Il sesso virtuale del maschio italiano

30-06-08

 

Uno studio dell’Istituto di Sessuologia Clinica dell’Università di Roma La Sapienza ha esaminato le cartelle cliniche di 402 pazienti, sia uomini che donne, dai 17 ai 70 anni, che avevano difficoltà sessuali. La disfunzione erettile preoccupa il 8,7% dei single e il 37,7% degli “accoppiati” (lo studio parla di coppia etero, ma su 400 pazienti vuoi che qualche gay non ci sia?). Il 14% ha problemi di eiaculazione precoce (percentuale che sale al 22,5% in chi ha partner stabile). I single sono più assillati da problemi psicologici (17% contro 5%), mentre la maggior parte di quanti vivono in coppia (14,5% contro 5,3%) lamentano il calo del desiderio. Pare, comunque, che la vera malattia di cui soffrano tutti sia quella del cybersesso. Voi che ne pensate?

http://www.queerblog.it

Ansia e colesterolo nemici degli italiani

28-06-08

 di MAURIZIO PAGANELLI

Italiani consumatori di farmaci per il sistema cardiocircolatorio in primis e poi medicine gastrointestinali e per il sistema nervoso centrale, a cominciare dalla depressione. Il ramipril, antipertensivo, è la sostanza più prescritta, seguita dall’acido acetilsalicilico (Aspirina e analoghi) usato come antiaggregante piastrinico, l’amplodipina (antipertensivo: un calcio antagonista selettivo), l’atorvastatina (anticolesterolo), la furosemide (diuretico), la simvastatina ( anticolesterolo), l’enalapril (antipertensivo).

Per spesa l’anticolesterolo atorvastatina è al primo posto, seguito dal lansoprazolo (gastroprotettivo), poi salmeterolo e fluticasone (apparato resipratorio), l’antipertensivo amlodipina, l’esomeprazolo (gastroprotettivo), il ramipril, l’altro gastroprotettivo omeprazolo. la simvastatina e infine, in qusta particolare top ten, l’associazione valsartan-idroclorotiazide (antipertensivo+ diuretico) e l’anticolesterolo rosuvastatina.

Il quadro del consumo farmaceutico relativo al 2007 in Italia, è contenuto nell’ottavo Rapporto Osmed, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, Aifa e con la collaborazione della Società Italiana di Medicina generale, e coordinato da Roberto Raschettti. Nello studio il calcolo del consumo di farmaci è fatto sulla base delle “dosi standard al giorno” (DDD, dosi definite die, che rapppresentano per ciascuna sostanza la dose necessaria a coprire una giornata di terapia nell’adulto).

Ogni cittadino italiano ha consumato in media circa 525 dosi di farmaci nel 2007: oltre 30 miliardi di dosi complessive, il 70% a carico del Servizio Sanitario Nazionale (farmaci di fascia A). Ha acquistato 29 confezioni di farmaci (stesso dato del 2006), 17 della quali rimborsate dal servizio sanitario. L’aumento di dosi dal 2000 al 2007 per cittadino si aggira intorno al 52%. Il Lazio è la regione con più elevato consumo (1020 dosi ogni 1000 abitanti, media nazionale 881 dosi), Bolzano è al valore più basso con 670 dosi.
La spesa farmaceutica pubblica, nonostante l’aumento delle ricette e delle dosi, è diminuita rispetto al 2006 (-2,6%), ma quella privata è invece aumentata del 4%. La Sicilia ha il record di spesa pubblica sui farmaci rimborsati dalla Stato (272,3 euro pro capite), la Provincia di Bolzano resta con la quota più bassa (151,6 euro ogni cittadino).

I farmaci generici-equivalenti conquistano, anche per la fine di alcuni importanti brevetti, circa un terzo dei consumi delle dosi (nel 2000 era al 13%): anche questo ha portato ad un calo della spesa e dei prezzi dei farmaci. La spesa procapite per gli over 75 è di oltre 11 volte superiore a quella di una persona di età compresa tra i 25 e i 34 anni (+ 17 volte in termini di dosi).

“Il miracolo e la novità”, sorride il curatore Raschetti, “è esssere riusciti a pubblicare l’ottava edizione di questo Rapporto. Quest’anno l’attenzione particolare è andata all’appropriatezza, cioé l’uso corretto, delle terapie. Emergono due elementi: la sottovalutazione di alcuni rischi e quindi un uso ridotto degli strumenti farmacologici e, dalll’altra, una non aderenza al trattamento, che equivale ad uno spreco”.

Due elementi contraddittori, dunque: da una parte, dicono gli esperti, servirebbe un uso maggiore di farmaci (nell’ipertensione si calcola una sottovalutazione che sfiora il 50%) che farebbe aumentare la spesa farmaceutica, ma dall’altra spendere in farmaci senza portare a termine una cura è un’evidente boomerang in termini di spesa sanitaria pubblica. “Occorre coinvolgere le Società medico scientifiche in un’opera di informazione ed uso corretto del farmaco”, sostiene Raschetti. Fa eco il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Enrico Garaci: “La contrazione della spesa farmaceutica nel 2007 è un effetto amministrativo: quel che serve davvero e ciò che auspichiamo è un cambiamento culturale insieme ai medici di medicina generale”.

da: http://www.repubblica.it

IMPOTENZA: LO SPORT RIDUCE IL RISCHIO

27-06-08

(AGI) – Vienna – Bruciare almeno 4.000 chilocalorie la settimana contribuisce a ridurre i rischi di impotenza dell’83 per cento. E’ il risultato di una ricerca messa a punto da medici austriaci guidati dall’urologo Christian Kratzik. I dettagli dello studio saranno presentati nella terza settimana di giugno in una conferenza stampa a Vienna. La ricerca e’ stata svolta su 674 uomini di eta’ compresa tra i 45 e i 60 anni, che si sono sottoposti ad analisi urologiche e ormonali e hanno poi compilato un questionario sulle proprie attivita’ sessuali e sportive.

da:http://salute.agi.it

Come combattere l’impotenza

Per combattere l’impotenza, un fastidioso disturbo che colpisce sempre più spesso anche uomini in giovane età, può rivelarsi molto utile porre qualche piccola attenzione alla dieta.

Leggendo la lista seguente si potrebbe pensare ai soliti banali consigli sentiti mille volte, ma molti casi di impotenza (soprattutto in età avanzata, a dire il vero) sono legati ad una cattiva alimentazione causa di diabete ed alti valori di grassi nel sangue, cause scientificamente provata di disfunzione erettile.

1. Non abusare di alcool (e fumo !).

2. Preferire alimenti freschi, ricchi di ossidanti ed acqua (frutta e verdura, naturalmente), e ridurre al minimo il consumo di grassi animali (formaggi grassi, insaccati, burro). Tutto il vostro sistema circolatorio ne trarrà un enorme beneficio, che si rifletterà anche sulle vostre prestazioni sessuali; è risaputo infatti che l’erezione è dovuta all’afflusso di sangue all’interno dei corpi cavernosi del pene, quindi vene e capillari in perfetta forma ne faciliteranno il meccanismo fisiologico.

3. Una dieta troppo ricca di carboidrati, ed in particolare di zuccheri semplici contenuti nei dolci, può provocare una risposta insulinica abnorme che ha come conseguenza un calo di testosterone.

4. Bere molta acqua aumenta la fluidità del sangue, che può fluire più facilmente all’interno dei corpi cavernosi.

Data articolo: giugno 2008
Fonte: www.farmacoecura.it 
da:http://www.ecplanet.com/canale

L’ossitocina arma vincente contro l’ansia

26-06-08

 A cura di Luca Ponzi,

L’ossitocina, un ormone prodotto naturalmente dal corpo, che aiuta le madri durante il parto e potenzia il loro legame con i neonati, potrebbe essere un’arma vincente contro l’ansia, le fobie e la timidezza. Lo affermano scienziati americani per i quali ci sono indicazioni che l’ossitocina possa essere utile anche nelle terapie contro l’autismo. L’ormone, che puo’ essere prodotto sinteticamente, e’ oggetto di una vera corsa da parte delle case farmaceutiche in Usa, Europa e Asia, che vogliono commercializzarlo sotto forma di farmaco quanto prima. Paul Zak, professore di neuroscienza alla Claremont Graduate University in California, che ha testato l’ossitocina su centinaia di persone, spiega: “Gli esami hanno mostrato che questo ormone riduce i livelli di ansia in chi lo assume. E’ un ormone che facilita i contatti sociali tra le persone. Oltretutto, e’ anche molto sicuro e non da’ dipendenza”.

Le sue osservazioni sono supportate anche da altre ricerche condotte all’Universita’ di Zurigo: i medici, usando l’ossitocina, sono riusciti a mitigare stati d’animo di timidezza estrema in 120 persone, facendola assumere mezz’ora prima che i soggetti si trovassero in una situazione che prevedevano di forte disagio.

da: http://www.torinoscienza.it

IL PROFUMO DI INCENSO CONTRO ANSIA E DEPRESSIONE

AGI) – New York – Molte persone usano bruciare bastoncini di incenso in casa per profumare l’ambiente e rilassarsi e oggi uno studio condotto sugli animali sembra provare scientificamente l’effetto calmante di questa essenza. Nei topi, ha scoperto il team diretto dal Dr. Arieh Moussaieff della Hebrew University di Gerusalemme, un componente del franchincenso, noto anche come olibano, sembra attivare particolari meccanismi cerebrali che calmano l’ansia e alleviano i sintomi della depressione. Il franchincenso e’ la resina di un albero aromatico usata da secoli nelle cerimonie religiose di Medio Oriente e Europa. I risultati dello studio israeliano suggeriscono che una particolare sostanza contenuta nell’incenso, l’incensole acetato, potrebbe funzionare come ‘nuovo’ agente contro ansia e depressione. ‘I risultati ottenuti sugli animali sembrano indicare che l’incensole acetato e i suoi derivati sono una valida alternativa nel trattamento di queste patologie’, dice Moussaieff. Inoltre, lo studio del suo team, uscito sul Faseb Journal, mostra un meccanismo nel cervello prima non noto per la regolazione di ansia e depressione: l’equipe ha dimostrato che, iniettato nei topi, l’incensole acetato influenza l’attivita’ di una proteina chiamata Trpv3. Poco si sa del ruolo di questa proteina nel cervello; lo studio sembra suggerire che, almeno nei topi, essa abbia almeno una parte nella regolazione della depressione e dell’ansia e che possa essere considerata come target per farmaci di nuova generazione. Ovviamente, prima va essere dimostrato che i modelli animali sono validi anche sull’uomo.

da: http://salute.agi.it

Commento del Dott. Zambello

Ma veramente crediamo che  l’incenso o anche l’ossitocina  o cosa altro, ci facciano  passare l’ansia?  Ma, anche se fosse vero, se veramente queste agissero su qualche recettore interno e in qualche modo alterassero la  percezione della nostra  realtà  interna,  ne varrebbe proprio la pena?

Formazione in psicoterapia ed assistenza psicologica nell’ASL Napoli 1

25-06-08

di:  MAURIZIO MOTTOLA

Martedì 24 giugno 2008 si è svolto a Napoli il convegno La prima scuola italiana di specializzazione in psicoterapia istituita da una azienda sanitaria e riconosciuta dal ministero dell’università, nel corso del quale sono stati consegnati i primi titoli di specializzazione in psicoterapia agli allievi -che hanno terminato l’iter formativo- della Scuola Sperimentale per la Formazione in Psicoterapia dell’Azienda Sanitaria Locale (ASL) Napoli 1.

Infatti venerdì 11 luglio 2003, presso il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR), la Commissione per la valutazione dell’idoneità delle scuole di formazione in psicoterapia approvò  la Scuola sperimentale per la formazione alla psicoterapia e alla ricerca nel campo delle scienze umane applicate (G.U. n. 201 del 30/8/ 2003), promossa dall’ASL Napoli 1.

 

E’ stata la prima scuola di formazione in psicoterapia promossa da una Azienda Sanitaria Locale, che -oltre ad essere la più grande d’Italia per bacino di utenza- ha acquisito anche la caratteristica di essere la prima d’Italia ad avere promosso una scuola di formazione in psicoterapia e ad averne acquisito  il relativo riconoscimento ministeriale.

Tale scuola è scaturita da anni ed anni di sperimentazione didattica nel campo delle scienze umane  -con particolare riguardo alle discipline psicologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche-, avviata dall’iniziale scuola fondata dallo psichiatra Sergio Piro , chiamata semantico connessionale  -fino al 1988-, antropologico trasformazionale -fino al 1999- e scuola sperimentale per la formazione alla psicoterapia e alla ricerca nel campo delle scienze umane applicate  -dal 2001-.

Questi i principali assunti di riferimento:

-          non vi è possibilità di una nuova operatività senza una nuova didattica;

-          il sapere e la conoscenza non appartengono alle singolarità autosufficienti e ripiegate su se stesse, ma sono un fatto sociale e comunitario ed un mettere in comune, che solo nello scambio vivo e partecipato/partecipante con l’altro acquistano il loro valore ed il loro senso.

 
Pertanto la cura ad orientamento antropologico trasformazionale  -nel riconoscersi come filiazione epistemologica del mutamento operazionale determinato dalla legge 180 di riforma psichiatrica-  individua un inedito dispositivo di cura: il soggetto collettivo curante.

 
La differenza fondamentale tra questo approccio e quello delle psicoterapie storiche ed attuali è tutta in questo punto: per le psicoterapie in genere il terapeuta è l’unico titolare della terapeuticità del processo di cura, mentre l’orientamento antropologico trasformazionale -che discende direttamente dal lavoro di pratica sociale e di ricerca clinica all’interno dei servizi di salute mentale-  utilizza una terapeuticità diffusa, collettiva, transindividuale. Soprattutto il processo di deospedalizzazione scaturito dalla legge 180 di riforma psichiatrica ha evidenziato l’importanza di strategie terapeutiche non meramente duali, ma appunto fondate sui paradigmi conoscitivi ed applicativi della intersoggettività dell’incontro interpersonale allargato al discorso comunitario.

 
Dunque con l’approccio antropologico trasformazionale si intende affrontare tutto ciò che è volto alla descrizione ed alla ricerca scientifica sulle trasformazioni dell’orizzonte conoscitivo ed emozionale delle collettività e delle singole persone. Ne scaturisce una modalità operazionale che direttamente deriva dalla consapevolezza fenomenologica della complessità del reale.

 
Comunque nell’ASL Napoli 1 è funzionante il Dipartimento di Psicologia, che secondo l’Atto Aziendale dell’ASL Napoli 1 svolge le seguenti funzioni:

Il Dipartimento di Psicologia realizza l’integrazione delle attività psicologiche svolte dalle Unità Operative di psicologia territoriale ed ospedaliere allo scopo di: -costituire reti di servizi come offerta integrata alla complessità della domanda psicologica nelle sue componenti di prevenzione, diagnosi e terapia del disagio psichico, nonché la formazione degli operatori;

- favorire, attivando idonee modalità di comunicazione ed interrelazione, il coordinamento delle attività svolte dalle Unità operative di Psicologia Territoriali e ospedaliere e le altre Unità Operative; -allocare le risorse umane in modo dinamico e flessibile;

- programmare attività di formazione che sostengano le motivazione degli operatori al fine di migliorare qualitativamente le prestazioni offerte; -definire gli ambiti territoriali attribuiti alle singole Unità operative di Psicologia. Il Dipartimento di Psicologia ha inoltre la funzione di assicurare:

- la collaborazione interistituzionale a livello locale, nazionale e sopranazionale per la promozione della salute psichica;

- la rivelazione dei flussi informativi anche al fine di individuare specifici fattori di rischio;

- livelli uniformi di assistenza psicologica curando in particolare la semplificazione delle procedure di accesso dei cittadini alle prestazioni richieste accogliendo e decodificando la complessità della domanda relativa al disagio psichico;

- l’elaborazione di linee guida volte all’accoglimento ed al soddisfacimento della richiesta di aiuto relativa alla complessità del disagio psichico proveniente dal territorio, alla definizione ed attivazione di percorsi terapeutici, privilegiando interventi per progetti;

- il rispetto dell’equità e continuità nell’erogazione delle prestazioni attraverso la modulazione di interventi idonei a raggiungere le fasce di popolazione più a rischio;

- il coordinamento delle attività di tirocinio per gli studenti, laureati e specializzandi in psicologia; -la promozione della partecipazione dei cittadini individuando programmi di informazione e attività di prevenzione rivolte alla Comunità.”.

Il Dipartimento di Psicologia dell’ASL Napoli 1 è così articolato:

- Unità Operativa di Psicologia Clinica, Psicoterapia e Formazione Psicodinamica, presso il Distretto 51;

- Unità Operativa di Psicologia Clinica e Psicoterapia, presso il Distretto 47;

- Unità Operativa di Psicologia Clinica e Prevenzione Salute Mentale Donna e Centro Clinico per il

   Maltrattamento in Famiglia, presso il Distretto 46;

- Unità Operativa di Psicologia Clinica e dell’Età Evolutiva, presso il Distretto 51.

 

Vi lavorano 3 direttori e 25 dirigenti (17 psicologi e 8 medici), che erogano le seguenti prestazioni ed effettuano le seguenti attività:

  • colloqui di consulenza psicologica;
  • diagnosi di valutazione psicologico-clinica;
  • psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo;
  • consulenze per disturbi psicosomatici e delle condotte alimentari;
  • consulenze psicosessuologiche;
  • consulenze psicologiche per lo sport;
  • prevenzione, diagnosi e cura del disagio psicologico dei bambini, degli adolescenti e dei loro familiari;
  • consulenze e interventi psicosociali per operatori di istituzioni (scuola, Comune, eccetera);
  • consulenze e informazioni per operatori di istituzioni e associazioni;
  • interventi di prevenzione individuale e collettiva dei rischi per la salute psicologica, in particolare attraverso attività di counselling negli istituti scolastici.

 

Essendo l’accessibilità uno dei fattori della qualità ottimale, in quanto esprime il massimo che un sistema sanitario può mettere a disposizione dei cittadini, incrementandone così la propria efficienza, è auspicabile che tale Dipartimento di Psicologia sia potenziato nelle sue articolazioni territoriali che sono le Unità Operative di Psicologia Clinica: in tal modo fasce della popolazione non abbiente e non in grado quindi di sostenere i costi di una psicoterapia (o comunque di un sostegno psicologico) a livello libero professionale e che rivolgendosi ai servizi sanitari pubblici spesso ricevono solo dei trattamenti di urgenza ed emergenza non sarebbero dunque più precluse di fatto all’accesso alla psicoterapia (o comunque al sostegno psicologico).

Poiché prevenire è far sì che i disagi ed i disturbi non si trasformino in conclamate malattie, ecco che la psicoterapia ed il sostegno psicologico si rivelano uno strumento efficace in tal senso ed attualizzano una concreta prevenzione, purché se ne potenzi per davvero l’accessibilità.

 

da: http://www.agenziaradicale.com

 

Commento del Dott. Zambello

L’Asl N° 1 di Napoli é  stata la prima e una delle poche a mettere a bando ancora diversi anni fa posti per psicoterapeuti,  poi ha fatto una  Scuola riconosciuta dal Ministero per la specializzazione in psicoterapia. Questo é far prevenzione.  E’ incredibile però come tutti i giorni, giornali e  telegiornali ci ammorbino con le notizie dei rifiuti e passa l’idea che Napoli sia solo quel problema,  quando invece dimostrano di avere una sensibilità ed una genialità che però conviene tacere, magari per poter investire in un’altra  clinica privata . 

STRESS Mangiare fa bene ad ansia e depressione

24-06-08

Inutile sentirsi in colpa se, per superare momenti di tensione, ci si butta sul cibo. Mangiare è un’arma antistress prevista dalla Natura. Ricercatori dell’University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas, Usa hanno dimostrato che i livelli dell’ormone della fame, grelina, si impennano non solo in risposta al bisogno di cibo, ma anche come reazione allo stress indotto da ansia e depressione.

Il meccanismo funziona come un «pronto intervento» antistress, ma ha un effetto collaterale: il bisogno di mangiare di più e, di conseguenza, il rischio di ingrassare. Il sistema grelina «coordina le risposte allo stress nel loro complesso», ed è legato «all’umore e ai livelli di energia». In altre parole, mangiare rilassa e fa sentire più forti.

da:http://iltempo.ilsole24ore.com

LA DEPRESSIONE PUO’ FAVORIRE IL DIABETE

(AGI) – Washington – Le persone affette da depressione hanno un rischio piu’ alto di sviluppare la forma piu’ comune di diabete rispetto alle persone non depresse, secondo un nuovo studio che fa luce sui possibili collegamenti tra le due patologie. La connessione tra diabete di tipo 2, la forma della malattia strettamente connessa con l’obesita’ e una vita sedentaria, potrebbe essere un po’ come una strada a due sensi, dice lo studio: non solo il diabete puo’ portare alla depressione, come ben noto ormai, ma anche la depressione puo’ condurre al diabete.

da: http://salute.agi.it

Commento del Dott. Zambello

Ho messo assieme queste due  notiziole non tanto per il significato clinico,  non so quanto siano confermate dai dati sperimentali o non siano il frutto di una intuizione, di un buon senso direi comune ma,  perchè passa una informazione a cui io credo sempre di più:  noi siamo un tutt’uno, non stiamo bene, o male a livello  psicologico o fisico ma assieme, siamo un’unità.

Si, lo so, dico una banalità, sono ormai decenni che una certa medicina “alternativa” sostiene questo. Quello che non mi convince, in questo tipo di medicina, penso ad esempio all’omeopatia,  non è  la teoria che ci sta sotto e forse neanche la diagnosi ma l’intervento clinico, la risposta terapeutica. Voglio dire,  mi sembra un paradosso che nel momento stesso in cui ammetto che “la malattia” è l’epifenomeno  di un complesso di cause, fisiche, psicologiche, delle quali noi conosciamo o possiamo percepirne solo una piccolissima percentuale, rispondo con un “farmaco” standardizzato.  Ricordiamoci che la  ricerca farmacologica   nella omeopatia é molto ridotta  direi che é ferma  a  Samuel Hahnemann. Credo  che pur consapevoli della complessità della malattia, la risposta specialistica aiuti a trovare dei rimedi che  non sono totipotenti ma che permettono alla persona di coltivare aspetti diversi, se pur consapevolmente parziali del proprio se, evitando la  deriva onnipotente  della  filosofia  new age.

“La Psicoterapia della Gestalt”

23-06-08

di MAURIZIO MOTTOLA

Da mercoledì 18 a venerdì 20 giugno 2008 si è svolto a Napoli il convegno La Psicoterapia della Gestalt, organizzato dal Dipartimento di Scienze Relazionali G. Iacono dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, con interventi - tra gli altri - di Giuseppe Cantillo, Guelfo Margherita, Mario Mastropaolo, Bruno Moroncini, Maurizio Mottola, Matteo Palumbo, Santa Parrello, Francesco Roncalli, Giulia Villone Betocchi, Roberto Vitelli.

Il convegno ha inteso confrontarsi su di una Gestalt (Perls-Simmons) ricca e complessa, estranea alle suggestioni cliniche e cognitivo-comportamentali, saldamente radicata nella visione fenomenologica ed esistenziale del reale ed interamente aperta all’umanesimo psicologico degli ultimi cinquanta anni (Maslow-Fromm).

 Ad oltre cinquant’anni dalla sua ufficiale apparizione, la psicoterapia della Gestalt continua ad essere un approccio molto fecondo nel novero delle psicoterapie. Non solo si è notevolmente esteso l’ambito delle sue applicazioni, ma si inserisce pienamente, con l’originalità e la specificità del suo metodo, anche nel dibattito sui nuovi paradigmi epistemologici e culturali della contemporaneità, attraverso l’attività di numerosi centri internazionali di formazione e ricerca.

Ogni organismo, inteso come complesso integrato, conserva il suo equilibrio e la sua salute attraverso un processo omeostatico di interazione con l’ambiente. E’ impossibile considerare le funzioni dell’organismo, siano esse vegetative, percettive, motorie o psichiche, separando il soggetto dall’ambiente stesso. Tale interazione è ciò che viene definito campo totale, al cui interno quantum energetico ed interesse sono funzioni tanto degli oggetti quanto dei bisogni dell’individuo.

Per l‘individuo che vive e cresce nel suo ambiente l’intera realtà è immediatamente e necessariamente piena di interesse, positivo o negativo che sia. In ciò c’è una presa di distanza dalla concezione freudiana, ancora di stampo positivista, secondo cui la realtà è in sé neutra e viene caricata di eccitazione dall’organismo, secondo i concetti freudiani di investimento e carica energetica.

Secondo Fritz Perls “Lo studio della maniera in cui una persona funziona nel suo ambiente è lo studio di ciò che accade al confine-contatto tra l’individuo e il suo ambiente. Ed è qui, a questo confine-contatto, che gli eventi psicologici si verificano. I nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro comportamento, le nostre emozioni sono il nostro modo di sperimentare e di incontrare questi eventi di confine”. E’ un processo dinamico-creativo di adattamento nel campo e di assimilazione-crescita; esso nell’approccio gestaltico costituisce il Sé, che è quindi processo e non istanza psichica o entità fissa come l’Io della psicoanalisi tradizionale.                                                  

L’adattamento creativo che avviene tramite il Sé presuppone intenzionalità di contatto, avvicinamento, conquista e trasformazione, attraverso una fase di destrutturazione del vecchio equilibrio esistente nel campo e di strutturazione di situazioni nuove. Il contatto sano è dunque un processo spontaneo e dinamico in cui le pressioni e le risorse del campo vanno cedendo le loro energie all’interesse vitale dell’organismo. Ciò avviene attraverso il lento costituirsi di una figura o Gestalt generata dall’attenzione e dalla concentrazione spontanea dell’individuo su uno sfondo o contesto costituito dall’ambiente.

Ogni contatto sano dà luogo ad una Gestalt viva, chiara, dettagliata, strutturata, unitaria, interessante ed eccitante, in grado di soddisfare il bisogno. Quando un bisogno viene soddisfatto la Gestalt che esso ha formato si completa e non esercita più la sua influenza, così che l’organismo è libero di formare nuove Gestalten. La nevrosi sarebbe invece accumulo di Gestalten incompiute, di bisogni non soddisfatti o la cui soddisfazione è stata prematuramente interrotta; è il ripetersi di inibizioni nel processo (sé) di contatto con il presente, che dà luogo ad un insieme di risposte rigide, obsolete o anacronistiche, acquisite in altri tempi o in altri luoghi.

La capacità di sperimentare se stessi consapevolmente attraverso la focalizzazione sul presente è dunque un aspetto centrale e specifico della terapia gestaltica. Da ciò scaturisce che la seduta terapeutica stessa è un incontro ed il rapporto che si crea tra paziente e terapeuta è l’esperienza dell’essere tra l’io e il tu: essi sono persone reali che si incontrano e interagiscono nel presente e che sperimentano, nel qui e ora, la loro relazione in termini di processo.

Con l’intervento terapeutico di tipo gestaltico il paziente affronta le questioni passate rimaste in sospeso (Gestalten non concluse), ma fronteggiandole nel presente, sotto forma di conflitti e bisogni da risolvere nell’ambiente attuale ed a partire dalla seduta terapeutica stessa.

Le esperienze irrisolte rappresentano, infatti, continue interferenze nel comportamento presente. Di qui l’osservazione fenomenologia del comportamento del paziente: l’obiettivo infatti non è quello di spiegare gli eventi attraverso il perché, rintracciandone soltanto le cause, ma di individuare i rischi e le distorsioni nel presente osservando ciò che si sta facendo, come lo si sta facendo, per che lo si sta facendo, promovendo così consapevolezza ed assunzione di responsabilità rispetto alle scelte che il paziente compie.

Per la sua versatilità e flessibilità la psicoterapia della Gestalt è adatta all’impiego nel servizio pubblico, anche sotto forma di interventi brevi e mirati.   

da:      http://www.agenziaradicale.com                             .                                                         

“Mamma, sono gay”: ecco come reagiscono le famiglie italiane

21-06-08

Uno studio di due ricercatrici dell’Università del Piemonte orientale rivela quali sono le reazioni dei genitori difronte ai coming out dei figli. Affetto e solidarietà, ma si teme per la società.

Avere un figlio omosessuale non è un dramma per le famiglie italiane: pochissimi sono i genitori che lo hanno cacciato da casa o hanno reagito con violenza. La stragrande maggioranza, dopo il primo attimo di smarrimento, lo accetta e lo ama come prima. Il problema, semmai, è il timore che i figli non vengano accettati dalla società, e il fatto che molti genitori cattolici si trovano a scontrarsi con i loro precetti religiosi.
Sono i risultati di una ricerca effettuata su 200 famiglie italiane da due ricercatrici dell’Università del Piemonte orientale, Chiara Bertone e Marina Franchi, che sarà presentata nella sua interezza nel corso della conferenza internazionale “Family matters-sostenere le famiglie per prevenire la violenza contro giovani gay e lesbiche”, prevista per il 20 e 21 giugno a Firenze, organizzata da associazioni tra cui l’Agedo, l’inglese Fflag e la spagnola Ampgil, nel quadro del programma Daphne della Commissione Europea, con il sostegno della Regione Toscana. All’appuntamento parteciperà anche Paolo Brunetto, il giovane palermitano che a fine maggio è stato accoltellato dal padre che non accettava la sua omosessualità. Ora Paolo vive in Toscana dove ha trovato un lavoro presso un noto locale di Torre del Lago. 

I risultati della ricerca sono stati anticipati oggi durante una conferenza stampa che si è svolta presso la Sala Cutuli di via Cavour a Firenze, alla quale erano presenti le autrici dello studio, Agostino Fragai, assessore alle riforme istituzionali e alla partecipazione della Regione Toscana, Alessio De Giorgi, task force LGBT della Regione Toscana, Rita De Santis, presidente nazionale di Agedo e Mila Banchi, presidente di Agedo Toscana.Lo studio, intitolato ‘Mamma, papà, sono gay: ecco come reagisce la famiglia’, rivela che nel 64% dei casi la scoperta dell’omosessualità di un figlio è avvenuta in modo diretto, con un esplicito coming out. Negli altri casi, lo si è saputo da un’altra persona, oppure leggendo il diario del figlio, trovando una lettera o del materiale sull’omosessualità. La figura più importante è quella della della madre, che spesso è stata la prima tra i familiari ad averlo saputo, ed ha avuto poi un ruolo di mediazione nel rapporto con il padre. Fratelli e sorelle in molti casi sanno prima dei genitori, ed esprimono complicità e condivisione. 

Per molti genitori (53% dei padri e 44% delle madri) scoprire l’omosessualità del figlio o della figlia è un fatto inaspettato. Negli altri casi, raccontano di aver già avuto dei sospetti. La prima reazione alla scoperta è di smarrimento, paura, dolore. Ma solo una minima percentuale confessa di aver avuto reazioni violente. Tre madri hanno confessato di aver dato uno schiaffo, altre due hanno cacciato il figlio di casa. Un padre ha raccontato di avere detto al figlio maschio: “Non sei piu’ mio figlio”, mentre due madri hanno definito i figli maschi dei ‘pervertiti’. Qualcuno ha avuto una reazione ricattatoria manifestata con frasi come: “Perché mi dai questo dolore?”, altri hanno ritenuto che il figlio o la figlia fossa stato ‘traviato’ da qualcuno. La quasi totalità, comunque rifiuta il concetto di omosessualità come malattia.  In una seconda fase, poi, subentrano i sentimenti di amore incondizionato, solidarietà e protezione e addirittura complicità. Il desiderio primario di un genitore è la ‘normalizzazione’, ovvero una vita sentimentale appagante ed un rapporto stabile. In sostanza, il legame affettivo tra genitori e figli non viene messo in discussione né tanto meno spezzato. La maggioranza delle madri e dei padri si riconosce nelle frasi “l’importante è che tu sia felice” (88%), e “mi dispiace non esserti stato vicino quando ne avevi bisogno” (69%). Molti sono poi i genitori che si augurano che i figli vadano, in futuro, a vivere all’estero, in un contesto di riconoscimento di diritti e in una società che non manifesti ostilità.

“Per qualità, dimensione europea, argomenti trattati e campo di indagine – dice Agostino Fragai, assessore alle riforme istituzionali e alla partecipazione della Regione Toscana – questa ricerca contribuirà non poco ad una maggiore conoscenza, anche per le istituzioni, dei problemi connessi con l’accettazione dell’omosessualità. L’impegno a costruire un contesto sociale rispettoso di ogni orientamento sessuale è presente nell’azione della Regione Toscana, la quale, peraltro, dispone di una legge specifica la cui attuazione è affidata a una task force”. Nell’ambito della due giorni del ‘Family Matters’, poi, verrà presentato, in anteprima, anche il video dal titolo “Due volte genitori”, di Claudio Cipelletti, un prezioso documentario di 90 minuti, in cui i genitori di giovani gay e lesbiche escono allo scoperto, raccontando le loro esperienze.

da: www.gay.it

Commento del Dott. Zambello

Ho scritto e pubblicato molto, anche su questo blog a proposito dell’omosessualità. Purtroppo mi rendo conto, soprattutto nella mia esperienza clinica che è ancora un problema sociale importante. Sono tante le persone che ancora soffrono e a volte anche molto, a causa della loro sessualità. Personalmente non credo che se un giorno, purtroppo ancora lontano, ogni uno di noi potesse   vivere tranquillamente la sua  sessualità, etero o omo che sia,  gli omosessuali avrebbero finito di “star male”. Non credo che i loro disagi psicologici abbiano come causa principale il fatto di non essere socialmente accettati, però è pur vero che comportamenti ostili, mancanza di libertà, sentirsi additati come “diversi” o “peccatori”, non li aiuta. Ieri abbiamo pubblicato un articolo su un lavoro di ricerca fatto da alcuni professori universitari di Padova da cui emergeva che l’omosessualità è un fatto genetico. Non lo so, non so se sia un fatto genetico, psicologico, sociale, so di certo che è un” fatto indelebile”. Chi è così lo sarà sempre e allora, perchè non aiutarlo a vivere la sua realtà?  Che vantaggio c’è a rendergli la vita difficile e a tentare di impedirgli che diventi  affettivamente adulto?

L’omosessualità maschile ha una predisposizione genetica

20-06-08

Un modello matematico dimostra come si tratti di una selezione darwiniana

PADOVA
Perchè si diventa gay? Al di là delle motivazioni che si ascrivono alla sfera delle scelte personali e sociali, esiste quella che si potrebbe definire una «predisposizione genetica» all’omosessualità? Esiste. Lo dimostra lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista «PloS_ONE», di un gruppo di ricercatori italiani composto dai professori Andrea Camperio Ciani, Dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova, Giovanni Zanzotto, Dipartimento di Metodi e Modelli matematici dell’Università di Padova, e Paolo Cermelli, Dipartimento di Matematica Università di Torino.

I ricercatori hanno finalmente identificato un modello matematico in grado di chiarire l’origine evoluzionistica e il mantenimento dell’omosessualità maschile nelle popolazioni umane, ipotizzando la presenza di un insolito effetto di «selezione sessualmente antagonistica» (selezione darwiniana che avvantaggia un sesso e svantaggia l’altro) nella specie umana. Questo tipo di evoluzione, che è uno dei fattori che contribuiscono al mantenimento di una alta variabilità genetica, era stato dimostrato negli insetti, negli uccelli e in alcuni mammiferi ma, fino ad oggi, mai nell’uomo.

«In sostanza – spiega il professor Camperio Ciani, docente di Etologia e Psicologia evoluzionistica – il nostro modello matematico dimostra tutti e quattro gli assunti da cui eravamo partiti. Ovvero: l’omosessualità maschile è sempre presente in tutte le popolazioni della terra; nessuna popolazione è totalmente composta da gay; l’eredità è asimmetrica, legata al ramo materno; i gay hanno da parte materna femmine (nonne, zie, cugine etc) che fanno più figli rispetto alla media».

«Questa scoperta – continua Camperio Ciani – in qualche modo rovescia gli stereotipi comuni per i quali gli omosessuali sono discriminati perchè contro-natura. Il nostro studio sembra invece spiegare che fanno parte di un disegno evoluzionistico assolutamente naturale, che punta ad aumentare la fecondità. Siamo di fronte a una sorta di »strategia di selezione fra geni « da parte della natura».

Per arrivare alla scoperta i ricercatori hanno dovuto analizzare un vasto numero di modelli matematici, fino a identificare quell’unico modello che spiega tutti i dati raccolti nelle popolazioni, ed è quello appunto della «selezione sessualmente antagonistica», nel quale almeno un fattore genetico deve essere contenuto nel cromosoma sessuale X, ovvero quel cromosoma trasmesso ai maschi solo dalle madri. Ma i geni trasmessi devono essere due, uno appunto nel cromosoma X, e un secondo contenuto in un altro cromosoma non sessuale.

In sostanza, sembra che la natura «metta in naturale conto» alcuni casi di omosessualità maschile pur di garantirsi un alto numero di probabilità di avere femmine feconde che mantengono e diffondono la specie.

da: http://www.lastampa.it

La psicoanalisi apre al confronto

19-06-08

Si è chiuso nel segno di una svolta il XIV congresso della Società Psicoanalitica Italiana che si è tenuto a Roma al Centro Congressi Angelicum. Una svolta “ufficiale”, come attesta la brochure di introduzione ai lavori a cura della Spi: «Il Congresso inaugura una nuova formula aperta all’intervento di esperti di altre discipline (antropologi, filosofi, scienziati)…».

Il divano di Freud. 

Dichiarazione forte, per chi conosce l’antica severità dei congressi della categoria, da sempre attestata su rigide chiusure verso l’esterno, in omaggio a un rigore metodologico dai tratti a volte autoreferenziali. «E’ vero, abbiamo dato spesso all’esterno un’immagine di chiusura, in un rapporto con la società che possiamo definire oscillante. Ma da sempre abbiamo avuto al nostro interno personalità di grande apertura verso il mondo esterno. Una per tutte, Perrotti, partigiano e poi fortemente impegnato in politica, o ancora Fornari, teorico di uno scambio fecondo tra psicoanalisi e cultura altra». Domenico Chianese, già presidente della Spi fra il 2001 e il 2005, conferma che però ora siamo davanti a una svolta: «I congressi della Spi si tengono con cadenza biennale, ogni quattro anni i lavori saranno aperti a un confronto con il mondo esterno».

ll tema del Congresso è “Identità e cambiamento”. Qual è la cifra forte del cambiamento che voi analisti cogliete nella stanza d’analisi?
«S’impone una premessa. Nel passato ci sono stati cambiamenti davvero eclatanti da un punto di vista storico-culturale. Basti pensare alla nascita della psicoanalisi: Freud assiste alla “finis Austriae”, è un mondo che si dissolve, scoppia la guerra del 1914-1918. E ancora la nascita del nazismo, le persecuzioni, gli orrori della seconda guerra mondiale. Non si può dire altrettanto oggi, ma siamo comunque di fronte a mutazioni destabilizzanti per l’identità dei singoli. Mi riferisco sul piano sociale ai grandi fenomeni migratori e alla radicalizzazione dei fenomeni religiosi. Il melting pot che ne è seguito è stato fecondo come lo è ogni incontro con l’Altro, ma anche portatore di grandi contrasti».

Quali le conseguenze?  
«Una dispersione dell’identità, quindi una depressione diffusa, intesa non solo come grande depressione ma anche come sentimento depressivo-melanconico. In analisi continuiamo a incontrare le patologie classiche, ma accanto scopriamo un’area sempre più vasta di atteggiamenti borderline».

C’è una peculiarità italiana?
«Direi proprio di sì. La difficoltà che i giovani incontrano nel trovare un lavoro, rende difficoltoso il processo di formazione dell’identità: basti pensare all’impossibilità di formare una famiglia nei tempi desiderati, di proiettarsi nel futuro».

E sul piano del costume che cosa si muove?
«L’allargamento delle famiglie al di là dei confini naturali apre nuovi interrogativi. Così come le nuove tecnologie nel campo della riproduzione: l’inseminazione artificiale, gli uteri in affitto portano con sé la scomparsa di paternità e di maternità. E non c’è bisogno di essere religiosi per interrogarsi sul senso morale di questi interventi».

La psiconalisi che cosa può fare?
«Seguire con attenzione questi fenomeni, aprirsi sempre di più verso l’esterno, verso i mondi contemporanei. Non irrigidirsi utilizzando vecchie categorie, ma cercare un adeguamento continuo nei confronti del cambiamento che ci troviamo davanti». 

da:http://www.ilmessaggero.it 

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