La psicoanalisi è inutile?
18-04-08
di MAURIZIO MOTTOLA
Si è svolto a Napoli, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, la conferenza La psicoanalisi è inutile?, in occasione della presentazione del libro L’antilibronero della psicoanalisi (a cura di Jacques-Alain Miller, Edizioni Quoadlibet): “La psicoanalisi è stata sovente presa di mira, criticata, attaccata. Tra i suoi numerosi detrattori bisogna annoverare gli autori di un voluminoso libro pubblicato prima in Francia e ora in Italia, Il libro nero della psicoanalisi, il cui obiettivo esplicito -tramite una polemica talmente veemente da risultare a tratti persino rozza- è screditare la teoria freudiana destituendola di ogni valore autenticamente epistemico e clinico.
L’anti-libro nero è la risposta a tale attacco; uscito a cura di Jacques-Alain Miller (studioso cui Jacques Lacan lasciò la cura di tutta la sua opera, scritta e orale) viene ora presentato con l’aggiunta di alcuni significativi contributi di studiosi italiani e con un intervento della più autorevole esperta francese di storia della psicoanalisi, psicoanalista a sua volta, Elisabeth Roudinesco. Il contrattacco ci consente di vedere in controluce la reale posta in gioco in questa polemica: gli autori del Libro nero, infatti, non sono che i portabandiera delle terapie cognitivo-comportamentali, e attraverso queste, e attaccando la psicoanalisi, assecondano la tentazione di ogni burocrazia e di ogni Stato di appoggiarsi a metodi quantitativi, a statistiche e a valutazioni «scientifiche» capaci di offrire regolamentazioni con cui far funzionare l’apparato sociale.
Se questo è comprensibile in tanti settori della vita umana, è invece assurdo e paradossale in altri campi che investono l’essere umano nel suo intimo più profondo, là dove egli non è più solo un numero da educare o riadattare, ma un soggetto, con la sua parte di inconscio da riconoscere ed eventualmente da curare. Quello della mente, come quello dell’amore e della fede, è uno di questi campi. Esso esige un’attenzione e un rispetto particolari, in grado di tener conto della dimensione di un «altrove», che lo si chiami «inconscio», «grande Altro», «mistero» o «Dio»”.
Il 4 novembre 1899 veniva pubblicata L’interpretazione dei sogni, che può venir considerata il vero e proprio manifesto della psicoanalisi; secondo Freud il sogno é una delle manifestazioni dell’inconscio, la quale -se opportunamente interpretata- permette di accedere ai contenuti repressi ed al modo di funzionare dell’inconscio stesso.
Sigmund Freud aveva certamente ragione e notevole merito nel richiamare l’attenzione sull’aspetto non cosciente dell’uomo e sul suo ruolo fondamentale.
Aveva anche ragione nel mettere a punto un metodo di analisi di tali contenuti (interpretazione) in ambito clinico. Per quanto riguarda la psicopatologia, lo schema generale di Freud imperniato sul trauma è ancora attuale e tuttavia altri concetti come quello di mancanza (Bion) e di attaccamento (Bowlby e Balint) si sono affiancati. Ciò non toglie che alcune delle sue conclusioni risentano ora del diverso clima culturale del nostro tempo, che ha sviluppato strade diverse, giungendo ad altre conclusioni.
Le ricerche delle neuroscienze sono in grado di confrontare i fondamenti della psicoanalisi.
Molto è stato tentato nella ricerca dei correlati cerebrali di questo o quell’aspetto del canone psicoanalitico e però entrare troppo nello specifico delle relazioni tra mentale e fisico non è la cosa più semplice, soprattutto per le difficoltà di individuare metodologie corrette.
Comunque l’epoca in cui viviamo è lontana dalla società degli inizi del 1900 di Freud e gli effetti prodotti dall’era tecnologica e mediatica attuali sono del tutto differenti rispetto a quelli prodotti dal mondo dominato dai valori tradizionali a cui Freud apparteneva. Occorrono dunque nuovi strumenti e nuovi linguaggi per la mente di oggi e quindi vanno ridefinite le modalità e le metodologie di intervento in ambito sia teorico che clinico.
Seguendo la lezione di Albert Einstein il soggetto che osserva (ricercatore, clinico, docente) va sempre incluso nell’ambito di studio sullo stesso piano della realtà esterna ad esso, realtà esterna finora l’unica ad essere considerata oggettiva.
Dunque non si tratta di rispondere alla domanda se la psicoanalisi sia efficace: certamente lo è in taluni casi. La vera domanda è se la psicoanalisi sia efficiente ed accessibile: in taluni casi risultati positivi si ottengono in minore tempo con altri approcci, che quindi sono più efficienti della psicoanalisi. Inoltre altri approcci sono più accessibili della psicoanalisi e quindi, per esempio, più utilizzabili nei confronti di settori più diversificati della popolazione e pertanto più versatili in particolare nell’ambito del servizio pubblico
da: http://www.agenziaradicale.com
Commento del dott. Zambello
Trovo che la questione psicoanalisi si, psicoanalisi no sia mal posta. Mi interesso di psicoanalisi da quasi 30 anni e ogni volta che mi trovo davanti ad un paziente che mi chiede aiuto, mi chiedo sempre, come diceva appunto Balint, “che cosa mi sta chiedendo questo?” Se riesco a capirlo, la domanda successiva è: “come lo posso aiutare?”. Noi psicoanalisti possiamo proporgli una psicoanalisi, una psicoterapia più breve, molti di noi, come Freud è anche ipnotista, siamo medici, etc, ma il problema è: ”lui di cosa ha bisogno? Cosa si può permettere?” Ho l’impressione che molti di questi “critici” della psicoanalisi in realtà propongano altro dalla psicoanalisi, perchè hanno solo quello.
Lavate i vetri e l’ansia se ne va
17-04-08
Casalinghe disperate, prendete appunti: le pulizie domestiche, per quanto noiose e necessarie, tengono lontano stress e ansia. Secondo uno studio del British Journal of Sports Medicine, venti minuti di movimento sostenuto a settimana combattono la depressione. È utile, ovviamente, non solo passare lo straccio o lucidare i vetri, anche fare jogging o giocare a tennis; ma più intenso e frequente è lo sforzo, migliore sarà l’effetto. I ricercatori dell’University College London si sono concentrati su 3.000 persone che accusavano stress e ansia: più erano attivi, meno probabilità avevano di soffrirne.
Soltanto venti minuti, ma a ritmo sostenuto
Fare sport almeno una volta a settimana, abbassa il rischio addirittura del 22 per cento, mentre i lavori casalinghi o semplicemente camminare di buon passo oltre il 20 per cento. Ma attenzione: nessun beneficio dalle attività lievi, per esempio spolverare o bighellonare alla fermata dell’autobus. Per essere efficace un’attività deve protrarsi per almeno venti minuti e rendere il respiro affannoso.
«Molti studi avevano già sottolineato i vantaggi dell’esercizio fisico per la salute mentale, per la prima volta siamo riusciti a quantificare la quantità che sembra fare la differenza», spiega Mark Hamer, dell’University College London, che comunque aggiunge: «È un po’ come l’uovo e la gallina, nel senso che chi soffre di stress e ansia spesso è meno incline a porre l’attività fisica in testa alle sue priorità».
Corri e vai in bici? Così ringiovanisci di 12 anni
Non solo. Secondo un’altra ricerca, pubblicata sempre sulla stessa rivista, l’esercizio fisico nelle persone di mezza età e negli anziani rallenta il processo di invecchiamento. Un team di ricercatori dell’Università di Toronto ha analizzato 400 adulti tra i 55 e gli 85 anni. Una regolare attività aerobica, quando si è in età matura e oltre, allena l’organismo a utilizzare l’ossigeno in maniera più efficace: il che può rallentare l’invecchiamento anche di 12 anni.
Correre al parco o andare in bici con regolarità, insomma, sono attività in grado di rallentare e perfino invertire il calo di forza muscolare, equilibrio e coordinazione tipico dell’avanzare degli anni. Senza questo elisir naturale, il massimo potere aerobico arriva a dimezzarsi nell’uomo tra i 20 e i 60 anni, mentre le donne cominciano a perdere smalto intorno ai 35 anni.
Tutto merito dell’allenamento cardiovascolare
L’attività aerobica e l’allenamento cardiovascolare, invece, sono un mix in grado di aiutare l’organismo a compensare i danni legati al passare del tempo, scrivono i ricercatori della Toronto University. Dalla ricerca è emerso che l’attività aerobica ad alta intensità per un periodo relativamente lungo potrebbe incrementare il massimo potere aerobico del 25 per cento. «Un regolare programma di attività fisica – ha detto il dottor Roy Shephard al Daily Mail – può rallentare o invertire la perdita di fitness aerobico, riducendo l’età biologica di una persona e prolungandone l’indipendenza».
Da: http://www.lastampa.it
Sesso, quando è lui a dire ‘No’
16-04-08
di: Adele Sarno
Il calo del desiderio sessuale dell’uomo è triplicato negli ultimi dieci anni. Se prima era lei a cercare scuse, adesso è lui a utilizzare l’alibi del mal di testa sotto le lenzuola. Quaranta coppie su cento hanno smesso di fare l’amore. Il dato emerge dal Rapporto 2008 sugli italiani a letto, una ricerca elaborata dall’Istituto di sessuologia clinica di Roma e presentata in occasione del Congresso della Federazione europea di sessuologia, in corso nella capitale. “Gli uomini sono stressati dal lavoro – spiega la dottoressa Roberta Rossi, sessuologa e psicoterapeuta dell’Istituto – e, di fronte a partner sempre più esigenti, soffrono di ansia da prestazione e si rifugiano tra le braccia di un’altra, per sesso a pagamento o relazioni online. La donna inizialmente è comprensiva ma poi corre dal medico, implorando prescrizioni di Viagra per il proprio compagno”.
L’identikit delle coppie italiane. Il comportamento degli italiani a letto è molto variegato, lo studio infatti classifica le coppie riconducendole a quattro grandi categorie: le anoressiche, le bulimiche, le sazie e le inappetenti. E così se da un lato si registra la diminuzione del desiderio sessuale (gli anoressici), dall’altro si scopre che c’è chi utilizza la fantasia per rivitalizzare il rapporto di coppia e per evadere dalla routine (i bulimici). C’è poi chi è appagato dal sesso e lo vive come un collante per la coppia (i sazi) e, infine, chi è legato più dall’affetto che dalla passione (gli inappetenti).
“Il dato che sorprende – continua la dottoressa Rossi – però è quello che riguarda quattro coppie su dieci: gli anoressici del sesso. Sia lui che lei hanno 40 anni, anche qualcosa in meno, la relazione è consolidata pure dalla presenza di figli (quando ci sono). È l’uomo a tirarsi indietro perché preferisce scappare tra le braccia di una prostituta o, molto più frequentemente, tra quelle virtuali di un’amica di chat”. In pratica lui è interessato al sesso purché non debba farlo con la sua compagna, di cui spesso teme il giudizio, le donne virtuali invece sono sempre soddisfatte, qualunque sia la prestazione avuta dall’uomo. Lei si sente in colpa perché pensa di essere non abbastanza seducente e cerca conferme da un altro uomo. Ma una volta scoperta, ricade nei circolo vizioso dei sensi di colpa. E i bulimici? “Soltanto una coppia su dieci rientra in questa categoria – continua l’esperta – i partner hanno circa 50 anni, stanno insieme da tempo e sono legati da complicità. Per noia e per curiosità provano a dare sfogo alla fantasia, e poi non riescono a smettere”. Ma, come tutti i bulimici, alternano periodi di grandi mangiate a quelli di digiuno.
La categoria dei sazi invece (tre coppie su 10) coinvolge due fasce d’età: nella prima sia lui che lei hanno 30-35 anni, nella seconda circa 60. Vivono il sesso come un momento di soddisfazione fisica ma anche affettiva e non devono dimostrare niente. Infine due coppie italiane su dieci sono inappetenti. “Sono quarantenni o cinquantenni, stanno insieme da tempo – continua la sessuologa – e fanno sesso quando capita se capita. Più che disinteressati sono distratti dalle preoccupazioni. Un esempio tipico è chi non arriva a fine mese”. Insomma sono così presi dai problemi economici che non riescono neanche a rinfacciarsi la mancanza del sesso.
I disturbi di ordine fisico. “Il calo del desiderio è un segnale. Molto spesso – continua la dottoressa Roberta Rossi – dietro possono nascondersi anche disturbi fisici”. Proprio dall’esame dei problemi di chi si è rivolto all’Istituto di sessuologia clinica di Roma è nato il Rapporto 2008 sugli italiani a letto. Delle 402 cartelle cliniche, appartenenti a uomini e donne tra i 17 e i 70 anni, è emerso che i maschi, single e non, lamentano sia la disfunzione erettile (rispettivamente 28,7% e 37,7%) sia l’eiaculazione precoce (13,8% e 22,5%). Le donne con una relazione stabile hanno problemi di vaginismo (una contrazione involontaria dei muscoli della vagina che impedisce il rapporto) e mancanza di orgasmo ( 22,7% e 12,5%), seguono i disturbi psicologici (12,5%). Al contrario, le single hanno soprattutto problemi di relazione e psicologici (35,7%) e solo in minima parte si lamentano per difficoltà di carattere sessuale (5,4% vaginismo e 3,6% mancanza di orgasmo).
E la soluzione? “Se per lui si può ricorrere al Viagra, al Cialis e al Levitra – conclude la sessuologa – per lei si stanno sperimentando delle alternative. Una di questa è ‘Biancaneve’, una pillola che stimola il desiderio femminile, agendo direttamente sul sistema nervoso centrale. Proprio per questo è sbagliato parlare di pillola rosa”. La compressa però è ancora in fase sperimentale. Chi la vuole dovrà attendere qualche anno prima di usarla.
da:http://www.kwsalute.kataweb.it
Commento Del Dott. Zambello
E’ triste ricorrere ad una pillola per ritrovare la possibilità di avere dei rapporti sessuali. Soprattutto i giovani, escluso che vi siano cause organiche, non dovrebbero proprio rinunciare a rimuovere le cause psicologiche che gli impediscono di avere una vita sessuale soddisfacente.
Sesso, quando è lui a dire No
16-04-08

Il calo del desiderio sessuale dell’uomo è triplicato negli ultimi dieci anni. Se prima era lei a cercare scuse, adesso è lui a utilizzare l’alibi del mal di testa sotto le lenzuola. Quaranta coppie su cento hanno smesso di fare l’amore. Continua
Prosopoagnosia: analisi di un disturbo sottovalutato
15-04-08
di: Cassandra Scalabrelli
Il primo caso di prosopoagnosia fu descritto nel 1867 da Quaglino, ma il suo lavoro non venne scientificamente riconosciuto a causa di una mancata elaborazione dettagliata del problema.
Fu il medico tedesco Bodamer quasi un secolo dopo (1947) ad identificare il disturbo, analizzando attentamente alcuni casi che gli permisero di capire che si trattava di un problema molto diverso dalla semplice agnosia. Da allora sono stati individuati e descritti molti altri casi di persone prosopoagnosiche. Anche lo scrittore e neurologo Oliver Sacks ha affrontato l’argomento in un suo racconto contenuto nel libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. In esso ha narrato il caso di un suo paziente, il Signor P, docente in una scuola di musica, che non riusciva a riconoscere i volti e nemmeno a vedere l’insieme delle cose che osservava, percependone solamente i dettagli. In uno degli episodi descritti, il Signor P., volendo prendere il suo cappello, arrivava addirittura ad afferrare invece la testa della moglie, tentando in ogni modo di indossarla.
Ma vediamo nello specifico cosa si intende per “prosopoagnosia”.
Il nome di questo disturbo deriva dal greco “prosopon” (volto) e “gnosis” (conoscenza), ma la “a” che precede la parola “gnosis” significa “mancanza di” e quindi “mancanza di conoscenza dei volti”.
A volte la prosopoagnosia, ritenuta una forma particolare di agnosia, può presentarsi insieme ad altre tipologie di deficit, come ad esempio l’incapacità di riconoscere i luoghi o l’espressione facciale delle emozioni, ma molto spesso è identificabile soltanto come sindrome di mancato riconoscimento dell’identità facciale.
Il paziente affetto da prosopoagnosia per riconoscere la persona che ha di fronte è costretto ad utilizzare indizi di tipo non facciale, come i capelli, la postura, i vestiti, la voce, ecc… Di solito le altre abilità dell’individuo rimangono intatte permettendogli così di riconoscere altre caratteristiche delle persone come genere, razza ed anche l’età. In alcuni casi questo problema si manifesta quando il paziente entra in contatto con persone che non conosce bene, o che comunque incontra di rado, oppure ancora con individui che ha conosciuto solamente dopo l’inizio della sua malattia. Nei casi più gravi invece il paziente non è in grado di riconoscere né le persone con le quali entra in contatto ogni giorno né addirittura la sua immagine riflessa allo specchio. Un’altra difficoltà diffusa tra i soggetti affetti da prosopoagnosia è quella di prestare attenzione ai programmi televisivi ed ai film, poiché essi non riescono a mantenere in memoria l’identità dei personaggi. Per tutte queste ragioni la prosopoagnosia viene considerata una malattia che crea notevoli problematiche sociali alle persone che ne vengono colpite.
Il prosopognosico per tentare di risolvere la sua situazione di disagio sociale si trova costretto ad impiegare strategie alternative con le quali riconoscere le persone. Una di esse ad esempio può essere il concentrarsi sulla memorizzazione della voce.
Nel corso degli anni sono state effettuate diverse tipologie di test per comprendere in modo migliore cosa si verifica nella mente dei soggetti prosopoagnosici.
In uno di essi, ad esempio, ad alcuni individui normali veniva chiesto di riconoscere delle fotografie di volti noti in mezzo ad altre che raffigurano dei volti non noti. Il risultato ottenuto era sempre decisamente dettagliato, a differenza di ciò che accadeva invece con i pazienti prosopoagnosici. In seguito veniva registrata anche la risposta psicogalvanica involontaria (variazione automatica ed inconsapevole della conduttanza cutanea) di entrambi i gruppi di soggetti: essa risultava di maggiore ampiezza quando i soggetti normali osservavano un volto conosciuto rispetto a quando il volto non era noto, ed incredibilmente la stessa cosa era per gli individui prosopoagnosici. Probabilmente quindi il problema di questi ultimi si presentava quando dovevano dare una risposta verbale corretta e cosciente, e non era invece presente a livello inconscio, come dimostrato dalla corretta risposta psicogalvanica.
Per quanto riguarda l’origine della prosopoagnosia, nella maggior parte dei casi essa sembra essere dovuta ad un danno cerebrale acquisito da adulti a seguito di un trauma cranico, di un ictus, o di un disordine di tipo degenerativo. In tutte queste situazioni ci troviamo di fronte alla “prosopoagnosia acquisita”, la sindrome prosopoagnosica più studiata dal punto di vista scientifico. Questo probabilmente è dovuto al fatto che il disturbo è sentito maggiormente nel caso di persone che in passato avevano una capacità di riconoscimento dei volti normale e che improvvisamente non riescono più a farlo, acquisendo quindi la consapevolezza del proprio deficit. Inoltre questi individui, avendo subito una danno cerebrale, sono sotto osservazione medica e quindi tutte le loro capacità, compresa quella di identificazione delle facce, sono continuamente testate.
Nei casi di “prosopoagnosia evolutiva” invece, la malattia è riconducibile ad un periodo anteriore rispetto al momento in cui viene raggiunta la normale abilità di riconoscere i volti. Di solito, in questi casi, gli individui che ne soffrono possono aver subito un danno cerebrale prima di avere avuto esperienze con i volti e quindi il loro deficit può essere di origine genetica, oppure dovuto ad un danno cerebrale prenatale o immediatamente successivo alla nascita, o ancora gli individui possono aver subito danni cerebrali o gravi problemi visivi durante la loro infanzia. A volte i pazienti affetti da prosopagnosia evolutiva non si rendono nemmeno conto di non essere in grado di riconoscere i volti come gli altri, probabilmente perchè non sono mai riusciti a farlo normalmente, perciò non sono capaci di identificare il loro deficit, non essendone del tutto consapevoli.
E’ necessario comunque essere precisi nella differenziazione dei vari tipi di sindrome prosoagnosica, in quanto ognuno ha cause diverse e quindi diverse tipologie di eventuali terapie di recupero (quando è possibile). E così si dovrebbe distinguere ad esempio tra: “prosopoagnosia genetica”, “prosopagnosia pre-esperienziale” e “prosopagnosia post-esperienziale”.
Comunque, analizzando nello specifico la sindrome acquisita, è stato possibile dimostrare che essa può essere causata, nelle forme permanenti, da una lesione cerebrale, solitamente bilaterale, al confine fra il lobo occipitale e quello temporale. Tuttavia, quando si presenta come disturbo di tipo transitorio, essa può essere la conseguenza di traumi oppure di problemi alla circolazione cerebrale.
Prendendo in considerazione ad esempio cosa può avvenire nel cervello dopo un ictus, è possibile notare che spesso si possono riscontrare problemi di riconoscimento non soltanto per i volti, ma anche per oggetti comuni. Come conseguenza possono crearsi situazioni inquietanti nelle quali i pazienti non sono in grado di riconoscere una matita, ma se la prendono in mano immediatamente capiscono di cosa si tratta.
Questo può essere spiegato descrivendo cosa avviene nel nostro cervello: in esso noi abbiamo una zona che si occupa degli impulsi visivi e ci permette di vedere le cose, un’altra zona che invece riconosce quello che vediamo ed un’altra ancora in cui sono contenute le istruzioni per mezzo delle quali sappiamo come utilizzare ciò che vediamo. Un ictus può interrompere le connessioni tra queste aree e quindi provocare disordini nelle nostre azioni: vedere l’oggetto ma non riconoscerlo, oppure riconoscerlo ma non saperlo utilizzare, ecc…. Se comunque la zona del cervello che ci permette di riconoscere la matita mediante il tatto è ancora collegata alla zona cerebrale contenente le istruzioni per utilizzarla, si può ricordarne l’uso impugnandola.
In modo analogo nella prosopoagnosia i volti possono essere riconosciuti solamente attraverso altri canali sensoriale come ad esempio quello uditivo, con il quale le persone possono essere identificate dalla voce: per entrare nella zona cerebrale che funge da archivio della memoria il paziente in questo caso non utilizza l’informazione proveniente dagli occhi che deve collegare all’immagine della faccia immagazzinata, ma quella proveniente dalle orecchie che deve collegare alla voce corrispondente a quel volto.
In uno studio dei ricercatori delle Università di Glasgow e Toronto, effettuato utilizzando la risonanza magnetica funzionale, è stato individuato il sistema di riconoscimento dei volti nel giro fusiforme, un’area del cervello nella quale è contenuto il modello standard di faccia con cui confrontiamo ogni volto nuovo, permettendoci di creare una specie di “biblioteca mentale”, grazie alla quale possiamo riconoscere le altre persone. Così ad esempio i volti degli individui orientali spesso tendono a sembrarci poco distinguibili l’uno dall’altro perché non corrispondono al modello mentale immagazzinato nel nostro cervello.
Dunque nel tempo, come abbiamo potuto osservare, ci sono state spiegazioni diverse del fenomeno “prosopoagnosia”, tutte a sostegno del fatto che in questa condizione le normali operazioni di riconoscimento dei volti non eseguono correttamente il loro lavoro. Purtroppo attualmente la prosopoagnosia sembra riferirsi a diversi tipi di alterazioni, tanto che nessuna delle spiegazioni proposte può ritenersi valida per tutti i casi di questa malattia.
Oggi la reale comprensione di questo tipo di disturbo è ancora decisamente limitata, probabilmente per il fatto che pochi prosopoagnosici sono stati finora studiati, in particolare per quanto riguarda i soggetti colpiti dalla prosopoagnosia evolutiva.
Thomas Grüter, famoso genetista, sostiene che la frequenza di questa malattia in tutto il mondo è molto più elevata di quanto si pensi, tanto che, ad esempio, nel nostro paese circa un milione e mezzo di persone potrebbe esserne affetta. Questo non tenendo conto dei soggetti che diventano prosopoagnosici in età adulta a seguito di un danno cerebrale.
Per quanto riguarda infine le cure della prosopoagnosia, solitamente lo scopo è quello eliminare la causa che ha portato al disturbo: se ci troviamo di fronte ad un disturbo transitorio di tipo circolatorio si possono somministrare al paziente alcuni farmaci, con i quali è possibile mantenere il sangue più fluido, ma purtroppo, se il problema è dovuto ad un qualsiasi tipo di danno cerebrale, attualmente non ci sono vere e proprie soluzioni.
da:http://www.psicolab.net
Pari diritti per i cittadini omosessuali
14-04-08
di Mauro Capocci
Ogni tanto è necessario scrivere libri per dare risalto a cose ovvie, come in questo caso: la condizione di discriminazione produce stress nelle persone che la subiscono. Tanto più se la discriminazione avviene in base al tipo di desideri dell’individuo e con argomentazioni speciose e inconsistenti. È quanto accade alle persone omosessuali, che non godono degli stessi diritti di altre persone e sono oggetto di uno stigma sociale diffuso, vivendo una condizione di minoranza permanente. Nella nostra cultura si è continuamente esposti (a scuola, in famiglia, più o meno ovunque) a modelli di comportamento eterosessuali come espressione di «normalità» positiva. Interiorizzato questo modello, l’emergere della pulsione omosessuale può diventare una sorta di doppio vincolo, fonte di stress e infelicità: il proprio desiderio è vissuto come negativo, e quindi represso, e allo stesso tempo si vive l’esclusione dalla società.Il coming out può dunque rappresentare uno sforzo doppiamente difficile, contro sé stessi e contro i legami sociali (anche quelli familiari) al cui interno non si viene accettati. L’emarginazione omofoba, che in molte culture ha spinto per secoli alla clandestinità, nasce da stereotipi culturali che tentano di normare eticamente la vita quotidiana delle persone.Nell’ultimo secolo però questa impostazione, almeno negli Stati liberali, è stata progressivamente smontata grazie alle lotte per i diritti delle minoranze. L’esclusione da istituzioni e diritti che ancora oggi colpisce lesbiche e gay è paragonabile ai divieti di matrimoni interrazziali vigenti nelle società razziste, come negli Stati Uniti degli anni sessanta. Progressivamente si è andata affermando la convinzione che lo Stato non possa interferire con i desideri delle persone nella loro sfera privata. Ma per gli omosessuali ciò non è dato: non possono rendere pubblica, sancendola ufficialmente, la loro scelta di condividere la vita con una persona dello stesso sesso, né possono adottare bambini.Su quali ragioni si basa questa discriminazione? Nessuna ragione plausibile. Anzi, rispetto all’adozione esistono ormai numerosi studi sulla sostanziale indifferenza dell’orientamento sessuale dei genitori per la felicità dei bambini, e addirittura l’American Academy of Pediatrics nel 2005 ha riconosciuto che i «bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli allevati da genitori omosessuali». È un’ovvia conseguenza che il riconoscimento ufficiale della coppia potrebbe rendere il legame familiare meno problematico, soprattutto se ai bambini non venissero presentati modelli familiari esclusivamente eterosessuali, storicamente datati. Allo stesso modo, sono ormai antiquati i persistenti stereotipi dell’omosessualità, nonché i comportamenti adottati da gay e lesbiche. Lingiardi sottolinea infatti che dal comportamento don’t ask, don’t tell (adottato nelle società moderne meno repressive), si è passati a un’attitudine identitaria verso se stessi e verso la società: «Le persone e gli atti omosessuali sono sempre esistiti: i gay e le lesbiche sono figli del nostro tempo». Ma nel nostro tempo è divenuto anche chiaro che esistono numerose omosessualità, in sfumature diverse, così come esistono molte eterosessualità.
Ecco perché non è più possibile pensare a ghetti né a norme che obblighino gli individui a compiere scelte affettive, e quindi il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso non sarebbe altro che la possibilità di una scelta personale per due individui che ora hanno un diritto negato e soffrono di questa negazione. Il libro di Lingiardi, chiaro e sintetico, militante ma anche esplicativo, evidenzia quindi un problema della società italiana: l’omofobia che informa la legislazione, e che senza ragione provoca disagio psichico in un numero consistente di cittadini.
Eppure, viviamo in una Repubblica nella quale in linea teorica: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Così recita l’articolo 3 della Costituzione scritta sessant’anni fa.
Da:http://lescienze.espresso.repubblica.it
Milano, record di maschi depressi
11-04-08
È il record nazionale. Pesano carriera e famiglia, il crollo tra i 30 e i 40 anni. Il 3% degli uomini colpito dalla malattia contro il 2,5 di Roma e il 2 di Palermo. La crisi quando si lascia il guscio protettivo dei genitori. Se la situazione degenera spesso si preferisce l´automedicazione, e dallo psichiatra si arriva a patologia avanzata
di Laura Asnaghi
Andrea, trent´anni, una carriera da manager, non ci voleva credere. «Io depresso? Vi sbagliate. È solo stress. Mi prendo un weekend di pausa e torno come prima». Ma il fine settimana al mare non è servito a migliorare l´umore di Andrea. Lui, che era sempre stato uno studente modello della Bocconi, dopo qualche anno di lavoro ai vertici di grandi aziende multinazionali si era logorato. Perdeva la calma per un nonnulla, tirava pugni sulla scrivania e, in auto, diventava una belva se qualcuno davanti a lui andava troppo lento.
La storia di Andrea, che oggi è in cura al Fatebenefratelli, è quella che accomuna molti giovani milanesi travolti dalla depressione, malattia che, di solito, si pensa sia solo un dramma che riguarda le donne. Ma non è così. Secondo le ultime statistiche mediche a Milano il “male di vivere” colpisce almeno 60mila donne mentre gli uomini depressi sono più di 26mila. «Certo le donne sono più numerose ma l´incidenza della depressione tra i maschi è in forte crescita» spiega Claudio Mencacci, primario di psichiatria al Fatebenefratelli. La depressione in chiave maschile sarà uno dei temi centrali di un convegno, “La prevenzione in psichiatria”, che si tiene a Sondrio, in Valtellina, da oggi fino a domenica. Milano guida la classifica delle città italiane più esposte al rischio di depressione tra i maschi con il 3 per cento dei malati, pari a 26 mila casi. Al secondo posto c´è Torino con il 2,8 per cento e 21.500 pazienti, al terzo posto si colloca Roma con il 2,5 per cento e 47.500 depressi. Seguono Napoli con il 2,4 per cento di malati (pari a 20mila casi) e Palermo con il 2 per cento (14mila casi).
Ma perché Milano detiene il primato? «Qui ci sono condizioni ambientali che rendono la vita più dura – spiega Mencacci – spesso si pretende dai maschi di essere dei professionisti Superman, brillanti e capaci. Ma oltre alla carriera si richiedono performance d´alto livello anche sul fronte familiare. Non tutti reggono la sfida». Così l´ansia cresce e la paura di non essere all´altezza della situazione si traduce prima in disagio e poi in malattia vera e propria. Chi ne soffre di più sono i maschi, dai 30 ai 40 anni, nel pieno della loro carriera. «Per alcuni uomini riuscire a fronteggiare tutte queste sfide diventa uno sforzo intollerabile – spiega Mencacci – molti diventano cupi, irascibili e il loro malumore spesso degenera in quello che noi medici definiamo “la caduta della performance” che significa difficoltà a concentrarsi nel lavoro e disinteresse verso la famiglia e la vita». Ma i maschi, a differenza delle femmine, non ricorrono subito ai medici. Anzi, se ne tengono ben alla larga. «Prima di trovare il coraggio di farsi curare passano mesi – ricorda Mencacci – c´è chi si auto-prescrive farmaci contro l´ansia, chi si rifugia nell´alcol e chi non trova più neanche la forza di uscire di casa». Risultato: quando i maschi si arrendono all´evidenza e bussano alla porta di uno psichiatra la loro malattia è a uno stadio avanzato. «Le cure sono a base di farmaci, psicoterapia e, se possibile, sport – conclude Mencacci – perché il calcio, il tennis o lo sci aiutano a ritrovare la voglia di vivere. Dalla depressione si esce ma il cammino è lungo. Soprattutto per i maschi: proprio perché fanno di tutto per evitare di ammettere di aver bisogno d´aiuto».
da: http://milano.repubblica.it
Commento del Dott. Zambello
Le storie di depressione, soprattutto maschile che ho seguito in questi ultimi venti anni hanno avuto tutte un comune denominatore: il paziente aveva sofferto, a volte fino a sfiorare la cronicizzazione, una situazione di depressione, di malinconia, di profondo disagio psicologico per anni prima di decidersi a chiedere aiuto.
Concordo con il Dott. Menacci, la cura è possibile, è lunga ed è spesso polispecialistica. E’ infatti, soprattutto nei casi gravi, necessario intervenire sia a livello psicoterapeutico che farmacologico. E’ bene che chi fa psicoterapia non faccia anche il farmacologo e viceversa. Il paziente deve imparare che le risposte alle sue domande sono diverse; il farmaco è prevalentemente un sintomatico, a volte è indispensabile, ma non aiuta il paziente a capire il perchè del suo disagio ed a fare altre scelte, per questo, è necessaria la psicoterapia.
Se l’ansia e la paura bloccano l’erezione
10-04-08
di Roberta Giommi
La paura è sempre una cattiva consigliera della sessualità e non permette mai di risolvere i problemi perché enfatizza l’ansia di non essere all’altezza. Di fronte all’emergere di una paura, bisogna valutare due elementi: se la persona con cui si vuole condividere l’intimità fisica è stimabile, se riteniamo di avere qualità sufficienti per vivere un rapporto con questa persona. Nel caso che esista diffidenza o senso di inferiorità dobbiamo capire che le nuvole che si addensano sul sesso trovano le loro radici nella sensazione generale di non essere all’altezza.
Il ruolo dello specialista
Anche nel caso delle dimensioni del pene, spesso quello che chiediamo ad uno specialista, che ci rassicura sulla normalità delle nostre misure anatomiche, è una rassicurazione psicologica: fammi essere certo, rassicurami, che posso essere un uomo capace. È utile valutare se dietro una nostra ansia sessuale se ne possa nascondere una più generale sul “chi siamo”, se il disagio della sessualità smaschera la nostra sensazione di insufficienza personale o relazionale. Per esempio può accadere che quando siamo felici perché siamo stati accettati da una donna che consideriamo migliore di noi, sia più facile incontrare difficoltà sessuali rispetto a donne per le quali proviamo un interesse limitato.
Se accade una disfunzione dell’erezione è facile che proprio la nostra ansia di essere bravi e piacere porti al ripetersi del sintomo sia in rapporti occasionali che stabili. Prima di consultare bisogna farci delle domande sullo stile di vita: uso di farmaci, sostanze, fumo; stress generale come lavoro, problematiche relazionali e familiari. Ma non solo: quando il problema si è presentato e da quanto è presente e anche la fluttuazione del sintomo, quali circostanze lo favoriscono e quali elementi fanno sì che non compaia. Si dice sempre che la disfunzione erettiva riguardi le persone più grandi, mentre il cambiamento dello stile sessuale degli ultimi dieci anni porta molte persone giovani a provare un forte stress di base durante la sessualità. Sicuramente quello che bisognerà osservare e che sarà richiesto in una consultazione sessuologica è capire come si è verificato il problema, quali circostanze lo hanno prodotto (partner, rapporto, ambiente), oltre ad informazioni sulla storia familiare, sui modelli dell’educazione sessuale, con un approfondimento delle esperienze passate anche lontane. Non si deve solo capire che cosa ha provocato il sintomo, ma cosa lo mantiene, quali pensieri anticipatori ci impediscono di immaginare un incontro sessuale come piacevole. Chi incontra una disfunzione sessuale, tende a creare, senza saperlo, un rinforzo del comportamento negativo e spesso finisce per evitare le situazioni sessuali.
Se avete un rapporto di coppia stabile, è facile che la partner oscilli tra comprensione, irritazione, appoggio, sospetto di essere tradita o non desiderata e spesso queste emozioni ed espressioni di disagio finiscono per rinforzare il sintomo. Se abbiamo una partner amica può essere importante consultare insieme in modo che anche lei sia informata e si faciliti il successivo lavoro diagnostico e prescrittivo.
E quello della partner
La donna di una storia, la partner stabile possono mettere in moto la crisi della nostra autostima? Sì, per tante motivazioni diverse la donna può desiderare che l’uomo non sia all’altezza delle sue attese sessuali per poterlo criticare in altri aspetti della relazione, può squalificarlo assumendo un atteggiamento critico rispetto al piacere e alla qualità della sessualità, può dire frasi allusive o attivare un eccesso di preoccupazione e malessere volendo parlare sempre del problema. In genere si consiglia di mantenere un controllo personale del proprio sintomo sessuale, di capire se siamo in un momento particolare della nostra vita e/o della relazione. Se si sente che è in crisi l’autostima, se si ha paura di quella donna che ci piace molto, proviamo a rilassare la mente e trasformare i pensieri che ci angosciano in fantasie amiche, valutiamo anche l’atteggiamento di lei rispetto alla sessualità e consultiamo non oltre i sei mesi dall’insorgenza del disagio/problema.
Da: http://www.repubblica.it
LA PSICOLOGA, CONDANNATI ALLA DEPRESSIONE
09-04-08
(AGI) – Roma – “Ora che i telefonini si potranno usare anche sugli aerei arriveremo piu’ velocemente ad essere un popolo di depressi e infelici”. Lo dice Paola Vinciguerra, psicoterapeuta, Presidente dell’EURODAP, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e Direttore dell’Unita’ Operativa Attacchi di Panico presso la Clinica Paideia di Roma. “La dipendenza dal telefonino e’ ormai diventata totale – sostiene la Vinciguerra – e questo atteggiamento spiega cosa ci sta accadendo. Oggi l’uomo si serve di strumenti, come il cellulare appunto, con la convinzione di poter tenere sotto controllo la realta’ che lo circonda, la famiglia, il lavoro. Ma e’ solo un’illusione. Utilizziamo il telefonino e Internet per coprire le nostre ansie. Copriamo ogni vuoto, riempiamo ogni silenzio. Il tutto per scappare dalla nostra ansia e da noi stessi e ora lo possiamo fare anche a tremila metri di altezza”. Un’evoluzione tencologica che, secondo la psicoterapeuta, “deve far riflettere e deve essere letta come un colpo negativo per la nostra psiche. La dipendenza da un qualsiasi oggetto, situazione, persona, non e’ mai positiva, non rivela un atteggiamento salutare. Da una mia analisi eseguita circa un anno fa – ricorda – avevamo visto come tra 500 pazienti presi in esame, almeno la meta’ soffrisse di attacchi di panico, disturbi legati anche al rapporto di dipendenza dal telefonino. Tra i pazienti, ad usare il cellulare come sostituto dell’ansiolitico, erano soprattutto uomini con un’eta’ tra i 40 e i 45 anni, con una vita lavorativa molto attiva e con ruoli di responsabilita’”. In sostanza, anche se non ce ne rendiamo conto, “ci stiamo condannando alla depressione. Stiamo perdendo il contatto con noi stessi, utilizzando oggetti che tra qualche anno risulteranno fallimentari. Avranno certamente coperto le nostre ansie – conclude Vinciguerra – che poi inevitabilmente riemergeranno e dovremo fare i conti con sintomi gravi di disagio, depressione e attacchi di panico”.
da:http://salute.agi.it
Commento del Dott. Zambello
Dice Galimberti :”…….. In futuro, Internet e la tecnologia faranno fuori la cultura umanistica in maniera radicale. L’uomo non è più soggetto e la tecnica non è più uno strumento a sua disposizione: è diventata l’ambiente che lo circonda e lo costituisce, gli permette di misurarsi con i criteri di funzionalità ed efficienza. In questo scenario, l’uomo è subordinato” . (La tecnologia ci dominerà. Di Eleonora Baragotti)
L’anoressia nervosa nei maschi
08-04-08
di Cecilia Bertelli
L’anoressia, chiamata anche anoressia nervosa, è un disturbo del comportamento alimentare dalle origini nosografiche molto antiche. Da sempre, è stata considerata una patologia riguardante esclusivamente le donne, a causa della predominante incidenza nella popolazione femminile e una rarità di casi in quella maschile. Storicamente gli stessi criteri utilizzati per la diagnosi d’anoressia nervosa e i principali strumenti impiegati per lo studio della patologia, sono stati standardizzati su campioni femminili, rendendo ancora più difficile e controversa la collocazione diagnostica di casi maschili, spesso ricondotti ad una secondarietà ed ad altre patologie. Nonostante l’apparente assenza di letteratura sui disturbi del comportamento alimentare nei maschi, bisogna ricordare gli studi del medico britannico Richard Morton che, nel 1689, fece la prima diagnosi d’anoressia su due pazienti, un maschio di 16 anni e una femmina di 18 che rifiutavano di alimentarsi in assenza di cause organiche. Il medico descrisse così il caso:
“Il figlio del reverendo Steele, mio buon amico, intorno al sedicesimo anno di età, cadde gradualmente in un assenza totale di appetito –cagionata dal suo troppo studiare e dalle sue passioni del suo spirito-, e in seguito in un’ Atrofia Universale, struggendosi via via sempre di più per due anni, senza che vi fossero febbre, tosse o altro sintomo di qualsiasi altra malattia nei suoi Polmoni o altro viscere, anche senza diarrea o Diabete o altro segno di col liquazione o evacuazione innaturale.Perciò giudicai questa consunzione come Nervosa, come cosa che avesse le sue radici nell’abito del suo corpo e che sorgesse da una perturbazione del suo Sistema di Nervi.
Lo consigliai di abbandonare i suoi studi, di andare in campagna e di prendere una dieta di latte per molto tempo. Così recuperò la sua salute in gran parte,sebbene non sia ancora liberato a perfezione dallo stato di Consunzione e che non sia del tutto chiara la riuscita di questo metodo”.
La patologia alimentare colpisce oggi, come in passato, anche gli uomini, sebbene se ne parli molto meno. Lo scopo del seguente lavoro, è quello di esplorare la patologia negli uomini, cercare di capire le cause che sono alla base dello sviluppo del disturbo. Appare opportuno focalizzare l’attenzione a diversi aspetti, quali: le caratteristiche cliniche, l’incidenza e l’età d’esordio, la comorbidità con altri disturbi, gli aspetti biologici- genetici ed ormonali, la sessualità e l’identità di genere, lo sviluppo psicosessuale, le condotte compensatorie e di mantenimento, i fattori prognostici, la mortalità, le relazioni all’interno del nucleo familiare e il trattamento adoperato con pazienti con tale disturbo.
Diagnosi e caratteristiche cliniche
Da recenti studi emerge che il 5-10% di pazienti che soffrono d’anoressia nervosa sono di sesso maschile. Gli uomini affetti da tale disturbo presentano una sintomatologia più grave rispetto alle donne; questi sono afflitti da maggiori preoccupazioni inerenti il cibo, il peso e l’alimentazione in genere. Ricorrono, più delle donne, a sotterfugi per non mangiare e abusano maggiormente di purganti; presentano una maggiore gravità nei disturbi della sfera psicosessuale, una maggiore tendenza all’iperattività, alla sintomatologia ossessiva e hanno alterazioni fisiologiche di maggior gravità. Nei maschi, è più difficile fare una diagnosi d’anoressia, in quanto il criterio diagnostico dell’amenorrea, indice nelle donne di una condizione di malnutrizione prolungata, non può essere utilizzato per ovvie ragioni nei maschi; allo stato attuale, non esiste però, un valido parametro comparativo per il sesso maschile. Alcuni autori, propongono d’indagare sulla perdita d’interesse sessuale, su episodi d’impotenza e sull’abbassamento del livello di testosterone. Gli uomini affetti da tale disturbo, arrivano ai servizi di cura con alterazioni fisiche più gravi rispetto alle donne, riportano soprattutto complicanze cardiache e atrofie corticali causate da una condizione di malnutrizione e da una scarsa attenzione da parte dei medici, che non di rado, associano tale disturbo ad altre patologie.
Non bisogna tralasciare l’aspetto psicologico, l’essere colpiti da una patologia considerata “ tipicamente femminile “ fa posticipare la richiesta di cura, ed è causa di sentimenti di vergogna e imbarazzo.
Analogamente alle donne, la sindrome, si riscontra in giovani che sembrano dare buona prova di sé, che lottano disperatamente per diventare “ qualcuno”, ed acquisire un’identità. Si tratta d’individui eccessivamente ambiziosi, iperattivi e perfezionisti. Il rifiuto del cibo, e il dimagrimento, sono strumenti di cui si avvalgono per attirare l’attenzione su se stessi e sul loro disagio. Da uno studio condotto da Kearney e Cooke (1990), emerge che un alta percentuale di giovani afflitti da disturbo del comportamento alimentare, dichiara di aver avuto relazioni negative nei confronti dei loro coetanei. Questi sostengono, di avere avuto meno possibilità di altri di entrare in una squadra sportiva e riferiscono di essere stati presi in giro per il loro corpo in un periodo in cui provava vergogna della loro fisicità. Vandereycken e Van de Broucke (1984) affermano che gli uomini anoressici hanno un’alta incidenza di tratti schizoidi (30%), ossessivi(29%), passivi/dipendenti(15%) e antisociali(18%). Un confronto con donne anoressiche mostra un alta percentuale d’immaturità (30% contro 4%), tratti isterici/istrionici (25% contro 4%) e tratti antisociali (18% contro 1%) ma un ugual numero di tratti schizoidi (28%). Il tipico uomo anoressico è un soggetto depresso, ipersensibile, con forti sensi di colpa e scarsa autostima. Uomini con disturbi del comportamento alimentare presentano inoltre: problematiche nei rapporti familiari, incapacità di affrontare i problemi e le relazioni interpersonali, disturbi dell’umore, scarsa consapevolezza degli stimoli corporei, bassa autostima, ansia d’accettazione sociale e tratti ossessivi. Alcuni studi (Middleman, AB.,et al. 1998), soffermano l’attenzione a come l’uomo anoressico sia più interessato ad un fisico muscoloso che al dimagrimento. Inoltre, i maschi, presentano minor condotte eliminatorie rispetto alle femmine, sia in riferimento all’uso di lassativi che a quello di pillole dimagranti e nel vomito autoindotto; hanno invece, rispetto a quest’ ultime, una più intensa attività fisica. Hanno probabilità maggiore di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare, uomini che praticano sport ad alti livelli, in questi individui sono presenti tratti di perfezionismo, alte aspettative e una certa compulsività (Serdula, MK., et al. 1998). Tra gli uomini più vulnerabili a sviluppare il disturbo ci sono, infatti, alcune categorie sportive come quelle degli atleti, dei body builders, dei ballerini, dei nuotatori ed altri; il loro lavoro presuppone, infatti, forti restrizioni. Yates (1983) in un suo studio, confronta due gruppi, uno di maschi anoressici e uno di maratoneti, e trova similitudini in caratteristiche di personalità e abitudini socioculturali. I maratoneti hanno una bizzarra preoccupazione per il cibo anche quando raggiungono una massa corporea del 95% con solo il 5% di grasso, sono insoddisfatti. Altra categoria cui bisogna soffermare l’attenzione è quella degli obligatory runners (corridori compulsivi), questi individui, praticano un’intensa attività fisica, non per il piacere di farlo, ma perché non riescono a farne a meno. Svolgono tale attività anche con situazioni climatiche avverse, quando hanno dolori fisici, fratture o pneumopatie che controindicherebbero il correre.
Se prendiamo in considerazione la categoria dei pugili, alcuni studi constatano che la loro perdita di peso può oscillare tra 2 e 12% entro le 2 o 48 ore prima della competizione. Fanno uso di diuretici e saune, evitano di mangiare e di bere e hanno cicli di perdita di peso che possono ripetersi fino a trenta volte a stagione. Brownell (1987) osserva come il tasso metabolico nei pugili con tali cicli di dimagrimento, sia del 14%, perciò la diminuzione del peso avviene più lentamente, mentre l’aumento più rapidamente, il che li porta ad avere maggiore difficoltà nel perdere peso con il proseguire della loro carriera.
L’immagine mediatica dell’uomo ideale, non è incentrata sulla magrezza, bensì sulla forma fisica e i muscoli a tutti i costi. Nemeroff ed altri (1994), focalizzano l’attenzione sui messaggi mediatici indirizzati agli uomini e a come questi enfatizzino l’uomo con un corpo muscoloso in quanto stereotipo di forza e virilità. Di Domenico e Andersen (1988), soffermano la loro attenzione a come i giornali indirizzati alle donne includano principalmente articoli e avvertimenti su come aiutare a perdere peso (per esempio diete con il conteggio delle calorie), mentre a come i giornali indirizzati agli uomini, diano maggior spazio a consigli sulle tecniche d’allenamento e di sviluppo del tono muscolare (ad esempio fitness, body building e tonificazione dei muscoli). Infatti, nel maschio prevale l’idea di grandezza, mentre nelle femmine il desiderio d’essere minuta (Crips, AH., & Burns, T., 1983).
Incidenza ed esordio
Rispetto alla popolazione generale la percentuale di maschi afflitti d’anoressia sarebbe di 0,5% – 0,1 %, contro 1% delle donne. Il rapporto è quindi di 1 a 10. Recenti studi, rilevano un’incidenza più significativa nell’anoressia maschile se si considerano le sindromi parziali, che sembrano essere più frequenti di quelli totali.
D’anoressia parziale se ne parla quando vi è la presenza inequovacabile, estrema ed irrazionale d’ansia legata al proprio peso corporeo o alla forma fisica, e la concomitante presenza di almeno due dei seguenti criteri per almeno per un periodo di tre mesi:
- Distrazione dagli impegni quotidiani a causa di preoccupazioni o ansia legata al peso corporeo;
- Credenza ingiustificata che il peso sia eccessivo e che il malessere soggettivo possa essere diminuito con perdita di peso, con il controllo delle calorie assunte e/o pesandosi frequentemente;
- Ansia causata dall’assunzione di pasti considerati in genere normali;
- Estrema angoscia causata dalla minima variazione di peso corporeo, esercizio fisico, uso di lassativi, anoressizanti emetici e diuretici.
Il disturbo, negli uomini, è notevolmente aumentato negli ultimi anni; i casi maschili spesso sono diagnosticati con maggiore difficoltà, anche perché un maschio che si abbuffa a tavola è accettato socialmente, a differenza di quanto accade per la donna, inizialmente quindi non si tiene conto della gravità della patologia. Tutto questo fa si che in media un maschio affetto da disturbi del comportamento alimentare, arrivi in terapia dopo 7 anni dall’esordio del problema, mentre per le donne il tempo di latenza è di 4 anni. L’età d’esordio del disturbo nei maschi è collocabile nella tarda adolescenza – prima età adulta (19- 20 anni), risultato simile al campione femminile; in alcuni studi si delinea la tendenza ad un esordio più tardivo e una durata inferiore del disturbo nella popolazione maschile. Da uno studio di Carlatt, Camargo ed altri, (1997), emerge che 135 dei pazienti afflitti dal disturbo per la prima volta, ha in media un’età di 19 anni. Altri studi, invece, parlano di un esordio nei maschi in un’età compresa tra 17-24 anni ( le donne invece tra i 15-18 anni), un’età nella quale si è profondamente impegnati nello sviluppo della propria identità e tutto l’agire ed il pensare è finalizzato al divenire adulto.
Comorbidità
Sembra che ci sia una certa correlazione tra disturbi del comportamento alimentare e disturbi dell’asse I e II del DSM – IV. Dal Test di Rorschach, in uno studio condotto su un campione di 10 maschi anoressici d’età compresa tra 13 e 24 anni, si osserva che individui con tale patologia hanno compromissioni nella funzione primaria dell’Io, coartazione, inadeguatezza a controllare l’affettività associata e un controllo autosufficiente. Si riscontra, in questi individui, tratti ansioso- depressivi, tratti disforici, ed una forte angoscia nei confronti del proprio corpo. Tutte queste caratteristiche sono presenti, in percentuale maggiore, in individui del gruppo anoressico, rispetto a quelli del gruppo di controllo (Di Pentima, L., et al., 2001).
Altri studi (Striegel-Moore, RH. et al., 1999) pongono l’attenzione all’associazione esistente, negli uomini, tra disturbi del comportamento alimentare, depressione, disturbi psichiatrici e abuso di sostanze.
Rispetto alle donne, si riscontra una percentuale più bassa di disturbi di personalità, e più alta del disturbo ossessivo- compulsivo. Altri studiosi (Ross, HE. et al., 1999 & Benedict, J., et al., 1999), pongono l’attenzione a come gli individui anoressici abusano frequentemente di sostanze stupefacenti, alla bassa autostima e alla sintomatologia depressiva.
A conferma di queste ipotesi altri studiosi, Carlat e Camirgo nel 1997, sostengono che in individui anoressici di sesso maschile ci sia un’alta percentuale di: depressione (55% dei casi), abuso di sostanze (17%), disturbi di personalità del Cluster A- B –C (24%), disturbo di dipendenza da alcool (14%) e un’alta iperattività.
Fassino ed altri (2001), prendendo in esame 15 maschi anoressici, rivelano l’esistenza di una comorbidità tra anoressia nervosa negli uomini e disturbi psichiatrici, non poi cosi dissimile dal campione delle donne, ma molto più alta rispetto alla popolazione generale. A conferma di questi risultati, Woodside ed altri (2001), osservano che un’alta percentuale di comorbidità nei maschi del gruppo d’anoressici rispetto a quelli del gruppo di controllo, con disturbi psichiatrici; anche nel loro studio non emerge una gran differenza rispetto al campione delle donne. Sembra quindi esista, una certa relazione, tra l’avere, un disturbo del comportamento alimentare e la possibilità di sviluppare un disturbo psichiatrico. Dagli stessi studi, emerge che il sovrappeso è il fattore che più incide sullo sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare e nello specifico sull’anoressia; infatti, molti uomini anoressici, nel resoconto della loro storia pregressa, narrano di essere stati in sovrappeso e di essere stati derisi per questo da parte dei pari e dei familiari. Il BMI pre – esordio della malattia raggiunge nei maschi anoressici un valore di 27,2 contro il 24,3 nelle donne. In uno studio di Fernandez- Aranda del 2004 su 30 maschi con disturbo del comportamento alimentare, il 45% dei maschi, riferisce in passato di aver sofferto d’obesità, contro il 15% delle donne.
Aspetti biologici, ormonali e genetici
Da diversi studi risulta che ci sia una maggiore probabilità di sviluppare la patologia anoressica, in individui di sesso femminile che in quelli di sesso maschile, rispetto alla popolazione generale. Nelle famiglie di maschi con disturbo del comportamento alimentare, si riscontra, nell’anamnesi familiare, la presenza di casi femminili con tale disturbo facendoci varare l’ipotesi che la malattia non si trasmetta preferenzialmente a parenti dello stesso sesso (il 14% di maschi anoressici aveva in famiglia una parente con disturbo del comportamento alimentare). L’incidenza, di una base genetica, nello sviluppo del disturbo, non vede sostanziali differenze tra il campione femminile e quello maschile.
Per quanto concerne gli aspetti ormonali, se nelle femmine, l’aspetto più rilevante da tale punto di vista è l’amenorrea, negli uomini è la diminuzione del testosterone e delle gonadotropine (GN) in un quadro d’ipogonadismo ipogranatropico. Diminuisce nei maschi, a differenza delle femmine, la risposta dell’ormone rilasciante le gonadotropine (GNRH).
Nei maschi iponutriti, si riscontra un aumento di globulina legante il testosterone (SHBG), con una correlazione inversa con il BMI e diretta con la perdita di peso. Il livello di testosterone (T) diminuisce, in conseguenza di un minor apporto proteico e alla diminuzione nella sintesi ormonale o ad una diminuzione nella riserva funzionale delle GN per alterazioni ipotalamo- ipofisarie. Da uno studio condotto su uomini che seguivano una dieta ipocalorica, emerge una sostanziale diminuzione degli ormoni sessuali e delle gonadotropine; da uno studio condotto da Tomova, risulta invece, che le GN negli uomini non siano implicate con la perdita di peso e con il BMI. Nelle femmine, al contrario, l’ormone luteinizzante (LH) correla in modo diretto con il BMI ed inversamente con l’entità della perdita di peso, l’ormone follicolo stimolante (FSH) in modo diretto con la durata della malattia.
In uno studio longitudinale su tre maschi anoressici, seguiti fino al recupero, emerge l’esistenza di una stretta connessione tra livelli di leptina e GN e T. Durante il recupero del peso e del grasso corporeo, s’ipotizza che la leptina sia un segnale che il tessuto adiposo regoli la secrezione delle GN, la funzione gonadica, influenzando di conseguenza la fertilità. I maschi, con anoressia nervosa, hanno bassi livelli di testosterone che comportano problematiche nella sfera sessuale e più specificatamente in un calo sia del desiderio che dell’attività. Una prolungata condizione di malnutrizione, comporta una diminuzione dello sperma, pari al 25% di quello del peso corporeo; quando si recupera il peso, c’è un conseguente aumento del livello di T negli uomini e di LH nelle donne e un conseguente aumento del livello di leptina.
Bisogna focalizzare l’attenzione anche su di un importante neurotrasmettitore, la serotonina ( implicato nella regolazione del tono dell’umore, dell’ansia, dell’impulsività, delle sensazioni di fame e sazietà); nelle persone che seguono una dieta ipocalorica e in seguito a prolungate condizioni di malnutrizione, la produzione di serotonina diminuisce causando una conseguente diminuzione del tono dell’umore, una maggior irritabilità, un aumento del rischio dell’umore depresso, d’atti impulsivi e crisi di fame. Favaro (1996), in uno studio, dimostra che la riduzione del livello di serotonina, a seguito di una restrizione calorica, è molto presente in persone con disturbi del comportamento alimentare, con una prevalenza nell’universo femminile rispetto a quello maschile.
Identità di genere e sessualità
Negli uomini con anoressia nervosa e disturbi del comportamento alimentare, si riscontra una difficoltà nell’attività sessuale, perché, come già detto, una condizione di malnutrizione prolungata è alla base di una diminuzione del livello di testosterone. In uno studio condotto da Fichter, il 30% dei soggetti esaminati, riferisce di non avere impulsi sessuali e il 75%, una riduzione della libido; inoltre riportano sentimenti d’ansia eccessiva di fronte a comportamenti sia etero che omosessuali (Fichter, MM., et al., 1985). Nell’80% dei casi, il sesso era un tabù nell’ambiente familiare, e solo il 30% del campione esaminato riferisce di aver avuto almeno una relazione stabile. Quindi, le problematiche si estendono sia alla sfera sessuale che a quella sociale. Un aspetto di rilevante importanza riguarda l’orientamento sessuale: il 65% dei soggetti esaminati, dichiara di aver avuto comportamenti tipici del sesso opposto durante l’infanzia e l’adolescenza, ed il 20% di aver desiderato di essere una femmina.
Sembra che l’anoressia nervosa sia prevalente negli omosessuali, in quanto questi hanno una minore soddisfazione per il proprio corpo e una maggiore attenzione al peso corporeo (Kotler, LA., et al. 2001). Nel complesso gli omosessuali, rispetto agli eterosessuali, ricorrono più frequentemente a diete ipocaloriche (9% contro 6%), condotte compensatorie quali vomito autoindotto (21% contro 6%), uso di lassativi (22% contro 4%), pillole dimagranti (19% contro 4%). Risultati opposti, sono riportati da uno studio di Austin (2004), in cui nessuno dei maschi omosessuali e bisessuali riporta condotte d’eliminazione.
Negli omosessuali si osserva l’esistenza (French, SA., et al., 1996) di maggiori abbuffate (25% contro 11%) e minor soddisfazione per il proprio corpo (28% contro 12%); questi e gli uomini con sessualità incerta, si mostrano maggiormente interessati al peso e all’apparenza, e sono meno soddisfatti del proprio peso corporeo e dell’aspetto fisico. Sono più influenzati dai modelli mediatici, meno focalizzati allo sviluppo muscolare e hanno una prevalenza di sentimenti d’inadeguatezza. Gli omosessuali sono quindi più a rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare del 15-20%, rispetto alla popolazione generale.
Carlat e Camargo (1997), pongono l’accento a come il 58% dei soggetti del loro studio, affetti da anoressia da almeno un anno, riferisce un calo del desiderio sessuale con una conseguente diminuzione dell’attività sessuale. Manghweth, Bramon- Bosch ed altri (2000), rilevano l’esistenza di una percentuale più alta d’omosessualità in maschi anoressici, con un valore di circa otto volte maggiore rispetto al campione femminile. Hasson e Tibbets (1977), descrivono una notevole perdita dell’assertività mascolina e delle identificazioni con altri maschi, così come la paura concernente il ruolo eterosessuale. L’aspetto della sessualità che pare essere un fattore discriminante fra i generi nella patologia anoressica, non trova supporto in alcuni lavori in letteratura. Andersen, in un lavoro condotto su 7 pazienti anoressici, non trova in nessun paziente, disturbi dell’identità di genere. Olivarda, in uno studio su 25 studenti che risponde ad una diagnosi del disturbo del comportamento alimentare, non evidenzia nessuna discrepanza tra il campione maschile e femminile in termini d’orientamento sessuale. La supposta correlazione tra disturbi dell’identità di genere e anoressia, è un aspetto da esaminare più dettagliamene, vista la discordanza degli studi fin’ora esaminati.
Sviluppo psicosessuale
Lo sviluppo dell’autonomia e dell’identità separata dalle figure genitoriali inizia fin da piccoli e i percorsi sono diversi negli uomini e nelle donne. Tra i 12 e 18 mesi, sia le femmine che i maschi sono coinvolti nei processi d’identità di genere e, simultaneamente, nei processi di svezzamento e auto alimentazione.
La bambina deve identificarsi con la madre, ma deve riuscire a prenderne anche le distanze per raggiungere autonomia ed individualità. A causa di questa somiglianza di genere, la bambina, ha l’illusione d’essere tutt’uno con la madre, perciò sono maggiori le possibilità di confusione e quindi una maggiore difficoltà nei processi di separazione e autonomia rispetto al maschio. Nel maschio, invece, si evidenziano difficoltà nei processi d’autonomia e separazione e maggiori difficoltà nell’identità di genere. Per il bambino, cosi come per le bambine, è sempre la madre il primo oggetto d’identificazione. In seguito ha luogo un processo di disentificazione con la madre e d’identificazione con il padre nei primi due o tre anni di vita (Stoller, R., 1968). Il padre ha un ruolo importante fin da quando il bambino è piccolo. Stoller, sostiene che il padre serve da corazza protettiva al bambino contro gli impulsi materni di prolungare la simbiosi madre- bambino. Secondo Ogden (1989), per lo sviluppo dell’identità di genere, è innanzitutto la madre che trasmette al bambino le possibilità d’identificazione su come lei ha vissuto il rapporto sia con il proprio padre che con il suo partner.
Attualmente, si tende a dare al padre un ruolo più positivo e strategico fin da quando il bambino è piccolo, in quanto, oggetto affettivo, contribuisce allo sviluppo delle funzioni dell’Io, alla posticipazione, alla gratificazione, all’intelligenza e alla percezione, Alterazioni nel rapporto, tra padre e bambino, possono essere la causa di problemi dell’identità di genere e/o limitare lo sviluppo delle capacità di simbolizzazione.
Nei maschi con anoressia, come più volte ribadito, ci sono difficoltà nella costruzione di una propria identità sessuale, ed una maggiore frequenza d’episodi di violenza subiti nell’infanzia. Esiste, infatti, una correlazione tra abusi subiti durante la prima infanzia e l’eventuale sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare; questo è significativamente più alto negli uomini che nelle donne (Woodside, DB. et al ., 2001 & Wichstrom, L., 2000). Kinzl (1996), è concorde con l’ipotesi che maltrattamenti subiti durante l’infanzia, quale abuso fisico e sessuale in ambiente familiare o esterno, siano stati fattori incidenti nello sviluppo dell’anoressia, sebbene nel suo studio, non sono state trovate differenze significative tra maschi abusati e non abusati.
In contrasto allo studio di Kinzl, da altre ricerche emerge che maschi che hanno subito abusi fisici duranti l’infanzia o che comunque hanno vissuto in un ambiente familiare difficile, hanno una maggiore probabilità di sviluppare il disturbo.
Pubertà e adolescenza
Spesso, lo sviluppo di un comportamento alimentare, nei maschi come nelle femmine, avviene in periodi di cambiamento e il periodo adolescenziale è quello a rischio maggiore. Una maggiore incidenza in questo periodo è da collegare a problematiche legate all’autostima, all’identità sessuale e all’indipendenza (Brusset, B., 1979).
I maschi (Adersen, AE. et al., 1997 & Carlat, DJ., Camargo, CA., 1997), in questo periodo sono più preoccupati per la mancanza di un adeguato sviluppo della massa muscolare, che, normalmente, viene, intesa come indice di mascolinità, virilità, e dominanza. Alcuni studiosi (Leon, GR. et al., 1999 & Keel, PK., et al., 1997) riscontrano, invece, una percentuale maggiore di casi d’anoressia in maschi pre- puberi; i maschi cosi come le femmine, con una precoce pubertà, hanno una maggiore tendenza alla perdita di peso, mentre individui che sviluppano il disturbo in un secondo momento, diventano più dipendenti dall’attività fisica.
Condotte compensatorie e mantenimento
Per tenere sotto controllo il proprio peso e la propria forma fisica, i maschi utilizzano lassativi e farmaci in maniera minore rispetto alle donne (25% contro 50%), ma sono maggiormente coinvolti in attività sportive che enfatizzano la forma, e sono più portati delle donne ad utilizzare esercizio fisico eccessivo. Non sono però state evidenziate particolari differenze nell’uso di lassativi, nell’esercizio fisico, negli episodi di bingeing, puring e vomito.
Nel campione studiato da Carlat, Camargo e altri (1997), emerge che metà dei pazienti maschi anoressici sono stati atleti nel periodo precedente all’esordio della malattia, invece nelle donne risulta solo il 27%. L’eccessiva attività fisica, così come un regime alimentare rigido, è usata come corazza dai maschi per mascherare il proprio disturbo. L’attività sportiva difatti, se praticata in maniera smisurata, non solo è causa di una certa rigidità e coercizione psichica, ma conduce a disturbi del comportamento alimentare. Lo sport eccessivo, come suggeriscono alcuni autori (Epiling, W.F., Pierce, W.D., 1996), causerebbe soppressione dell’appetito e diminuzione dell’assunzione di cibo; questa è definita anoressia attiva o self – stravation. Si tratta di una sindrome a base biologica scatenata da dieta e attività fisica.
Nella popolazione maschile, lo sport e l’eccessiva attività fisica, sono la causa della cosiddetta Reverse Anorexia, o anoressia inversa, dovuta alla paura d’essere troppo “piccoli” Uomini muscolosi e con fisico più sviluppato della norma, hanno la percezione soggettiva d’essere troppo magri, quindi attuano le più diverse strategie compensatorie per fronteggiare quello che definiscono come il loro problema. Tale condizione viene anche chiamata Muscle Dismorphia, ed è caratterizzata da disturbi d’ansia, dell’umore, del comportamento alimentare e abuso di steroidi anabolizzanti. Se nelle donne il problema è quello di essere in sovrappeso, negli uomini è quello di essere in sottopeso; quest’ultimi cercano strategie per incrementare il volume della massa muscolare e non della qualità del grasso (Page, Allen, 1995). Individui con anoressia inversa, hanno caratteristiche comuni, quali l’ alessitimia, anedonia e una propensione all’uso di sostanze dopanti(Carton, Jouvent, Wildlocher, 1994 ).
Tratti caratteriali e psicologici
Gli aspetti caratteriali e i tratti psicologici sono scarsamente trattati, vale la pena però soffermarci su due interessanti studi: la ricerca di Fassino, Abbate – Daga ed altri del 2001 e quello di Fernandez – Aranda ed altri del 2004. Le ricerche hanno preso in considerazione campioni di soggetti anoressici, rispettivamente di 15 la prima e di 7 la seconda; entrambe le ricerche hanno utilizzato il medesimo strumento: il TCI (Temperament and Character Inventory di Cloninger et al. 1994), per indagare i tratti caratterologici e di temperamento che sono implicati nel possibile sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare.
Dalla ricerca del 2001 si delinea che gli uomini anoressici del campione presentano tratti simili a quelli delle donne anoressiche, ma vi sono, tuttavia, alcune indicative differenze di genere: i maschi anoressici variano notevolmente dal campione maschile di controllo, mentre appaiono molto più vicini alla personalità di donne anoressiche. Gli autori, sono giunti ad ipotizzare che il disturbo anoressico sia un disturbo tipicamente femminile. Nella ricerca successiva, Fernandez e Aranda,(2004) utilizzando il TCI, l’EDI ed il SCL- 90, trovano similitudini tra maschi e femmine nelle seguenti variabili: età, diagnosi e durata della malattia ed una tendenza ad un esordio più tardivo nella popolazione maschile. Non sono state invece riscontrate differenze significative fra i generi riguardo agli aspetti di perfezionismo e/o ai rapporti interpersonali. I maschi mostrano livelli significativamente più bassi delle femmine nella condotta alla magrezza, nella regolazione degli impulsi e nell’insoddisfazione corporea, ma non ci sono altre differenze nelle misurazioni patologiche e sintomatologiche.
Aspetti familiari
L’ambiente familiare in cui il ragazzo anoressico è cresciuto ha un ruolo centrale nell’esordio e nel mantenimento della malattia. Tipicamente sono due le strutture familiari tipiche di soggetti con tale patologia: la prima, e più comune, è caratterizzata da una madre iperprotettiva e dominante e un padre assente o poco presente; la seconda invece, si caratterizza per una figura materna distante e una figura paterna presente. In entrambi i casi, gli atteggiamenti di mascolinità sono molto stereotipati ed accentuati.
Sono tipiche in queste famiglie situazioni d’abusi, divorzi e separazioni, con una prevalenza maggiore negli uomini che nelle donne. Da un’osservazione condotta da Braum ed altri (1999), su un campione di 31 maschi anoressici emerge che l’incidenza di divorzi nelle famiglie di maschi è del 35,1% contro il 13,5% del campione femminile.
Solitamente, sono fatte ai figli richieste eccessive, e questi nel tentativo di non soddisfare le aspettative dei genitori vivono sentimenti di scarsa autostima ed inadeguatezza che danno corpo al disturbo. Spesso, i padri, insistono affinché il figlio pratichi sport e raggiunga quelli che la società definisce come stereotipi tipicamente maschili. Kearney e Cooke (1990), osservano come maschi con disturbi del comportamento alimentare abbiano rapporti più stretti con la madre che con il padre, mentre Wichstrom (2000), in uno studio follow-up, nota che circa 2/3 dei maschi con disturbo del comportamento alimentare, ha rapporti freddi ed impersonali non solo con la madre, ma con entrambi i genitori. Questa tipologia di relazione all’interno della famiglia è tanto presente nel campione femminile quanto in quello maschile. Nei maschi è inoltre presente una maggiore difficoltà nelle relazioni extra familiari, contrariamente al campione femminile. Kearney e Cooke(1990), notano come uomini con disturbo del comportamento alimentare tendano ad essere chiusi ed introversi sia con la madre che con il padre. Questi due autori arrivarono alla conclusione di come sia importante per i genitori di figli anoressici la mascolinità, e di come questi si sentano inadeguati quando non raggiungono tale aspettativa.
Fattori prognostici
Kachele, Kardy e Richard (2001), prendendo in considerazione fattori quali la storia del disturbo, l’analisi remota e familiare e il decorso, rilevano una maggiore incidenza nel genere maschile rispetto a quello femminile. Non si delineano specifiche abitudini alimentari come fattori prognostici, se non nell’infanzia una difficoltà ad alimentarsi ed un disinteresse per il cibo, in entrambi i sessi.
I maggiori indicatori prognostici sono gli aspetti dello sviluppo psicosessuale. La presenza d’attività sessuale, incluse fantasie sessuali e masturbazione, è fortemente correlata nei maschi ad una prognosi favorevole, mentre la loro assenza, ad una prognosi sfavorevole.
Questi autori, nel loro studio follow-up su 335 pazienti con anoressia d’entrambi i sessi, prendendo in considerazione la variabile età constatano che una prognosi peggiore è correlata ad una maggiore età al momento dell’ingresso, ad un’impulsività elevata e ad alterazioni di personalità. I pazienti con età compresa tra 18 e 20 anni sono quelli con prognosi peggiore.
Crips et al. (1976), in uno studio follow-up condotto su pazienti anoressici d’entrambi i sessi, rileva similitudini, tra maschi e femmine, nelle caratteristiche premorbose, nella fase di malattia conclamata e nella prognosi.
Burns e altri studiosi (1990), in una ricerca su maschi anoressici, utilizzano come criterio equivalente dell’amenorrea femminile, l’attività sessuale (rapporti e/o masturbazione); tale aspetto è valutato sia al momento dell’esordio che al successivo follow-up. Tutti i pazienti riferiscono un calo sia del desiderio che dell’attività sessuale. Confrontando gli uomini con le donne, si riscontrano differenze significative; nei maschi sembra esserci una prognosi favorevole e una guarigione più veloce.
Per quanto riguarda il ripristino della funzione sessuale e della fertilità, questa è più veloce negli uomini, ma è descritta da quest’ultimi in maniera più marginale, come se avesse un ruolo meno centrale e simbolico. La guarigione, sembra essere associata, ad un miglioramento delle funzioni sociali. Una volta dimessi, nel campione maschile, c’è una remissione dei sintomi pari a 1-11% ed un miglioramento pari a 20-33%.
Mortalità
Da diversi studi emerge una mortalità generica per anoressia nervosa pari ad una percentuale del 2-7%. Le cause sono da attribuire alla denutrizione, al suicidio (l’idea suicida è prevalente nel campione maschile), e a complicanze dovute all’alcolismo (Miotto, P., et.al 2003).
Negli studi follow-up di Crows et al. (1999) non si riscontrano casi di decessi, nonostante che quasi la metà dei loro pazienti, necessitasse di almeno un ricovero durante il periodo d’osservazione.
Hewiti e altri studiosi, in un lavoro condotto nel 2001, presero in rassegna le cause primarie e concomitanti dei certificati di morte dal 1986 al 1999, e riscontrano una frequenza di morte per anoressia nervosa pari a 11/100000 nelle femmine e 2,7/100000 nei maschi. La razza, nella loro osservazione, non è un fattore discriminante per gli uomini ma lo era invece per le donne, con una incidenza più alta per quelle bianche rispetto a quelle di colore. In riferimento all’età, si osserva un maggior picco di mortalità in età giovanile per le donne, ma non per gli uomini. Sembra invece, che l’aumentare dell’età, in particolar modo dopo i 70 anni, sia un fattore di rischio per entrambi i sessi.
Trattamento
La terapia completa dell’anoressia nervosa, prevede un trattamento multidisciplinare, che si avvale di un modello di rete e che prevede interventi psicoterapeutici strutturati, dietetici, medici chirurgici e farmacoterapeutici (Rovera,GG., et al., 1984). E’ un percorso a tappe che presume la valutazione diagnostica, indicazioni per un eventuale ricovero ospedaliero anche obbligatorio, riabilitazione nutrizionale, psicoeducazione alimentare, trattamenti psicoterapeutici (terapie cognitivo- comportamentali, psicoterapie analitiche, psicoterapie di gruppo), eventuali associazioni di psico farmacoterapia e counseling familiare (Santonastaso,P., Favaro, A., 2000). La farmacoterapia si avvale prevalentemente di antidepressivi serotoninergici (Leomburini, P et al. 2003).
In uno studio condotto su 335 pazienti ricoverati per anoressia nervosa, di cui 11 maschi (33%), Kachele et al. (2001), valutano l’esito della psicoterapia dinamica in due momenti diversi; alla dimissione e dopo un follow-up di 2.5 anni. E’ stato confrontato il miglioramento del quadro clinico e del BMI con la durata del trattamento e la frequenza delle sedute di psicoterapia; in generale, non emerge una forte associazione tra la lunghezza e frequenza della terapia e il BMI. Il trattamento più lungo dà risultati migliori con pazienti giovani, sopra i 40 anni e in quelli cronici, che hanno un minor adattamento sociale, Al contrario, il trattamento breve, si rivela più efficace nei pazienti che hanno un buon adattamento psicosociale.
Dare (2001) e Zeck (2005) rilevano come le terapie psicoanalitiche individuali e quelle familiari sono complessivamente come le più indicate, seguite dalle terapie cognitivo comportamentali.
In letteratura, sia per il trattamento farmacoterapeutico, che per quello psicoterapico, non emergono differenze significative tra i generi. La valutazione dell’efficacia di una tecnica terapeutica piuttosto che di un’altra è resa difficoltosa dalla bassa incidenza d’anoressia nervosa nella popolazione maschile, e più che altro, il materiale esistente riguarda casi di report su trattamenti individuali (O’ Neill, S., 2001).
Conclusioni
Ricapitolando, sebbene la patologia anoressica abbia una prevalenza nella popolazione femminile, anche gli uomini ne sono colpiti, oggi come in passato. Le principali difficoltà nel diagnosticare il disturbo si riferiscono sia ai pazienti, che dal loro canto non accettano di essere colpiti da una patologia “tipicamente femminile”, e ai medici, che spesso associano i sintomi ad una secondarietà ed ad altre patologie. Questo fenomeno allunga i tempi di riconoscimento del disturbo, e di conseguenza, l’inizio di un eventuale trattamento avviene solitamente dopo sette anni. Le cause sono molteplici, ma una componente importante è da attribuire all’ambiente in cui l’individuo vive. La rigidità di una certa educazione e le famiglie in cui il sesso è un tabù, sono fattori che influiscono nell’eventuale esordio del disturbo, che, come nelle donne, avviene nell’adolescenza/ prima età adulta, periodi di cambiamento in cui l’individuo lotta per la costruzione della propria identità. L’influsso dei mass media, così come l’appartenenza ad una certa categoria sociale (come per esempio quella degli sportivi), sono correlati con l’esordio del disturbo. Prevale negli uomini, a dispetto delle donne, il desiderio di essere forti e muscolosi, messaggi promossi anche da riviste maschili, che a differenza di quelli femminili, si soffermano sulla muscolatura come indice di virilità. Nella popolazione maschile, un aspetto importante, riguarda l’identità sessuale, e si riscontra una maggiore prevalenza del disturbo negli omosessuali/ bisessuali, o comunque individui la cui sessualità è incerta. Gli sportivi, quali corridori compulsivi, body builders, pugili, maratoneti, a causa della rigidità prevista dalla loro attività, sono più esposti rispetto alla popolazione generale, all’eventuale esordio di un disturbo del comportamento alimentare. Così come per le donne, il trattamento con questi individui deve essere multifattoriale: un’equipe di medici, psicologici, nutrizionisti e altre figure, cooperano nel trattamento del disturbo, che si avvale di terapie dall’orientamento diverso, ma sopratutto cognitivo comportamentali, con il comune intento di raggiungere gradualmente l’obiettivo.
da: http://www.vertici.it




