di: DANILO DI MATTEO
Si è svolta venerdì mattina all’Auditorium del Rettorato dell’Università di Chieti la seconda sessione del convegno “Filosofia, Psicologia Clinica, Psichiatria e Neuroscienze”, promosso dal professor Giovanni Stanghellini, docente di Psicologia Dinamica, e dal professor Mario Fulcheri, docente di Psicologia Clinica.
Il professor Mario Reda e il professor Adolfo Pazzagli hanno sottolineato l’importanza di un approccio umanistico al disagio psichico. La diagnosi non potrà limitarsi alla descrizione di un disturbo, ma dovrà consistere nella ricerca compiuta dal paziente con l’aiuto del terapeuta volta a spiegarlo; cioè, innanzitutto, a dargli un senso.
E l’empatia non è solo la capacità di partecipare emotivamente alle vicende altrui, ma anche quella di coglierne i significati. Più in generale, poi, è un formidabile strumento terapeutico il gioco di rimandi emotivi fra paziente e terapeuta; o, in termini psicoanalitici, la dinamica del transfert e del controtransfert. Oggi, invece, si tende troppo spesso a vedere nelle emozioni un tratto abnorme e patologico presente anche nei sani, quando invece la salute è proprio nella capacità di modularle e di goderne.
La tentazione della psichiatria di oggettivare la persona è forte, proprio mentre, paradossalmente, la medicina interna si sforza oggi di valorizzare la dimensione soggettiva e dialogico-relazionale dei disturbi. Così è anche per la biografia, che non può ridursi alla storia clinica del soggetto, tralasciandone i vissuti e ignorando la sua “corresponsabilità” in ciò che gli accade.
Il professor Mario Rossi Monti, a propria volta, ha ricordato le diverse matrici della psicologia clinica: la psicoanalisi, la psicologia sperimentale, il comportamentismo. E la psicoanalisi e la fenomenologia sono nate proprio dal rapporto umano col paziente. Egli ha poi passato in rassegna alcune “ovvietà”: luoghi comuni che, pur avendo un fondo di verità, non possono esaurire la comprensione del disagio mentale.
E oggi persino autorevoli psichiatri di indirizzo biologico evidenziano l’importanza del “fattore umano” e del contesto al fine di un valido atteggiamento terapeutico. Può essere talora opportuno, per orientarsi, semplificare il quadro, senza però mai ignorarne la complessità. Anche perché la stessa ricerca scientifica non è solo quantitativa; talora, anzi, è proprio qualitativa.
La psicopatologia, così, nell’equilibrio fra i tre aspetti nei quali si declina – generale, clinica e antropofenomenologica – può fornire una preziosa bussola alla psicologia clinica e alla psichiatria, ponendosi per così dire come loro interfaccia. Basti pensare agli organizzatori psicopatologici, in grado di gettare un po’ di luce su situazioni anche gravi di sofferenza.
Al termine della mattinata vi è stato un vivace scambio di pareri fra il pubblico e i relatori. Nel pomeriggio si è svolta l’ultima sessione del convegno, dedicata al rapporto fra Psicologia Clinica, Psichiatria e Neuroscienze.
(Tratto dal quotidiano “Cronaca d’Abruzzo” di domenica 29 giugno 2008)
da: http://www.agenziaradicale.com








