Panico, avere paura della paura

31-05-08

  
Ancora oggi l’attacco di panico è una malattia che fa paura e non viene riconosciuta come tale, quando in realtà può essere perfettamente curata fino alla guarigione. È una sorta di “bugia” del cervello che tiene sotto scacco per tutta la vita le persone colpite perchè non curate correttamente. In uscita il libro-verità per chiarire le cause e fornire i rimedi più efficaci per uscire dal recinto di questa malattia invalidante. Il volume “Panico! una bugia del cervello che può rovinarci la vita”, è un’intervista della giornalista Cinzia Tani a Rosario Sorrentino, neurologo e direttore dell’Istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico (Ircap) alla clinica Pio XI Roma, in cui l’esperto sottolinea la necessità di intervenire precocemente con una terapia farmacologica mirata per evitare la cronicizzazione del disturbo.Nel suo libro, Sorrentino lancia un allarme che dissacra la psicoterapia. Sotto accusa «le lunghissime e spesso inutili terapie psicoanalitiche che non solo non sortiscono alcun risultato ma che, anzi, sottraendo il paziente alle cure farmacologiche necessarie, possono contribuire al peggioramento dei sintomi del panico, sottoponendo i malati a uno stress prolungato, con costi elevati e conseguenze negative sulla qualità di vita». Il libro-intervista sarà in libreria dal 27 maggio prossimo.Il neurologo e la giornalista nel libro sottolineano «cosa bisogna sapere e cosa si deve fare per non avere più paura della paura», arrivando progressivamente a non credere più a quella “bugia” che tanto pesantemente può condizionare l’esistenza delle persone colpite dal panico.Nel libro l’esperto richiama l’attenzione tra i fattori ambientali che possono, nelle persone predisposte, scatenare le prime crisi di panico quando esposte a un eccesso di anidride carbonica (CO2) negli ambienti chiusi, non sufficientemente ventilati come la metropolitana, l’aereo, il cinema, il ristorante e mezzi pubblici. L’autore conclude che l’attacco di panico «non è nè un’invenzione, nè un capriccio, ma un evento che è stato possibile fotografare esattamente nel momento in cui si è verificato», grazie all’aiuto della risonanza magnetica funzionale. E ciò scagiona una volta per tutte dal sospetto che i pazienti vengano spesso etichettati come malati immaginari.
Da:     http://www.lastampa.it
Commento del Dott. Zambello
Ho più volte detto che ciò che il dott. Serrentino sostiene, non è vero. Non lo dico solo io, lo dicono le statistiche, studi clinici che cito nel video. Con la psicoterapia non solo  statisticamente diminuisce sensibilmente il numero degli attacchi, é  mia esperienza che questi scompaiano fin dalle prime settimane ma soprattutto,  a distanza di tempo azzera le possibilità di recidive.  Non so perchè Sorrentino insista con questa teoria che certamente non fa bene a nessuno, soprattutto ai pazienti.

Il tradimento come spinta per andare in psicoterapia

30-05-08

di:  Roberta Giommi

I problemi nella consultazione sessuologica e nella psicoterapia riguardano sofferenze e inquietudini diverse. Il tradimento è in questo momento, un forte oggetto di consultazione individuale e di coppia. Quando su questo problema si presenta la coppia in genere ci viene richiesto di lavorare alla ricomposizione del rapporto. Il tradimento è stato scoperto, la coppia ne ha parlato, a volte in modo esasperato, doloroso, aggressivo, si è capito che non si può continuare nello stesso percorso perché iniziano a comparire segnali di esasperazione e distruzione, si cerca un aiuto esterno per provare a ricostruire.

Lo sguardo altrove
Il tradimento può essere sessuale o relazionale, rappresentare una svolta, un innamoramento, un cambio del punto di vista e degli interessi, ma una volta scoperto cambia le regole del rapporto di coppia, mostra il conflitto del desiderio tra iniziare una vita diversa o mantenere la rete familiare, il rapporto con i figli, il sogno della famiglia. Se la coppia accetta che il tradimento è una delle esperienze che possono accadere senza distruggere tutto e ricompare il significato antico e profondo del rapporto, quando emerge cosa rappresentava la parte importante del sogno vissuto insieme, è più facile iniziare la ricostruzione. Se emerge invece la sopraffazione e la voglia di piegare l’altra persona o di ricondurla troppo in fretta a un rapporto bello, nascono più facilmente le impossibilità di risoluzione dei problemi.
Il traditore seriale non viene in terapia di coppia perché giustifica il suo diritto a sperimentare, potrebbe arrivare in psicoterapia guidato da una partner inconsapevole che ha aperto improvvisamente gli occhi ma non sa delle altre avventure. Quando le persone arrivano invece in psicoterapia individuale o sessuale, vuol dire che, nel caso della sessualità, sono stati invitate a riflettere dal/dalla partner che ha tradito sulle loro difficoltà sessuali e pensano che per costruire nuove storie sia meglio provare a risolvere la difficoltà sessuale per non ritrovare sconfitte con i prossimi partner. La persona che accede alla consultazione individuale in genere è stata tradita e lasciata, per cui si è trovata di fronte a una sconfitta e non ha avuto modo di fare proteste perché non è stata concessa nessuna elaborazione del tradimento.
In questo caso la ricostruzione della fiducia e dell’autostima è difficile e richiede una psicoterapia più lunga. L’autostima è spesso alla base di una richiesta di percorso psicoterapeutico sia per la difficoltà di sapere attuare una seduzione con risultati, sia per risolvere una disfunzione sessuale. In genere il percorso richiede una esposizione libera delle problematiche senza interruzioni, una capacità di fare emergere il significato del dolore e l’aspettativa che è stata delusa, non solo quella del qui e ora, ma rispetto ai temi di fiducia e valoriali, e poi può iniziare la riflessione sul cosa fare. Nella consegna educativa da parte della famiglia di origine, nel modello di amore che abbiamo ricevuto, possono risiedere sia la nostra forza che la nostra debolezza.

La fiducia smarrita
Possiamo avere capito che abbiamo bisogno di unire amore e possesso, amore e controllo, fiducia e diffidenza, è se ci pensiamo con calma vedremo che è stato uno dei due genitori a regalarci il modello con cui incontriamo ostacoli nel nostro rapporto di coppia. Un tema ricorrente è quello della fiducia e della perdita della fiducia. In psicoterapia è sempre importante capire come costruiamo la nostra infelicità, quali pensieri ci paralizzano. La consultazione inizia con un incipit che mostra il nostro focus di attenzione, quale problema sta al primo posto, ma non è detto che sia quello vero che spesso compare durante il percorso e viene messo al centro del lavoro terapeutico. Si può portare conflitto e rabbia e poi il tema vero è il bisogno di comunione, di amicizia, si può portare l’essere docili e disponibili e poi il tema vero è che vorremmo occupare spazio e imporre le nostre idee nella famiglia. Si può dichiarare la nostra fedeltà e invece desiderare di essere lasciati liberi di intraprendere cambiamenti. La psicoterapia è un grande luogo della relazione emotiva in cui si posa la maschera e può essere accolto nel profondo il nostro essere persona, i temi fondanti del nostro essere nel mondo.

da: http://www.repubblica.it

Prima colazione, antidoto contro ansia e depressione

29-05-08

di:  Sabrina Schilardi
Sempre  più frequenti i casi di depressione e di ansia quali disturbi accusati dai giovanissimi. Ma a tutto c’è un rimedio e a dichiararlo è uno studio fatto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Telethon di ricerca sull’infanzia di Perth. In occasione di una conferenza nazionale di dietologi, i ricercatori hanno affermato che tali disturbi possono essere combattuti grazie alla prima colazione purché sia però abbondante. I ragazzi che hanno partecipato allo studio hanno un’età media di 14 anni. È stato analizzato la consistenza della loro colazione, la qualità e la diversità di cibi e bevande. Inoltre sono stati presi in esame anche altri elementi quali il reddito delle famiglie, il peso corporeo degli esaminati, e la qualità e quantità dell’attività fisica. 
Dunque gli studenti che hanno fatto una ricca prima colazione ricca e sana hanno mostrato comportamenti e rendimenti migliori. Inoltre si è registrato un rapporto direttamente proporzionale tale per cui ogni alimento mangiato in più comportava un miglioramento dell’umore. Therese OSullivan, responsabile del team ha affermato che ”il solo fatto di aggiungere qualcosa di differente come una banana al cereale, rende il pasto più completo in vitamine e minerali e da quello che abbiamo osservato, la differenza e’ enorme”.  La ricercatrice ha anche affermato di esser certa del fatto che molte delle funzioni mentali siano proprio legate ad alcune sostanze assunte dall’uomo con la nutrizione.
È proprio con la prima colazione che si ingeriscono vitamine e Sali minerali necessari al corpo dopo il digiuno notturno
 da: http://www.barimia.info
Commento del Dott. Zambello

Non sono cosi ingenuo da pensare, e forse non lo pensa neanche la giornalista che fare una corretta colazione “curi” la depressione.  Credo invece che l’articolo ribadisca indirettamente  concetti che noi abbiamo più volte sottolineato: la depressione è una malattia che ha più cause, organiche, psicologiche e perché no, anche dietetiche. Ho spesso visto pazienti trarre sensibili vantaggi sull’ umore integrando ad esempio la loro dieta con del Magnesio. Non è una stranezza, il magnesio è  un elemento che presiede a tutti i processi di produzione energetica che avvengono all’interno delle cellule del corpo umano. Oltre 300 enzimi umani cellulari funzionano solo in presenza di concentrazioni adeguate di magnesio che risulta, quindi, essenziale all’equilibrio dell’organismo al pari degli altri elementi  come il calcio o il ferro.  
Non bisogno poi sottovalutare l’importanza della ritualità. In fondo, preparando una buona colazione ai nostri figli   è come se noi dicessimo loro: “ all’inizio di questa nuova giornata  noi siamo contenti che tu vada in giro, esca, cresca  ma hai bisogno di rafforzarti e noi  desideriamo aiutarti ”.  Figli che vivono una simile “benedizione” tutti i giorni da parte dei loro genitori si ammalano meno, è così strano?

Il diavolo, probabilmente…

28-05-08

I fenomeni che alcuni interpretano come malattia mentale e altri come possessione diabolica sono ancora oggi oggetto di studi che tentano di fare luce su una millenaria zona d’ombra dell’esistenza umana

Deliri, allucinazioni, visioni diaboliche: per molti psichiatri sono sintomi inequivocabili di malattia mentale. Ma non per tutti: il dibattito su fenomeni che alcuni interpretano come patologia e altri come possessione diabolica è tutt’altro che esaurito. E dal confronto tra Chiesa e mondo della scienza stanno nascendo anche inedite opportunità di collaborazione. Abbiamo scelto il titolo di un film di Robert Bresson, per accompagnarci in una riflessione su un tema complesso in cui molti individuano ancora zone d’ombra.
Poche le certezze sull’argomento, ma tra queste c’è senz’altro un’attenzione crescente per il problema, la richiesta continua di esorcisti, la proposta sempre più frequente di corsi di formazione in cui gli psichiatri insegnano ad aspiranti esorcisti o ad altri religiosi a interpretare fenomeni proposti come possessione e che invece nella maggior parte dei casi sembrano rientrare nell’ambito della patologia. «Quello della possessione diabolica è un iceberg al contrario. Sembra un fenomeno diffusissimo, e invece i casi veri sono pochi», osserva lo psichiatra Vincenzo Mastronardi, che all’Università «La Sapienza» di Roma dirige un corso di alta formazione in possessione diabolica e demonologia.
Nel terzo millennio, insomma, il diavolo è ancora oggetto di studi universitari. In Italia e non solo, dato che il fenomeno della possessione diabolica sembra non avere confini di cultura o di religione «la figura dei demoni, del diavolo, fa comunque parte del nostro immaginario, tanto che in ogni cultura le allucinazioni dei pazienti psichiatrici sono in qualche modo collegate a immagini divine o demoniache», prosegue Mastronardi. Un fenomeno soprattutto italiano sembra essere invece «il boom dell’esorcismo» di cui parla Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.
«Tecnicamente un esorcista è un sacerdote incaricato dal vescovo per questo ministero all’interno di una diocesi», spiega Padre Gabriele Nanni, sacerdote che ha esercitato l’esorcismo e anche insegnato a corsi per esorcisti presso l’Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» e in altre sedi. «L’esorcismo – prosegue il religioso – è un rito pubblico per sconfiggere la possessione: non un atto momentaneo, ma un percorso che può richiedere mesi o anche anni: un confronto con un interlocutore che reagisce e a cui bisogna contrapporre una risposta adeguata». Un interlocutore, ossia il demonio: se apparentemente il percorso per liberarsi dalla possessione – «che può avere fasi alterne e durare mesi o anche anni» – ci appare come la versione ecclesiastica di una psicoterapia – «e in effetti c’è chi fa il giro degli esorcisti come altri degli psicoterapeuti» – il cuore del processo è profondamente radicato nell’essenza stessa della religione, e richiede un atto di fede.

 da: http://lescienze.espresso.repubblica.it

Commento del Dott. Zambello.

Scrive Jung in “Ricordi, sogni, riflessioni”:
 ”Una volta mentre ero nel mio laboratorio e riflettevo questi problemi il diavolo mi suggerì che sarei stato giustificato se avessi pubblicato i risultati dei miei esperimenti senza citare Freud”. Jung Credeva veramente nell’esistenza del diavolo, lo aveva veramente incontrato?
Jung ha fama di essere stato un  ”religioso” e spiritualista. In realtà era un empirico e psichiatra, come lui si definiva.  Conosceva,  per averlo “visto” e “conosciuto”,  il Diavolo: é dentro tutti noi come lo è Dio.
Lui pensava  che noi conviviamo con tante  parti opposte: il femminile e il maschile, l’introverso e l’estroverso, il bianco ed il nero,  oscurità e luce, lo yin e yang,  fino al diavolo e dio. Il nostro equilibrio è un continuo  colloquiare con tutte queste parti  senza  farne prevalerne alcuna.


 

PALERMO: GAY ACCOLTELLATO DAL PADRE, NON ACCETTAVA MIA OMOSESSUALITA’

27-05-08

Palermo, 26 mag. – (Adnkronos) – “Mi padre diceva che ero gay perche’ mi drogavano e mimi  facevano persino prostituire, ma non e’ vero, io sono nato cosi’, sono un omosessuale”. A parlare e’ Paolo Brunetto, il 18enne palermitano accoltellato dal padre perche’ gay. Il padre e’ stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di maltrattamenti in famiglia, quando e’ stato ammanettato si sarebbe giustificato dicendo ai militari “l’ho fatto per una questione di onore e di vergogna”. “Mi offendeva sempre -ha detto il giovane intervistato dal Tg3 regionale della Sicilia- cosi’, sabato sera dopo l’ennesima lite, ho deciso di uscire. Ma quando ero sotto la doccia, ancora nudo, mi ha raggiunto in bagno e mi ha aggredito”. Paolo Brunetto ha ferite sull’avambraccio e anche un leggero trauma cranico. “Mio padre -ha detto ancora- sapeva da tempo che io sono gay, e non l’ha mai accettato, a differenza di mia madre. Mi diceva sampre ‘non verrai mai accettato nel mondo del lavoro’ e quindi sosteneva che fosse colpa mia se sono disoccupato. Ma lui mi deve accettare cosi’ come sono, l’essere omosessuale fa parte della mia natura e rimarro’ sempre cosi’”. Con un cappellino grigio di strass in testa, un leggero tocco di lucida labbra, Paolo Brunetto, ha un sogno nel cassetto: fare il fotomodello. “Ma fino ad oggi -ha detto- non ci sono ancora riuscito”.

da:http://www.iltempo.it

Commento del Dott. Zambello

Questo è uno dei risultati di una cultura omofobica che ancora, purtroppo, persiste in tanti strati della nostra società. Una cultura che in questo caso ha fatto  due vittime: il figlio che fin da bambino ricorda di non essere stato accettato, voluto bene per quello che è, ed il padre che si sente insopportabilmente frustato rispetto le aspettative sociali. Il figlio deve essere ”maschio”.  Ciò è  delirante, non corrisponde alla realtà,  né biologica, né psicologica. Non ha alcun riscontro  scientifico. Ma,  non importa, se così non è, allora, è preferibile uccidere o comunque,  continuare a non riconoscere l’altro o, farlo sentire “peccatore”.

Nella soggettività una trappola per i nostri fantasmi

24-05-08

Si inaugurata ieri per terminare domenica il convegno della Società psicoanalitica italiana su «Identità e cambiamento. Lo spazio del soggetto», un tema di stretta attualità sul quale interverranno anche filosofi, sociologi, semiologi Ciò che rende l’essere umano una soggettività individuale è, paradossalmente, il fatto di ospitare in sé un irriducibile altro, quel «corpo estraneo interno», come lo definiva Freud, che è il nostro inconscio e che ci fa scoprire stranie

di: Alberto Luchetti

Una «facoltà di psicoanalisi», così come la fantasticava Freud ottant’anni fa, avrebbe dovuto prevedere insegnamenti di psicologia, psichiatria, biologia, sessuologia, storia della civiltà, mitologia, psicologia delle religioni, letteratura. Del resto, Freud aveva già segnalato i motivi di reciproco interesse che avrebbero potuto stabilirsi tra le scoperte psicoanalitiche e quelle di altre discipline come la linguistica, la biologia, la pedagogia, la filosofia, la mitologia, la storia della civiltà, l’etnologia, la scienza delle religioni oltre che, ovviamente, la psichiatria e la psicologia. «Ciò cui la psicoanalisi mira e che raggiunge – precisava – non è altro che la scoperta dell’inconscio nella vita psichica», mediante un metodo particolare. Un metodo che consiste nella relazione costante, frequente e prolungata fra due persone nel chiuso di una stanza, l’una distesa che parla associando liberamente, l’altra seduta dietro, nascosta alla vista, che lascia liberamente fluttuare la propria attenzione sospendendo giudizi e scopi di qualsiasi genere, per dare spazio ai «resti» del discorso che si fanno largo inopinatamente tra i varchi della coscienza, e così individuarvi e interpretarvi i segni di quanto, rimosso e rinnegato, giace nell’inconscio.
L’altro che è in noi
Una situazione, quella analitica, assolutamente inedita e inaudita per l’essere umano. Non solo cento anni fa, quando pian piano si costruì nel segreto di uno studio viennese, ma ancora di più oggi, quando sembra stia diventando inconsueto e arduo coltivare un rapporto così stretto, stringente, costante e prolungato fra due persone, e più ancora con se stessi, abituati come siamo solo a spot, anzi a flash di intimità ed «estimità»: termine, questo, a prima vista astruso, essendo un efficace neologismo che dobbiamo a Lacan, il quale lo usa nel suo seminario sull’etica della psicoanalisi per indicare quella «esteriorità intima» che è per l’appunto un aspetto fondamentale dell’inconscio sessuale scoperto da Freud. Ossia per indicare il fatto che nel chiuso della relazione analitica, apparentemente segregata in uno spazio-tempo fuori del mondo e della vita esterna, in realtà si ha a che fare con l’aperto che è celato – costantemente rinnegato e rimosso – nell’apparente interiorità di un individuo.
Ciò che, infatti, rende l’essere umano una soggettività individuale è, paradossalmente, proprio il fatto di ospitare dentro di sé un irriducibile altro (je est un autre, diceva il poeta), un «corpo estraneo interno», come lo definiva Freud: quell’inconscio che scaturisce dalle precoci relazioni del bambino con gli adulti, e impedisce all’essere umano di rinchiudersi in una «intima totalità», che pure instancabilmente rincorre, ineluttabilmente scoprendosi sempre straniero a se stesso.
La situazione analitica si è rivelata un laboratorio prezioso e privilegiato per individuare come avvenga la costruzione di una soggettività, e come questa sia fondamentalmente divisa: una sorta di «trappola» per fantasmi e per affetti che ha permesso di portare alla coscienza le più diverse e inaccettabili fantasie, insieme ai sentimenti più inconfessabili, spesso dirompenti per il povero «Io» che, come diceva Freud, si scopre non padrone in casa propria e perciò tenta, ridicolmente e tragicamente, di fare alla maniera del clown che vuol «convincere gli spettatori del fatto che tutti i cambiamenti avvengono nel circo grazie ai suoi comandi», sia pure a prezzo di sintomi più o meno invalidanti.
Successivamente, il laboratorio analitico ha sempre più portato all’attenzione anche la delicatezza e l’incertezza di questa lenta e laboriosa costituzione, di come cioè siano molte le situazioni di sofferenza dovute proprio al fatto che, per vari motivi, quelle fantasie e quegli affetti nemmeno riescono a costituirsi e a trovare uno spazio psichico in cui essere contenuti e appunto trovare forma, per tradursi in una vita autentica da vivere.
In ogni caso, l’essere umano, che vive e si evolve nella nicchia ecologica del linguaggio per diventare un soggetto, ritrovandosi costitutivamente diviso, cerca appunto di chiudersi – immaginariamente e simbolicamente – nel proprio corpo, nella propria anima e, via via, nella propria famiglia, nella propria coppia, nel proprio gruppo o clan, nelle proprie «cose» e nelle innumerevoli varianti che questo «proprio» può assumere. E per far questo continuamente ricerca e costruisce insegne distintive di questa «proprietà» – oggi la si chiama spesso «identità» – in cui riconoscersi ed entro cui allinearsi e irreggimentarsi, e al tempo stesso ricerca e costruisce, talvolta ferocemente, quell’«altro» – l’«estraneo», il «diverso», il «nemico» – che gli possa permettere, illusoriamente, di meglio circoscrivere e proteggere la sua «identità»; e lo fa, in particolare, affidando all’altro ciò che non riesce e non può riuscire ad accettare e a accogliere come parte integrante di sé stesso: c’è bisogno di segnalare come i moderni pogrom, anche nostrani, rifrangano anche questa caratteristica costitutiva dell’essere umano?
Il chiuso della stanza di analisi, come il «chiuso» dell’inconscio individuale, riflette dunque l’aperto della cultura, dei rapporti sociali, delle ideologie, degli avvenimenti storici, microstorici e familiari, segnalando anticipatamente le trasformazioni cui quell’aperto va incontro, come pure mostrandone i troppo spesso immutabili e immemoriali presupposti. Da un lato, questa riverberazione rende a rigore poco sostenibile una troppo marcata distinzione tra ciò che apparterrebbe alla psiche in quanto sviluppatosi autonomamente dall’ambiente (l’«intrapsichico») e ciò che della psiche sarebbe invece connesso alla relazione con gli altri e il mondo esterno (l’«interpsichico»): una contrapposizone che non è affatto imputabile a Freud e a proposito della quale Green ribadiva, tout court, che la psiche è il rapporto tra due corpi di cui uno è assente.
Dall’altro lato, questa riverberazione non sempre avviene in tempi corrispondenti al presente della coscienza o dell’Io, che auspicherebbe una immediata consapevolezza e un efficace controllo – una padronanza, appunto – di ciò che si muove dentro e intorno a lui, di qualsiasi cambiamento. Spesso invece avviene con quella temporalità specificamente individuata dalla psicoanalisi e denominata après-coup: solo a posteriori e a cose fatte un evento, piacevole o terrorizzante che sia, può acquistare affettivamente senso nonché, paradossalmente, una sua traumaticità. Una dilazione che del resto corrisponde alla separazione introdotta dal linguaggio nei confronti della cosa che nomina e al differimento dell’azione avviato dal pensiero (una azione di prova, diceva Freud), ed è dunque una caratteristica intrinseca della soggettività.
Tutti questi elementi, con le loro varianti e le loro contraddittorietà, confluiranno da domani nel convegno che la Società psicoanalitica italiana ha organizzato sul tema «Identità e cambiamento. Lo spazio del soggetto», invocando due termini che pure non appartengono specificamente al lessico e alla concettualizzazione psicoanalitica, e segnando una tappa significativa nel progetto di dedicare, ogni quattro anni, un congresso nazionale all’ascolto dei disagi degli esseri umani nell’attuale contesto sociale, culturale e clinico.
I lavori in corso
La relazione di apertura é stata  affidata a Fernando Riolo, l’attuale presidente della Società psicoanalitica italiana, mentre poi il tema delle identificazioni come ponte tra mondo interno e mondo esterno sarà affrontato, nella stessa giornata, dalle relazioni di Anna Ferruta e Lucio Russo. Il convegno ospita inoltre contributi del sociologo Marc Augé, dell’architetto Vittorio Gregotti, dell’epistemologo Mauro Ceruti e del semiologo Paolo Fabbri, mentre sul fronte della psicoanalisi parlerà, anche, tra gli ospiti stranieri, René Kaës. Di certo l’attualità sociale e culturale sembra imporre alla psicoanalisi, ancora più di quanto non avvenisse in passato, l’esigenza di incontrare altre discipline, altri ricercatori e altre esperienze; ma d’altra parte oggi c’è la necessità di una ancora maggiore attenzione nello schivare i rischi di cadere nel sociologismo, nello psicologismo, nel biologismo, nell’etnologismo, evitando di smarrire la peculiarità del metodo psicoanalitico e del suo oggetto specifico. Alla psicoanalisi è altresì necessario non rinunciare a articolare un più deciso e rinnovato sforzo di teorizzazione, evitando di confinarsi in una pratica apparentemente autosufficiente, cosa che Freud stesso scongiurava: «L’uso terapeutico dell’analisi è soltanto una delle sue applicazioni, e l’avvenire dimostrerà forse che non è la più importante». In quanto «dottrina dell’inconscio psichico – aggiungeva – può divenire indispensabile per tutte le scienze che studiano la storia delle origini della civiltà umana e delle sue grandi istituzioni, come l’arte, la religione e l’organizzazione sociale».

da: http://www.ilmanifesto.it

Con la depressione i mali peggiorano

23-05-08

Come i disturbi psichici influiscono sulle malattie: più rischi, cure irregolari. Parla lo psichiatra Mario Maj

di Giuseppe Del Bello

“Non c’è buona salute (fisica) senza buona salute della mente”. La versione anglosassone dell’adagio latino “mens sana in corpore sano” non è altro che il titolo (No health without mental health) con cui Lancet ha recentemente pubblicato uno studio condotto da un gruppo congiunto di ricercatori europei sulle conseguenze fisiche dei disturbi psichici e, in particolare, della depressione sull’incidenza di alcune patologie. Per l’Italia ha partecipato il team che fa capo a Mario Maj, direttore del dipartimento di Psichiatria del II Ateneo di Napoli. “La depressione è in assoluto la malattia che contribuisce maggiormente alla disabilità della popolazione mondiale”, premette Maj, “Un contributo che si identifica nel 10 per cento di tutte le patologie non infettive”.

Più vulnerabili
Insomma, oltre a essere disabilitante di per sé, la depressione e le sue manifestazioni rendono le persone più vulnerabili a numerose malattie fisiche e, spesso, determinandone anche un decorso peggiore.
Il primo esempio arriva dal diabete mellito: chi soffre di sindrome depressiva corre un rischio di svilupparlo del 37 per cento in più rispetto a un soggetto sano. Non solo. I diabetici depressi hanno maggiori probabilità di essere colpiti dalle principali complicanze: retinopatia, nefropatia, neuropatia, disfunzione sessuale e complicanze macrovascolari. “Sia nei soggetti diabetici che in quelli con infarto del miocardio recente la presenza di una depressione maggiore si associa a una mortalità due volte più elevata”, continua il docente, “e va ancora peggio se si sottovaluta il protocollo terapeutico: in quelli che hanno avuto un infarto e sono pure depressi, l’incidenza di nuovi eventi cardiaci dopo 18 mesi è del 7.4 per cento se la depressione viene curata e risponde alla terapia, mentre è del 25.6 per cento se la si ignora oppure se è refrattaria al trattamento.
Come si spiegano questi dati?
“La maggiore incidenza di alcune patologie fisiche nelle persone depresse”, risponde Maj “dipende innanzitutto dal fatto che queste persone presentano più frequentemente fattori di rischio come obesità, fumo, abuso di alcool, ridotto esercizio fisico e abitudini dietetiche poco corrette. Inoltre, i pazienti depressi possono presentare alterazioni biologiche che predispongono alle cardiopatie ischemiche o che interferiscono con il metabolismo glicidico. Tra le prime vanno ricordate l’aumentata attivazione piastrinica, la ridotta variabilità della frequenza cardiaca, la disfunzione endoteliale, l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e l’aumento dei livelli della proteina C reattiva e di altri markers infiammatori. Nel metabolismo glicidico abbiamo l’attivazione simpatico-adrenergica, l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, l’iperattività dell’asse ipotalamo-GH e l’aumentata secrezione di citochine pro-infiammatorie”.

Aderenza alle terapie
L’influenza della depressione sul decorso e sulla prognosi di alcune malattie fisiche è anche la conseguenza del minor ricorso alle cure mediche e/o dell’assunzione irregolare dei farmaci prescritti. La conferma arriva da una meta-analisi secondo cui i depressi affetti da patologie fisiche hanno una probabilità più che doppia rispetto agli altri pazienti (non depressi) di non aderire alle terapie mediche. Ancora. Un altro recente studio condotto su soggetti con patologie cardiovascolari rivela che i depressi hanno una probabilità significativamente più elevata di non attenersi al protocollo terapeutico prescritto, di dimenticare di assumere i farmaci o di decidere di non prenderli del tutto. Cosa fare in queste situazioni? “Tutti i medici dovrebbero rendersi conto dell’importanza della componente psichica nella genesi, nel decorso e nella prognosi di alcune delle patologie di loro competenza”, conclude Maj, “serve una collaborazione quotidiana tra specialisti e psichiatri in ospedale anchei in Italia”.

da:http://www.repubblica.it

Psichiatria: 8% italiani con disturbi, 10 volte più a rischio suicidio

22-05-08

 Ansia, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia. Fra il 5% e l’8% degli italiani soffre di malattie mentali e corre un rischio 10 volte maggiore di suicidio, rispetto a chi non ha invece problemi di questo genere. A ‘fotografare’ il fenomeno è stato Angelo Picardi del Reparto salute mentale del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità, intervenendo al convegno ‘La psichiatria nel nuovo millennio: progressi e innovazioni’, oggi a Roma. “Per quanto riguarda la schizofrenia – ha ricordato l’esperto – si stima che quattro italiani su mille ne siano colpiti. Il disturbo bipolare insidia invece l’1% dei nostri connazionali e la depressione, secondo lo studio Esemed (European Study of the Epidemiology of Mental Disorders), ha colpito nell’ultimo mese di osservazione l’1,5% delle persone, due volte di più le donne”.

Anche l’ansia miete molte ‘vittime’: “sempre nell’ultimo mese di analisi dell’Esemed – precisa Picardi – l’ansia ha colpito il 2,2% degli italiani, quattro volte di più le donne, gli attacchi di panico lo 0,3%, l’agorafobia lo 0,2%. Mentre invece i disturbi alimentari fanno penare almeno un volta nella vita l’1,2% degli italiani, in particolare lo 0,4% per anoressia, lo 0,3% per bulimia e lo 0,3% per il ‘binge eating’, le abbuffate di cibo”.

L’esperto ha ricordato che “i disturbi mentali aumentano di dieci volte il pericolo di pensieri e comportamenti suicidi: in Europa ogni anno 58 mila persone si tolgono la vita, un numero superiore a quelle che muoiono per incidenti stradali, omicidi e persino infezioni da Hiv. Gli studi ci confermano che il 10% dei malati di schizofrenia tenta il suicidio, mentre la depressione, in particolare, fa crescere di 22 volte il pericolo di togliersi la vita ed è la quarta causa di disabilità al mondo per l’adozione di stili di vita non sani o pericolosi, che conseguono a stato patologico. E proprio le abitudini che si adottano quando si è depressi – ha concluso Picardi – aumentano il rischio di altre malattie come tumori, diabete o obesità”.

da: http://www.adnkronos.com

Non esiste una psichiatria di destra e una di sinistra

21-05-08

 Non credo che sia “la legge 180″ ad essere la causa del deterioramento attuale della psichiatria ma l’ideologizzazione sfrenata che viene fatta attorno al problema legato alla salute mentale e alla sua gestione globale.
La legge 180 di per sé è un’ottima legge, perfettibile ovviamente, ma sostanzialmente precisa nel mettere bene i paletti rispetto alle necessità di cure. Cerca di superare la mentalità manicomiale ma di per sé non solo non demonizza la residenzialità, ma la prevede a livelli di protezione via via sempre meno stretti allo scopo di restituire al contesto sociale la persona affetta da patologia mentale.
E’ la legge 180 che ha previsto gli S.P.D.C., è la legge 180 che ha regolamentato i Trattamenti Sanitari Obbligatori con tutto l’apparato dolorosamente coercitivo necessario purtroppo in alcune fasi della malattia. La legge 180 deve essere applicata IN TOTO, anche in quegli aspetti mal visti dalle ideologizzazioni che da sempre si vede fiorire attorno.
Chi sta compiendo le azioni efferate a Cagliari sta SNATURANDO totalmente una legge complessivamente ben fatta ma molto male applicata in nome di assiomi completamente sbagliati:

1. la malattia mentale non esiste (NON E’ VERO! esiste eccome ed è una malattia FISICA)

2. il “disagio mentale” è causato dalla società (NON E’ VERO! i disturbi mentali sono presenti ovunque in tutte le società e in tutte le classi sociali)

3. Si può sempre recuperare la persona affetta da “disagio mentale” (NON é VERO! Purtroppo è esperienza comune per chi fa il nostro mestiere osservare pazienti che non recupereranno mai l’insight e che rimarranno nello stato di malattia anche nelle fasi intercritiche)

4. I farmaci rincoglioniscono il paziente e non devono essere usati (NON E’ VERO! senza i farmaci la legge 180 sarebbe stata impensabile. L’unica possibilità per molti pazienti di condurre una vita sufficientemente dignitosa è data proprio dalle terapie farmacologiche continuative e croniche)

Il grosso problema è proprio la politica. Non esiste una psichiatria di destra e una di sinistra. Non PUO’ esistere, non DEVE esistere. Nel momento in cui la facciamo esistere eliminiamo i pazienti per sostituirli con la politica, condannandoli e condannando le famiglie al silenzio, all’annullamento, perché i bisogni delle persone vanno ascoltati senza filtri ideologici (di nessun tipo di ideologia).
Restituiamo una volta per tutte la psichiatria alla MEDICINA, alla scienza, all’arte, ne gioveremo tutti quanti.
In questo è indispensabile che siamo uniti al di là di qualunque formazione politica e al di là di qualunque ideologia perché non deve accadere quello che sta succedendo a Cagliari, mai, chiunque sia il “personaggio” che vuole che accada.

Donatella Lai
CSM S. Gavino
Sardegna

da: http://www.aipsimed.org

Commento del Dott. Zambello
A cosa si riferisce la Dott. ssa Lai?   Ecco i fatti: Il 22 giugno 2006  muore nel reparto psichiatrico DELL’OSPEDALE S.S. TRINITA’DI CAGLIARI  Giuseppe Casu, ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio e tenuto in contenzione per una settimana. Aperta l’inchiesta,  la magistratura  dispone il rinvio a giudizio dello Psichiatra Gian Paolo Turri,  sospeso il  3 marzo scorso dalla Asl  sino a quando non si concluderà il processo e comunque per un periodo non superiore ai cinque anni.  Assieme al primario, alla sbarra, con l’accusa di omicidio colposo è finita anche la collega Maria Rosaria Cantone, medico che aveva in cura dopo il ricovero  un  ambulante quartese deceduto per una tromboembolia una settimana dopo il ricovero. Per l’intero periodo, ha poi accertato una commissione d’inchiesta interna della Asl,  l’uomo è sempre rimasto legato al letto,  contenuto fisicamente con lacci alle braccia e alle caviglie. 
Purtroppo a distanza di 30 anni dalla legge 180, succedono ancora fatti del genere. Mi associo alla collega per condannarli , ma non è vero quello che la Dott.ssa Lai scrive, in  particolare non è vero  che la psichiatria sia una “realtà” oltre alla società: “la malattia mentale non è di destra né di sinistra”.  Certo che è così, o meglio a volte è così, ma la gestione, la cura ed anche la prevenzione è un fatto politico. Senza strutture, finanziamenti,  volontà politica, non si fa né cura né  prevenzione.

L’omosessualità in natura e tra gli animali

20-05-08

Non è solo una peculiarità umana, ma è largamente diffusa e scritta nei geni di almeno 1.500 specie

di:Alessandra Carboni

Mentre nel nostro Paese il neo ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, parla dell’omosessualità come di una realtà che non rappresenta più un problema per la società, in molti ancora si domandano se sia «una cosa naturale». Una risposta viene dalla scienza, che chiama in causa madre natura e il fatto che l’accoppiamento omosessuale è comune in centinaia di specie animali.

1.500 SPECIE – Secondo quanto riferito dal professor Petter Böckman, dell’Università di Oslo, le specie in questione sono almeno 1.500, e includono orsi, gorilla, gufi e salmoni. Stando a quel che si osserva nel mondo animale, l’omosessualità sarebbe quindi naturale, predeterminata, scritta nei geni. Ma dato che l’amore gay non porta alla riproduzione, come mai il percorso evolutivo non ha via via portato all’eliminazione di questi comportamenti? Alcuni scienziati considerano che evidentemente gli animali, così come l’uomo, si accoppiano non solo per garantire la sopravvivenza della specie ma anche per puro piacere. Tuttavia – riferisce LiveScience – esistono anche teorie diverse a spiegazione dei comportamenti omosessuali in natura, come quella secondo la quale servirebbero come allenamento ai rapporti eterosessuali o, ancora, quella che vede nell’amore gay un modo per rafforzare i legami tra i membri della specie.

LA PAURA È UMANA – Comunque sia, a quanto pare l’unica specie in cui coesistono omosessualità e omofobia è quella umana. Quando riguarda gli umani, infatti, tale diversità è spesso considerata una minaccia, una cosa innaturale. Una cosa innaturale che però è stata documentata anche nelle scimmie bonobo – i nostri più vicini parenti – che non disdegnano i piaceri del sesso, si accoppiano di frequente (al punto che sono solite risolvere i conflitti proprio facendo l’amore) e sono notoriamente bisessuali. E tolleranti.

da:http://www.corriere.it

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