La Sincronicità

31-03-08

Sulla Rivincita del Pensiero
di: Silvia Serio

L’uomo è un animale che ha bisogno di credere. Ha bisogno di credere in Dio, nell’amore, nel bene e nel male, nella medicina e nella filosofia o in un ente superiore ed esterno che trascende lui stesso; questo perché arriva un momento del suo percorso in cui si rende consapevole della sua impotenza dinnanzi all’imponderabile; i suoi soli mezzi non sono più sufficienti ; i suoi desideri si fanno inconsistenti dinnanzi ad un potere decisionale più alto. Qualche saggio ricorda come il parametro per la stima dell’intelligenza di una persona sia inversamente proporzionale al numero di certezze che possiede.
 Contemporaneamente, l’uomo è reticente all’ignoto e inspiegabile. Si accontenta spesso di definire “dogma” il difficilmente accessibile al razionale; non approfondisce per paura di scoprire al di là della porta una realtà nuova che sovverte e destabilizza vecchi canoni.
Ragionando sulla nostra umana limitatezza, sorge spontaneo domandarsi se non esista qualche ordine o sistema organizzato non accessibile alla nostra conoscenza.
L’unica realtà possibile è quella percepibile per mezzo dei 5 sensi?
Le sensazioni e i pensieri da dove nascono,di che natura sono e dove vanno a finire?
Il mondo delle emozioni resta una realtà romanzesca, confinata al cuore, che non ha in termini scientifici un riscontro obiettivabile?
 “L’uomo non vive di solo pane”, è un concetto che rappresenta un bisogno presente giornalmente nella coscienze e si manifesta nella voglia di spiritualità e di distacco, che spesso il mondo moderno non consente ma che inevitabilmente riemerge come impulso fondamentale e inscindibile dall’uomo che trova sbocco in quella strana curiosità mista a diffidenza nei confronti di culture antiche e orientali capaci di diffondere con parole di serenità un quadro d’insieme della vita totalmente diverso e a quella sensazione di incompletezza, di insoddisfazione, anche in una realtà in cui nulla manca. L’esperienza evidenzia come la fredda razionalità venga sempre e inevitabilmente accompagnata da una dose di emotività e stati d’animo, seppure inconsci o ignorati. Essi sono parte integrante dell’essere umano e la loro repressione tende a farli riemerge trasfigurati in altre forme:sono impulsi che non si possono annientare. La medicina ha studiato l’origine anatomica di questi fenomeni e li ha localizzati nell’area libica del cervello. La psicologia e la psicopatologia hanno studiato gli effetti delle emozioni sull’uomo.
Questa trattazione sorge soprattutto dalla curiosità nei confronti dell’espressione esterna all’uomo di questi medesimi sentimenti; lo stesso concetto si può anche tradurre in quesiti: da dove trae origine il pensiero? si può trasmettere un pensiero senza l’avvento dei 5 sensi?
La cultura occidentale ci insegna a diffidare dell’invisibile: esiste solo ciò che percepisco come obiettivabile, che misuro. Ma, se si pensa a fondo, esistono ben più di una della nostre realtà universalmente accettate ad essere “trasparenti”: la corrente elettrica, le radiazioni elettromagnetiche, l’energia termica, e molte altre. Esse non si vedono ma producono degli effetti in virtù del fatto che sono energia. Interessante indagare come il pensiero si collochi in tutto ciò. Con un piccolo sforzo di astrazione si immagini l’inizio di un processo finalizzato ad iniziare un movimento. Ho sete; voglio bere; prendo un bicchiere in mano. Ci è noto dalla fisiologia che il movimento volontario è consentito dall’attivazione di circuiti neuronali anatomicamente localizzati nell’area premotoria, che attraverso una serie di sinapsi, terminano nel motoneurone, consentendo infine l’azione. Ma facciamo un passo a posteriori e pensiamo a cosa agisce da fattore iniziante, quale è l’input per il primo neurone della catena neuronale che sfocia nel movimento volontario. È un pensiero. Un’ideazione, un progetto o comunque lo si voglia chiamare, una immagine mentale di ciò che deve essere, con un preciso scopo. È una entità astratta che parte da elaborazioni cerebrali ma che non ha un nucleo anatomico definito né tantomeno una via di trasmissione del segnale codificata. È dall’astrazione che origina tutto il nostro agire. Quindi il substrato dell’azione è un pensiero.
Ma che cos’è il pensiero?
Il pensiero può definirsi come ponte fra l’individualità di ognuno con i processi di attivazione cerebrale. In questo modo è possibile correlare il trascendente e invisibile con il misurabile e palpabile, il movimento. Ed è sul pensiero e sulla sua misteriosa energia che verte tutta la teoria junghiana della sincronicità.
Il concetto di sincronicità è stato introdotto da Jung nel 1930 e viene definito come rapporto di connessione acausale fra stati psichici ed eventi oggettivi; si può anche semplificare come relazione senza nesso causa-effetto fra pensiero ed azione. Si contrappone totalmente al concetto di causalità che governa gran parte dell’approccio scientifico ai giorni nostri; questo ultimo è governato da relazioni di consequenzialità logica fra due eventi in cui esista relazione temporale. Affinché la sincronicità possa essere supposta, è necessario che due eventi, fisici o psichici indifferentemente, siano vincolati fra loro nel significato ma non da temporalità né casualità, quindi non riconducibili uno conseguenza dell’altro. Ad esempio, una telefonata di un vecchio amico il giorno dopo che lo si è sognato, può essere un esempio di sincronicità, in quanto l’evento è significativo per noi, seppure non possa esistere correlazione causa effetto né correlazione temporale (se fosse successo il contrario, ovvero che l’amico avesse chiamato prima del sogno, il nesso causa effetto sarebbe invece dimostrato). Vediamo quindi come molte realtà quotidiane se inquadrate in questo ambito possano assumere diverso significato e condurre ad una visione più profonda dell’esistenza. La sincronicità presuppone la presenza di un ordine di fondo che rende il quadro d’insieme ordinato e stabilito; in questo modo,nessuno è limitato alla sua esperienza ma si rende parte di un complesso più ampio e finemente organizzato, come un puzzle. Si capisce perchè quello di sincronicità sia un concetto applicabile ad una vasta schiera di discipline: dalla fisica alla filosofia.

da:http://www.psicolab.net

Commento del Dott. Zambello

Scrive Milan Kundera in ” L’insospettabile leggerezza dell’essere” ……ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza.

Le vie dell’ansia

29-03-08

 ROSALBA MICELI

La vulnerabilità all’ansia coinvolge fattori diversi, di natura genetica e sociale. E’ noto che esiste una predisposizione familiare ma la complessità genetica e fenotipica dei disturbi d’ansia rende difficoltosa l’identificazione di uno o più “geni del malessere” (geni della paura, della timidezza, dell’ansia o fobia sociale) negli esseri umani, tante sono le variabili da tenere sotto controllo. Nei modelli animali, nel topo, ad esempio, è possibile studiare più agevolmente alcuni tratti del temperamento ansioso – topolini che difficilmente si avventurano fuori dalla gabbia, che tremano per un nonnulla, timorosi di ogni novità – e i corrispondenti correlati neurobiologici. E’ stato osservato che variazioni (polimorfismi ad un singolo nucleotide) a carico del gene, presente sul cromosoma 1, che codifica per la proteina regolatoria RGS2, influenzano i livelli di ansia nei topi. Animali geneticamente modificati (topi knockout) nei quali è soppressa l’espressione di quel gene, esibiscono un comportamento fortemente timoroso ed evitante. La proteina in questione modula l’attività di recettori di neuro-trasmettitori che costituiscono il target di molti farmaci antidepressivi e antipsicotici.

Dunque l’ortologo umano del gene codificante per la proteina RGS2 è il gene “candidato” ad essere oggetto di ricerche sullo spettro dei disturbi d’ansia negli esseri umani. I risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital, in collaborazione con l’Università della California, a San Diego e l’Università di Yale, pubblicati sul numero di marzo della rivista “Archives of General Psychiatry” rappresentano probabilmente l’evidenza più significativa di un legame tra le variazioni di un particolare gene e un profilo di personalità ansioso. La ricerca ha preso in esame tre campioni indipendenti: un gruppo di bambini che era stato testato a 21 mesi, a 4 anni e 6 anni per la reazione ad eventi potenzialmente stressanti; 700 studenti di college a cui erano stati somministrati dei questionari usati per valutare i tratti salienti di personalità; e un altro gruppo formato da 55 studenti di college che in precedenza si era sottoposto a scansione cerebrale con risonanza magnetica funzionale durante la presentazione di immagini con diverse espressioni facciali.

“Comparando il genotipo e test comportamentali, abbiamo osservato che alcune forme alleliche del gene che codifica per la proteina RGS2 si associano con un temperamento timido ed inibito nei bambini, una personalità introversa nell’adulto ed una maggiore reattività delle strutture limbiche (amigdala e insula) che mediano le risposte all’ansia e alla paura – afferma Jordan Smoller, principale autore della ricerca – ciascuno di questi tratti costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo del disturbo da ansia sociale, il più frequente negli Stati Uniti”. Il prossimo passo consiste nel verificare se la modulazione farmacologica della funzione della proteina RGS2 possa aprire un nuovo approccio terapeutico per i disturbi ansiosi.

Analizzando la storia familiare dei soggetti ansiosi, è difficile dipanare l’intreccio di ereditarietà e comportamenti appresi nell’affrontare le prove della vita. Un caso emblematico di ansia sociale riguarda una donna e sua figlia. Lucia R, dopo la laurea a pieni voti, inizia le prime esperienze di insegnamento. A scuola si sente insicura, incapace di tenere la disciplina, di relazionarsi con gli altri docenti ed i familiari degli alunni. Infine lascia l’insegnamento e si accontenta di un modesto impiego di segretaria in una scuola, un lavoro che la espone meno ai contatti sociali, percepiti come disturbanti. Ma anche il lavoro di ufficio riserva dei contraccolpi emotivi. Entra in conflitto con la vicina di scrivania che, pur meno esperta di lei, la redarguisce continuamente. Lucia non reagisce, soffre in silenzio, infine informa velatamente il capoufficio che le prospetta la possibilità di allontanare la collega insolente. La donna non regge all’eventualità di esporsi a chiacchiere indesiderate, preferisce allontanarsi, cambiare scuola.

La storia di Mara, figlia di Lucia, sembra ripercorrere le stesse tappe della madre. Mara è diplomata, ha lasciato a metà l’università ma ha trovato lavoro come insegnante di laboratorio, in un istituto superiore di una grande città. Diversamente dalla madre, ama insegnare. Il problema di Mara è che svolge le sue ore di laboratorio in presenza di un docente di teoria, un individuo con cui non riesce a concordare in anticipo il programma da svolgere. Ciò alimenta la sua ansia di base. Ha inoltre la sensazione che lui la giudichi poco preparata. Dopo qualche mese di insegnamento, Mara comincia ad accusare i primi disturbi: non dorme più la notte, la mattina a scuola rende poco, mentre si affanna a dimostrare a tutti che è capace. Infine, disperata e al limite del collasso, si licenzia ed accetta un incarico in un paesino di provincia, in un ambiente scolastico meno competitivo.

“I geni non sono destino” – scrive lo psichiatra Boris Cyrulnik nel saggio “Di carne e d’anima. La vulnerabilità come risorsa per crescere felici” (Frassinelli), e così come esistono i fattori di rischio o di rinforzo, altri elementi possono stabilizzare un temperamento ansioso. Cyrulnik prospetta una “sociologia della vulnerabilità”, ovvero le caratteristiche di un ambiente sociale in grado di mitigare gli effetti della vulnerabilità genetica o acquisita. In primo luogo, legami affettivi stabili e rassicuranti, la costruzione di significati esistenziali profondi. Diversamente dagli animali, l’uomo modella l’ambiente che lo modella…

da:http://www.lastampa.it

Commento del Dott. Zambello

Non condivido quasi niente di ciò che la giornalista scrive, tranne il fatto che si sia effettivamente dimostrato che c’è una predisposizione genetica all’ansia. Ciò che non  sono vere sono le conclusioni che se ne traggono dall’articolo: Allora c’è poco da fare, al massimo contrastiamo l’ansia con i farmaci.

Non è vero,  chi lavora come psicoterapeuta e la letteratura è richissima di questo, sa che inanzittutto molto spesso l’ansia è un sintomo di un disagio più profondo e non la malattia ed è possibile rimuovere questi nuclei profondi facendo scomparire il sintomo, l’ansia.

Daltra parte è evidente che chi scrive ha poca dimestichezza con la psicoterapia-dinamica. E’ evidente a tutti,  credo,  che i due casi portati ad esempio di “ansia congenita” in realtà verosimilmente si tratta di importanti forme di nevrosi dove alla base c’è una difficoltà a gestirela propria aggressività
 

Una terapia adeguata per l´uomo e per l´ambiente

28-03-08

Investire nella psicoterapia conviene,  anche a livello economico. 

 di Eleonora Santucci

Da uno studio effettuato nel Regno unito dalla London School of Economics, la perdita di produzione legata ai disturbi depressivi e ansiosi arriva a circa 12 miliardi di sterline l’anno cifra che corrisponde all’1% del Pil del Paese. Mentre una adeguata terapia costerebbe solo 0,6 miliardi di sterline corrispondenti al 5% di quello che viene perso in produttività. Pensando sopratutto al fatto che offrire una “terapia adeguata” comporterebbe un risparmio economico al Paese la prestigiosa università londinese – che analizza il fenomeno soprattutto sulla base di parametri economici – si interroga su quali dovrebbero essere le cure più adeguate da offrire ai vari tipi di pazienti: non quelle immediate degli psicofarmaci perché quasi sempre di breve durata, ma quelle proposte dalla psicoterapia. Per questo il governo inglese ha deciso in questa settimana di utilizzare i dati forniti dalla ricerca dell’università inglese stanziando 170 milioni di sterline per un programma ampio e ben coordinato di formazione degli psicoterapeuti e di sostegno di pagamento delle loro prestazioni.

In Europa i disturbi mentali rappresentano quasi il 20% del totale delle malattie e colpiscono una persona su quattro nell’arco della propria vita. Dei dieci Paesi con i più alti tassi di suicidio nel mondo, nove si trovano in Europa. Nonostante questi dati, molto spesso i servizi sanitari che vengono offerti non rispondono alle necessità e alle esigenze dei pazienti. Per esempio, la metà di coloro che soffrono di depressione non viene mai curata e, più in generale, anche in Paesi dotati di un sistema sanitario sviluppato il 44-70% di coloro che soffrono di malattie mentali non è sottoposto ad alcuna terapia. In un quarto degli Stati europei non sono neanche disponibili i servizi di assistenza e in alcuni Paesi oltre il 50% dei pazienti viene ospitato in strutture troppo grandi e inadeguate.

A tale proposito nel 2005 i ministri della salute europei si sono riuniti ad Helsinki, in Finlandia, per la prima Conferenza dei ministri europei organizzata dall’ufficio regionale per l’Europa dell’Oms. L’obiettivo era quello di mettere a punto un piano operativo per rivedere lo status della malattia mentale, promuovere l’accesso alle cure, identificare le barriere che impediscono l’integrazione dei malati, suggerire soluzioni nell’ambito di politiche sostenibili e coinvolgere tutti i possibili portatori di interesse, dai medici fino alle associazioni dei familiari.

E in questa sede si riconobbe che la salute mentale ed il benessere mentale sono fondamentali per la “qualità della vita e la produttività degli individui, delle famiglie, delle comunità e delle nazioni”. Ma che cos’è il benessere? Che cos’è la qualità della vita? E’ davvero funzionale alla sola produttività? E soprattutto qual è la terapia adeguata? Il termine benessere al pari del concetto di salute può assumere un valore diverso per ciascuno di noi, anche se ormai comprendiamo che il concetto di salute rimanda all’intera persona umana e non solo al suo corpo, ma anche alla sua vita psichica, ai suoi rapporti. Se poi pensiamo al termine malattia che determina la perdita di uno stato di salute dovuta all’alterazioni generali dell’organismo o dei singoli organi, sembra più facile tracciare un limite fra malattia e non, naturalmente se ci fermiamo agli aspetti fisici.

L’aggettivo mentale poi, rimanda implicitamente a un organo che è il cervello come sede dei processi che riguardano la vita psicologica dell’individuo ma anche e sopratutto a funzioni nervose più complesse che non chiamano in causa il solo cervello o l’intero organismo ma anche l’ambiente esterno. Questo perché (come più volte abbiamo avuto modo di sottolineare) l’uomo è il frutto della componente biologica, culturale, sociale e ambientale. L’ambiente non è un altro rispetto all’uomo, ma è parte integrante e interagente nella costruzione della psiche. La realtà in cui è inserito l’essere umano è complessa composta da molteplici elementi che interagiscono fra di loro creando un costante rapporto dinamico. La natura al pari della mente umana è un insieme interattivo di legami. Ed entrambi sono il risultato del condizionamento, dell’interazione reciproca l’uno dell’altro.

Quindi anche il concetto di qualità della vita se pur apparentemente condiviso non è univoco. E uno degli aspetti non univoci è quanto la qualità della vita sia da riferirsi a dati obiettivi relativi alla salute o alla sua produttività o quanto piuttosto essa derivi da percezioni individuali, condizionamenti culturali e ambientali. Ammesso tutto questo sicuramente una buona strategia governativa per le malattie mentali non può non passare da queste considerazioni e non può non tener conto del fatto che l’uomo, come singolo, vive in un determinato contesto sociale culturale e ambientale.

da:http://www.greenreport.it

L’ASPETTO PSICOLOGICO DELL’EIACULAZIONE PRECOCE

27-03-08

Traumi sessuali, rifiuti, avversione nei confronti della donna
Domanda al dott. Luciano Faustini di Spoleto.

Un lettore di Spoletonline scrive:”Caro dottore, soffro di eiaculazione precoce e rischio di rovinare il mio matrimonio. Sono disperato perchè mi sento in un imbuto senza via di uscita.”

Caro amico, comprendo la sua sofferenza psicologica, ma le posso comunicare il mio ottimismo nell’intravedere una via di uscita da tale disturbo, presente in una alta percentuale di uomini della media età e anche giovani.
Se lei ha fatto tutte le indagini di routine, che escludono deficit organici, resta da sottolineare l’aspetto psicologico, come causa del suo disturbo.
La causa psicologica nasce, a volte, dalla forte sensazione erotica che precede l’orgasmo, per cui si genera ansia da prestazione e impossibilità di controllo dell’orgasmo stesso.
Di solito alla base ci sono esperienze infantili disturbanti, avversione nei confronti della donna, vissuti in cui si è stati rifiutati, prime esperienze sessuali traumatizzanti, ecc..
La terapia consigliata è una terapia della Gestalt dove si lavora sulla gestione emotiva del paziente, nonchè sul metabolizzare esperienze infantili traumatizzanti.

Commento del Dott. Zambello

 Riporto volentieri questa lettera e risposta del collega apparsa ieri su http://www.spoletonline.com  perchè ripropone una tematica molto sentita e comune a tanti uomini. Concordo con il collega che la psicoterapia possa aiutare molto gli uomini che soffrono di eiaculazione precoce. Su questo tema ho già scritto, trovate il mio articolo su  www.zambellorenzo.it  ed ho registrato un video che trovate sia nel sito che in questo Blog.
 

Mamme, una su dieci soffre la depressione post parto

26-03-08

A lanciare l’allarme è il dr. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina General: “La nostra società vive un`emergenza silenziosa che riguarda il 10-15% del totale nei Paesi occidentali”

Roma, 24 marzo 2008  - Ogni anno in Italia si registrano 50 mila casi di depressione post partum.”La nostra società vive un`emergenza silenziosa, quella della madri che sperimentano la depressione post partum, il 10-15% del totale nei Paesi occidentali”.

A lanciare l’allarme è il dr. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale “Eppure – osserva Cricelli – un problema così diffuso passa quasi inosservato sotto gli occhi dei familiari ma anche degli stessi operatori sanitari. Il medico di famiglia deve essere una sentinella del problema: siamo noi infatti, prima ancora degli specialisti, a possedere gli strumenti per prevedere una possibile situazione di crisi. Noi che conosciamo la paziente fin dall`adolescenza e sappiamo da quale contesto familiare proviene, possiamo con più facilità identificare i sintomi”.

La depressione post partum emerge infatti in maniera più drammatica in donne che sperimentano situazioni di emarginazione o disagio. La corretta identificazione della patologia rappresenta il primo passo per la presa in carico del problema.

La sottostima ed il mancato trattamento della di questa condizione psicologica ha una pesantissima ricaduta sul contesto familiare ma anche sul servizio sanitario con alti costi dovuti ad una scarsa adesione da parte delle madri alle cure prenatali e a possibili comportamenti a rischio. Ma soprattutto presenta importanti conseguenze sul benessere dei bambini, particolarmente fragili a causa del mancato o compromesso sviluppo della normale interazione madre-neonato, con ricadute a livello cognitivo, emotivo e comportamentale. Farci carico di questo problema significa non solo aiutare le donne ma tutelare le generazioni di domani.

Per questo motivo anche noi abbiamo aderito alla campagna di sensibilizzazione sulla depressione post partum lanciata dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e parteciperemo al convegno nazionale promosso dal presidente Giorgio Vittori il 2 aprile a Roma”.

da:http://qn.quotidiano.net

Donna e mamma, la depressione post partum

a cura di Pierluigi Morosini*
Almeno una donna su dieci, dopo aver partorito, si ammala di depressione. In tutti in paesi ma soprattutto in quelli a cultura occidentale, molte donne dopo il parto attraversano momenti di scoraggiamento e di demoralizzazione, la cui incidenza e durata sono più grandi in situazioni di povertà, di scarso sostegno sociale da parte della famiglia e dei servizi sociosanitari, di conflitto coniugale, di scarsa autostima, di rapido cambiamento dei modelli culturali, di presenza di umore depresso già in gravidanza, di precedenti parti difficili, di problemi sanitari nel neonato. La depressione è particolarmente forte ed è accompagnata da molti sintomi fisici. Le sofferenze e le conseguenze sociali, spesso portate all’attenzione di tutti dai mass media, sono gravi, non solo per la madre, ma anche per il neonato e il partner.
Proprio per approfondire il fenomeno e per trovarvi soluzioni efficaci, nell’ottobre 2003 l’ISS ha organizzato un corso di tre giorni sulla diagnosi e il trattamento della depressione post-partum, tenuto da Jeannette Milgrom e Paul Martin dell’Università di Melbourne (Australia). Durante il corso i docenti hanno esposto i presupposti teorici del loro approccio, ne hanno illustrato la conduzione e hanno guidato i partecipanti nell’effettuazione di esercizi di role-playing (simulazioni) di momenti comuni del trattamento. Alcuni dei punti salienti di questo trattamento di tipo cognitivo-comportamentale sono sfatare alcuni luoghi comuni legati alla maternità, quali ad esempio che non provare gioia per la nascita del proprio bambino significhi essere una cattiva madre o che ci si debba sentire in colpa se ci si dedica ad attività piacevoli, ma anche insegnare alle neomamme a rilassarsi, non permettendo all’ansia e all’irritabilità di prendere il sopravvento. Il trattamento comporta inoltre il coinvolgimento del partner e l’attenzione alla relazione madre bambino, compreso il tipo di attaccamento. Va notato che il trattamento proposto è un trattamento di gruppo, che sfrutta anche le potenzialità del mutuo aiuto e che costa sicuramente meno del trattamento individuale. Lo si può però applicare anche individualmente.
Gli aspetti di ricerca
Il percorso seguito, con competenza e creatività, dai due psicologi australiani è stato il seguente: Milgrom e Martin hanno prima adattato alla depressione postpartum strategie psicoterapeutiche cognitivo-comportamentali di provata efficacia, poi hanno condotto piccoli studi pilota, hanno redatto un manuale di guida al trattamento e infine ne hanno valutato l’efficacia mediante quello che viene giustamente considerato il miglior disegno degli studi di efficacia, lo studio controllato randomizzato, il cosiddetto trial. Lo studio ha riguardato donne che avevano un punteggio di 12 o più sulla Scala di Edinburgo sulla depressione, senza sintomi psicotici e che non assumevano droghe illegali. A caso (in modo randomizzato) 37 donne sono state assegnate all’intervento e 27 alla assistenza consueta.
Va detto che in Italia si fa pochissima ricerca sull’efficacia degli interventi psicosociali, per due motivi:
a) il prevalere negli ambienti universitari di psichiatria della ricerca psicofarmacologica e neurofisiologica;
b) la scarsa conoscenza dei metodi della moderna epidemiologia clinica negli ambienti universitari di psicologia clinica (con lodevoli accezioni e il persistere della convinzione che sia impossibile valutare gli esiti dell’ineffabile relazione tra terapeuta e paziente
c) la mancanza dei finanziamenti che la ricerca sugli psicofarmaci riceve generosamente dall’industria farmaceutica.
E’ in corso presso il reparto di Salute Mentale del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’ISS la validazione della versione italiana di alcuni strumenti di valutazione delle condizioni della madre nel periodo postpartum. Nello stesso tempo in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Treviglio (BG) che ha ricevuto un finanziamento dalla Regione Lombardia a questo scopo, con il Servizio di Psicologia del San Giovanni di Roma e con il Dipartimento di Salute Mentale di Fabriano, si sta iniziando la sperimentazione del trattamento proposto da Milgrom e Martin.
La ricetta di Milgrom e Martin
Il trattamento proposto è illustrato nel libro nel libro di J. Milgrom, P. Martin, L. Negri “Depressione postatale” (Trento, Edizioni Erickson 2003).
I punti fondamentali per gli aspetti più comportamentali sono:

  • aumentare le attività piacevoli. Molte donne con bambini piccoli si sentono colpevoli se si dedicano ad attività gradite, ma le si può però portare comunque, anche se con fatica, a progettarle e ad eseguirle, in certo senso prescrivendole come se fossero farmaci.
  • Insegnare abilità sociali: abilità di comunicazione, assertività, capacità di richiedere aiuto ed anche accorgimenti per la cura del bambino. Si insegna che tenere il broncio, stare in silenzio, mandare messaggi ambigui, usare il sarcasmo, mantenersi passive per poi magari una volta esasperate aggredire, sono modalità di comunicazione inefficaci e controproducenti.
  • Insegnare tecniche di rilassamento. Ansia e irritabilità possono peggiorare il tono dell’umore e aumentare la stanchezza. Per combatterle sono utili brevi sessioni di rilassamento, da inserire nelle attività settimanali, preferibilmente nei momenti peggiori: dalle 6 alle otto del pomeriggio, quando ci sono in casa il bambino piccolo, gli altri figli e il marito; oppure quando il bambino non si addormenta o non smette di piangere o quando il partner critica o delude. Tra le tecniche più semplici: fare 5 respiri cercando di concentrarsi sul respiro e non sui pensieri, visualizzare una scena piacevole, concentrarsi su un solo problema e dirsi “passerà”.
  • I punti fondamentali per gli aspetti più cognitivi sono:

    • insegnare a riconoscere il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti.
    • Aiutare ad identificare e a monitorare le convinzioni erronee legate alla maternità, ad esempio che sia mostruoso non provare gioia per la maternità o che avere sentimenti negativi verso il bambino significhi essere una cattiva madre; che si debba sapere tutto su come accudire un bambino; che chiedere aiuto per accudire il bambino sia un segno di debolezza; che sia sbagliato dedicare tempo a se stessi; che sia una colpa non potere allattare.
    • Aiutare ad identificare i pensieri disfunzionali legati ad una bassa autostima, ad esempio “Se mi sento poco amabile, vuol dire che gli altri non mi amano”; “Non potrò mai fidarmi del mio giudizio”; “Se sbaglio nell’accudire il mio bambino, significa che non valgo niente”; “Sono in colpa perché lavoro (o perché non lavoro”).
    • Contrastare convinzioni erronee e pensieri disfunzionali, per sostituirli con pensieri più costruttivi. Per contrastarli le domande più importanti sono “E’ vero?” (spesso c’è un elemento di verità, ma accompagnato da esagerazioni) e “Ed allora? (sottinteso: ammesso che sia vero, è davvero inevitabile stare male?) ” Si può anche insegnare a dire stop ai pensieri negativi, catastrofici (STOP), proporsi di non pensarci più di 30 minuti al giorno o cercare di veder gli aspetti positivi di una situazione sfavorevole: “La mia casa è un caos, ma lo è perché sono una buona mamma che si cura molto di mio figlio”.
  • Modificare i sottostanti schemi disfunzionali di “doverizzazione” e catastrofismo. Fare attenzione a parole come orribile, disastroso, è necessario, sempre, mai, che possono indicare la presenza di pretese assolute controproducenti.
  • Contrastare l’eccessivo altruismo. Si insegna che chi sacrifica troppo i propri bisogni, poi alla fine è meno capace di essere serena e meno capace di rendere felice il bambino.
  • Portare a discutere le somiglianze e differenze negli stili genitoriali propri, del partner, dei propri genitori, dei suoceri.
  • Come in tutte le psicoterapie cognitivo comportamentali si dà molta importanza ai compiti a casa (ad esempio il monitoraggio delle attività e dei pensieri e degli stati emotivi che le accompagnano). I compiti a casa devono essere fattibili, non troppo gravosi, preferibilmente con istruzioni scritte.
     
     
    *Centro Nazionale per l’Epidemiologia, la Sorveglianza e la Promozione della Salute, Istituto Superiore di Sanità

    da: www.iss.it

    Il disagio psico-sociale nei pazienti affetti da patologia neoplastica: il ruolo dello Psicologo

    24-03-08

    di Maria Rosaria Giuliano

    In ambito oncologico la grande sfida attuale è combattere il cancro. I continui progressi scientifici e tecnologici hanno notevolmente aumentato la possibilità di diagnosi precoce e di cura per la maggior parte dei tumori. Alla base del concetto di salute vi è la concezione di una grossa prevenzione. Molti screening di prevenzione oncologica rappresentano interventi di provata efficacia per riduzione della mortalità per tumori. La prevenzione mira ad individuare e ridurre i tumori in una fase iniziale in modo da limitare i danni dell’organismo e modificare la prognosi. Un programma per la ricerca di un sintomo precoce di un possibile tumore, rivolto ad un’intera comunità, è un intervento di sanità pubblica di grande impegno economico, sociale, umano ed etico. Per la tutela e la difesa della salute, occorre sviluppare una sensibilità a prevenire situazioni di rischio che spesso sono legate ad uno stile di vita non salutare. Gli screening prevedono all’interno del loro profilo assistenziale, il sostegno psicologico ai pazienti a partire dalla formulazione del dubbio diagnostico.

    La definizione e la progettazione delle modalità di comunicazione e informazione all’utenza va realizzata dal primo momento di programmazione con il contributo di uno psicologo esperto in: oncologia e screening di prevenzione. Alcuni studi dimostrano l’importanza dell’approccio d’equipe dei vari operatori ai fini di interventi più efficaci nella cura dei pazienti affetti da neoplasia. L’assistenza e tali pazienti organizzata all’interno dei servizi regionali, deve realizzare una corrispondenza tra bisogni del malato e modalità di offerta sanitaria integrata.

    L’adattamento alla malattia e ai trattamenti dipende in larga misura dalla qualità dell’approccio relazionale dell’equipe curante. Un presa in carico individualizzata del paziente richiede una valutazione di tutti i suoi bisogni: sanitari, psicologici, relazionali, sociali, spirituali, delle sue possibilità di scelta, della sua situazione familiare e sociale. I dati di numerose ricerche condotte in ambito oncologico hanno posto in evidenza l’importanza del ruolo svolto dai fattori psico-sociali nella prevenzione e nel trattamento del cancro.

    Il sostegno psico-sociale rappresenta un elemento costitutivo del trattamento del paziente oncologico e rientra nelle responsabilità di ciascuna figura terapeutica: del medico di medicina generale, del medico oncologico, dell’infermiere, dello psichiatra e dello psicologo, dell’equipe curante nel suo complesso.

    Obiettivo primario di ogni intervento che abbia per oggetto il disagio psico-sociale dei pazienti affetti da neoplasia è quello di migliorare la qualità di vita e di limitare il rischio di conseguenze psicopatologiche. Lo psicologo è una figura essenziale nel favorire la comunicazione e la relazione con questi pazienti. Indubbiamente le risposte empatiche e la comprensione delle motivazioni del paziente possono aiutare a supportarlo meglio. L’ascolto empatico richiede un percorso di esperienza e di formazione. Il corretto uso dell’empatia è dipendente dall’apprendimento della giusta distanza emotiva in modo da evitare di rimanere eccessivamente coinvolti dal dolore e dai vissuti del paziente. In ambito oncologico il ruolo dello psicologo va valorizzato. In Italia l’interesse verso gli aspetti psicologici e sociali insiti nella patologia oncologica si è rafforzato nella nascita di una disciplina scientifica denominata: Psiconcologia.

    La psiconcologia ponendosi come interfaccia tra la psicologia e la branca oncologica della medicina è considerata in diversi paesi una disciplina specialistica autonoma, con propri modelli di intervento e di obiettivi di ricerca e applicazione clinica. Si occupa della prevenzione e del trattamento del distress psicologico secondario alla patologia oncologica, sia nel paziente che nei suoi familiari a tutti gli stadi della malattia. Si occupa inoltre della formazione e del sostegno all’equipe dei curanti sia per gli aspetti della comunicazione che di relazione con la persona affetta da tumore lungo il decorso della malattia. Fino ad alcuni decenni fa gli interventi terapeutici e il dialogo erano considerati molto meno importanti nel campo oncologico.

    Spesso l’enfatizzazione della tecnica portava a trascurare il valore delle competenze relazionali. Attualmente si è ampliato il campo di studio e di osservazione relativo al momento relazionale. Un aspetto che merita riflessione è l’obbligo di informare il paziente sulla gravità della sua malattia, tenendo presente la consapevolezza crescente dei pazienti circa il loro diritto all’informazione e alla scelta.

    La malattia oncologica rappresenta sempre, per il paziente e per la sua famiglia una prova esistenziale drammatica. Questa dura prova riguarda tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla malattia, alla sofferenza, alla morte, così come le relazioni familiari, sociali, professionali. L’incontro con la malattia grave comporta un processo regressivo caratterizzato da un ripiegamento della libido sull’Io corporeo ed a un ritorno a stadi precedenti dello sviluppo. Esso si manifesta in forma di pensieri e relazioni oggettuali improntati ad estrema dipendenza: c’è infatti in questi casi un affidamento totale al medico con atteggiamenti di rinuncia. L’impatto duro con il tumore rappresenta la violazione della perfetta integrità. Infatti una caratteristica importante di un individuo è quello di percepirsi come individualità coesa e integra.

    Il cancro associato al dolore e alla morte minaccia l’esistenza dell’individuo comportando grossi rischi per il suo equilibrio psichico.

    Pertanto la situazione necessita di nuovi adattamenti psicosociali . Il più evidente meccanismo di difesa utilizzato dai pazienti è il diniego. Inizialmente il soggetto nel confrontarsi con la malattia avverte più forte l’ambiguità tra il desiderio di sapere e quello di denegare la realtà. Fondamentale è il compito dello psicologo nel saper controllare l’angoscia insopportabile che, se non è contenuta inibisce la capacità di discriminare la fantasia dalla realtà, con esiti negativi sugli adattamenti psicosociali e sulla stessa volontà di continuare le terapie.

    Il lavoro in equipe comporta notevoli vantaggi quali: maggiore efficacia dei programmi di cura, condivisione delle problematiche somatopsichiche del paziente, condivisione dei successi e degli insuccessi terapeutici, contenimento delle varie dinamiche emotive. Quando le situazioni diventano molto coinvolgenti è necessario fornire al personale un supporto psicologico che possa contenere vissuti di inadeguatezza, fallimento, distacco o freddezza. Il grosso carico di lavoro dei vari operatori può condurre al fenomeno del “burn-out”. Solo la cooperazione ed il reciproco supporto dei membri dell’equipe può far si che problemi e momenti difficili possano essere condivisi e superati. Nel prendersi cura dei pazienti terminali, il lavoro di equipe è parte integrante della filosofia della cura palliativa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e L’Associazione Europea di Cure Palliative definiscono tali cure come: la somministrazione di cure attive e complete, nel momento in cui la malattia non risponde più al trattamento curativo.

    Un aspetto da tenere in considerazione è relativo alla visione della morte nella nostra società occidentale. La morte vista come evento non naturale, viene negata e rimossa.

    Un secondo aspetto collegato al precedente si riferisce alla perdita del significato dell’esistenza.

    Non è un compito facile, per i vari operatori, aiutare il paziente ad accettare la malattia. Secondo la filosofia di orientamento esistenzialista, solo attraverso l’avvicinamento alla morte come esperienza che ci pone di fronte alla realtà della nostra limitatezza, è possibile trascendere il senso del morire e vivere con più autenticità la nostra esistenza.

    La fase avanzata della malattia oncologica fa aumentare le angosce e le difficoltà che già la persona ha incontrato al momento della diagnosi.

    In ambito palliativo, nel percorso della malattia è fondamentale per il paziente percepire l’equipe come “rete che sostiene”. Nella comunicazione con questi pazienti va dato risalto alla comunicazione non verbale come: sguardo, sorriso, contatto fisico che esprime vicinanza ed empatia.

    Risulta importante considerare per la diagnosi ed il trattamento che il disagio psichico costituisce per i pazienti in fase terminale, una reazione comune alla malattia neoplastica.

    Il quadro attraverso cui si configura il disagio è ampio ed è rappresentato da molte modalità di espressione della sofferenza, in relazione alle personalità, alle modalità di coping e alla qualità delle relazioni famigliari e sociali. Gli studi che misurano il disagio psichico del paziente neoplastico fanno quasi sempre riferimento alle variabili ansia e depressione, che costituiscono i principali indicatori di distress. Un aspetto rilevante della malattia oncologica è rappresentato dal rapporto tra dolore e depressione. Numerosi dati indicano un’associazione diretta tra dolore e disturbi psicopatologici, in particolare disturbi depressivi.

    Un elemento importante dell’intervento psicologico risulta essere la valutazione della famiglia del paziente. La durata dell’assistenza al proprio congiunto, i livelli di ansia e depressione nel familiare, si pongono come fattori di rischio per disturbi psicopatologici del lutto, in particolare, disturbi depressivi.

    Bisogna sottolineare il fatto che le reazioni più comuni del paziente con neoplasia quali ansia, angoscia, rabbia, non vanno viste come disturbi psicopatologici, ma normali risposte all’esperienza di malattia.

    Il processo di adattamento al tumore e alle terapie può però presentare, in diverse circostanze, alterazioni che assumono aspetti di disagio e sofferenza, per i quali può essere necessario un intervento strutturato di tipo psicologico e psichiatrico. È dunque, importante, saper distinguere e riconoscere le reazioni a finalità adattativa, che si possono considerare fisiologiche, da quelle condizioni in cui la funzione di adattamento viene perduta; che indicano condizioni sintomatiche in cui i sintomi assumono carattere patologico.

    Numerosi sono i modelli di intervento psicoterapico che si pongono l’obiettivo del contenimento dello stato di sofferenza emotiva. Un crescente numero di studi evidenzia l’efficacia degli interventi che utilizzano metodi psicologici piuttosto che farmacologici, per migliorare la qualità di vita del paziente.

    Altri interventi specialistici includono l’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali come rilassamento, ipnosi, tecniche immaginative e biofeedback che sono risultate efficaci nel diminuire sintomi quali: nausea, vomito e anche ansia e di stress.

    Diversi studi hanno segnalato come i pazienti che prendono parte ai programmi di terapia cognitivo-comportamentale presentino una riduzione della sintomatologia depressiva ed ansiosa. La Adjuvant Psychological Therapy (APT) rappresenta una buona sintesi tra tecniche comportamentali e tecniche cognitive per ridurre e contenere il livello di disagio emozionale. Si tratta di una terapia breve, individuale o di coppia focalizzata sul significato soggettivo che il cancro ha per la persona e sullo stile coping che lo stesso sta adottando.

    Scopo della terapia Psicologia Adiuvante è quello di analizzare e cogliere il legame tra il pensiero negativo sulla malattia ed emozioni conseguenti. La terapia si propone di modificare il significato che il cancro ha per quella persona, cercando di creare possibili diversi significati e più adattivi. Il ruolo dello psicologo dovrebbe acquistare maggiore rilevanza come interlocutore principale nel facilitare la comunicazione, punto di forza della sua attività professionale. Un altro elemento importante da tener presente è che la differente evoluzione clinica della malattia comporta differenti quadri sintomatologici e conseguentemente differenti approcci terapeutici.

    Chi si occupa di psicoterapia in oncologia, deve possedere la flessibilità nell’impiego degli strumenti psicoterapeutici, applicando l’intervento più idoneo in funzione dei problemi del paziente e dei suoi bisogni. Occorre un supporto psicologico valido che stemperi i vissuti di disagio fisico, psicologico e relazionale per i soggetti affetti da neoplasia. Il compito certamente più difficile non è solo quello di curare bene il paziente grave, ma di accompagnarlo verso la fine della sua esistenza, aiutandolo a conservare la speranza e la dignità.

    Prendersi cura del paziente oncologico non è facile. Il primo passo per avvicinarsi al paziente richiede non solo sensibilità e desiderio di aiutare ma competenza e senso di professionalità. Le difficoltà nascono indubbiamente da disattenzione nell’ascolto, incomprensione dei bisogni del paziente, mancanza di una vera comunicazione.

    da:http://www.vertici.it

    CHI CHIEDE DI MORIRE E’ PER FORZA DEPRESSO?

    22-03-08

    di Daniela Ovadia 

    La morte per eutanasia, a poche ore di distanza, dello scrittore fiammingo Hugo Claus e della signora francese Chantal Sebire ha riacceso, sui giornali italiani, il dibattito su questo tema. Non sono mancati, ovviamente, i commenti degli “esperti”, dagli oncologi ai preti. Tra i temi ricorrenti, quello per cui il suicidio assistito o il suicidio volontario di un malato terminale o incurabile sono una manifestazione clinica di depressione, per cui basterebbe curare questa per evitare il problema.

    La questione mi sta particolarmente a cuore, non solo perché sono da sempre una sostentrice della libertà di scelta individuale, ma anche per ragioni personali che potete leggere sul blog di mio marito. E così sono andata a rivedere la letteratura scientifica in materia, che ha cercato di rispondere alla domanda, apparentemente banale ma tutt’altro che semplice: chi vuole morire è per forza di cose depresso? Si può desiderare l’autoannientamento, contraddicendo così una delle leggi fondamentali della biologia, essendo completamente sani di mente e presenti a se stessi?

    Ci pensavo ancora recentemente ricordando il meraviglioso film di Denys Arcand “Le invasioni barbariche”, in cui un professore universitario malato di cancro mette fine ai suoi giorni in serenità, circondato dall’affetto del figlio e degli amici: certamente non una rappresentazione della depressione. Per contrasto, un altro film, “Lo scafandro e la farfalla” di Julian Schnabel, che racconta la tremenda vicenda del giornalista Jean-Dominique Bauby affetto da sindrome locked-in, mi ha fatto pensare che non sempre chi si trova in situazioni apparentemente senza speranza e intollerabili attende la morte come liberazione.

    Che cosa succede nella psiche di chi chiede di essere aiutato a morire? Saperlo è importante anche per gli aspetti legali ed etici del dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito. Che la depressione possa giocare un ruolo, pare incontestabile: in uno studio uscito su JAMA nel 2000 su quasi mille pazienti terminali o gravemente malati, risulta che oltre il 60 per cento è sostenitore dell’eutanasia, ma solo l’11 per cento circa l’ha seriamente presa in considerazione per se stesso. La presenza di sintomi depressivi aumenta la richiesta di aiuto a morire, e anche la possibilità di cambiare idea nel tempo. Chi non è depresso ma vuole morire, generalmente non torna indietro sulla propria decisione. Lo conferma anche uno studio prospettico di coorte uscito nel 2005 sul Journal of Clinical Oncology e condotto in Olanda su malati di cancro, uno dei pochi Paesi in cui sono consentiti sia l’eutanasia sia il suicidio assistito; studio che insiste, tra l’altro, sulla necessità di curare la depressione nei pazienti terminali come parte integrante delle terapie palliative, dal momento che risulterebbe depresso il 44 per cento di coloro che chiedono di morire. Anche studi effettuati in Oregon su malati di sclerosi laterale amiotrofica o SLA (Ganzini L et al. NEJM 1998; 339: 967-973) e in Australia (Kissane DW et al. Lancet 1998; 352: 1097-1102), ambedue Paesi dove l’eutanasia è o era legale, forniscono dati analoghi, seppure in percentuali minori.

    Tutto chiaro, allora? Non proprio, perché uno studio uscito su Neurology nel 2005 mi ha fatto molto pensare: una ricerca retrospettiva su malati di SLA ha dimostrato che il 20 per cento circa aveva chiesto di morire e che in quasi tutti i casi risultavano sintomi di depressione alle scale di valutazione usate per diagnosticare questa malattia. Se però si escludono dalle scale stesse le domande che riguardano direttamente la cosiddetta “ideazione suicidaria” (cioè se si è mai pensato al suicidio, se si desidera morire), i pazienti che chiedono l’eutanasia non risultano più depressi degli altri. In pratica, siamo in pieno nel classico gatto che si morde la coda: voglio morire perché sono depresso (oltre che inguaribilmente malato), ma sono anche depresso perché voglio morire, e questo è considerato, nelle scale di misurazione della depressione, un sintomo inequivocabile di questa patologia psichiatrica.

    Anche familiari e infermieri di pazienti deceduti a seguito di suicidio assistito in Oregon affermano che la depressione non è la molla principale, bensì il desiderio di controllare i tempi e le modalità della propria fine, per andarsene con dignità e ancora in possesso delle proprie facoltà mentali, come è accaduto a Claus.

    I problema, adesso, è degli psichiatri e degli psicologi, chiamati a valutare la depressione nei pazienti terminali con strumenti diversi da quelli utilizzati normalmente: un compito arduo, tanto che la depressione appare la prima causa di rifiuto del suicidio assistito in Olanda, dove è legale solo se approvato da un’apposita commissione medica. E anche gli psichiatri dell’Oregon, interrogati sull’American Journal of Psychiatry nel 1996 , due anni dopo la legalizzazione del suicidio assistito, si dicevano spaventati dalla sfida e incompetenti a valutare.

    Per quel che mi riguarda, penso che casi come quelli di Piergiorgio Welby o di Giovanni Nuvoli (così come quello di Chantal Sebire), in cui la volontà di gestire la propria morte viene espressa con tanta determinazione e perseguita per un periodo così lungo e senza tentennamenti, costituiscano una sorta di “diagnosi per manifesta evidenza” dell’assenza di depressione. È una sensazione e non una valutazione scientifica. Ma gli strumenti che usano gli psichiatri sono, in questo caso specifico, sufficientemente “scientifici”?

    da: http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it

    Periodo prenatale, relazione madre-bambino e sviluppo psichico

    20-03-08

     di Miriam Lanotte

    Per tanto tempo il mondo intrauterino è stato esplorato esclusivamente da un punto di vista medico, fondamentale per assicurarsi che il feto si sviluppasse in modo sano. L’attenzione è stata rivolta principalmente alle condizioni fisiche della madre e al suo stato di salute, tralasciando tutti quegli aspetti psicologici, sociali, emozionali che essa vive e che di conseguenza vengono avvertiti anche dal suo bambino. Per troppo tempo l’immagine che ci siamo fatti del nascituro corrispondeva ad un esserino che vive protetto dall’utero materno, che quasi come uno scrigno lo custodisce, isolandolo da ogni contatto col mondo esterno e consentendoli, quando le condizioni mediche di entrambi, madre e bambino, lo consentivano di vivere in uno stato quasi paradisiaco. Tale visione del mondo intrauterino ha cominciato a modificarsi a partire dallo sviluppo di strumenti e tecniche avanzate che hanno consentito di osservare come i feti mettono in atto una serie di attività fisiche e psichiche.

    Inoltre dagli anni cinquanta numerosi sono stati gli studiosi che, mediante una collaborazione interdisciplinare che ha coinvolto campi differenti quali la ginecologia, la psichiatria, la psicologia, hanno cominciato a far luce sui processi di interazione madre- bambino in fase prenatale e su tutto un mondo che in realtà si è rivelato assolutamente ricco e dinamico.

    Le ricerche hanno dimostrato come tutto ciò che la madre vive viene percepito anche dal feto; il bambino già nel corso della gestazione evidenzia una grande sensibilità unita ad un elevato livello di competenze psicofisiologiche e neuropsicologiche, inimmaginabili in passato.

    Alla luce di ciò si può capire quanto possa influire e quanto sia fondamentale durante la gravidanza la relazione che si instaura tra la madre e il nascituro sul successivo sviluppo del temperamento e della salute psicofisica del bambino.

    Partendo da queste basi, negli anni ‘70 le ricerche riguardanti la vita intrauterina sono confluite in una nuova disciplina, la Psicologia Prenatale, che si è posta l’obiettivo di indagare, approfondire e consentire una scientificità a tutti gli studi che testimoniavano quanto fossero strettamente connessi i due mondi, pre e post-natale.

    L’educazione prenatale ha una storia che fonda le sue radici ai tempi di Ippocrate, periodo in cui le gestanti venivano seguite con molta cura. Anche la cultura ebraica, ha sempre mostrato una grande sensibilità nei riguardi di questo periodo della vita; infatti notevole era l’attenzione che veniva rivolta ai comportamenti messi in atto dalla madre e dal futuro padre durante il periodo di gestazione. Comportamenti che dovevano consentire il rispetto del feto, per prepararsi adeguatamente alla sua nascita.

    Ha dato un aspetto scientifico anche a tutte quelle credenze popolari circa la certezza di poter comunicare ed interagire con il nascituro; da secoli sono state tramandate dalla cultura popolare e dalla medicina orientale tradizioni riguardanti l’idea che il feto è in totale contatto con la realtà esterna.

    Questa nuova disciplina si prefigge lo scopo di studiare, da un punto di vista psicologico, lo sviluppo e le capacità psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire dal presupposto che il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra ed extrauterino), elaborarlo (anche psicologicamente) e darne una risposta.

    Partendo dalla consapevolezza, supportata da studi di tipo scientifico, che numerosi sono gli aspetti che giocano un ruolo determinante nella formazione della personalità del neonato, la psicologia prenatale vuole studiare come e in che modo si sviluppa la relazione madre-bambino; e per questo indaga le condizione ambientali interne ed esterne del bambino durante e dopo la gestazione. Uno degli interessi principali infatti concerne la vita di relazione del nascituro, nei suoi diversi aspetti, implicazioni e conseguenze.

    L’uomo può essere considerato un essere socievole sin dai suoi albori, un essere in grado di entrare in comunicazione già in fase di sviluppo uterino con il fratello gemello, con la propria madre e con il proprio padre, ma anche con altre persone e con l’ambiente esterno.

    Per questo l’attenzione cade particolarmente, oltre che sulla madre, anche sul padre e sull’interazione di coppia e dell’intera famiglia.

    Chiaramente il primo ambiente con il quale il nascituro entra in contatto è l’utero materno, assolutamente ricco di stimoli di diversa natura che vengono avvertiti e percepiti dal feto dopo non molto dalle prime fasi di sviluppo.

    Attraverso l’utero egli entra in contatto, mediante i suoi organi di senso, con l’ambiente materno e quindi con gli stessi stati emotivi e psicologici sperimentati dalla madre.

    Il feto si sviluppa nel corso della gestazione facendo esperienza con tutto quello che è esterno al mondo uterino e per questo egli sente, apprende e memorizza tutto ciò che viene filtrato dall’esterno.

    Il nascituro, dunque, può essere considerato un essere intelligente, capace di orientare l’attenzione, di percepire e discriminare gli stimoli, di ricordare e apprendere dall’esperienza.

    Un essere socievole, in grado di entrare in comunicazione con l’ambiente esterno. Un essere dotato di una propria individualità fatta di caratteristiche e tendenze personali, di preferenze e bisogni specifici. Un essere capace di collegare l’esperienza affettiva con determinate esperienze sensoriali.

    Sembra quindi che il feto sia una creatura che sente, che già apprende mentre è nell’utero e che è in grado di ricevere messaggi e persino di inviarne. E’ proprio nei nove mesi della gestazione che il nascituro riceve i primi condizionamenti e subisce i primi traumi che, se non eliminati, continueranno ad agire nel futuro producendo disagio e malessere. Questo perché di tutto ciò che egli percepisce nella vita uterina, resterà una traccia mnestica che verrà conservata per tutta la vita.

    Le diverse conoscenze riguardo la psicologia prenatale hanno preso piede partendo da differenti constatazioni e da studi che continuamente vengono effettuati sul feto.

    • E’ stato determinante lo sviluppo di tecniche specifiche per rilevare le funzioni motorie e sensoriali, grazie alle quali il feto sviluppa la capacità di interagire con il mondo esterno.
    • L’osservazione dei bambini nati prematuri ha costituito un’ulteriore fonte di informazioni sulla vita prenatale.
    • Le attuali ricerche di psicologia evolutiva hanno rilevato come lo sviluppo psichico dell’individuo sia determinato, nella sua qualità ed efficienza, non tanto da fattori biologici, quanto da apprendimenti precoci, relativi all’epoca fetale ed ai primi mesi di vita.

    Gli apprendimenti precoci, che vengono indicati come i primi elementi nella costruzione progressiva delle strutture mentali e delle funzioni psichiche, dipendono dalla relazione del feto, poi neonato, con i suoi “caregivers” e dalle esperienze ambientali in cui egli si trova immerso, che condizioneranno la formazione delle sue capacità percettive e comunicative nel gioco dell’interazione dinamica tra fattori costituzionali e ambientali.

    • Gli studi effettuati nel campo dell’ “attaccamento prenatale”.
    • La ricerca clinica che ha contribuito a rilevare il peso degli eventi traumatici vissuti dalla madre durante la gravidanza sulla salute del bambino.

    Sviluppo sensoriale del feto
    Nei nove mesi della gestazione il bambino vive immerso in un ambiente ricco di stimoli multiformi che orientano le tappe del suo sviluppo neurofisioligico, accanto ad un mondo variegato di emozioni e affetti che accompagnano le tappe psico-fisiche del suo sviluppo mentale.

    Grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di indagine è stato possibile verificare come il feto non sia assolutamente in uno stato di isolamento, gli organi di senso gli permettono di interagire con l’esterno.

    La conoscenza delle caratteristiche evolutive del bambino prematuro ha consentito di datare con maggiore precisione il grado di sviluppo degli organi fetali ed ha confermato la presenza di elaborate capacità percettive e di primitive organizzazioni comportamentali a partire dalla venticinquesima settimana di vita. Gli organi di senso e i centri cerebrali sono già formati fin dal periodo embrionale, quindi nei primi tre mesi di gestazione e alla fine della gravidanza tutti i canali sensoriali sono completamente funzionali e attivi.

    La sequenza nello sviluppo degli apparati sensoriali prevede che divenga funzionale per primo il sistema tattile, già nella sesta settimana di gestazione.

    Non è strano che l’organo di senso che si sviluppa per primo sia il tatto, la pelle rappresenta il principale strumento con il quale interagiamo e comunichiamo con l’esterno.

    Per il feto il tatto diventa il primo e importante mezzo per poter entrare in contatto con la parete uterina e quindi con la madre.

    E’ stato dimostrato infatti che il bambino, ad una certa fase del suo sviluppo, percepisce se qualcuno o qualcosa tocca il ventre materno e reagisce a questo con differenti movimenti a seconda che la stimolazione sia piacevole o meno. Ecco perchè il contatto fisico e corporeo con i genitori è molto importante, consentendo al bambino di percepire già in questa fase l’amore, la vicinanza delle persone che si prenderanno cura di lui.

    Anche i meccanismi per la percezione del dolore, si sviluppano presto, a partire dalla terza settimana di gestazione. La più recente scoperta riguarda le capacità olfattive fetali. Lo sviluppo della memoria olfattiva del feto gli permetterà di riconoscere la madre una volta nato. Ciò spiega, tra l’altro, come i bambini appena nati, percependo un odore simile a quello del liquido amniotico, sono attratti dal latte e dal seno materno; l’odore del seno materno può risvegliare ricordi legati al vissuto prenatale.

    Affianco all’odore i bambini riconoscono anche il gusto, testimoniando i continui scambi che avvengono nell’utero tra questi due sensi. Il feto riesce a discriminare le sostanze dolci da quelle amare, infatti reagisce a queste sostanze in maniera diversa.

    Molto probabilmente le esperienze relative al cibo fatte dalla madre durante la gravidanza lasciano delle tracce nella memoria del bambino. La memoria gustativa e in parte anche quella olfattiva hanno un grande valore perché possono determinare le esperienze successive che il bambino farà con il cibo e quindi condizionare i suoi gusti.

    Inoltre il gusto influenza le prime esperienze di accettazione o di rifiuto della realtà e svolge un ruolo importante nello sviluppo della capacità di adattamento e del senso di appartenenza.

    Il nascituro ascolta i suoni materni e il mondo al di fuori della madre per almeno 6 mesi prima della nascita. L’ambiente uterino è di per sé ricco di rumori provenienti dai funzionamenti fisiologici del corpo materno, come il rumore del flusso sanguigno, il movimento ritmico del respiro, il battito cardiaco.

    Il feto è continuamente in ascolto di tutti gli stimoli sonori che provengono dall’interno del corpo della madre ma anche dal mondo esterno, quindi i rumori e le voci. Il suono del battito cardiaco e la voce materna costituiscono le basi sensoriali su cui si fonda il legame madre-bambino.

    Si presume che la voce della madre, avendo anche una risonanza interna, venga percepita meglio e riconosciuta anche dopo la nascita rispetto alle altre e possa operare a livello della memoria del feto già durante la vita prenatale e favorire la successiva comprensione e il successivo apprendimento del linguaggio verbale. L’acquisizione del linguaggio comincia infatti nel grembo quando i nascituri ascoltano ripetutamente l’intonazione delle loro madri e imparano la “lingua materna”.

    L’esposizione intrauterina ai suoni è importantissima perché la voce materna può incoraggiare l’attaccamento del bambino appena nato alla persona che è la sua principale fonte di sostentamento. Per questo motivo è solitamente consigliato ai genitori di parlare al feto; l’uso di un linguaggio semplice e affettuoso favorisce lo sviluppo dell’udito, la memorizzazione del linguaggio e accresce lo stato di sicurezza e protezione.

    Alla luce del precoce sviluppo delle capacità neurosensoriali del feto, si può capire come nel processo di crescita e sviluppo del bambino la stimolazione sensoriale sia molto importante. Il bambino in utero segue tutto ciò che avviene nell’ambiente circostante, sviluppando così le sue innate capacità di apprendimento e stimolando nel contempo la funzione dei suoi organi sensoriali.

    Per questo motivo alcuni studiosi e operatori del settore prenatale hanno messo a punto dei programmi di stimolazione di tipo sistematico, tattile e uditivo (vocale e musicale) per aumentare la comunicazione tra genitori e nascituro.

    Attaccamento prenatale
    Con “attaccamento prenatale” gli studiosi si riferiscono al particolare legame che i genitori sviluppano verso il feto durante la gravidanza. Winnicot fu il primo a rilevare come la comunicazione che si instaura tra la madre e il feto è determinante per l’importantissima relazione di attaccamento e per il successivo sviluppo psichico del bambino.

    L’attaccamento madre-bambino, fondamentale per un normale e sano sviluppo emotivo, sociale, psichico…, non inizia dunque nei primi attimi successivi al parto, bensì comincia molto prima e si instaura durante tutti i nove mesi di gravidanza.

    Nel 1981 fu la Cranley a definire il costrutto dell’”attaccamento materno-fetale” per descrivere le caratteristiche del legame che i genitori sviluppano durante le fasi della gravidanza verso il bambino che attendono. Solitamente si è soliti pensare che la donna sviluppi un reale attaccamento verso il nascituro dal momento in cui comincia a percepirlo fisicamente attraverso i movimenti del feto; in realtà alcuni studi hanno dimostrato come la percezione del feto sia mossa principalmente da un coinvolgimento psicologico.

    Attualmente partendo dall’ipotesi, già avanzata da Cranley, che la qualità dell’investimento affettivo prenatale influisca sui processi della gravidanza, sulla successiva relazione di attaccamento genitori-bambino e sullo sviluppo psichico infantile, sono state svolte molte ricerche sul ruolo di alcuni fattori sullo sviluppo dell’ attaccamento prenatale.

    Principalmente è stato constatato come le madri con l’avanzare della gravidanza percepiscono sempre più il feto come una persona, intensificando con il trascorrere dei mesi il legame di attaccamento. Questo legame sembra non dipendere dalla percezione fisica del feto, ma dal coinvolgimento psicologico da parte della madre che viene messo in atto sin dal concepimento.

    Chiaramente la simbiosi profonda tra la madre e il feto, fa sì che fattori psicosociali, emotivi, affettivi, vissuti dalla madre durante la gestazione ricadano inevitabilmente sulla relazione e sull’attaccamento madre-bambino, creando delle tracce mnestiche che si conserveranno intatte nella psiche del bambino e quindi dell’adulto.

    Numerosi studi sottolineano inoltre come sullo sviluppo di un adeguato attaccamento materno-fetale influiscano i fattori psicologici e psicopatologici, non solo della madre ma anche del contesto familiare in cui essa vive. Riveste infatti notevole importanza il clima emotivo e familiare in cui madre e feto sono inseriti.

    A riguardo recentemente si è cercato di dare importanza anche allo sviluppo dell’attaccamento tra nascituro e padre. A tal proposito viene attribuita un’importanza sempre maggiore alla figura paterna; la presenza e il coinvolgimento del padre è di estrema importanza per lo sviluppo del bambino. L’attenzione viene sempre più spostata, dal rapporto madre-bambino, alla triade madre-padre-bambino; il futuro padre contribuendo a mantenere un’atmosfera di sostegno, protezione, serenità e comunicando con il bambino attraverso la propria voce e il contatto, crea le basi per il primo legame, fondamentale per lo sviluppo relazionale futuro del bambino.

    Da un recente studio italiano è emerso che, diversamente dall’attaccamento materno-fetale che si incrementa con il progredire della gravidanza, nel padre l’attaccamento al feto si sviluppa nel primo trimestre e poi si mantiene ad un livello costante fino alla fine della gravidanza.

    La ricerca clinica
    Diversi studi rivelano come spesso, nel corso della osservazione e della terapia effettuata con tecniche diverse, dalla psicoanalisi, alla regressione ipnotica, alla analisi immaginativa, alla terapia primaria, emergono dei vissuti strettamente correlati con la vita prenatale.

    In molti casi gli stati emozionali e psichici vissuti dalla madre durante la gravidanza restano custoditi nella memoria del bambino e possono influire sul suo vissuto futuro. Ogni tipo di esperienza emotiva vissuta dalla madre viene trasmessa al feto; quindi se la madre si trova in uno stato emotivo piacevole e positivo il feto ne trae benefici, se invece vive in uno stato emotivo negativo e ansiogeno il feto risponderà con agitazione, tachicardia e probabilmente un senso di frustrazione psichica. Ciò avviene sia perché le emozioni positive vissute dalla madre consentono la messa in circolo di endorfine da parte del sistema limbico, sia perché lo stato di quiete e tranquillità trasmette al nascituro un senso di accettazione e amore.

    Alcuni studi hanno verificato che il feto è influenzato da intensi turbamenti degli stati emotivi materni e manifesta questo restando per alcune ore successive all’evento disturbante in uno stato di agitazione motoria; se la situazione di stress materno persiste nel tempo, l’eccitazione motoria fetale diventa un tratto stabile riflettendosi per esempio nel basso peso alla nascita.

    Questi studi trovano conferma nell’ambito della psicologia clinica e riscontro in alcune particolari indagini finalizzate ad individuare una correlazione significativa tra le esperienze vissute in gravidanza e le tracce lasciate nel corpo del bambino.

    In una lettura psicoanalitica degli stati patologici, diversi ricerche e osservazioni in campo psicoanalitico hanno rilevato come in molti casi i disturbi presentati dai pazienti quali, stati depressivi, angosce, fobie, patologie della sfera alimentare e del comportamento, sembrano riconducibili a episodi, traumi ed esperienze, vissuti nel periodo prima della nascita.

    E’ stato dimostrato come sia molto probabile che le madri di figli schizofrenici abbiano vissuto forme di depressione durante il sesto o il settimo mese di gravidanza.

    Madri emotivamente disturbate possono dare alla luce bambini con elevato rischio di turbe del sonno, problemi digestivi ed irritabilità. Gli aspetti di devianza e i disturbi della personalità genitoriale sembrano essere maggiormente correlati con un basso sviluppo dell’attaccamento prenatale. Molto dannose per il bambino sono anche le situazioni di disagio e di stress intenso e continuo, dato ad esempio da varie preoccupazioni, paure e angosce.

    I bambini le cui madri sono sottoposte a stress durante la gravidanza possono andare incontro ad un rischio maggiore di iperattività, problemi motori e deficit dell’attenzione rispetto ai bambini di madri tranquille.

    L’esposizione a stati d’animo negativi e a disturbi psichici materni non solo influenza lo sviluppo del feto, ma a volte questa influenza può essere definitiva. Purtroppo la mancanza di una sana relazione madre-feto che svolge il ruolo fondamentale di protezione, può in alcuni casi predisporre a patologie psichiatriche gravi.

    Chiaramente è facile immaginare come anche l’ambiente nel quale vive la madre è fondamentale per un sano sviluppo del feto; non è quindi indifferente che il nutrimento che riceve il bambino durante la gestazione provenga da un ambiente salubre, puro, ricco e di alto valore nutritivo, oppure da un ambiente inquinato, degradato e povero di stimoli.

    Per tutti questi motivi è di fondamentale importanza il ruolo dei fattori di sostegno affettivo, emotivo e sociale presenti nel contesto di vita della gestante.

    da:http://www.vertici.it

    Combinazione di terapia cognitiva-comportamentale e farmacologica negli adolescenti con depressione resistente ai farmaci SSRI

    20-03-08

    Mercoledì 19 Marzo 2008 – Il 60% circa degli adolescenti con depressione andrà incontro ad un’adeguata risposta clinica dopo trattamento con gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina ( SSRI ).
    Non ci sono dati per indirizzare i medici verso una successiva strategia terapeutica.

    Lo studio TORDIA ha valutato l’efficacia relativa di 4 strategie terapeutiche negli adolescenti che continuavano a soffrire di depressione nonostante un adeguato trattamento iniziale con farmaci SSRI.

    Hanno preso parte allo studio 334 pazienti di età compresa tra i 12 ed i 18 anni con una diagnosi primaria di disturbo depressivo maggiore e che non avevano risposto a 2 mesi di trattamento iniziale con un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina.

    Gli interventi della durata di 12 settimane comprendevano:

    1) passaggio ad un secondo, differente SSRI ( es. Paroxetina, Citalopram o Fluoxetina, 20-40 mg );

    2) passaggio ad un diverso SSRI in associazione alla terapia cognitivo-comportamentale;

    3) passaggio a Venlafaxina ( 150-225 mg );

    4) passaggio a Venlafaxina in associazione alla terapia cognitivo-comportamentale.

    Le principali misure di outcome erano: il punteggio alla scala CGI-I ( Clinical Global Impressions-Improvement ) pari a 2 o valore inferiore ( molto o moltissimo migliorato ) e la diminuzione del 50% nella scala CDRS-R ( Children’s Depression Rating Scale-Revised ) ed il cambiamento nella scala CDRS-R nel tempo.

    La terapia cognitivo-comportamentale associata al passaggio ad altro regime farmacologico, era associata ad un più alto tasso di risposta ( 54.8% ), rispetto al passaggio ad un solo farmaco ( 40.5%; P=0.009 ).

    Non sono state osservate differenze nel tasso di risposta tra la Venlafaxina ( Efexor / Effexor ) ed un secondo antidepressivo SSRI ( 48.2%; P= 0.83 ).

    Non sono stati riscontrati effetti differenziali del trattamento sul cambiamento di CDRS-R, sui sintomi depressivi auto-riportati, sull’ideazione suicidaria o sull’incidenza di eventi avversi.

    L’impiego della Venlafaxina era associato ad un maggiore aumento della pressione diastolica e delle pulsazioni, e ad una maggiore frequenza di problemi cutanei, rispetto ai farmaci SSRI.

    In conclusione, per gli adolescenti con depressione non-responder ad un adeguato trattamento iniziale con un SSRI, la terapia cognitivo-comportamentale ed il passaggio ad un altro antidepressivo ha prodotto un più alto tasso di risposta clinica, rispetto al trattamento con il farmaco da solo.
    Tuttavia, il passaggio ad un altro inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina è risultato efficace come il passaggio alla Venlafaxina, ma era associato ad una minore incidenza di effetti avversi. ( Xagena Medicina )

    Fonte: JAMA, 2008
    da:http://www.xagenasalute.it

    Commento del Dott. Zambello

    Non conosco i motivi del perché sia stata scelta la terapia cognitivo-comportamentale e non quella dinamica. Sono comunque contento che sia stato verificato anche sperimentalmente  quello che ogni terapeuta verifica ogni giorno nel chiuso del suo studio:  La psicoterapia funziona compresa quella ad indirizzo psicodinamico. Sarebbe ora che le istituzioni , la politica,  se ne accorgessero.

    La Psicoterapia può modificare il funzionamento del cervello

    19-03-08

    di Leopoldo Tacchini

    Un centinaio d’anni or sono, alla fondazione della psicoanalisi, Freud si chiese se un giorno sarebbe stato possibile gettare un ponte tra la psicoanalisi stessa e le neuroscienze. Poiché le conoscenze del cervello di quel tempo non consentivano questi scambi, egli ipotizzò che in futuro sarebbe stato possibile integrare la psicoterapia con le conoscenze neurologiche, a tutto vantaggio del paziente.

    Ma i tempi non erano maturi.

    Solo in questi ultimi anni, infatti, cominciano a delinearsi nuove prospettive in tal senso. Ancor oggi, nella pratica clinica, psicologi e neuroscienziati, se non addirittura psicologi e psichiatri, lavorano spesso senza tener conto gli uni dagli altri. Ci proponiamo adesso di accennare, in estrema sintesi, alcune delle più significative evidenze sul tema che sono emerse dalla ricerca recente. La psicologia, è bene ricordarlo, ha cercato fin dai primordi uno scambio con le scienze mediche, ma i risultati erano stati sempre scarsi.

    Ancora nel 1995 un grande psichiatra e ricercatore italiano, Massimo Biondi, titolava una sua relazione “Superamento della dicotomia mente-cervello e possibili basi biologiche della psicoterapia”.

    Vediamo alcuni dei temi sollevati dallo studioso. Un primo punto basilare riguarda i disturbi depressivi. Essi hanno sollevato un vivace dibattito: hanno cause biologiche o psicologiche, o meglio entrambe?

    La posizione tradizionale era sin troppo semplice. Si riteneva di applicare al primo caso una terapia farmacologica, ed al secondo una psicoterapia. Si accettava anche la prospettiva di un’integrazione, ma nella convinzione che vi fosse una sola terapia realmente efficace.

    Purtroppo, o per fortuna, secondo il punto di vista, la realtà non è così semplice. Lo studioso italiano ipotizza infatti che dati di genetica molecolare potrebbero cambiare la psichiatria, e di converso il lavoro psicoterapeutico a lungo termine potrebbe persino modificare alcuni meccanismi dell’espressione genica.

    Altro fondamentale campo d’indagine, non disgiunto dalla tematica che ci interessa, è quello della psiconeuroimmunologia (PNI). I primi passi sono stati mossi negli anni ’80, seguendo intuizioni molto precedenti. Sistema nervoso ed immunitario comunicano ininterrottamente, poiché condividono mediatori e centri di scambio.

    Prima di accennare alle ricerche degli ultimi anni, centrate sulle modificazioni del sistema nervoso centrale dopo una psicoterapia efficace, vediamo come un grande divulgatore italiano, il medico olistico Francesco Bottaccioli, considera la dialettica neuroscienze-psicoterapia nel suo testo fondamentale Psiconeuroimmunologia.

    Una prima osservazione. Appena quindici o vent’anni fa le psicoterapie non hanno goduto di grande considerazione negli ambienti scientifici. Negli anni ’80, con il trionfo di nuovi psicofarmaci, e con la visione, parallelamente, della depressione come malattia e carenza nel cervello di qualche molecola, la psicoterapia, in certi ambienti scientifici, era ritenuto un trattamento di modesta efficacia, adatto per lievi problemi, se non addirittura ormai superato.

    Fortunatamente, secondo Bottaccioli, alcune meta-analisi cominciarono a dimostrare che la terapia cognitivo-comportamentale, per ricordare una delle più conosciute, è efficace per la depressione in misura paragonabile alla farmacoterapia, mentre si dimostra più efficace dei farmaci nel prevenire le ricadute.

    La prova definitiva dell’efficacia delle tecniche psicoterapeutiche è venuta però da pochi anni, con l’applicazione delle immagini di risonanza magnetica.

    Ricorderemo adesso di alcuni dei più significativi studi.

    Osserviamo anzitutto che è più semplice avere risultati ben dimostrabili quando si tratta di curare una fobia definita. Nel caso dei disturbi depressivi l’indagine è più complessa.

    Nel primo caso, riassumiamo uno studio molto citato di Paquette; si tratta di uno studio sulla fobia per i ragni. La risonanza magnetica prima della terapia e con esposizione allo stimolo fobico mostra un’iperattivazione di alcune aree della corteccia frontale. Tale fenomeno scompare dopo la terapia condotta con successo. Si nota, in altre parole, una normale attivazione delle aree visive. Lo studioso conclude che la dimostrazione non lascia adito a dubbi. Ciò è senz’altro vero nel caso specifico, ma per le problematiche più complesse siamo ancora alle prime dimostrazioni. Questi studi stranieri sono ancora pochi e innovativi, mentre in Italia veramente pochi si sono occupati della questione.

    Gli studi sperimentali si sono avvalsi delle attuali metodiche di visualizzazione in vivo del cervello, che sono la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI). I primi risalgono a non più di una decina d’anni fa. Sono stati esaminati gruppi diversi di pazienti, affetti dal disturbo ossessivo-compulsivo, dalla fobia specifica o sociale, ed altri con disturbi depressivi maggiori o schizofrenici.

    Ovviamente questi studi sono ancora pochi rispetto a quelli che, con le stesse metodiche, hanno studiato l’efficacia dei farmaci.

    I risultati fondamentali, in tutti i gruppi esaminati, sono tre.

    In primo luogo la psicoterapia apporta significativi cambiamenti nell’attività funzionale cerebrale dei pazienti, e tali modificazioni sono strettamente correlate al miglioramento clinico. Tali cambiamenti, inoltre, riguardano l’attività funzionale delle aree, sia corticali sia sottocorticali, implicate nella specifica patologia e non altre aree.

    Ma ciò che è veramente suggestivo è che la ricerca ha dimostrato che sia la psicoterapia che il farmaco sono entrambi efficaci nella cura delle diverse patologie psichiatriche, generando entrambe un efficace miglioramento clinico, ed entrambe le modalità di trattamento modificano l’attività neuronale, spesso delle medesime aree del cervello, ed inducendo anche cambiamenti, nella stessa direzione, di alcuni parametri biologici.

    Accenniamo ora, caso per caso, ad alcuni disturbi.

    Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)
    Secondo alcuni ricercatori dell’Università della California di Los Angeles, (Schwartz) i sintomi caratteristici del disturbo sarebbero sostenuti da una disfunzione del circuito neuroanatomico che interessa sia la corteccia orbitofrontale che i gangli della base ed il talamo. In breve, nei pazienti che hanno tratto un beneficio significativo dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale, si nota alla visualizzazione in vivo una normalizzazione nel tasso del metabolismo del nucleo caudato, che è una struttura sottocorticale. Tale nucleo è parte fondamentale di un circuito che interessa strutture corticali e sottocorticali. Il funzionamento alterato di quest’ultimo sosterrebbe, secondo le ipotesi teoriche, i sintomi.

    Inoltre la ricordata normalizzazione del nucleo caudato renderebbe più indipendente il funzionamento delle strutture prima ricordate, ovvero la corteccia orbitofrontale, i gangli della base ed il talamo. L’eccesso di legame nel funzionamento di tali strutture sarebbe strettamente legato al disturbo clinico.

    La fobia sociale e la fobia specifica
    Com’è noto, le fobie sono caratterizzate da un’eccessiva ed irrazionale paura di determinati oggetti o situazioni sociali. Trattamenti ritenuti efficaci sono i farmaci che inibiscono il riassorbimento della serotonina e la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) che utilizza largamente, in questo caso, la tecnica dell’esposizione in vivo alle situazioni ansiogene e quella della ristrutturazione cognitiva.

    Nuovamente, pochi sono gli studi neurofisiologici che hanno indagato le correlazioni tra miglioramento sintomatologico e modificazioni neurofisiologiche.

    Furmark e coll. idearono uno studio al fine di indagare i cambiamenti neurofunzionali associati al miglioramento clinico di un gruppo di dodici pazienti con fobia sociale. Essi furono sottoposti a nove settimane di trattamento farmacologico (citalopram) o psicoterapico (CBT). Le registrazioni furono confrontate con un campione di sei pazienti affetti dallo stesso tipo di disturbo non sottoposti ad alcun intervento.

    Per mezzo della tomografia ad emissione di positroni (PET) fu studiata l’irrorazione sanguigna cerebrale durante l’esecuzione di un compito molto ansiogeno, quello di tenere un discorso in pubblico. I tre gruppi selezionati non presentavano, prima delle tre diverse condizioni sperimentali, alcuna differenza statisticamente significativa.

    Al termine, come atteso, i due gruppi sottoposti ai trattamenti mostrarono un cospicuo miglioramento dei sintomi clinici, mentre il gruppo in attesa non esibì alcuna variazione di rilievo.

    In entrambi i gruppi trattati, quattro pazienti furono giudicati rispondenti al trattamento e due non rispondenti. Ciò sembrerebbe confermare, secondo i ricercatori, che entrambi i trattamenti possono considerarsi efficaci. L’analisi dei dati PET mostrò maggiori cambiamenti proprio nei pazienti rispondenti al trattamento, mentre nei pazienti in lista d’attesa non risultarono cambiamenti significativi.

    L’indagine PET, condotta al termine dello studio nei pazienti migliorati, rivelò un apprezzabile decremento bilaterale del flusso sanguigno a livello dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia temporale mediale e anteriore, con una riduzione più netta nell’emisfero di destra.

    In particolare, nel gruppo trattato col farmaco si è evidenziato un decremento dell’irrorazione del talamo di sinistra e nella corteccia frontale inferiore di sinistra, mentre nel gruppo sottoposto a psicoterapia si è registrata una diminuzione del flusso sanguigno nel grigio periacqueduttale ed un incremento nel cervelletto e nella corteccia visiva di secondo ordine di destra, mentre in tutti i pazienti rispondenti al trattamento si è rilevato un decremento del flusso nella corteccia frontale inferiore di destra, nella corteccia prefrontale dorsolaterale di destra e nella corteccia cingolata anteriore d’entrambi gli emisferi.

    Gli studiosi condussero un approfondito confronto dei dati PET rispetto alle scale di misurazione dei sintomi clinici. Le conclusioni furono che il fattore cruciale in grado di discriminare i pazienti migliorati dagli altri, al follow-up dopo un anno, era la maggior diminuzione dell’apporto di sangue durante la performance in pubblico al termine del trattamento, a livello dell’amigdala bilaterale, del grigio periacqueduttale e del talamo di sinistra.

    E’ben noto che l’amigdala è essenziale nell’espressione delle reazioni di paura ed ansia scatenate dagli stimoli minacciosi, mentre l’ippocampo è coinvolto anch’esso nel circuito neurobiologico della paura tramite il suo ruolo nel consolidamento e recupero di memorie collegate alla fobia stessa.

    Secondo gli Autori, la CBT potrebbe, attraverso l’esposizione in vivo, indurre un effetto d’abituazione che interessa proprio l’amigdala, l’ippocampo ed altre aree.

    Altro studio che abbiamo già citato è quello di Paquette, a capo di un gruppo di ricercatori canadesi. In questo caso l’oggetto d’indagine è più specifico, riguarda cioè la fobia dei ragni. I pazienti sono stati sottoposti a quattro settimane di CBT. Per visualizzare il cervello in vivo è stata utilizzata la risonanza magnetica funzionale fRMI. E’ stato utilizzato un gruppo di controllo di soggetti non affetti da fobia.

    Le misurazioni hanno evidenziato, nei pazienti fobici esposti al materiale ansiogeno, prima del trattamento, una significativa attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale di destra e del giro paraippocampale di entrambi gli emisferi, ed un’attivazione di alcune regioni della porzione ventrale della corteccia associativa. Al termine del trattamento psicoterapico tutti i pazienti trattati hanno mostrato, insieme con una riduzione significativa della paura esperita, un’attivazione sensibile di alcune regioni situate nella porzione ventrale del sistema visivo ed anche del lobulo parietale superiore di entrambi gli emisferi e del giro frontale inferiore di destra, e di converso nessuna attivazione significativa della corteccia prefrontale dorsolaterale e del giro paraippocampale.

    Rimandiamo, per brevità, allo studio citato chi volesse approfondire le ipotesi avanzate dagli studiosi sul significato delle modificazioni neurofisiologiche ricordate.

    Il disturbo depressivo maggiore
    Com’è noto, per questo disturbo le ricerche neurofisiologiche sono numerose. Le indagini precedenti agli studi che qui ci interessano avevano da tempo messo in evidenza che, in prima approssimazione, le aree encefaliche che mostrano un pattern anomalo sono quelle anteriori, e precisamente la corteccia prefrontale dorsolaterale e ventrolaterale, il giro del cingolo anteriore e l’insula, il lobo temporale ed alcune regioni sottocorticali come il talamo ed i gangli della base.

    Vediamo ora due studi che hanno cercato di far luce sulle modificazioni neurofisiologiche indotte sia dalla farmacoterapia sia dalla psicoterapia.

    Nello studio di Brody e coll. i soggetti furono sottoposti a dodici settimane di trattamento con la psicoterapia interpersonale o col farmaco paroxetina.

    Le rilevazioni prima del trattamento mostrarono che i ventiquattro pazienti depressi, rispetto ai sedici del gruppo di controllo, evidenziavano un maggior metabolismo a livello della corteccia prefrontale, sia dorsolaterale sia ventrolaterale, del nucleo caudato e del talamo ed un minor metabolismo a livello del lobo temporale inferiore.

    L’analisi PET effettuata dopo la psicoterapia e la farmacoterapia mise in luce un cambiamento, in senso migliorativo, delle aree prima ritenute alterate. Precisamente, si osservò una minor attivazione della corteccia prefrontale, del nucleo caudato dorsale e del talamo ed una maggior attivazione del lobo temporale inferiore ma anche dell’insula inferiore, una regione che alla prima misurazione non aveva mostrato un pattern metabolico diverso dai soggetti di controllo.

    La Hamilton Depression Scale rivelò un miglioramento clinico maggiore dopo farmacoterapia, ma occorre tener presente che il gruppo sottoposto a questo trattamento aveva una minor compromissione clinica iniziale, secondo gli Autori, rispetto al gruppo sottoposto a psicoterapia.

    Confrontando i dati PET dei gruppi sottoposti alle due terapie, nel gruppo di pazienti della farmacoterapia si era verificato un decremento del metabolismo a livello del giro frontale medio di destra e di sinistra, della porzione ventrale del giro del cingolo anteriore di sinistra e del nucleo caudato dorsale di destra ed un aumento del metabolismo a livello del lobo temporale inferiore di sinistra e dell’insula di destra, mentre nel gruppo trattato con la psicoterapia si era verificata una riduzione del metabolismo a livello del giro frontale medio di destra, della porzione media del giro del cingolo anteriore di sinistra e del nucleo caudato dorsale di destra ed un aumento del metabolismo a livello del lobo temporale inferiore di sinistra e dell’insula di destra.

    In breve, quindi, la psicoterapia e la farmacoterapia agiscono sul cervello dei pazienti affetti da sindrome depressiva inducendo cambiamenti simili. Lo studio appena riassunto è coerente con i dati di altri ricercatori, a parte alcune differenze nei pattern metabolici dovute forse ad una diversa gravità della sindrome del campione dei pazienti.

    Sebbene il numero dei pazienti dei campioni di questa ricerca sia modesto, i ricercatori hanno affermato che quanto osservato con la PET è coerente con il meccanismo d’azione dei farmaci: gli SSRI agiscono aumentando la disponibilità di serotonina nel cervello, che, interagendo con altri sistemi, ha l’effetto di ridurre la quantità d’input eccitatori alla corteccia prefrontale e al giro del cingolo anteriore, la cui minor attivazione produce una riduzione degli input eccitatori al nucleo caudato; in questo modo si produrrebbe un’attenuazione dell’attività del circuito corteccia prefrontale (giro del cingolo anteriore)-gangli della base-talamo, circuito che secondo molti esperti, sarebbe basilare nella sindrome depressiva.

    Nello studio di Martin e coll., d’altra parte, si sono indagate le differenze nei pattern d’irrorazione di quelle aree cerebrali che la ricerca aveva indicato essere alterate dalla sindrome depressiva.

    Inoltre, il confronto delle misure effettuate con diverse scale cliniche ha messo in luce una significativa riduzione dei sintomi della depressione in entrambi i gruppi dei pazienti trattati.

    L’analisi dei dati ottenuti con la SPECT ha mostrato, tra la prima e la seconda misurazione dell’attività cerebrale, un aumento del flusso a livello della corteccia temporale posteriore di destra e dei gangli della base di destra nel gruppo trattato col farmaco ed un aumento del flusso di sangue a livello della porzione limbica del giro del cingolo posteriore di destra e dei gangli della base di destra nel gruppo di pazienti sottoposti a psicoterapia.

    In sintesi, si è avuto un aumento nei gangli della base di destra in tutti i pazienti ed un aumento del tasso di irrorazione sanguigno a livello limbico solo nei pazienti sottoposti a psicoterapia.

    Questo studio ha vari limiti, tra i quali l’impiego di un solo psicoterapeuta, l’assenza del gruppo di controllo ed un periodo di trattamento limitato, pertanto i dati non possono essere ritenuti conclusivi.

    Diversi studiosi hanno affermato che gli studi appena ricordati mostrano che la psicoterapia e la farmacoterapia producono cambiamenti simili nel cervello dei pazienti con disturbo depressivo maggiore. In altre parole farmaci, e persino trattamenti, diversi, producono modificazioni metaboliche notevolmente simili. A tutt’oggi, in ogni modo, siamo ancora ad uno stadio preliminare d’indagine neurofisiologica rispetto ai temi accennati.

    Altri campi d’indagine
    Abbiamo accennato, fino a questo punto, ad alcuni disturbi psicopatologici per i quali la ricerca neurofisiologica ha prodotto diversi studi. Essi sostengono con evidenza crescente che la psicoterapia ha la capacità, con modalità sorprendentemente simili alla terapia psicofarmacologica in senso stretto, di indurre modificazioni nel metabolismo cerebrale, in senso migliorativo, rispetto a molte strutture encefaliche. Le stesse strutture erano state da tempo considerate implicate nei disturbi psichici di volta in volta osservati.

    Naturalmente vi è notevole interesse per i possibili effetti neurofisiologici della psicoterapia anche in altre patologie di grande rilevanza. Esse sono, principalmente: il disturbo da attacchi di panico, la sindrome post-traumatica da stress, e la schizofrenia.

    Non possiamo approfondire qui questi temi, non solo per ragioni di spazio, ma anche perché la ricerca è ad uno stadio ancora più iniziale di quella relativa alle patologie fin qui considerate. Ci limiteremo, per concludere, a qualche spunto.

    Per il disturbo da attacchi di panico non sembrano esistere validi studi relativi all’efficacia della psicoterapia sui parametri metabolici.

    Per il disturbo post-traumatico da stress, similmente, non sono ancora disponibili studi che abbiano indagato i cambiamenti cerebrali indotti da un efficace trattamento psicoterapico, anche se esistono complessi modelli teorici che hanno cercato di illustrare i meccanismi d’azione dei trattamenti psicoterapici conclusi con successo.

    Più complesso è il discorso concernente la schizofrenia.

    Diremo soltanto che, ove sia possibile applicare una forma di psicoterapia, essa sarà, ovviamente, ben diversa dalle metodologie impiegate per i disturbi nevrotici. In questo senso possiamo rilevare che quei trattamenti applicati allo scopo di migliorare le abilità comportamentali e cognitive dei soggetti hanno dato risultati incoraggianti. Si sono osservati, infatti, sia miglioramenti clinici nelle abilità dei soggetti trattati, sia, cosa più importante, sensibili miglioramenti metabolici all’indagine PET.

    In sintesi, i risultati di alcuni studi (Wykes, Penades) evidenziano che una strategia terapeutica volta a migliorare le abilità cognitive e le strategie di elaborazione delle informazioni dei pazienti schizofrenici riduce l’ipoattivazione delle aree frontali. Queste ultime sono ritenute da tempo fondamentali nel determinare i deficit cognitivi della patologia stessa.

    Inoltre la psicoterapia induce una maggior attivazione di tali aree in seguito alla performance dovuta ad un compito cognitivo richiesto ai pazienti.

    Possiamo quindi affermare che anche nelle patologie più gravi la psicoterapia, “su misura” dei soggetti e correttamente applicata, può attivare rilevanti cambiamenti nel funzionamento delle strutture encefaliche implicate.

    Naturalmente restano numerosissimi interrogativi aperti, non menzionati dagli studi citati, relativi a quali possano essere le caratteristiche della psicoterapia in grado di generare le modifiche illustrate, in altre parole ai fattori d’efficacia di una buona psicoterapia.

    da:http://www.vertici.it

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