male, da cui la preoccupazione di non riuscire e la relativa frustrazione quando non si raggiungono i risultati sperati, che generano ulteriore ansia in un circolo vizioso che si può presentare appunto come un’ansia da prestazione.
Come riconoscerla. Nei casi più chiari l’ansia da prestazione si manifesta come una paura della prova, dell’esibizione e anche per il musicista è facile capire dove sta il problema e rivolgersi a uno specialista che possa aiutarlo se vuole continuare la sua carriera. Ma le cose non sono sempre così ovvie e infatti Nagel, nel suo articolo, introduce un discorso molto importante che è quello della somatizzazione dell’ansia da prestazione. “Corpo e mente lavorano in concerto, ma non sempre in armonia” scrive la psicanalista, trovando una metafora quanto mai calzante. Di solito si tratta di disturbi dolorosi che impediscono la normale preparazione, ma per i quali, nonostante i vari medici consultati e i ripetuti esami svolti, non si riesce ad individuare una causa organica. Il problema è che i musicisti, a causa della loro attività fatta di ore e ore passate a svolgere movimenti continui e ripetitivi, in posizioni magari innaturali come quelle necessarie, ad esempio, per reggere gli strumenti, hanno spesso patologie osteoartromuscolari che portano a sindromi dolorose. In questo senso possono essere assimilati a degli atleti, in cui l’attività troppo intensa può portare a un logorio delle strutture corporee poste in sovraccarico che richiede riposo e interventi medici mirati, pena la progressione del danno fisico fino alla sua irreversibilità.
La diatriba. L’Autrice però cita uno studio piuttosto ampio dal quale sarebbe emerso che “nonostante la particolare sensibilità e gli indubbi tratti caratteriali dei musicisti, la somatizzazione dei conflitti psichici che ne derivano non sono poi così frequenti”. Inutile dire che la psicanalista non ci sta a questa visione prettamente biologica delle patologie del musicista. La questione ovviamente non è solo teorica. La causa all’origine di una sindrome dolorosa ne determina anche il tipo di trattamento. Se il problema è organico possono essere necessari riposo, terapie fisiche, modifiche posturali, biofeedback, tutori, farmaci e in alcuni casi interventi chirurgici. Quando invece il problema è di natura psicologica l’intervento è inevitabilmente una psicoterapia.
Conclusioni. A me non interessa stabilire chi ha ragione anche perché spesso cause organiche e cause psicologiche finiscono col sovrapporsi e auto-alimentarsi. Non ritengo che si tratti di decidere chi ha più diritto di accaparrarsi i pazienti, se il medico o lo psicoterapeuta. L’importanza del discorso introdotto, consiste nell’offrire ai musicisti, ma il discorso si può estendere a tutti gli artisti, una diversa lettura dei loro dolori. Il problema dei disturbi di somatizzazione è proprio la difficoltà di far capire a chi ne soffre che non trovare una causa organica al malessere non vuol dire accusare di inventarsi problemi inesistenti, né tanto meno che il consiglio di rivolgersi a uno psicoterapeuta per risolverli, significa che siamo “pazzi”. Quindi il mio consiglio, al di là delle statistiche che lasciano sempre un po’ il tempo che trovano, è di rivolgersi sempre a un medico, magari specializzato in patologie dei musicisti, evitando il fai-da-te consigliato da amici e parenti. E se dopo tutti gli esami e visite del caso non risulta nulla di organico, rivolgetevi a uno psicoterapeuta. In fondo è la vostra carriera ad essere messa in discussione, mi pare una buona ragione per tentare tutto il possibile.
La mia personale esperienza. Ho deciso di smettere di studiare pianoforte dopo otto anni di scuola proprio perché non sopportavo i saggi di fine anno, le esibizioni e gli esami. Sapevo che la musica non sarebbe mai stata la mia professione, ma mi sarebbe piaciuto approfondirne ancora un po’ lo studio. Purtroppo so che fa parte del mio carattere temere il giudizio altrui, l’ho sperimentato anche con gli esami all’Università. Tuttavia in quel caso sono riuscita a stringere i denti e ad arrivare alla fine. Con la musica no, purtroppo. E il motivo era che quando suonavo in pubblico io non riuscivo a “sentire” la musica. Ero talmente preoccupata di mettere una nota in fila all’altra senza scordarmi nulla, che i “colori” non c’erano più. Se fosse stato per me, al posto di chiamarsi “piano-forte” si sarebbe potuto chiamare “mono-tono”. L’angoscia nel suonare a quel punto non era più legata tanto all’esibizione in pubblico, quanto piuttosto alla frustrante sensazione di non riuscire a far uscire la musica che sapevo di avere dentro. Oggi suono solo per me stessa e posso di nuovo percepire i miei amati “colori”, ma c’è sempre il rimpianto che tecnicamente avrei potuto imparare di più continuando la scuola.
Fonte: The American Psychoanalyst
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