Depressione: Sip, farmaci efficaci contro sintomi e ricadute

18-03-08

Milano, 14 mar. (Adnkronos Salute) – Psichiatri schierati in difesa degli antidepressivi. Dopo lo studio britannico sull’inefficacia di questi farmaci e la presunta ‘collusione’ tra industria farmaceutica e istituzioni di ricerca, società scientifiche e psichiatri, questi ultimi fanno sentire la loro voce. Sottolineando che i dati diffusi in questi giorni “risultano destituiti di ogni validità scientifica, e in controtendenza con la corretta pratica clinica. Affermare che i farmaci antidepressivi siano privi di efficacia clinica, ritenere che la depressione non esista, ma che sia esclusivamente il frutto di un interesse commerciale – dice Mariano Bassi, presidente Sip (Società italiana di psichiatria) – è prima di tutto completamente errato, non solo in quanto nega anni di ricerca e migliaia di dati e di risultati. Ma anche dannoso per tutti coloro che soffrono di questo disturbo e beneficiano dei trattamenti farmacologici e psicoterapici antidepressivi”.

Una revisione di 62 studi sull’efficacia degli antidepressivi più comunemente impiegati nella pratica clinica, pubblicata sul Journal of Clinical Psychiatry nel dicembre 2007, “ha potuto dimostrare – ricorda l’esperto in una nota – una significativa maggiore efficacia dei farmaci rispetto al placebo per quel che riguarda la remissione (viene ottenuta l’assenza di sintomi depressivi), la risposta clinica (riduzione dei sintomi depressivi del 50%) e la limitazione dei sintomi per intensità e frequenza”. Una serie di altri studi hanno dimostrato l’efficacia degli antidepressivi rispetto al placebo nel trattamento a lungo termine della depressione. I vantaggi maggiori, dice lo psichiatra, si ottengono nella prevenzione delle ricadute, fenomeni piuttosto frequenti nella patologia depressiva. La terapia con farmaci antidepressivi riduce di 3-4 volte il rischio di ricadute rispetto al placebo. Inoltre, dai dati dello studio internazionale Esemed (European Study of Epidemiology of Mental Disorders), che in Italia ha coinvolto 4.700 persone, emerge che nel nostro Paese i consumi di questi medicinali sono piuttosto bassi, tenendo conto che oggi i farmaci antidepressivi di seconda generazione vengono utilizzati anche per il trattamento dei disturbi d’ansia. Secondo lo studio, tra coloro che si sono rivolti al Servizio sanitario per una qualunque forma di depressione, il 40,8% ha ricevuto solo farmaci.

Tra le persone che trovano il coraggio di ricorrere a una struttura sanitaria e hanno una diagnosi di depressione e una prescrizione farmacologica, quasi un terzo non riceve una ricetta di antidepressivi. Inoltre, la percentuale di quanti – senza diagnosi – nel corso dell’ultimo anno hanno utilizzato almeno uno psicofarmaco è stata del 12,9% (di cui solo il 2,1% ha preso un antidepressivo). Insomma, per gli psichiatri i numeri parlano chiaro. E non “sembrano suffragare le voci allarmistiche che in questo periodo si sono levate, rispetto al presunto significativo aumento del consumo di farmaci antidepressivi nel nostro Paese”. Nessun commento infine, da parte degli specialisti, ai fatti di cronaca nera recentemente verificatisi in Italia, collegati al ‘male oscuro’. “E’ necessario rispettare la tragedia delle famiglie colpite da eventi così drammatici”, conclude la società scientifica

da:http://www.adnkronos.com

Alfabeto sessuale

17-03-08

 di:Gioconda Pompei
SI TRATTA dell’omosessualità femminile, ovvero dell’attrazione erotica e sentimentale tra due donne. Il termine deriva dall’isola greca di Lesbo dove la poetessa Saffo, che la tradizione vuole dedita a questo tipo di amori, guidava una raffinata scuola per ragazze in cui insegnava la musica, la poesia nonché il modo di comportarsi e di muoversi nel mondo della cultura. L’omosessualità femminile (come quella maschile) esiste dunque da tempo immemore e non ha mai cessato di essere oggetto di discussioni e divergenze. Di solito meno appariscente di quella maschile, è più spessopermeata di risvolti affettivi e sentimentali.
L’intimità tra donne è sempre stata molto più accettata nella nostra società occidentale di quella tra uomini: due ragazze che vanno a braccetto o che si baciano, che dividono lo stesso appartamento non creano allarme o scandalo. Il lesbismo a volte può restare latente o inconscio e accompagnarsi però di frequente a difficoltà di rapporto con l’altro sesso – non solo a livello sessuale, ma anche affettivo. Altre volte invece, viene vissuto in maniera manifesta nelle relazioni omosessuali occasionali o durature. In realtà non esiste una così netta demarcazione tra l’eterosessualità e l’omosessualità. Infatti, nella vita di una persona, si può verificare una temporanea attrazione nei confronti di persone dello stesso sesso, legata ad esempio ad una fase dello sviluppo, come la prima adolescenza, ed evolversi in seguito nell’orientamento eterosessuale. Oppure, anche donne adulte eterosessuali, in situazioni particolari in cui sono impossibilitate ad avere contatti con il sesso maschile per tempi prolungati ( vedi reclusione in istituti penitenziari ecc.), potrebbero avere relazioni omosessuali per poi riprendere i rapporti eterosessuali una volta che le condizioni di limitazione siano venute a cessare.
E’ importante sapere che l’orientamento sessuale non è qualcosa che si sceglie e si decide con la volontà. I fattori che determinano, nel corso dello sviluppo psicosessuale, l’orientamento omosessuale non sono ancora del tutto accertati. Ci sono sia ipotesi di natura biologica che di tipo psico-relazionale.
L’orientamento sessuale definitivo di una persona dipende comunque dalla complessa interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Il rapporto lesbico come idea attrae spesso anche gli uomini, nel senso che molti trovano eccitante vedere l’atto sessuale tra due donne e questa “scena” ha in genere un suo spazio nelle fantasie erotiche maschili e nelle produzioni pornografiche.

da:http://www.repubblica.it

Ecco perché riapriranno i manicomi, se società e politica continueranno a ignorare la malattia mentale

15-03-08

La mattina del 24 maggio 2000, ad Imola, un ospite presso una Comunità Residenziale per pazienti psichiatrici cronici, dimesso dal manicomio nel 1995 con diagnosi di “Sindrome residuale in psicosi schizofrenica”, sig. G. M., uccise dolosamente con una coltellata un educatore, Sig. A. C., salito in camera sua a portare la terapia del mattino. L’omicida fu successivamente dichiarato non imputabile e per il delitto sono stati condannati per “omicidio colposo” lo scrivente, che lo aveva in carico come consulente psichiatra, e l’educatrice responsabile della Comunità.
La condanna dell’educatrice è stata recentemente confermata anche in secondo grado. Per lo scrivente, giudicato con rito abbreviato, l’iter processuale si è concluso: vi è stata una prima sentenza di condanna (Bologna, 25 novembre 2005), confermata in secondo grado (Bologna, 12 gennaio 2007) ed infine ribadita in Cassazione (Roma, 14/11/2007).
E’ bene chiarire che la sentenza non riguarda l’avere causato un aggravamento della patologia, ovvero lesioni personali, al proprio assistito perché il sottoscritto era già stato precedentemente giudicato in merito al trattamento somministrato al paziente per i reati di cui agli artt. 590 e sgg. c.p., procedimento che si concluse con l’archiviazione (Bologna, 21/11/2002).
In sostanza, il problema non sta nell’avere curato male il paziente, ma poiché il paziente è stato giudicato a posteriori non imputabile, l’imputabilità si è spostata sul medico e le sentenze affermano che questi ha direttamente, anche se inconsapevolmente, causato, con la variazione delle cure e l’omissione del ricovero, l’omicidio commesso dolosamente dal proprio assistito. In altre parole, quando i pazienti non sono imputabili gli psichiatri possono diventare penalmente responsabili dei comportamenti giudiziari dei propri assistiti. Come è possibile questo passaggio? Le motivazioni della sentenza di primo e di secondo grado hanno imperniato le loro argomentazioni su un assunto di fondo: lo psichiatra è responsabile dell’accaduto poiché riveste nella propria funzione una “posizione di garanzia” verso terzi, ovvero verso la collettività (art. 40 c.p., com. 2°). Le motivazioni della Cassazione saranno disponibili a giorni.
La sentenze di primo e secondo grado sono già a nostra disposizione e introducono questo ed altri concetti di primaria importanza per chiunque lavori in ambito psichiatrico. Credo che ciascuno psichiatra intraveda le conseguenze dell’affermazione di questo principio nella prassi quotidiana. Tutti i colleghi con cui ho avuto modo di parlare si sentono molto isolati, con un ulteriore carico di responsabilità e, quel che è peggio, un carico estremamente vago e senza strumenti per farvi fronte.
Eppure negli ambienti psichiatrici se ne è parlato ancora poco: un po’ in qualche dibattito o in alcuni seminari sulla responsabilità dello psichiatra. Se ne è parlato sempre con grande preoccupazione, ma in modo generico e per sentito dire: ora ritengo sia indispensabile un’informazione ampia, corretta e dettagliata.
Chiunque, a qualsiasi titolo, sia interessato ad approfondire questa vicenda deve poterlo fare.

Le conseguenze personali

Non ho alcuna intenzione di rifare un pubblico processo su internet e ancor meno di lamentarmi. Il processo c’è già stato e, purtroppo, si è concluso con una sentenza definitiva di condanna a quattro mesi.
Di fatto ora mi trovo a un bivio: o assumo la sentenza come un fatto personale, la subisco, incasso il colpo, cerco di dimenticare e scivolo neghittoso nella routine con rassegnazione, depressione e un’utile dose di paranoia, o decido di farne una fatto pubblico e politico.
Non ho alcuna propensione alla depressione, non intendo cercarmela, del resto ho imparato che è lei a venirci incontro quando e come le pare. Infine credo che scegliere la seconda alternativa sia una questione semplicemente etica.
Propongo di prendere gli atti processuali in quanto tali e discuterli traendone le dovute conseguenze. I problemi sono numerosi e stanno proprio in una serie di “affermazioni” esplicite ed implicite che sono delle vere novità per la nostra categoria. Novità o forse solo il ritorno di nostalgie manicomiali con cui si travestono ancestrali paure nei confronti delle malattie mentali? Che si tratti di novità o di nostalgie lo stabiliranno i colleghi lettori.
L’epilogo della vicenda non riguarda più solo me, ma tutti i professionisti del nostro settore e costituisce un precedente che tocca la natura stessa della psichiatria, almeno così come l’abbiamo interpretata, a torto o a ragione, dopo la legge 180.

Le conseguenze professionali

Mi soffermo e sviluppo brevemente alcuni temi che ritengo preliminarmente rilevanti.
Il punto più cogente è quello già citato della “Posizione di garanzia”.
Il passaggio giudiziario della responsabilità penale del medico curante nell’omicidio dolosamente commesso dal suo paziente è stato reso possibile utilizzando il concetto di “posizione di garanzia” verso terzi.
Ai tantissimi colleghi cui ho chiesto se sapevano di essere i titolari di una “posizione di garanzia” nei confronti dei propri assistiti: tutti hanno risposto invariabilmente: no! Poi, ripensandoci bene, alcuni si sono avventurati in un’ipotesi dicendomi che “posizione di garanzia” vuole dire che siamo responsabili del fatto che il paziente riceva cure adeguate: ovvero innanzi tutto non nuocere alla sua salute e poi dare terapie aggiornante secondo scienza e coscienza. Bene, quasi nessuno sa cosa sia la posizione di garanzia e pochissimi ne hanno una idea molto parziale e idealizzata! Non si tratta solo della tutela del diritto alla salute del paziente, ma anche dei diritti della società ad essere difesa, ovvero ad essere garantita dai comportamenti dei malati di mente.
I malati di mente sono sempre potenzialmente pericolosi.
Questa è la prima affermazione forte introdotta dalla sentenza. Forse quest’affermazione può apparire una novità per chi esercita la professione da pochi anni, ma certamente non lo è per gli psichiatri che lavorarono nei manicomi con la precedente legislazione. La “pericolosità a sé e agli altri” del malato di mente fu infatti il fondamento dell’istituzione manicomiale. Fu solo grazie alla rottura dello stretto binomio fra malattia mentale e pericolosità che fu possibile la chiusura dei manicomi.
Guardare la sentenza unicamente dalla prospettiva dei Giudici sarebbe però miope ed ingiusto. I Giudicanti ne sanno ben poco di psichiatria. In tutte le vicende giudiziarie di colpa professionale la questione non sta mai nella relativa competenza dei Giudici, ma nei Periti e nelle relative perizie. Di fatto i signori Periti hanno consegnato al Giudice il filo necessario con cui cucire la sentenza. Il Giudice non ha fatto altro che trovare l’ago: l’ago è stato la “posizione di garanzia” nell’accezione del controllo della “fonte di pericolo” (art. 40 c.p., com. 2°)
E’ a questo proposito illuminante riproporre un frammento della sentenza in cui il primo Giudicante ha affermato a chiare lettere cosa si debba intendere per “posizione di garanzia”:
“Non può sorgere alcuna incertezza di sorta sull’esistenza in capo al medico psichiatra (…) di un obbligo di garanzia nei confronti del malato di mente, nella forma della posizione di controllo che impone al soggetto obbligato la neutralizzazione di determinate fonti di pericolo in modo da tutelare tutti i beni giuridici che si trovano in contatto con esse e che, per questa ragione, possono versare in una situazione di pericolo (Tribunale di Bologna, sentenza n°1984 del 25/11/2005)”.
Il Magistrato non ha su questo punto “alcuna incertezza”; invece noi che, stiamo al dettato della legge 180, abbiamo a questo punto molte incertezze; ma l’affermazione è perentoria, precisa e forte ed è il cuore stesso della sentenza, è l’ago con cui vengono cucititi i diversi fili della vicenda e quindi merita di essere sviluppata in alcuni suoi corollari:
A) Malato di mente uguale a fonte di pericolo.
B) Se l’equazione A) è data per assodata siamo di fronte al ritorno di pregiudizi, stereotipi, oggi diciamo stigma, nei confronti della malattia mentale.
C) Se invece l’affermazione A) è falsa non siamo al ritorno del pregiudizio, ma dobbiamo desumere che questo obbligo debba sussistere in capo a chiunque eserciti una professione medica, quindi da parte di qualsiasi medico nei confronti di qualsiasi suo assistito. E’ del resto noto che anche altre condizioni patologiche possono comportare la perdita della coscienza (quindi la non imputabilità!) o la perdita temporanea di specifiche facoltà del paziente: ad esempio un Giudice di fronte a un diabetico scompensato che causa un incidente potrebbe chiamare a risponderne il diabetologo, oppure per una temporanea cecità di un paziente coinvolto in un incidente chiamare in causa l’oculista che lo ha visitato poco prima, infine un tossicodipendente in cura con Metadone che compie un reato forse è stato male curato dal collega, ecc..
D) Ammesso, ma non concesso, l’obbligo della “neutralizzazione” dei malati, mentali e non mentali, come fonti di pericolo diviene particolarmente interessante conoscere quali siano gli “strumenti” con cui adempiere a questo obbligo. Là dove esiste un obbligo deve necessariamente sussistere anche la strumentazione idonea per attuarlo: forse i farmaci, forse il TSO? Non mi sembra nessuno dei due.
Gli psicofarmaci sono indispensabili strumenti terapeutici, ma non controllano né i comportamenti né la reattività umana, mentre è certo che tutti gli psicofarmaci, specie se a dosaggi elevati, hanno importanti e gravi effetti collaterali. Tutti possiamo quotidianamente osservare come la “camicia di forza farmacologica” applicata con generosità negli anni settanta abbia causato a distanza di trent’anni devastanti e irreversibili effetti collaterali in tanti nostri pazienti. D’altro canto anche i più recenti neurolettici atipici, che ci dovevano liberare dagli effetti collaterali extrapiramidali, cominciano a mostrare l’altra loro faccia iatrogena sia sul piano metabolico che su quello endocrinologico. Strano a dirsi per un condannato per omicidio colposo, ma continuo a ripetermi che primum non nocére è l’essenza stessa del giuramento di Ippocrate.
Così pure risulta difficile pensare al TSO in termini di strumento di custodia: si tratta di un provvedimento di ordine esclusivamente medico-sanitario volutamente farraginoso, garantista e a favore del paziente, volto esclusivamente a sollecitarne la compliance terapeutica e non certamente pensato per prevenire reati e crimini.
In breve, se la prima equazione è valida si afferma il principio della sempre potenziale pericolosità del paziente e lo psichiatra non è più il garante delle sue cure e della sua salute, ma diviene primariamente il custode della latente pericolosità di quest’ultimo. Si apre conseguentemente un grande problema: la pericolosità richiama la custodia e l’obbligo di custodia, in assenza del manicomio, ricade unicamente sulle spalle dei professionisti. Se la cosa era nell’aria e qualcuno la paventava, ora può esserne certo: con questa sentenza è la Suprema Corte di Cassazione ad imporcelo.
A questo punto il Codice Penale, con l’articolo 40, si introduce come una sorta di pendolo che oscilla minacciosamente all’interno del dettato della legge 180: ora a favore del paziente e in tutela del suo diritto alle cure e alla salute, ora in direzione opposta a favore della collettività e verso l’obbligo di custodia, ma a discapito dei diritti del paziente.

Ancora le conseguenze: bozza di sintesi

Una breve sintesi, per punti, delle questioni aperte dalla vicenda processuale e a questo punto sancite dalle Sentenze.
1) la “Posizione di garanzia” nell’accezione della neutralizzazione delle fonti pericolo è applicabile alla professione dello psichiatra?
2) Se la “Posizione di garanzia” nell’accezione di cui sopra è applicabile dobbiamo sapere quali strumenti abbiamo. Ovvero come adempiere all’obbligo di custodia.
3) L’obbligo di custodia è in sintonia o è antinomico al Diritto alla salute e al principio di volontarietà sancito dalla Costituzione (art. 32) e ribadito dalla legge 180?
4) “Posizione di garanzia” verso terzi, non si tratta della reintroduzione dell’idea di pericolosità del paziente psichiatrico?
5) Uno dei cardini dello “stigma” che accompagna la malattia mentale è l’idea di “pericolosità” del malato. A cosa sono servite le dispendiose campagne di lotta allo stigma promosse dall’Organizzazione Mondiale di Sanità se esse, come si vedrà leggendo le perizie, non hanno intaccato nemmeno l’opinione degli psichiatri?
6) A questo punto è ancora valido il dettato della legge 180?
7) L’attuale legislazione in materia psichiatrica, in particolare la procedura per il Trattamento Sanitario Obbligatorio, si presta a letture soggettive, discrezionali e a posteriori. 8) Gli psichiatri allineeranno le proprie prassi alla dilagante pratica della “medicina difensiva”: linee guida e farmaci in abbondanza.
9) La particolarissima e assoluta problematicità della “Psichiatria difensiva” (ovvero la psichiatria come minaccia alla libertà dei cittadini).
10) Dopo questa sentenza le prospettive del fare riabilitazione in ambito psichiatrico quali sono?
11) Dopo questa sentenza le prospettive della prevenzione in ambito psichiatrico quali sono? Già si faceva ben poca prevenzione, ma ora la prevenzione tornerà ad essere sinonimo di “schedatura”?
12) Il contenimento dei costi sollecitato dall’aziendalizzazione (riduzione forzata di posti letto, utilizzazione di personale non formato, ecc..) vs. la responsabilizzazione dello psichiatra che diviene l’unico a pagare sia economicamente che penalmente (posizione di garanzia) tale politica.
13) Il mito della psicofarmacoterapia come strumento di controllo dei comportamenti umani (ovvero il crescente riduzionismo in Psichiatria).
14) Infine ultimo punto, affinché sia il primo!: l’ontologica pericolosità del malato di mente è tuttora il vero retropensiero di molti psichiatri: luogo in cui di fatto è maturata la sentenza.

Credo che tutti i ragionamenti che riusciremo a sviluppare nella discussione dovranno contribuire in sostanza a rispondere a un interrogativo di fondo: lo Psichiatra è un medico e come tale è il primo tutore dei diritti del paziente, ovvero del suo diritto alla salute, o è un poliziotto sospinto dalle paure della collettività?
L’opinione pubblica, i cittadini, i pazienti, i loro famigliari, i Magistrati e chiunque altro ha il diritto di presumere qualsiasi cosa del nostro lavoro, ma spetta solo a noi professionisti definire in modo condiviso la specificità di ciò che facciamo, i nostri limiti e le nostre possibilità. Se non riusciamo a definire con chiarezza il nostro campo chiunque, giustamente, si sentirà in diritto, o persino in dovere, di dirci come dobbiamo lavorare.
Qualsiasi saranno le risposte a cui perverremo dovremo condividerle con chi ha il potere di trasformale in regole e leggi. Leggi possibilmente chiare, univoche e con un’assoluta specificazione relativamente gli strumenti idonei per metterle in atto.
Affinché vicende come questa non abbiano a ripetersi: per i nostri pazienti, per i loro familiari e infine per tutti noi operatori.

Dott. Euro Pozzi
Bologna, 17/2/2008

“E’ un fenomeno noto, che l’angelo della medicina, dopo avere ascoltato per un po’ le dissertazioni dei giuristi, dimentichi molto spesso la propria missione. Egli ripiega allora le ali fruscianti, e si comporta nelle aule dei tribunali come un angelo di complemento della giurisprudenza”.

R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 1996

da: http://www.aipsimed.org

Ansia a fior di pelle

14-03-08

 di Laura D’Orsi

Secondo gli esperti l’acne è legata a doppio filo allo stress. E per liberarsi dei brufoli bisogna affidarsi a uno psicologo

Fiorisce sulla fronte e sulle guance degli adolescenti. Ma non solo. Perché l’acne sta diventando un problema sempre più diffuso anche fra le donne con più di 35 anni. «Non a caso si parla di acne tardiva problema che secondo le ricerche colpisce almeno una donna su dieci» spiega la dermatologa Magda Belmontesi. Ora gli esperti hanno visto che spesso l’acne va a braccetto con ansia e depressione. E la spiegazione c’è.

«Questi malesseri psicologici portano con sé uno stato di tensione e di stress che provoca l’aumento di alcuni ormoni capaci di iperstimolare le ghiandole sebacee» spiega l’esperta. Naturalmente non a tutte le donne che vivono sotto pressione, spunta l’acne. Perché succeda, ci vuole una predisposizione, per esempio una maggiore sensibilità delle ghiandole sebacee verso l’azione degli ormoni.

«Di sicuro, il legame fra questi disturbi è a doppio senso perché l’uno alimenta l’altro» aggiunge Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta. «Vedere il proprio volto coperto di foruncoli aumenta la tensione, fa calare il tono dell’umore e peggiora la situazione. È un circolo vizioso che può portare a un disagio molto profondo».

Una donna guardandosi allo specchio e osservando il proprio viso ricoperto di brufoli può non riconoscersi più in quell’immagine riflessa ed entrare in crisi. «Da adolescenti, si sa, non si ha ancora un’idea di sé ben definita e i brufoli colpiscono un’immagine interiore, oltre che esteriore, ancora in evoluzione» dice lo psichiatra. «Nemmeno da adulti, però, è facile accettare quei segni sul viso, perché si pensa di essere già in un determinato modo e di non poter più cambiare».

Così ci si trova spiazzati di fronte a quei brufoli così inattesi, che nel proprio immaginario si collegano a un preciso periodo della vita. Ma c’è anche un risvolto verso il mondo esterno. Perché l’acne, con la sua maschera che ricopre il volto, crea un grande disagio. Si temono i commenti, si prova imbarazzo a mostrarsi, tanto che molte donne arrivano a limitare il più possibile i contatti con gli altri.

L’acne, che non a caso colpisce la pelle, cioè il confine che separa il mondo interno da quello esterno, diventa così una specie di barriera e il simbolo di un malessere interiore. «La cura passa in primo luogo proprio attraverso la pelle. Sono molto indicati, per esempio, i peeling che effettua il dermatologo nel suo ambulatorio» dice l’esperta.

Ma non bisogna trascurare l’aspetto emotivo. È altrettanto importante capire, con un aiuto psicologico, le ragioni profonde del disagio. Prima che l’acne diventi una fissazione. E costringa a controllare ossessivamente il viso nel terrore che spunti un nuovo brufolo.

da:http://www.donnamoderna.com

Depressione e mal di vivere: uno su quattro si cura da solo

13-03-08

Soffrono di mal di vivere i milanesi. Se ne contano 85mila in cura con antidepressivi, «ma sappiamo che ogni dieci pazienti, quattro non hanno mai avuto una prescrizione farmacologica», spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Salute mentale al Fatebenefratelli.
Nessuno può sentirsi immune: conta la predisposizione individuale certo, ma anche una serie di fattori ambientali come un lutto, una malattia, un periodo di forte stress o l’arrivo della primavera. «Maledetta» in questo caso, non per via dell’amore, ma per i cambiamenti climatici che porta con sé.
«Le modificazioni stagionali sono legate ai fotoperiodi – continua Mencacci – infatti il nostro orologio biologico si fa condizionare molto dell’esposizione alla luce della nostra retina». Capita allora che aumenti il senso di stanchezza, la sonnolenza e l’appetito.
Sarebbero circa tre milioni gli italiani che ogni anno, con l’arrivo di marzo, soffrono di questo tipo di depressione: «A Milano la stima si aggira intorno al 6-8 per cento, con un rapporto di 6 a 1 tra donne e uomini».
Se è vero che la depressione colpisce senza distinzione di sesso o età, a sentire gli esperti non c’è dubbio che le donne tra i 25 e i 29 siano le «vittime» maggiormente designate. A Milano in tutto sono 70mila, ma secondo i dati più recenti elaborati dal centro del Fatebenefratelli, tra queste solo 48.424 sono in cura con antidepressivi. A questo problema, Mencacci ne aggiunge un altro: «Il 25-30 per cento dei pazienti sospende l’assunzione dei farmaci già nel primo mese, e il 40 per cento entro il terzo mese», mentre la terapia dovrebbe durare come minimo un anno. Gli effetti collaterali dei farmaci, come il famoso Prozac, alla base di questa tendenza: aumento di peso, calo del desiderio sessuale e sensazione di stanchezza. «Ma le terapie – precisa Mencacci – devono assolutamente essere condotte nei tempi adeguati». Per andare incontro alle esigenze dei pazienti, che da tempo chiedevano un farmaco che non generasse troppi disturbi, da qualche giorno è stato distribuito anche nel mercato italiano un nuovo medicinale.

«È a base di bupropione – spiega Giulio Perugi, direttore dell’Istituto di scienze del comportamento di Pisa, ieri a Milano per la presentazione del farmaco -. In America è già usato da anni mentre da noi veniva indicato solo per smettere di fumare».
I vantaggi? «Evita gli effetti collaterali più comuni degli altri farmaci, rendendo più sopportabile la terapia».

Da: www.ilgiornale.it

Commento del dott. Zambello

Ricordate?  Alcune settimane fa  abbiamo pubblicato la notizia che un gruppo di ricercatori inglesi aveva accertato che i farmaci  antidepressivi non funzionano, il loro risultato è un effetto placebo. Sono passati alcuni giorni e ancora un pisano ritorna a proporci “un vecchio farmaco”come panacea a tutti i mali. Temo che le case farmaceutiche abbiano una particolare simpatia per i cattedratici di Pisa.

 

Terapie alternative contro la depressione: gli psicologi chiedono investimenti

12-03-08

Contro la depressione? Gli psicologi chiedono la “terapia della parola”. Condividendo i risultati di uno studio inglese dell’Università Hull che ha rivelato come gli effetti delle “pillole della felicità” sono modesti e aperti ad interpretazione, anche gli esperti italiani criticano un consumo enorme di antidepressivi, utilizzati in modo improprio, e chiedono finanziamenti finalizzati alla formazione di terapeuti antidepressione.

I dati più recenti per l’Italia stimano 5 milioni di persone colpite (con uno svantaggio forte per la popolazione femminile, che ne soffre in una percentuale quasi doppia: il 15% contro l’8% degli uomini), con una spesa sanitaria valutabile in 15 miliardi di euro l’anno. Cifra che comprende, oltre ai costi delle cure, quelli relativi alla mancata produttività, cioè le giornate di lavoro perse. Un particolare allarme suscita l’aumento dei casi tra i giovani e giovanissimi: sempre in Italia, riguarderebbe l’8-10% degli adolescenti, dato che coincide con quello relativo ai casi di suicidio in questa fascia di età, che rappresenta la terza causa di morte tra i giovani di 14-24 anni. I disturbi d’ansia sono ancora più diffusi: se per la depressione si parla del 15% della popolazione, si stima che oltre il 20% delle persone nei paesi occidentali soffra di una qualche manifestazione clinica d’ansia. Si stimano nel mondo 330 milioni di persone che soffrono di depressione e secondo Christopher Murray (direttore del dipartimento di Epidemiologia dell’OMS) entro 15 anni la depressione grave sarà la seconda malattia debilitante al mondo. Se invece si considera soltanto la popolazione tra 15 e 44 anni di entrambi i sessi questo posto già gli spetta.

La media italiana relativa al 2006, secondo il rapporto di Osservasalute, attesta un uso di antipsicotici pari a 3,49 dosi per mille abitanti al giorno e 30,08 dosi ogni mille abitanti di antidepressivi. Questi farmaci, sempre secondo la ricerca di Hull condotta da studiosi inglesi e americani, sarebbero efficaci solamente per i pazienti molto gravi, mentre non servirebbero affatto a quelli con leggeri sintomi. Antidepressivi come Prozac e Seroxat indurrebbero miglioramenti minimi rispetto al placebo, valutabili in due punti sulla scala Hamilton della depressione, che si compone di 51 punti. Chi è lievemente depresso, quindi, si sentirebbe meglio assumendo medicinali solo grazie all’idea di seguire una terapia farmacologia che può dare benefici, ma nei fatti gli antidepressivi non avrebbero alcun effetto e non sarebbero più efficaci di un placebo. Nonostante ciò, il numero di prescrizioni mediche sta crescendo di anno in anno. Secondo l’Osservatorio dei farmaci l’uso di questi medicinali è aumentato dell’8% tra il 2005 e il 2006.

Il Governo inglese – afferma Giuseppe Luigi Palma, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi – ha fatto una scelta molto seria perché basata, come dovrebbe sempre accadere, sulle evidenze scientifiche disponibili (fornite dall’Istituto Nazionale per l’Eccellenza Clinica del Regno Unito -NICE) che dimostrano come la psicoterapia sia efficace quanto i farmaci nel trattamento di questi problemi e più efficace nel mantenimento degli effetti e nell’evitare le ricadute dopo la cura”.

Proprio per questo l’Inghilterra ha deciso di investire in terapie psicologiche, passando da una spesa di 6,5 milioni di euro per il 2007 a 221 milioni entro il 2010. “In Italia – spiega il Presidente Palma – abbiamo una buona legge sulla psicologia e sulla psicoterapia, che ha consentito la formazione di molti professionisti competenti con cinque anni di laurea e almeno quattro di specializzazione. Ma come accade spesso nel nostro Paese non vi è stata coerenza nel loro utilizzo per la salute dei cittadini, che solo in pochi e fortunati casi possono beneficiare delle loro competenze in ospedale o nelle ASL. L’Italia – conclude Palma – dovrebbe seguire l’esempio inglese, che peraltro si sta attuando anche in molti altri Paesi, e attivare un piano serio, basato sulle regole dell’appropriatezza e dell’efficacia, per l’attivazione ed il potenziamento di servizi psicologici negli ospedali e nel territorio, in grado di fornire interventi qualificati di prevenzione e terapia ai cittadini ed alla comunità, ma anche di lavorare con l’insieme dei servizi sanitari e con i medici di famiglia per fornire risposte più integrate agli utenti e più attente alle loro specifiche esigenze”.

La popolarità degli antidepressivi, introdotti alla fine degli anni 80, è schizzata alle stelle – spiega Mario Sellini, Segretario Generale dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani (AUPI) - oggi è necessario proporre anche terapie psicologiche. Come per le cure odontoiatriche, il Ministero della Salute dovrebbe stanziare fondi anche per le cure psicoterapeutiche che contribuirebbero a ridurre la spesa farmaceutica, facendo consumare meno farmaci. Questo garantirebbe, inoltre – conclude Sellini – meno assenze dal lavoro e maggiore produttività , un guadagno certo per l’economia italiana”.

 da: http://www.paginemediche.it

Privi di disposizioni per l’accesso alla psicoterapia

11-03-08

di MAURIZIO MOTTOLA

Nell’ambito dell’iniziativa Il Lavoro sociale: operatori senza diritti per difendere chi diritti non ne ha, organizzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, dall’Associazione Saman e dal Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), si è svolto a Napoli giovedì 6 marzo 2008 il workshop Quale futuro per la psicologia e la psicoterapia ?, con interventi di Enrico De Notaris -psichiatra Università degli Studi di Napoli Federico II- (L’inganno della psicoterapia), Maurizio Ricciardi - direttore Unità di Psicologia clinica e dell’età evolutiva Asl Napoli 1 (La psicologia clinica nella ASL Napoli 1), Maria Sabelli - psicologa psicoterapeuta - (La psicologia e la psicoterapia in Campania: un diritto negato), e conclusioni del deputato Luigi Cancrini, relatore - nella XII Commissione Affari Sociali della Camera - della proposta di legge contenente Disposizioni per l’accesso alla psicoterapia (Testo unificato C. 439 Cancrini, C. 1856 Di Virgilio e C. 2486 Giulio Conti e Meloni).

Da più di 7 anni si stanno sviluppando iniziative politiche per garantire ai cittadini italiani l’accessibilità  alle cure psicoterapeutiche erogate dal Servizio Sanitario Nazionale in forma diretta o convenzionata, rendendo così possibile anche a chiunque ne abbia bisogno una forma di cura ad oggi riservata per lo più a chi abbia formazione culturale e disponibilità economica per consentirsi la psicoterapia a livello libero professionale.

La situazione comunque si è inasprita dopo che nella riunione del 19 dicembre 2007 della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati è stato approvato un emendamento -il 2.31-, proposto dallo stesso relatore Luigi Cancrini, che stabilisce la “conferma diagnostica effettuata da un medico specialista in psichiatria o in neuropsichiatria infantile”, mentre in precedenza era previsto che anche “uno psicologo specializzato in psicoterapia o in psicologia clinica” potesse effettuare la diagnosi oltre al medico specialista in psichiatria o in neuropsichiatria infantile.

Poi l’indizione di nuove elezioni politiche ha interrotto l’iter del testo unificato Disposizioni per l’accesso alla psicoterapia.

In Italia gli psicoterapeuti sono oltre 37.000 (di cui circa due terzi laureati in psicologia e circa un terzo laureati in medicina): dunque uno psicoterapeuta all’incirca ogni 1.600 abitanti, con marcate differenze tra regione e regione e diversa presenza per categoria di professionisti (è psicoterapeuta uno psicologo su 2,3 del totale degli psicologi ed un medico su 33,2 del totale dei medici).
Pochissimi sono i concorsi banditi dalle Aziende Sanitarie Locali per dirigente di psicoterapia (pur in presenza di normativa dal 1997) e quei pochi banditi richiedono talvolta requisiti di ammissione impropri, per cui migliaia di psicoterapeuti (medici o psicologi, con una successiva formazione quadriennale) debbono puntare alla libera professione, in quanto lo sbocco nel servizio sanitario nazionale come dirigente di psicoterapia è estremamente residuale.

Eppure l’accessibilità è uno dei fattori della qualità ottimale, in quanto esprime il massimo che un sistema sanitario può mettere a disposizione dei cittadini, incrementandone così la propria efficienza.


Fasce della popolazione non abbiente e non in grado quindi di sostenere i costi di una psicoterapia a livello libero professionale e che rivolgendosi ai servizi sanitari pubblici spesso ricevono solo dei trattamenti di urgenza ed emergenza sono dunque precluse di fatto all’accesso alla psicoterapia.
Poiché prevenire è far sì che i disagi ed i disturbi non si trasformino in conclamate malattie, ecco che la psicoterapia – o meglio le psicoterapie – si rivelano uno strumento efficace in tal senso ed attualizzano una concreta prevenzione, purché se ne potenzi per davvero l’accessibilità.

I cittadini italiani dunque avranno ancora da aspettare per l’auspicato varo di disposizioni per l’accesso alla psicoterapia.

 

da: http://www.agenziaradicale.com

Verso una psicoterapia socialmente accessibile

10-03-08

A.S.

Roma – “Verso una Psicoterapia socialmente accessibile” è il titolo del convegno che si è svolto la scorsa settimana a Roma, presso l’Opera don Calabria. Diversi gli argomenti affrontati: dal problema dell’accessibilità alle terapie psicoterapeutiche, all’assistenza sociale e al reinserimento di persone affette da malattie psichiche nel tessuto sociale e lavorativo; fino ai modelli e alla formazione delle nuove leve.

“Persistono – recita il comunicato stampa – evidenti zone d’ombra che abbiamo l’obbligo etico e professionale di rivisitare e condividere continuamente senza preconcetti, in uno scambio all’interno e fra le scuole di appartenenza. L’identità stessa della psicoterapia potrebbe apparire incerta: se debba essere considerata un intervento di carattere umanistico sociale, o di evoluzione speculativa e quindi di elite o, al contrario, debba essere inserita nei rimedi di carattere sanitario magari previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). (…) Rimangono incertezze comuni agli specifici modelli sul protrarsi dei miglioramenti nel tempo; sulla “tecnica” più efficace nelle diverse situazioni; sulla frequenza delle sedute; sulla durata dei trattamenti; sull’indicazione clinica in molti disturbi psichiatrici; sui cambiamenti di tecnica o di atteggiamento in funzione della personalità del paziente pur all’interno di una stessa diagnosi; sull’opportunità o meno di una partecipazione economica, magari parziale o addirittura simbolica, da parte del paziente come condizione necessaria alla cura; sulla formazione, sia personale che professionale, degli psicoterapeuti e su molti altri aspetti che, allo stato attuale, possono avere solo risposte soggettive e discrezionali e che quindi meritano di essere continuamente dibattuti”.

Interrogativi importanti dal momento che condizionano le risorse anche economiche, da dover mettere in gioco per portare avanti il trattamento e introducono l’esigenza di rendere più esplicito possibile il rapporto costo/benefici.

“Qualora la psicoterapia venisse vista come un rimedio efficace – si legge ancora nel comunicato – e in alcune situazioni necessario, si aprirebbe il problema di renderla economicamente accessibile anche ad una classe sociale con dei limiti economici, considerando anche la durata di molti trattamenti e gli esiti non sempre pronosticabili. Vi è inoltre il difficilissimo problema di tutelare la spontaneità e la libertà dei singoli terapeuti ma anche la correttezza etica e professionale degli interventi verso un’utenza non sempre in grado di valutare la qualità della cura”.

Infine “il problema della quantità dei modelli che stanno dilagando per il fiorire di scuole di specializzazione, solo a Roma 62 quasi tutte private, che rispondono forse più alla logica della distribuzione del gran numero di psicologi che l’università laurea ogni anno piuttosto che della ricerca di modelli teorici più funzionali alla clinica”.

da:http://www.previewonline.info

Vi racconto come non sono guarita dall’omosessualita’

07-03-08

Testimonianza di Darlene Bogle (Los Angeles) del 27 giugno 2007

Nell’estate del 2007 si è tenuta a Los Angeles, in California,  la conferenza di quanti si sono sottoposti ai trattamenti finalizzati al cambiamento dell’orientamento omosessuale. Pratica molto propagandata da numerose chiese e dai risultati devastanti per la personalità. Vi segnaliamo la testimonianza di Darlene Bogle, una ex leader di Exodus, un movimento “cristiano” che propone questo tipo di iniziative. Ecco il racconto della sua esperienza nei gruppi di “guarigione dall’omosessualtà”.

Ciao. Mi chiamo Darlene Bogle. Grazie per avermi dato l’opportunità di condividere le nostre storie. Innanzitutto, vi dico perchè sono qui. Io ho diretto “Paraklete Ministries”, un’attività affiliata ad Exodus a Hayward (California), che includeva preghiera, studio biblico e counseling individuale. Ero anche l’assistente del pastore della Chiesa di Foursquare.

Come leader di Exodus, ho viaggiato per tutto il paese, parlando e presenziando in molte trasmissioni televisive locali e nazionali come Sally Jesse Raphael, Jerry Springer e 48 ore sulla CBS.
Ho tenuto seminari alle conferenze annuali di Exodus sul processo di essere “messi in salvo dall’omosessualità” e sui benefici di guarire “il bambino dentro di noi” attraverso la preghiera. Ho scritto due libri, “La lunga strada per l’amore” e “Stranieri in terra cristiana”.

Il mio messaggio era chiaro: essere gay è una scelta che puoi, anzi dovresti, cambiare per essere cristiano. Ero sincera nel messaggio che lanciavo. Dio non odiava i gay ma l’omosessualità non era il suo piano perfetto per le nostre vite.

Per oltre dieci anni, il mio ruolo in Exodus e nella chiesa locale, unito a  discorsi e presentazioni di libri, contribuì a non farmi avere una vita privata. Ero così focalizzata nell’aiutare gli altri con i loro conflitti che persi l’abilità di ascoltare i miei sentimenti.

Io pensavo che questa perdita di emozione fosse la conferma che ero veramente una ex-gay, malgrado il fatto che mai avevo desiderato una relazione con un uomo e mi tenessi strette le amiche del mio stesso sesso.

Poi, nel 1990 mentre insegnavo a un ritiro di donne a Foursquare in California, ebbi un’esperienza che cambiò la mia teologia, la mia vita e la mia missione! Avevo appena iniziato il mio seminario “Guarire lo Spirito disordinato”, quando una donna entrò e si sedette in prima fila. Lei aveva lunghi capelli neri ricci e un sorriso contagioso.

I suoi occhi fissavano i miei, e anche se i libri dicono che non ci sono cose come l’amore a prima vista, il mio cuore la sapeva più lunga. Il suo nome era Des.
Io camminai all’altro lato della stanza, raccontando come al solito il mio percorso di guarigione, ma il mio cervello stava andando in confusione con pensieri ed emozioni che io pensavo morti e sepolti. Immaginate, se potete, il mio shock e il mio orrore quando capii in quel momento che quello che stavo insegnando era una bugia.

Seppi in quell’istante che Dio ci aveva portate l’una dall’altra! Pregammo e lessi la Bibbia con l’intento di evidenziare l’amore, non il peccato.Ogni parte delle Scritture che noi leggevamo era in favore dell’amore che ora condividevamo.
Capii per la prima volta quanto restrittivo e limitante il mio messaggio di grazia era diventato. Io era libera per la prima volta in 15 anni. Poche settimane dopo mi fu chiesto di lasciare la chiesa e fui rimossa dalle attività di Exodus.

Des ed io iniziammo insieme un viaggio lungo 12 anni, che ho raccontato nel mio nuovo libro “Un viaggio lesbico cristiano”. Scoprii un grande mondo di gay cristiani e come Saul nel Nuovo Testamento, vidi.
Io non avevo lasciato perdere il ministero pastorale, ma avevo trovato molte opportunità di condividere l’incondizionato amore di Dio e guarire la verità all’interno della comunità gay e lesbica.

Nel 2005, dopo una lunga battaglia, Des morì di cancro al seno. Prima di morire, lei mi incaricò di raccontare la nostra storia e di essere voce per la comunità gay e lesbica. Prima che incontrassi Des, consideravo me stessa “ex gay” perchè avevo cessato di avere una vita sessuale attiva, e spesi il mio tempo a promuovere il “cambiamento” negli altri.

Quando questi cambiamenti non avvenivano, le persone che erano in cura da me frequentemente chiedevano quanto tempo ci voleva ai desideri per cambiare. Io mentivo e li incoraggiavo a continuare a pregare e leggere la Bibbia.
Quando chiedevano quanto tempo ci avessi impiegato io, evitavo di rispondere. Il mio cuore era nel giusto, ma il mio messaggio no. Mi scuso con quelle persone e con quelle famiglie che credettero al mio messaggio secondo cui cambiare era necessario per essere accettabili di fronte a Dio.

In anni recenti, ho visto il danno causato dal rifiuto di sè, dalla vergogna e dall’amore ingabbiato. Mi scuso da parte mia per aver presentato un Dio che ama a certe condizioni e chiedo perdono per il messaggio di falsa verità di cui parlavo per conto di Exodus.
Il cuore mi fa male appena sento le molte storie di abusi e suicidi di uomini e donne che non avrebbero potuto cambiare il loro orientamento, contrariamente a quanto Exodus e altre iniziative cristiane dicevano loro.

Una delle ragazze che frequentavano le nostre attività divenne così depressa per l’impossibilità di cambiare che si gettò da un ponte piuttosto che continuare la battaglia. Mi fu detto che non era colpa mia, ma il mio cuore la sapeva più lunga.

La mia vocazione oggi è rivolta a quelle iniziative pastorali che si propongono di ascoltare queste storie con il cuore e di cessare di lanciare messaggi che danneggiano famiglie e persone omosessuali. Essere dalla parte della verità, ma non della falsa verità di cambiamenti obbligatori per essere accettabili di fronte a Dio.
Ci sono cose da cambiare nelle nostre vite, ma il nostro orientamento sessuale non è ciò che è necessario guarire. Io auspico che arrivi un tempo di guarigione per celebrare la vita di Cristo con tutti i suoi figli.

Se ci sono altri leader ex-gay che sono giunti a capire e ad abbracciare la grazia di Dio come gay e lesbiche, li incoraggio ad andare avanti e a unirsi al processo di guarigione e riconciliazione.

Questa è la ragione per cui sto andando avanti e sto accettando le responsabilità per il messaggio che davo in passato, ed è la ragione per cui sto lanciando un messaggio di speranza per il nostro futuro di gay e lesbiche nella comunità e nella chiesa.

da:http://news.kataweb.it

Depressione, una patologia strutturale alla psiche umana

06-03-08

Roma, 4 mar. (Adnkronos/Ign) – Un esercito di 5 milioni di depressi stimato in Italia. E dati allarmanti su un aumento esponenziale del ‘male di vivere’. Ma secondo Nicola Lalli, psichiatra e psicoterapeuta dell’Università La Sapienza di Roma, autore del libro ‘Dal mal di vivere alla depressione’ (Magi Editore), non ci sono dubbi: il dato sull’aumento della depressione è ‘gonfiato’. “Posso affermare con sicurezza e senza tema di smentita, come dimostro ampiamente nel libro, che è stato artatamente gonfiato dalla collusione tra gli ‘interessi’ delle case farmaceutiche e degli psichiatri, pronti nella maggior parte dei casi a seguire le indicazioni delle stesse”, sottolinea Lalli a Ign, testata on line del gruppo Adnkronos.

La depressione, definita come la ‘malattia del secolo’, è diventata negli ultimi 50 anni un problema sociale sia per l’elevata incidenza sia per la sofferenza e la morbilità (rapporto fra il complesso di giorni di malattia e il numero di esposti al rischio di malattia per gruppi di età) che comporta. L’Organizzazione mondiale per la Sanità (Oms) prevede che per il 2020 questa patologia, per morbilità e invalidità, occuperà in tutto il mondo il secondo posto subito dopo le malattie cardiovascolari. Al momento, si considera che il 10-15% della popolazione mondiale ha avuto o avrà uno o più episodi depressivi. Negli Usa ci sono 19 milioni di depressi (pari al 6% della popolazione totale); in Italia la stima è di circa 5 milioni pari al 12% della popolazione (con un’incidenza doppia tra le donne) e con un costo totale pari all’1% del Pil .

Vorrei ricordare che circa l’80% dei suicidi è dovuto a stati depressivi. Per poter proporre un discorso scientificamente valido, ma anche comprensibile ai diretti interessati (i pazienti), bisogna tener presente che al momento attuale questa patologia è gravata da confuse, imprecise, spesso deliberatamente errate informazioni che purtroppo hanno finito per costituire degli stereotipi culturali  attualmente dominanti e non facilmente rimovibili”, spiega l’esperto. “Anche perché la stampa, specialistica e non, tende a nutrire, per indifferenza o disinformazione o semplicemente pigrizia, questa cortina fumogena che grava su di una patologia che interessa milioni di persone -  sottolinea l’esperto – Tra i vari stereotipi che vanno contestati ritengo opportuno evidenziarne tre che sono basilari per comprendere ulteriori mistificazioni. Il primo considera la depressione come una malattia specifica e peculiare della nostra epoca, il secondo che ci sia un aumento esponenziale e inarrestabile dei casi di depressione, il terzo consiste nel rappresentare la depressione come entità clinica omogenea, mentre è una galassia multiforme e composita il che ovviamente comporta diagnosi prognosi e soprattutto terapie diverse e diversificate”.

La depressione è in realtà la più antica psicopatologia conosciuta ed è stata sempre presente nella storia dell’uomo anche se in particolari periodi storici è stata diversamente denominata: melanconia, tedium vitae, accidia, spleen, nostalgia, ecc. – spiega Lalli – La depressione è la più antica patologia psichiatrica conosciuta, è strutturale alla psiche umana, perché attiene a radicali e basilari problematiche dell’uomo come l’angoscia della perdita e dell’abbandono, la consapevolezza della morte, l’insicurezza del futuro, il senso di colpa”.

“Il secondo stereotipo riguarda l’asserito aumento esponenziale dei casi di depressione ed è necessario comprendere se si tratta di un fenomeno reale o di un dato artatamente gonfiato. Posso affermare con sicurezza e senza tema di smentita – come dimostro ampiamente nel libro – che esso è stato artatamente gonfiato dalla collusione tra gli ‘interessi’ delle case farmaceutiche e degli psichiatri pronti sempre, nella maggior parte dei casi, a seguire le indicazioni delle stesse”, sottolinea il professor Lalli. “La depressione nell’ultimo cinquantennio è stata terra di conquista da parte delle case farmaceutiche che, ricorrendo al poco conosciuto disease mongeringhanno creato a tavolino nuove patologie e soprattutto nuovi bisogni per plasmare una categoria sempre più ampia di clienti, non certamente di pazienti. È sconcertante come numerosi psichiatri e ricercatori hanno colluso, spesso in maniera consapevole, con questa dinamica di mercato che nulla ha a che fare con la scienza”, continua. “Inoltre, a causa della difficoltà di conoscere la vera epidemiologia della depressione, il criterio utilizzato, comunque molto scorretto, è quello di calcolare il numero dei pazienti depressi sulla base della quantità di antidepressivi consumati”, aggiunge.

Ma perché scorretto? “Perché a causa della facilità e superficialità con la quale vengono prescritti questi farmaci, soprattutto dopo l’immissione sul mercato degli SSRI (Selective serotonin reuptake inhibitors, cosiddetti antidepressivi non triciclici), il cui successo è dovuto principalmente alla minor presenza di effetti collaterali, il dato epidemiologico, così calcolato, è falsato in eccesso”. “Ma c’è di più – prosegue – In questo modo si danno per scontati due problemi che invece devono essere affrontati seriamente. Il primo è stabilire in che modo e in quali casi gli antidepressivi funzionino realmente. Il secondo è se l’equivalenza tra consumo di antidepressivi (consumo che è indotto da una campagna pubblicitaria sempre più aggressiva da parte delle case farmaceutiche) e numero di pazienti depressi è una equazione accettabile”.

“A questo punto ci interessa sottolineare il terzo stereotipo cioè che la depressione sia un’entità clinica omogenea: nulla di più falso. La supposta omogeneità è stata reclamizzata al solo scopo di aumentare i consumi di psicofarmaci antidepressivi. In realtà la depressione è una galassia composita – sottolinea lo psichiatra – Dal momento che la terapia psicofarmacologica viene proposta, soprattutto in campo accademico e scientifico, come l’unica e valida terapia, bisognerà allora chiedersi se questa affermazione è attendibile o meno”, .

Qualche giorno fa prima il ‘Guardian’, il ‘Times’ e l’’Indipendent’ – e a ruota tutti i quotidiani italiani – hanno pubblicato una notizia che si basa su una ricerca condotta da I. Kirsh e collaboratori (che in realtà avevano già pubblicato nel 2002 dati molti simili, senza però suscitare alcuno scalpore). Ricerca che prende di mira le cosiddette ‘pillole della felicità’ che non servirebbero in realtà a nulla contro la depressione avendo lo stesso effetto di un placebo. “Ma se la terapia psicofarmacologica viene proposta, soprattutto in campo accademico e scientifico, come l’unica e valida terapia, bisognerà allora chiedersi se questa affermazione è attendibile o meno”, sottolinea Lalli. “Per comprendere l’importanza di questa ricerca bisogna tener presente che quasi tutte le riviste psichiatriche sono sovvenzionate dalle case farmaceutiche, il che rende inevitabile una collusione, definita come il ‘dirty little secret’ da alcuni psichiatri a orientamento biologico”, spiega ancora l’esperto che ha sentito la necessità, ripercorrendo un lungo viaggio nella storia, nell’antropologia culturale, nelle neuroscienze, nella clinica, nella letteratura e nell’arte, di riportare alla luce le vere caratteristiche della depressione e le sue possibili cause. “Convinto che solo una comprensione approfondita, priva di ideologie e di pregiudizi, possa fornire una valida risposta a quella che è stata definita come ‘la malattia del secolo’.

“La documentazione di J.Kirsh e collaboratori condotta attraverso un complesso studio di meta-analisi è assolutamente valida e ha avuto il merito fondamentale di evidenziare i trucchi utilizzati dalle case farmaceutiche che, complici psichiatri compiacenti ed istituzioni scientifiche altrettanto compiacenti, cercano di immettere sul mercato sempre nuove molecole di antidepressivi – sottolinea ancora l’esperto -  Molecole antidepressive che secondo le case farmaceutiche sono sempre più efficaci per il semplice motivo che i farmaci antidepressivi, come tutti i farmaci, sono protetti da un brevetto che permette di poter imporre il prezzo del prodotto”. “Fortunatamente questi brevetti, dopo un periodo di tempo che varia dai 15 ai 20 anni a seconda delle nazioni, scadono e quindi per le case farmaceutiche scade anche ‘la gallina dalle uova d’oro’ e hanno pertanto necessità di proporre nuove molecole che ovviamente godono di nuovo del privilegio del brevetto e che ovviamente debbono avere un minimo di efficacia in più di quelli precedenti”, prosegue. “Se vogliamo un esempio concreto, possiamo considerare il fenomeno del Prozac, definita come la ‘pillola della felicità’ e prescritta in centinaia di milioni di pezzi, ma che una volta scaduto il brevetto (nel 2006) è diventato semplicemente ‘fluoxetina’ producibile da qualsiasi casa farmaceutica, il che ha prodotto un abbassamento notevole dei prezzi”, sottolinea ancora Lalli.

“Quindi possiamo affermare che dopo la pubblicazione del lavoro di Kirsh e collaboratori, d’ora in poi le regole per valutare e validare l’opportunità di somministrare gli antidepressivi e l’efficacia degli stessi, debbono essere profondamente cambiate”. Ma prosegue l’autore: “Va cambiata profondamente la cultura che ha supportato fin ora la possibilità che falsificazioni così evidenti siano state accettate  dagli organismi che dovrebbero avere funzioni di garante, dalle società di psichiatria e dal mondo accademico e che inevitabilmente hanno permeato la cultura di milioni di pazienti che non avevano nessuna possibilità di conoscere la verità e quindi di potersi difendere”.

”Mi auguro che il mio libro – conclude l’esperto – alla portata di tutti, senza nulla togliere al rigore scientifico, possa costituire un primo piccolo passo per cambiare queste tendenze culturali che considerano lo psicofarmaco come panacea per tutti i mali e che purtroppo influenzano milioni di persone che molto spesso sono diagnosticati come pazienti psichiatrici con troppa superficialità.”

Da:http://www.adnkronos.com

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