Le vie dell’ansia

 ROSALBA MICELI

La vulnerabilità all’ansia coinvolge fattori diversi, di natura genetica e sociale. E’ noto che esiste una predisposizione familiare ma la complessità genetica e fenotipica dei disturbi d’ansia rende difficoltosa l’identificazione di uno o più “geni del malessere” (geni della paura, della timidezza, dell’ansia o fobia sociale) negli esseri umani, tante sono le variabili da tenere sotto controllo. Nei modelli animali, nel topo, ad esempio, è possibile studiare più agevolmente alcuni tratti del temperamento ansioso – topolini che difficilmente si avventurano fuori dalla gabbia, che tremano per un nonnulla, timorosi di ogni novità – e i corrispondenti correlati neurobiologici. E’ stato osservato che variazioni (polimorfismi ad un singolo nucleotide) a carico del gene, presente sul cromosoma 1, che codifica per la proteina regolatoria RGS2, influenzano i livelli di ansia nei topi. Animali geneticamente modificati (topi knockout) nei quali è soppressa l’espressione di quel gene, esibiscono un comportamento fortemente timoroso ed evitante. La proteina in questione modula l’attività di recettori di neuro-trasmettitori che costituiscono il target di molti farmaci antidepressivi e antipsicotici.

Dunque l’ortologo umano del gene codificante per la proteina RGS2 è il gene “candidato” ad essere oggetto di ricerche sullo spettro dei disturbi d’ansia negli esseri umani. I risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital, in collaborazione con l’Università della California, a San Diego e l’Università di Yale, pubblicati sul numero di marzo della rivista “Archives of General Psychiatry” rappresentano probabilmente l’evidenza più significativa di un legame tra le variazioni di un particolare gene e un profilo di personalità ansioso. La ricerca ha preso in esame tre campioni indipendenti: un gruppo di bambini che era stato testato a 21 mesi, a 4 anni e 6 anni per la reazione ad eventi potenzialmente stressanti; 700 studenti di college a cui erano stati somministrati dei questionari usati per valutare i tratti salienti di personalità; e un altro gruppo formato da 55 studenti di college che in precedenza si era sottoposto a scansione cerebrale con risonanza magnetica funzionale durante la presentazione di immagini con diverse espressioni facciali.

“Comparando il genotipo e test comportamentali, abbiamo osservato che alcune forme alleliche del gene che codifica per la proteina RGS2 si associano con un temperamento timido ed inibito nei bambini, una personalità introversa nell’adulto ed una maggiore reattività delle strutture limbiche (amigdala e insula) che mediano le risposte all’ansia e alla paura – afferma Jordan Smoller, principale autore della ricerca – ciascuno di questi tratti costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo del disturbo da ansia sociale, il più frequente negli Stati Uniti”. Il prossimo passo consiste nel verificare se la modulazione farmacologica della funzione della proteina RGS2 possa aprire un nuovo approccio terapeutico per i disturbi ansiosi.

Analizzando la storia familiare dei soggetti ansiosi, è difficile dipanare l’intreccio di ereditarietà e comportamenti appresi nell’affrontare le prove della vita. Un caso emblematico di ansia sociale riguarda una donna e sua figlia. Lucia R, dopo la laurea a pieni voti, inizia le prime esperienze di insegnamento. A scuola si sente insicura, incapace di tenere la disciplina, di relazionarsi con gli altri docenti ed i familiari degli alunni. Infine lascia l’insegnamento e si accontenta di un modesto impiego di segretaria in una scuola, un lavoro che la espone meno ai contatti sociali, percepiti come disturbanti. Ma anche il lavoro di ufficio riserva dei contraccolpi emotivi. Entra in conflitto con la vicina di scrivania che, pur meno esperta di lei, la redarguisce continuamente. Lucia non reagisce, soffre in silenzio, infine informa velatamente il capoufficio che le prospetta la possibilità di allontanare la collega insolente. La donna non regge all’eventualità di esporsi a chiacchiere indesiderate, preferisce allontanarsi, cambiare scuola.

La storia di Mara, figlia di Lucia, sembra ripercorrere le stesse tappe della madre. Mara è diplomata, ha lasciato a metà l’università ma ha trovato lavoro come insegnante di laboratorio, in un istituto superiore di una grande città. Diversamente dalla madre, ama insegnare. Il problema di Mara è che svolge le sue ore di laboratorio in presenza di un docente di teoria, un individuo con cui non riesce a concordare in anticipo il programma da svolgere. Ciò alimenta la sua ansia di base. Ha inoltre la sensazione che lui la giudichi poco preparata. Dopo qualche mese di insegnamento, Mara comincia ad accusare i primi disturbi: non dorme più la notte, la mattina a scuola rende poco, mentre si affanna a dimostrare a tutti che è capace. Infine, disperata e al limite del collasso, si licenzia ed accetta un incarico in un paesino di provincia, in un ambiente scolastico meno competitivo.

“I geni non sono destino” – scrive lo psichiatra Boris Cyrulnik nel saggio “Di carne e d’anima. La vulnerabilità come risorsa per crescere felici” (Frassinelli), e così come esistono i fattori di rischio o di rinforzo, altri elementi possono stabilizzare un temperamento ansioso. Cyrulnik prospetta una “sociologia della vulnerabilità”, ovvero le caratteristiche di un ambiente sociale in grado di mitigare gli effetti della vulnerabilità genetica o acquisita. In primo luogo, legami affettivi stabili e rassicuranti, la costruzione di significati esistenziali profondi. Diversamente dagli animali, l’uomo modella l’ambiente che lo modella…

da:http://www.lastampa.it

Commento del Dott. Zambello

Non condivido quasi niente di ciò che la giornalista scrive, tranne il fatto che si sia effettivamente dimostrato che c’è una predisposizione genetica all’ansia. Ciò che non  sono vere sono le conclusioni che se ne traggono dall’articolo: Allora c’è poco da fare, al massimo contrastiamo l’ansia con i farmaci.

Non è vero,  chi lavora come psicoterapeuta e la letteratura è richissima di questo, sa che inanzittutto molto spesso l’ansia è un sintomo di un disagio più profondo e non la malattia ed è possibile rimuovere questi nuclei profondi facendo scomparire il sintomo, l’ansia.

Daltra parte è evidente che chi scrive ha poca dimestichezza con la psicoterapia-dinamica. E’ evidente a tutti,  credo,  che i due casi portati ad esempio di “ansia congenita” in realtà verosimilmente si tratta di importanti forme di nevrosi dove alla base c’è una difficoltà a gestirela propria aggressività
 

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