Lo stress si vince con una risata, anche solo pregustata

30-04-08

di: caterina visco

Combattere lo stress con una risata: e se fosse riportato su una prescrizione medica? Presto potrebbe anche accadere, almeno stando a quanto dichiarato da uno studio presentato al meeting annuale dell’American Physiological Society in corso a San Diego, in California. La ricerca avrebbe provato che ridere, e addirittura pregustare una bella risata, ridurrebbe significativamente il livello nel sangue degli ormoni dello stress.

Quindi, non solo ridere ma prevedere di ridere sarebbe un toccasana. Per verificare questa ipotesi i ricercatori della Loma Linda University guidati da Lee Berk hanno coinvolto un gruppo di persone e hanno fatto selezionare loro alcuni video divertenti. Poco dopo, ad alcuni di loro hanno preannunciato che stavano per vedere proprio quei filmati; ad altri hanno invece detto che li avrebbero fatti sedere in una stanza a leggere riviste. Successivamente tutti hanno guardato i video.

Prelievi del sangue sono stati effettuati prima della visione e le analisi hanno mostrato che nel sangue dei membri del gruppo al quale era stato preannunciato che avrebbe visto i video divertenti era avvenuta una netta diminuzione di cortisolo, adrenalina e DOPAC (ormoni correlati con lo stress) rispettivamente del 39, 70 e 38 per cento. Erano invece aumentati del 27 e dell’87 per cento i livelli delle β-endorfine, ormoni del buon umore, e dell’ormone della crescita, che favorisce il sistema immunitario. Risultati simili sono stati ottenuti anche negli esami del sangue successivi alla visione dei filmati.

Poiché gli ormoni dello stress oltre ad influenzare il sistema immunitario intervengono in diverse patologie, ad esempio ipertensione, depressione e diabete, aver trovato un sistema semplice, piacevole ed economico sembra entusiasmare molto i ricercatori i quali già parlano di potenziali applicazioni pratiche. 
“Non è un gioco, dovremmo iniziare a prescrivere l’umorismo e le risate come medicine”, conclude Berk.

Fonte: Kaplan M. How to laugh away stress. Nature 2008; doi:10.1038/news.2008.741.

 da:http://it.health.yahoo.net

Su depressione post parto 9 italiane su 10 poco informate

29-04-08

Roma – Italiane poco informate sulla depressione post parto: il 90% delle donne, infatti, ne sa molto poco, mentre i ginecologi, convinti che serva più informazione per vincere questa sindrome, chiedono campagne di sensibilizzazione e corsi di aggiornamento. Anche perchè, oggi, il rischio di sviluppare una depressione dopo la nascita del bambino è valutato, di routine, solo dal 30% dai ginecologi, che in gran parte (84%) dichiarano di non disporre nemmeno di materiali informativi da consegnare alle pazienti, mentre ben il 93% li riterrebbe estremamente utili. Questi alcuni dati della ‘fotografia’ realizzata attraverso un sondaggio promosso dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), il primo realizzato su questo tema, che ha coinvolto la metà delle Unità operative di ginecologia del nostro Paese.

E “per rompere l’isolamento in cui sono costrette le donne e costruire attorno a loro una rete protettiva abbiamo lanciato ‘Non lasciamole sole’, una campagna nazionale con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri, ministero per i Diritti e le Pari Opportunità”, annuncia Giorgio Vittori, presidente Sigo. Secondo l’indagine dei ginecologi italiani, dopo il parto solo nel 45% delle strutture è previsto un monitoraggio delle mamme ‘a rischio’ e il tempo dedicato all’informazione prima della dimissione è inadeguato per il 72% dei ginecologi. La depressione post parto colpisce, secondo i dati scientifici più aggiornati, circa il 10% delle donne. Mentre, dal sondaggio Sigo, per il 55% dei ginecologi la sviluppa meno del 5% delle donne, per il 30% dal 5 al 10%, per il 15% oltre il 10%.

Si tratta di circa 50 mila donne solo nel nostro Paese. Ma quali sono i campanelli d’allarme? Per gli specialisti al primo posto si trovano episodi di ansia o depressione durante la gravidanza o una storia personale o familiare di depressione (81%). A seguire, precedenti episodi di depressione post partum (78%), isolamento o condizioni socioeconomiche svantaggiate (63%) e problemi con il partner (58%). “Dalla nostra indagine – afferma Emilio Arisi, consigliere della Sigo – si intuiscono ampi margini di miglioramento, sia dal punto di vista della formazione, che dell’organizzazione delle strutture, per dedicare più tempo e attenzione al problema. Non solo fra gli specialisti: se il ginecologo si afferma come prima figura di riferimento (molto importante per il 63%), rivestono un ruolo chiave anche lo psicologo (59%), l’ostetrica (52%), il medico di famiglia (30%) e il pediatra (24%)”. Tutte figure che la Sigo ha fin da subito coinvolto nel progetto, allargando la campagna ad altre società scientifiche ed istituzioni.

L’adesione ideale al progetto è il primo passo per costruire quella rete di tutela cui aspiriamo – continua Vittori – a questo deve però immediatamente seguire una presa in carico del problema da parte dei singoli professionisti, un concreto impegno delle autorità nazionali e locali, anche dal punto di vista organizzativo-gestionale, e una stretta collaborazione con le donne e i loro familiari, che devono poter imparare a decifrare per tempo i segnali di allarme. È questa infatti la chiave di volta per evitare che si ripetano episodi drammatici, ben noti alle cronache, che segnano per sempre la vita di chi li subisce”.

da: http://www.adnkronos.com

Panico: ne soffrono soprattutto le giovani donne

28-04-08

È un malessere che prende più le donne che gli uomini, sono momenti, per fortuna, attimi che però sembrano non passare mai. Secondi in cui si ha la sensazione che la terra stia tremando sotto i piedi. Tutte le nostre certezze svaniscono e si crede di essere sul punto di morire. A volte la prima crisi arriva da giovanissimi, da piccoli addirittura, poi magari passa e si fa rivedere anni dopo. Continua

Arrossire: una malattia? Non esageriamo!

26-04-08

di: caterina visco

Può capitare di arrossire violentemente quando si è al centro dell’attenzione o in situazioni di grande imbarazzo. Per alcune persone questo problema, connesso a fattori psicologici legati alla paura di commettere errori o di esporsi in pubblico, può avere delle ricadute nella sfera sociale. Un articolo pubblicato dalla rivista The Lancet illustra le possibili soluzioni tendendo forse troppo a considerare questo disagio come una vera e propria malattia.

I trattamenti possibili cambiano a seconda della gravità del problema e possono essere proposti in sequenza o in combinazione. Si può partire da una psicoterapia mirata a facilitare la convivenza con il problema, in cui si lavora sull’autostima, sulla dominazione del senso di imbarazzo e sulla paura di esporsi, e che può essere completata da tecniche di rilassamento, yoga, training autogeno, e la cui efficacia varia sostanzialmente tra i soggetti.

Il passo successivo è una terapia farmacologica che cerca di contrastare i sintomi fisici e le conseguenze psicologiche di questo disturbo. I betabloccanti come l’atenololo, ad esempio, possono ridurre le palpitazioni che spesso accompagnano il rossore. Una soluzione veramente estrema è l’interruzione del nervo simpatico, che può essere eseguita tramite divisione irreversibile o inserzione di graffette removibili che interrompono la connessione nervosa.

Questi interventi oltre a non essere quasi mai completamente risolutivi, ad essere spesso molto costosi, e ad avere una serie di effetti collaterali, possono spesso far sentire “malata” la persona che soffre di questo disagio. Disagio che fra l’altro, è caratteristico della natura umana, e che spesso è semplicemente accentuato in alcuni caratteri. È comprensibile il disagio riportato da chi soffre di questo problema ma sminuirne la ricaduta sociale, non prestandoci troppa attenzione quando insorge, è forse più efficace di qualsiasi intervento medico.

Fonte: Nicolaus M, Paes T, Wakelin S. Blushing: an embarassing condition, but treatable. The Lancet 2006; 367:1297-98.

da:http://it.health.yahoo.net

I disturbi alimentari: anoressia e bulimia

25-04-08

 di Cristina Fabiani

Sebbene le descrizioni cliniche dei disturbi dell’alimentazione si possano fare risalire a molti anni fa, solo nel 1980 essi furono classificati nel DSM come sottocategoria dei disturbi dell’infanzia e della prima adolescenza, fino alla classificazione presente nel DSM-IV dove sono diventati una categoria a sé stante. La ricerca ha dimostrato che non è possibile attribuire lo sviluppo di un disturbo alimentare ad una singola causa, ma che piuttosto, esiste un concorso di cause che portano verso la patologia. Tale sviluppo è stato infatti descritto come un processo, nel corso del quale la presenza di determinati fattori di rischio crea una predisposizione ad ammalarsi, per cui alcuni individui diventano più vulnerabili a un DCA.

Quando queste persone più vulnerabili si trovano, nel corso della vita, di fronte ad eventi particolarmente stressanti, vi è una altissima probabilità che sviluppino un DCA piuttosto che una patologia psicologica, o psicosomatica, di altro genere. Una volta che il disturbo si è stabilito ed assestato, esso tenderà ad automantenersi ed a perpetuarsi nel tempo, a causa di alcuni circoli viziosi interni al suo stesso meccanismo fisiopatologico. Vi sono diversi fattori che predispongono un individuo a sviluppare un disturbo del comportamento alimentare, tra cui:

  • essere una donna: infatti è innegabile che una donna sia molto più soggetta al culto della magrezza di quanto non lo sia un uomo;
  • avere una età compresa tra i 15 ed i 35 anni, dove si riscontra la massima incidenza;
  • molti DCA iniziano con una dieta restrittiva in persone soprappeso;
  • avere una famiglia in cui il peso e la forma fisica sono considerati come problemi importanti;
  • avere subito abusi sessuali nell’infanzia o nella adolescenza. Si è infatti riscontrata una incidenza statisticamente significativa di abusi in pazienti con DCA;
  • essere cresciuti in una famiglia che non ha trasmesso sufficientemente la fiducia in se stessi, l’autostima, la capacità di riconoscere ed elaborare le emozioni.

La concorrenza di due o più di questi fattori creerà negli individui che saranno portatori una predisposizione a soffrire di un disturbo alimentare, che sarà tanto più forte quanto più numerosi saranno i fattori presenti. Le situazioni stressanti che vengono più spesso riportate da pazienti come fattori scatenanti per il loro disturbo, sono la perdita di un familiare, la fine di una relazione affettiva, la separazione dalla famiglia di origine (per motivi di lavoro o di studio), un fallimento scolastico o professionale, un trasloco, una malattia. Questi eventi fanno, in realtà, parte del normale ciclo della vita di ogni individuo, ma quando si presentano ad individui che hanno determinate caratteristiche di personalità possono dare origine ad un comportamento ossessivo di controllo del peso e delle forme corporee, in ultima analisi ad un DCA.

L’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono disturbi assai frequenti nella nostra epoca: le immagini fornite dai mass media sembrano suggerire che l’apparenza esterna sia assai più importante dell’identità interna. In tale contesto la valutazione delle persone si concentra esclusivamente sul peso e sull’ aspetto fisico; solo se riusciranno ad essere abbastanza magre, riusciranno anche ad affrontare le sfide della vita, come trovare un partner, trovare un lavoro gratificante, avere degli amici, essere ammirate etc.

Questo pregiudizio cognitivo porta ad avere continui pensieri problematici nei confronti del proprio corpo (pensieri del tipo: “ho la pancia gonfia”, “ho le gambe troppo grosse”, “sono una grassona inutile”, “sono aumentata di un chilo, quindi oggi e domani dovrò digiunare”, etc.) che con il tempo tendono a diventare delle vere e proprie ossessioni. A tutto questo si associa una incapacità di valutare obiettivamente l’aspetto del proprio corpo. Per questi motivi, molte pazienti con DCA raggiungono livelli di sottopeso e stati di denutrizione che possono apparire incredibili, se si dimentica il fatto che tutta la loro autostima è legata soltanto alla loro capacità di mantenere sotto rigido controllo il proprio peso.

Quando si è vittime di una simile visione di sé, qualsiasi situazione della vita, anche se non ha nulla a che fare con il corpo, può innescare la preoccupazione per il corpo e per il peso, scatenando angoscia e nuovi tentativi di ottenere un ulteriore controllo. Rompere questo circolo vizioso cognitivo-comportamentale, che esiste tra l’immagine del corpo disturbata e l’eccessiva importanza che queste pazienti attribuiscono al corpo ed all’aspetto fisico, è uno dei principali compiti della terapia dei DCA.

ANORESSIA NERVOSA
L’anoressia mentale è una condizione morbosa che, sebbene conosciuta fin dai tempi antichi, venne descritta solo nel 1873 da Lasegue come anoressia isterica e nel 1874 da Gull come anoressia nervosa.Il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito mentre il termine nervosa indica le motivazioni emozionali di tale disturbo; in realtà il primo termine potrebbe essere fuorviante in quanto molti soggetti anoressici non perdono appetito o interesse per il cibo, ma al contrario, quando digiunano manifestano una sorta di ossessione per il cibo.

La sintomatologia è abbastanza tipica: i soggetti cercano di ingerire meno cibo possibile e di non trattenerlo, riducono drasticamente l’assunzione di cibo, si rifiutano di mangiare in famiglia o in presenza di altri, pensano continuamente al cibo e preparano spesso dei piatti elaborati per le altre persone. Quando sono a tavola tagliano il cibo a pezzettini e perdono molto tempo a sistemarlo nel piatto, finché lo nascondono nei fazzoletti o in altre parti della casa; nella maggior parte della giornata pensano al cibo, al calcolo delle calorie e a come sfuggire alla sorveglianza dei familiari. Appaiono iperattive con un’intensa attività fisica e una resistenza eccezionale a freddo, fame e fatica; il disturbo dell’immagine corporea assume caratteristiche deliranti e i pazienti continuano a percepirsi come grassi anche quando hanno raggiunto l’emaciazione.

Durante tutto il periodo di malattia mostrano un’intensa paura di divenire obese per cui qualunque minimo aumento di peso viene avvertito come angosciante, deformante e minaccioso; le relazioni interpersonali sono mantenute anche se traspaiono angoscia e insicurezza, la vita sessuale è insoddisfacente (poco interesse). Vi sono 4 criteri diagnostici per l’anoressia nervosa:

  • Riduzione di peso al di sotto dell’85% del normale peso corporeo per altezza ed età: tale decremento è solitamente ottenuto mediante la dieta rigida, insieme a condotte di eliminazione (vomito autoindotto e uso di lassativi o diuretici) e eccessiva attività fisica.
  • L’intensa paura di ingrassare non si attenua con il decremento ponderale, per cui vi è una continua ricerca fanatica della magrezza.
  • Percezione distorta dell’immagine del proprio corpo: anche quando sono emaciati affermano di essere sovrappeso, misurano ossessivamente il loro peso corporeo e le dimensioni delle diverse parti del corpo con occhio ipercritico. Il loro livello di autostima è strettamente correlato con la perdita di peso e quindi con la magrezza.
  • Nei soggetti di sesso femminile l’eccessiva perdita di peso porta all’amenorrea (assenza o irregolarità del ciclo mestruale). Sebbene circa il 5-10% dei casi sia di sesso maschile, le loro caratteristiche cliniche e psicodinamiche sono molto simili a quelle delle donne.

Il DSM-IV distingue due tipologie di anoressia nervosa, quali il sottotipo con restrizioni, il cui decremento ponderale è dovuto a restrizioni alimentari, e il sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione. Questo secondo sottotipo sembra essere di natura maggiormente psicopatologica, per cui i soggetti possono avere turbe della personalità, comportamenti impulsivi, cleptomania, abuso di sostanze, fobia sociale e manie suicide.

Si è riscontrato che questa patologia colpisce maggiormente le donne (20 volte maggiore che negli uomini) soprattutto giovani, con un buon livello intellettivo, scrupolose e perfezioniste, con una identità sociale non solida, insicure e solitarie.

Ai soggetti anoressici vengono spesso diagnosticati depressione, disturbo ossessivo- compulsivo, fobie, disturbo di panico, alcolismo, problemi e turbe sessuali. Il digiuno autoimposto e il ricorso a lassativi possono provocare ipotensione, bradicardia, osteoporosi, aridità della cute, fragilità delle unghie, alterazioni dei livelli ormonali, anemia, perdita di capelli, ipercolesterolemia, anomalie elettrocardiografiche e lanugo (fine peluria diffusa su tutto il corpo).

Il decorso della malattia è vario e nel 30% dei casi possiamo assistere alla guarigione senza alcun bisogno di interventi o terapie; un altro 30% dei casi si stabilizza in una condizione poco soddisfacente dal punto di vista ponderale, alimentare e psicologico; un altro 30% migliora ma con forte recidive; infine un 10% va incontro ad un esito letale con cachessia (insufficienza ipofisaria).

Comprensione psicodinamica
L’approccio psicodinamico ha insistito sulle strette connessioni tra il piacere sessuale e quello alimentare e sul significato simbolico dell’alimentazione: il rifiuto del cibo equivarrebbe al rifiuto di un desiderio inconscio di fecondazione orale (fissazione e regressione orale). Più recentemente si giunge a parlare di regressione narcisistica con un Io debole e atrofizzato, sentimenti di colpa per l’ambivalenza-aggressività verso la madre, seduzione e dipendenza verso il padre (affettuoso ma passivo).

Secondo la definizione di H.Bruch,

“l’anoressia si produce come tentativo di cura di sé, per sviluppare attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale; le anoressiche trasformano la loro ansia e i loro problemi psicologici attraverso la manipolazione della quantità e della dimensione del cibo assunto”.

Secondo H.Bruch le origine evolutive dell’anoressia nervosa derivano da una relazione disturbata tra l’infante e la madre: la madre si prende cura del figlio in funzione dei propri bisogni invece che di quelli del bambino con la conseguenza che quest’ultimo si esperisce come “un’estensione della madre”, cosicché i bambini non imparano ad identificare i propri stati interiori e non diventano autosufficienti. Così il comportamento del paziente anoressico rappresenta un tentativo frenetico di ottenere ammirazione e conferma dalla madre e, mancando un sano senso di identità, il bambino sviluppa un falso sé. La piccola bambina cerca di essere perfetta così che la madre non la abbandonerà, ma questo ruolo assunto porterà nel corso degli anni sentimenti di risentimento e quindi una ribellione totale, dove la paziente cerca di affermare il suo vero sé per lungo tempo sopito. Il corpo viene percepito come se fosse abitato da un cattivo introietto materno, così l’inedia può essere un tentativo di fermare la crescita di questo oggetto interno ostile ed intrusivo. Gli autori di scuola kleiniana parlano di un difettoso superamento della posizione schizo-paranoide, per cui il cibo viene investito di ansia paranoide e di oggetti persecutori; esperienze traumatiche legate all’allattamento (seno assente o cattivo) provocherebbero oltre alla fissazione orale, un legame tra pulsione di morte e alimentazione, cosicchè il riemergere nella pubertà della vita pulsionale, riattiverebbe quelle pulsioni legate al trauma rimosso.

Secondo Boris (1984) l’estrema postura difensiva dell’anoressica suggerisce la presenza di un sottostante potente impulso, una intensa avidità: i desideri orali però sono talmente inaccettabili che vanno gestiti proiettando la rappresentazione di sé avida sui genitori. I genitori, in risposta al rifiuto della paziente di mangiare, diventano ossessivi perché questa mangi, cosicché adesso sono loro che hanno tali desideri. Insieme all’avidità è presente l’invidia, intesa come l’incapacità di ricevere cose buone dagli altri proprio a causa di questo illimitato desiderio di possesso: qualunque atto di ricevere cibo o amore mette le pazienti direttamente a confronto col fatto che non possono possedere ciò che desiderano, per cui la soluzione sta nel non ricevere niente d nessuno.

Per quanto riguarda la prospettiva cognitivo-comportamentale, vengono posti in risalto la paura di ingrassare e l’immagine distorta del corpo come fattori motivazionali che rendono il digiuno autoimposto e il calo ponderale dei potenti elementi di rinforzo. Comportamenti che ottengono o fanno mantenere una condizione di magrezza sono rafforzati negativamente dalla riduzione dell’ansia, o ancora le critiche espresse dal gruppo dei pari e dai familiari riguardo all’obesità. Il modello sistemico, che vede nella malattia di un membro un elemento stabilizzante dell’omeostasi del sistema familiare, sottolinea il ruolo di un sistema che tende a chiudersi alle influenze esterne: le pazienti vogliono compiacere l’ambiente familiare ma si sviluppa in loro un conflitto di autonomia-dipendenza dall’organizzazione familiare ed il cibo diviene un punto centrale per questa conflittualità.

Nonostante ciò la perdita di peso può costituire un elemento stabilizzante per un nucleo familiare disturbato. Dagli studi dedicati alle famiglie, le madri delle pazienti anoressiche vengono descritte come ansiose, fredde, dominanti, aggressive, frustrate socialmente, preoccupate eccessivamente della salute e dell’educazione della figlia, così da ostacolare lo sviluppo della sua autonomia. Riassumendo, il comportamento anoressico rappresenta uno stimolo sovradeterminato caratterizzato da: un tentativo disperato di essere unico e speciale, un attacco al falso senso di sé promosso dalle aspettative genitoriali, un’affemazione di un nascente vero sé, un attacco ad un introietto materno ostile (equivalente al corpo), una difesa dall’avidità, un tentativo di fare sentire gli altri (non se stesso) avidi e impotenti.

Terapie
Spesso è difficile convincere un soggetto con disturbo di alimentazione a sottoporsi ad una terapia, poiché di solito egli nega di avere un problema; per questa ragione la maggior parte delle persone non segue alcuna terapia.

Con i pazienti anoressici il primo passo consiste nel ricondurre alla norma le funzioni alimentari e il loro stato nutritivo, per poi passare a un intervento psicoterapeutico. Gli interventi possibili sono numerosi. Possono essere prescritti psicofarmaci (antidepressivi, neurolettici e benzodiazepine), insulina e ormoni; possono essere suggerite psicoterapie individuali, psicoterapie di gruppo (quando non sono presenti disturbi di personalità associati), la terapia familiare, le terapie comportamentali (gratificazioni quando si realizza un aumento di peso) e quelle sistemiche.

Il ricovero nei casi più gravi può costituire l’ultima risorsa terapeutica e ci si attiene a specifici programmi con controlli giornalieri del peso e delle calorie assunte; i controlli ambulatoriali dopo la dimissione sono necessari.

Nelle terapie espressivo-supportive a tempo indeterminato si esaminano il sottostante disturbo del sé e le connesse distorsioni delle relazioni oggettuali interne, seguendo alcuni principi tecnici, quali: l’evitare un investimento eccessivo nel cercare di cambiare il comportamento alimentare (può ridurre la possibilità di formare una valida alleanza terapeutica), evitare interpretazioni precoci della terapia (quindi convalidare e empatizzare con l’esperienza interna della paziente), controllare attentamente il controtransfert ed esaminare le distorsioni cognitive (terapeuta come Io ausiliario per aiutare la paziente ad affinare la sua capacità di osservazione e il suo pensiero critico).

BULIMIA BERVOSA
La bulimia -dal greco “fame da bue”- è un disturbo caratterizzato da consumo rapido di enormi quantità di cibo e seguito da comportamenti compensatori estremi, quali il vomito, il digiuno o l’attività fisica. Come per i soggetti con anoressia nervosa, la propria autostima dipende fortemente dal mantenimento del peso corporeo normale; i soggetti hanno un’immagine distorta del proprio corpo che viene considerato “grasso” anche quando il peso è relativamente normale.

Le crisi bulimiche avvengono quasi sempre in solitudine, anche perché viene provata vergogna per le proprie abitudini alimentari, e possono essere indotte da stress , preoccupazioni relative all’aumento ponderale, alla solitudine.

Durante queste crisi il paziente ha la sensazione di perdere il controllo della quantità di cibo ingerita: da studi emerge che il soggetto in un’abbuffata (periodo inferiore a 2 ore) di norma ingerisce da 2000 a 4000 calorie, spesso di più di quanto un individuo normalmente assume in un’intera giornata.

Alla fine dell’abbuffata il soggetto prova disgusto e disagio- accompagnati dalla paura di incrementare il proprio peso- ed ecco che può subentrare la condotta di eliminazione: vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici, digiuno e eccessiva attività fisica. I criteri diagnostici del DSM-IV per la bulimia nervosa sono:

  • Episodi ricorrenti di “abbuffate” alimentari caratterizzati sia dal mangiare in un breve periodo di tempo (entro 2 ore) un quantitativo inusitato di cibo, sia da un sentimento di mancanza di controllo nel mangiare stesso.
  • La persona regolarmente si produce il vomito o la purga.
  • Un minimo di 2 episodi di eccessi alimentari alla settimana da almeno 3 mesi.
  • Una valutazione di sé eccessivamente influenzata dalla forma e dal peso corporei.
  • Non deve solo occorrere solo un caso di anoressia nervosa.

Il DSM-IV distingue due sottotipi di bulimia, quello con condotte di eliminazione e senza condotte di eliminazione: in quest’ultimo caso i soggetti tendono ad avere un maggiore peso corporeo rispetto ai soggetti del primo tipo, e hanno crisi bulimiche meno frequenti e una psicopatologia di minore entità.

La bulimia è associata spesso ad altre diagnosi, quali in particolare la depressione, i disturbi di personalità (borderline) e disturbi d’ansia; le frequenti condotte di eliminazione possono produrre ipotassemia, menre il ricorso a lassativi induce diarrea e a conseguenti alterazioni dell’equilibrio elettrolitico; il vomito può portare alla perdita dello smalto dentario (gli acidi gastrici intaccano i denti) e le ghiandole salivari possono ingrossarsi.

Il decorso della malattia mostra una tendenza alla cronicità, anche se follow-up a lungo temine di soggetti con tale patologia rileva che la metà di essi guarisce nell’arco di 5 anni. Tale disturbo inizia tipicamente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta e per circa il 90% dei casi riguarda i soggetti di sesso femminile, particolarmente influenzate da standard culturali che rafforzano la desiderabilità di conformarsi ad un ideale di magrezza.

Secondo Yager (1984):

“la bulimia non è una malattia e nemmeno una semplice abitudine; essa è eterogenea, e, come la polmonite può dipendere da varie cause. Essa si può concettualizzare come un’abitudine o uno schema comportamentale incastonato in una personalità, a sua volta incastonata in una biologia, e tutto ciò incastonato in una cultura nella quale sembra la bulimia si stia sviluppando a ritmo crescente”.

Comprensione psicodinamica
Un quadro clinico di bulimia può essere osservato in pazienti con strutture caratteriali ampiamente diverse. Mentre la paziente anoressica si caratterizza per una maggiore forza dell’Io e un maggior controllo del Super-io, la paziente bulimica può soffrire di una generalizzata incapacità di posticipare la scarica degli impulsi, a causa di un Io indebolito e di un Super-io debole. I due disturbi dono due facce della stessa medaglia, così le pazienti possono passare dall’anoressia alla bulimia quando le spinte potenti ad abbuffarsi finalmente superano ed erodono i meccanismi di difesa (rimozione e diniego).

Per quanto riguarda le relazioni oggettuali, le pazienti bulimiche usano le relazioni interpersonale come un modo per ricevere danno o punizioni da fonti esterne, mentre le pazienti anoressiche tendono a ritirarsi dalle relazioni personali.

Secondo Mintz il bisogno di punizione dei soggetti bulimici ha origine da una grande aggressività inconscia diretta contro le figure genitoriali: la rabbia viene spostata sul cibo, che viene distrutto in maniera vorace. Il cibo quindi diviene il simbolo di questa relazione fallita, e l’alimentazione incontrollata e le condotte di eliminazione della figlia rappresentano il conflitto tra il bisogno della madre e il desiderio di respingerla. Mentre i soggetti anoressici controllano i loro sentimenti aggressivi verso le persone rifiutandosi di mangiare, i soggetti bulimici distruggono e incorporano le persone ingozzandosi.

Un tema comune nella loro storia evolutiva è l’assenza di un oggetto transizionale per aiutare la bambina a separarsi dalla madre psicologicamente: l’ingestione di cibo rappresenta il desiderio di fusione simbiotica con la madre e l’espulsione di cibo un tentativo di separarsi da lei. Nelle famiglie delle pazienti anoressiche le bambine sono usate come oggetti-sé per convalidare il sé dei genitori, e vi è un forte bisogno che chiunque li veda come “tutti buoni”: le qualità inaccettabili dei genitori vengono spesso proiettate nella bambina che diviene la depositaria di tutta la “cattiveria”. Identificandosi inconsciamente con queste proiezioni, essa diviene la portatrice di tutta l’avidità e impulsività della famiglia; ne risulta che l’equilibrio omeostatico familiare mantiene l’attenzione sulla bambina “malata” più che sui conflitti nei, o tra, i genitori.

Secondo la prospettiva cognitivo-comportamentale, l’eziologia della bulimia è analoga a quella riguardante la tipologia di anoressia con abbuffate/condotte di eliminazione. I soggetti bulimici sono eccessivamente preoccupati per l’aspetto del corpo e l’incremento ponderale, ma poiché i loro tentativi di seguire restrizioni alimentari non vengono perseguiti con costanza, essi diventano ansiosi e così si attiva il ciclo abbuffata/eliminazione.

Terapie
Un importante principio nel trattamento della bulimia è la personalizzazione del piano terapeutico; circa un terzo dei pazienti rappresenta un sottogruppo relativamente sano che risponderà bene ad un approccio a tempo determinato con psicoterapia breve cognitivo-comportamentale e un programma psicoeducativo. Molti pazienti possono essere irritati dall’approccio comportamentale che si focalizza sul comportamento manifesto del paziente, negando il suo mondo interno; questa dinamica infatti può ricapitolare l’esperienza di essere cresciuto con genitori più interessati alla superficie che alla sostanza.

Nella terapia cognitivo-comportamentale il paziente bulimico viene incoraggiato a mettere in discussione i canoni sociali riguardanti l’avvenenza fisica, e inoltre sono tenuti a rivelare e dopo modificare le convinzioni che li spingono a digiunare per evitare il sovrappeso. Quindi la finalità generale del trattamento consiste nello sviluppare modelli alimentari normali; alterare un approccio assolutista (o tutto o niente) può aiutare i pazienti a passare ad un’alimentazione più moderata.

La bulimia può costituire una minaccia per la vita, poiché il bilancio elettrolitico può precipitare fino ad un arresto cardiaco, per questo gli esami ematoclinici dovrebbero far parte della gestione ambulatoriale di queste pazienti, con il ricovero ospedaliero come strategia di recupero. Anche qui il programma di trattamento deve essere personalizzato, in aggiunta al compito del raggiungimento del controllo sintomatico attraverso l’applicazione di un normale orario dei pasti, l’assistenza psicoeducativa di un dietologo e l’incoraggiamento a tenere un diario.

Poiché la bulimia è molto spesso parte di un equilibrio emostatico all’interno della famiglia, è spesso necessaria una terapia familiare o un intervento sulla famiglia associato ad una psicoterapia individuale. La psicoterapia psicodinamica di gruppo potrebbe costituire un utile trattamento aggiuntivo.

Concludendo, abbiamo visto come i disturbi alimentari coinvolgono la sfera dell’individuo nella sua totalità, manifestandosi a diversi livelli: fisico, emotivo, cognitivo, relazionale e sociale. Sul piano fisico i sintomi e le conseguenze di tali disturbi si intrecciano in una costellazione di problemi, quali i disturbi del ciclo mestruale, alterazioni ormonali, edemi, carenze di diversi nutrienti necessari all’organismo (come proteine, vitamine e minerali), rallentamento del metabolismo, danni gastrici ed intestinali, disidratazione, infiammazione dell’apparato digerente, della gola e delle ghiandole salivari, distruzione dello smalto dei denti.

A livello emotivo tali disturbi comportano svariate problematiche, tra cui: una sempre maggiore difficoltà a comprendere e gestire le proprie emozioni; il provare un senso sempre crescente di estraneità (mancanza di consapevolezza riguardo alle proprie sensazioni somatiche e ai processi corporei) e di impotenza; la perdita di autostima e di fiducia in se stessi. I processi di pensiero e di ragionamento si caratterizzano per la presenza di distorsioni cognitive (ad es., il pensiero dicotomico, cioè la tendenza ad elaborare le proprie idee in termini assolutistici di “tutto o nulla, giusto o sbagliato, buono o cattivo”); convinzioni irrazionali (ad es., “se sono abbastanza magra sarò accettata”), schemi di pensiero disadattivi che ostacolano l’individuo nel processo di adattamento al suo ambiente, invece di agevolarlo.

Dal punto di vista relazionale tali pazienti manifestano gravi difficoltà nell’instaurare rapporti interpersonali assertivi ed equilibrati, spesso assumendo uno stile di relazione fortemente passivo (compiacente, accondiscendente…) o aggressivo (autoritario o impositivo,..). Infine dal punto di vista socio-culturale si osserva l’identificazione assoluta con i modelli culturali e le norme sociali dell’ambiente esterno e l’adeguamento indiscriminato alle mode del momento, a scapito dell’affermazione positiva della propria personalità. In tal modo subordinano il proprio valore personale a eventi, fenomeni, riscontri esterni, diventandone particolarmente dipendenti e vulnerabili.

da: http://www.vertici.it

Dare un nome alle emozioni fa bene anche al cervello

24-04-08

di:  angelica federico
 

Mettere i sentimenti in parole produce effetti terapeutici sul cervello, lo dimostra un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’UCLA, la più grande università della California, e pubblicato sulla rivista Psychological Science. Che esprimere le proprie emozioni, verbalizzarle o scriverle, faccia sentire meglio non è più dunque solo un detto popolare.

Lieberman e i suoi colleghi hanno osservato attraverso le tecniche di neuroimaging fRMI (risonanza magnetica funzionale) che, quando le persone vedono la fotografia di una persona arrabbiata o impaurita, si verifica un aumento dell’attività cerebrale dell’amigdala, la zona del cervello che serve ad attivare reazioni utili alla salvaguardia del corpo in caso di pericolo. La stessa reazione si ha anche se i messaggi emozionali sono subliminali. Quando invece le stesse persone definiscono con una parola l’espressione del viso osservata la risposta dell’amigdala cambia, diminuisce, mentre è attiva un’altra regione prefrontale dell’emisfero destro localizzata dietro la fronte e gli occhi, implicata nel processo di elaborazione delle emozioni e nell’inibizione del comportamento.

“Allo stesso modo in cui si preme sul freno alla vista del semaforo giallo, così si mette un freno alle proprie risposte emotive nella messa in parole delle emozioni” esemplifica l’autore, e questo processo aiuta soprattutto se le emozioni sono troppo intense e negative. Ecco perché quando si fa una confessione ad un buon amico o quando ci si sfoga scrivendo, la sensazione che ne deriva è di sollievo, di minore tristezza e preoccupazione.

Questo studio è un’ulteriore dimostrazione che la psicoterapia innesca cambiamenti fisiologici e da qui rafforza i suoi benefici.

Fonte: Lieberman MD, Eisengerger NI, Crockett MJ et al. Putting feelings into words: Affect labeling disrupts amygdala activity to affective stimuli. Psychological Science 2007; 18(5):369-468.

da:http://it.health.yahoo.net

Disturbi mentali, la silenziosa epidemia italiana

23-04-08

 

In Italia il 7.3 per cento delle persone ha sofferto di almeno un disturbo mentale nell’ultimo anno. Il 18.6 per cento invece ha sofferto di almeno un disturbo mentale nella vita. La prevalenza nella vita dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi sono risultate essere entrambe dell’11 per cento. Essere separati, divorziati, vedovi, ma anche disoccupati e casalinghe e avere una disabilità fisica i maggiori fattori di rischio. Soltanto l’1 per cento ha presentato un disturbo da abuso/dipendenza da alcool, ma quest’ultimo dato deve essere considerato con cautela. E’ possibile, infatti, che la tendenza a negare il problema, ma anche fattori legati alla tolleranza sociale, abbiano determinato la sottostima del fenomeno. In ogni caso l’Italia presenta, per quasi tutti i disturbi, tassi di prevalenza inferiori a quelli degli altri paesi europei.

Questi dati arrivano dal progetto europeo ESEMeD (European Study on the Epidemiology of Mental Disorders) al quale hanno preso parte sei paesi europei (Italia, Belgio, Francia, Germania, Olanda e Spagna), realizzato nell’ambito della WHO World Mental Health (WMH) Survey Iniziative, al quale partecipano più di 30 paesi diversi.

I disturbi più comuni sono risultati essere la depressione maggiore e le fobie specifiche: un soggetto su dieci ha sofferto nel corso della propria vita di depressione maggiore, il 6 per cento degli intervistati ha soddisfatto nella vita i criteri diagnostici per la fobia specifica. Le donne hanno registrato un rischio tre volte maggiore di aver sofferto di un disturbo mentale nell’ultimo anno. Il rischio di un disturbo legato all’alcool è invece maggiore tra gli uomini. Essere separati, divorziati o vedovi è associato a un rischio doppio di disturbo depressivo nell’ultimo anno.  Anche la condizione di disoccupazione è associata a un rischio doppio di disturbo depressivo nell’ultimo anno, mentre la condizione di casalinga si associa a un rischio doppio per qualsiasi disturbo mentale. La disabilità fisica è associata a un rischio 8 volte maggiore. Nonostante la mancanza di significatività statistica, va segnalata una maggiore prevalenza di disturbi sia depressivi che ansiosi nel Sud e nelle Isole rispetto al Centro e al Nord. I soggetti con scolarità elevata sembrano essere meno vulnerabili alla depressione.

I dati dello studio ESEMeD rivelano che la percentuale di coloro che si sono rivolti almeno una volta a un servizio sanitario per un problema psicologico è molto bassa: circa il 3 per cento dell’intero campione studiato. In Italia esiste quindi un problema di sottoutilizzo dei servizi sanitari ed in particolare dei servizi per la salute mentale da parte di coloro che soffrono di disturbi mentali comuni. Tra coloro che hanno fatto ricorso al Servizio Sanitario il 38 per cento ha consultato soltanto il medico di medicina generale; il 21 per cento ha consultato soltanto uno psichiatra; il 6 per cento soltanto uno psicologo ed il 28 per cento ha consultato sia un medico di medicina generale che un professionista della salute mentale.

Il 41 per cento delle persone affette da un disturbo mentale comune che hanno contattato un servizio sanitario ha ricevuto un trattamento esclusivamente farmacologico in monoterapia o in combinazione, il 15 per cento ha ricevuto un trattamento esclusivamente psicoterapico, il 29 per cento un trattamento combinato (farmacoterapia e psicoterapia) e ben il 14 per cento non ha ricevuto alcun trattamento.

Fonte: Ufficio stampa ISS – Epicentro 2008

da: http://it.health.yahoo.net

L’andrologo ai padri: parlate di sesso ai figli contro tossicodipendenza

22-04-08

‘Padri, per combattere la droga parlate di sesso con i vostri figli maschi’. E’ l’insolito consiglio che scaturisce da una ricerca diretta dall’andrologo Giuseppe La Pera, dell’Ospedale San Camillo di Roma, i cui risultati sono stati sintetizzati in un articolo pubblicato da Isp notizie, notiziario dell’Isp (Istituto di studi sulla paternita’) che ne ha diffuso una anticipazione. La ricerca, finanziata anche dall’Istituto superiore di sanita’ e compiuta su oltre 200 ragazzi intervistati nei Sert e nelle comunita’ terapeutiche, ha dimostrato una stretta connessione fra l’uso di droghe e un disagio sessuale frequente tra gli adolescenti.  I giovani hanno scoperto (ma La Pera lo definisce ‘un segreto di Pulcinella’ fra i tossicodipendenti) che eroina e cocaina migliorano le prestazioni sessuali, sia in termini di erezione che di durata del rapporto, una scoperta facilitata anche dal basso costo che queste droghe hanno raggiunto. ‘E poiche’ molto spesso i giovani sono lasciati soli ad affrontare le problematiche sessuali, soli con le loro incertezze, le loro paure, le loro ansie, il ricorso alla droga e’ un rischio molto realistico’.    
Dalla ricerca e’ emerso che nel 35% dei ragazzi intervistati il problema sessuale era stato la causa specifica di inizio della tossicodipendenza. L’ansia di prestazione, l’eiaculazione precoce, un rapporto insoddisfacente? sono tutti motivi che possono spingere i giovani a cercare aiuto nello stupefacente. ‘Se vogliamo rivalutare il ruolo del padre dobbiamo consigliare a tutti i padri di interessarsi della sessualita’ dei propri figli, con domande dirette e specifiche’.

Se il padre non se la sente, per la delicatezza dell’argomento o perche’ lui stesso non saprebbe consigliare (il 40 degli uomini ignora che e’ possibile decidere il momento dell’orgasmo), allora dovrebbe accompagnare il figlio da un andrologo, cosi’ come le madri accompagnano le figlie dal ginecologo.

La Pera lamenta poi disinteresse verso questo approccio al problema della tossicodipendenza e conclude l’articolo affermando che ‘nel campo delle tossicodipendenze prevale l’ideologia’, che ‘la classe politica non stimola efficacemente la ricerca in questo settore’ e che quando si parla di tossicodipendenze esiste ”il professionismo dell’antidroga’, simile a quello che lo scrittore Sciascia usava dire dell’antimafia, che vive, si nutre ed ingrassa proprio fin quando il problema non si risolve’.

da:  http://www.droghe.aduc.it

Depressione: vince l’approccio multidisciplinare

21-04-08

 di Emanuela Grasso

La depressione si cura meglio con un approccio multidisciplinare; il paziente dovrebbe dunque essere seguito da più figure specialistiche. Lo ha ribadito una revisione pubblicata sull’ultimo numero della rivista Journal of Occupational & Environmental Medicine. Sono stati 37 i trial clinici analizzati; questi studi sono accomunati dall’aver adottato un approccio multidisciplinare alla depressione e in particolar modo alle cure primarie per questo tipo di disturbo.

Prima di tutto bisogna aver chiaro che non si deve parlare di depressione ma di depressioni, al plurale, che sono patologie complesse e comuni. Come tali le depressioni si manifestano spesso in soggetti con disturbi cronici o, per esempio, affetti da tumore. In questo caso riuscire a distinguere la depressione dal resto del quadro clinico può diventare difficile, soprattutto se il paziente ha di fronte una sola figura specialistica. Per questo motivo, secondo quanto emerge dalla revisione, occorre un team composto da più esperti.

Nei casi in cui è stato adottato questo tipo di approccio globale al paziente l’aderenza alla cura per la depressione è aumentata da due e cinque volte. Il successo nella sconfitta del disturbo depressivo è stato valutato in termini di soddisfazione del paziente, di miglioramento del rapporto con il medico, di soddisfazione degli stessi medici nell’aver operato di concerto e nell’aver messo nuovamente al centro il paziente.

da: http://www.pensiero.it

Commento Del Dott. Zambello,

L’articolo conferma quello che sostengo da anni: la depressione ha bisogno di un intervento multidisciplinare. Significa che spesso c’è bisogno sia di un intervento farmacologico che della psicoterapia. Chi fa la psicoterapia non deve seguire il paziente anche dal punto di vista farmacologico e viceversa. Vi sono poi le depressioni secondarie, l’articolo fa l’esempio  di un paziente affetto da tumore, in questo caso gli specialisti diventano tre: l’oncologo, lo psichiatra e lo psicoterapeuta che devono lavorare assieme. Tutte le volte che il paziente e a volte anche il medico, ha la tentazione di alterare questo modello di intervento, il risultato che ne consegue è pessimo, quando invece viene rispettato, si hanno sempre delle grandi soddisfazioni.

Chi ha paura dello psicologo?

19-04-08

A cosa è dovuto il boom della “psicologia da rivista” degli ultimi anni? Quali sono le convinzioni più diffuse nei confronti delle terapie psicologiche? E quali le paure più comuni? In cosa consiste il “percorso terapeutico”? Quando è davvero il caso di affidarsi ad un esperto? Molto amate dai lettori e cliccatissime su internet. Sono le rubriche dedicate alla psicologia. “Lettere allo psicologo”, “Consigli dallo psicologo” e interi forum attraverso i quali chiedere consulenze e pareri a “interlocutori” più o meno qualificati.

Eppure tutto questo interesse per i temi della psicologia non sempre prelude ad una richiesta diretta ai professionisti, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti, che praticano negli studi. Come spiegare tale contraddizione?

A cosa è dovuto il boom della “psicologia da rivista” degli ultimi anni?
L’aumento dell’aspettativa di vita realizzatosi negli ultimi decenni ha portato progressivamente alla ribalta l’interesse per un benessere non solo fisico ma anche psicologico, alla ricerca di una “felicità” non più considerata un’utopia ma, ottimisticamente, un diritto di tutti. Ciò, unitamente alla capillare diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, internet soprattutto, ha avvicinato le persone alle tematiche psicologiche, prima considerate di competenza esclusiva dei professionisti del settore. Argomenti come le malattie psicosomatiche, i conflitti relazionali e addirittura l’interpretazione dei sogni fanno ormai parte della sfera di interesse di gran parte degli esseri umani.

Di qui l’irresistibile tentazione di provare a risolvere da soli i problemi che, ormai l’abbiamo imparato, ci rendono difficoltoso o quasi impossibile il raggiungimento di quella felicità considerata ormai imprescindibile. Si passa quindi, con voracità, dalla lettura delle rubriche psicologiche delle riviste alla richiesta di consigli online, rigorosamente “a distanza”.

Quali sono le convinzioni più diffuse nei confronti delle terapie psicologiche?
Paradossalmente, a fronte di questo aumento esponenziale dell’interesse nei confronti delle tematiche psicologiche, indagini curate da sociologi hanno rilevato che la conoscenza della materia da parte della gente è, nella maggior parte dei casi, approssimativa e, spesso, infarcita di pregiudizi difficili da scalfire. La stessa esatta distinzione tra competenze e ambiti di intervento dei diversi professionisti del settore è quasi sempre assente o vaga: ci si confonde tra psicologo, neurologo e psichiatra, per non parlare della differenza tra psicologo e psicoterapeuta, o tra psicoterapeuta e psicoanalista.

Il sospetto nei confronti di una terapia basata sul dialogo è ancora fortissimo, assieme alla diffusa convinzione che, dopotutto, basta volerlo davvero e chiunque può risolvere da solo i propri problemi psicologici, riflettendoci su, magari con l’aiuto dell’ultimo articolo sul settimanale femminile o di quel sito internet che promette consigli risolutivi con il semplice invio di una mail.

Nello specifico delle convinzioni relative all’ambito psicologico, inoltre, ancora prevalgono opinioni di questo genere: “Il carattere è carattere. Ci si nasce, e nessuno lo può cambiare”; “Io so qual è il mio problema, devo solo pensarci su”; “Andare da uno psicologo è solo una perdita di tempo e soldi: posso parlare anche con un amico”, “Se poi mi lego resterò dipendente per sempre”.

E quali le paure più comuni?
Il timore principale è, per tutti, quello di mettere in discussione il proprio equilibrio faticosamente raggiunto, senza la garanzia di giungere ad un cambiamento in positivo, cambiamento che, di per sé, costituisce comunque un rischio. In certi casi, inoltre, domina la convinzione che “è sempre meglio non svegliare il can che dorme”, con il rischio che la situazione peggiori.

C’è poi, fortissima, la paura di dover ammettere i propri errori, senza più potersi appoggiare alla consolante certezza di essere stati vittime degli altri e delle circostanze avverse. Infine, ultima ma non ultima, la diffidenza nei confronti di un professionista spesso dipinto come una specie di stregone, o uno “strizzacervelli”, in grado di leggerci dentro, annullare le nostre difese e manipolarci a piacimento, rendendoci schiavi di una dipendenza umiliante.

In cosa consiste il “percorso terapeutico”?
Il fatto di dover chiedere aiuto appare a molti il segno di un fallimento. Al contrario, in realtà, ciò che si prova nel momento in cui si riescono ad affidare ad un altro le proprie preoccupazioni, paure, frustrazioni è solitamente un senso di sollievo. Lo spazio terapeutico è innanzitutto uno spazio protetto, privato, all’interno del quale il paziente riceve, o dovrebbe ricevere, un ascolto privo di giudizio, fondato sull’empatia e sulla capacità del terapeuta di accogliere anche i contenuti più difficili, i silenzi più imbarazzati, un pianto desolato o una rabbia che non trova sfogo. Senza dare consigli risolutivi, il terapeuta si accosta alla sofferenza del paziente, consentendo a quest’ultimo di ristabilire un contatto con se stesso. Laddove si stabilisca una buona alleanza tra il paziente e il suo terapeuta, il primo saprà tollerare un certo grado di dipendenza che non significa sottomissione ma possibilità di lasciarsi accompagnare per un tratto della propria strada particolarmente difficile o complesso.

Certo, il cambiamento di certi aspetti di se stessi e del proprio modo di affrontare la realtà è quanto di più difficile ci sia dato di vivere. Ogni percorso terapeutico implica perciò anche l’accettazione della fatica che comporta il rimettersi in discussione per trovare nuovi e più adeguati modi di relazionarsi con il mondo.

Quando è davvero il caso di affidarsi ad un esperto?
Il ricorso a un terapeuta non è sempre indispensabile. Anche la psicologia “da rivista” può essere un utile strumento per quelle persone che, di fondo, possiedono già una propria capacità introspettiva e un proprio equilibrio. Qualora però il disagio emotivo pregiudichi lo svolgimento delle normali attività quotidiane o la qualità delle relazioni affettive significative, è sempre consigliabile rivolgersi ad un esperto che aiuti la persona a riconsiderare la situazione da un altro punto di vista, riattivando le sue risorse interiori al fine di trovare modalità più creative per affrontare la realtà.

da: www.vertici.it

 fonte Yahoo! Salute

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