La Psicoanalisi in Bion.
21-08-08
Il Dott. Stefano Benegiamo* mi invia questo contributo teorico su Bion che volentieri pubblico. Mi sembra infatti che nonostante la complessità del tema affrontato, il Dott. Benegiamo riesca a comunicare a tutti, anche ai non addetti, alcuni concetti base sia sulla teoria di Bion che sulla psicoanalisi.
Bion riteneva che il suo pensiero fosse stato profondamente influenzato dagli avvenimenti della sua vita, perciò è interessante accennare a qualche nota biografica su di lui.
Nasce in India da una famiglia di funzionari inglesi nel 1897, qui vive i primi 8 anni della sua vita con i genitori, la governate indù e la sorella, che con il suo carattere e con la sua personalità, contribuisce a stimolare in lui l’osservazione del nuovo e dell’ignoto.
A 8 anni torna a Londra.
A 18 anni si arruola nella I Guerra Mondiale, viene insignito della Victoria Cross (massima onorificenza per un’azione in combattimento), che egli definisce una condanna a morte, per due motivi: il decorato sarebbe stato scelto per future azioni di guerra, inutili e pericolose e a sua volta avrebbe potuto ingannarsi e considerarsi coraggioso. La guerra lo prova molto, dei 250 compagni del suo corso ufficiali, oltre a lui sopravvivono solo in due.
Nel 1921 si laurea in storia e nel 1929 in medicina. Continua
La cocaina
21-08-08
di: stefano benegiamo*
L’assunzione di cocaina ha una storia antica.
Già molti secoli fa, secondo una vecchia leggenda, a loro tramandata, gli Indios dell’America Latina la consideravano inviata dal figlio del Dio Sole come dono degli Dei per saziare l’affamato, fortificare il debole e far dimenticare ai più infelici le loro pene.
In Europa le foglie di coca arrivarono per la prima volta in Spagna nel 1569.
Dalla seconda metà del XIX secolo fu utilizzata in medicina come anestetico locale e già, alla fine dell’ ottocento, si erano registrati i primi casi di dipendenza da assunzione di questo alcaloide (Jones Ernest 1973).
Un tempo considerata droga per ricchi nella piena maturità, oggi è alla portata di tutte le tasche e la soglia minima di accesso al consumo si è abbassata diffondendosi anche tra i minorenni. Dopo la cannabis la cocaina sembra essere la droga di più largo uso.
Le foglie di coca masticate dagli Indios allo scopo di rendere il lavoro meno faticoso determinano nell’organismo una minima assunzione del principio attivo non creando né uno stato di dipendenza, né di tolleranza.Per dipendenza intendiamo una condizione caratterizzata dall’incoercibile bisogno di far uso di sostanze psicotrope, senza alcun riguardo per il danno che ne deriva;per tolleranza o assuefazione invece si intende la condizione nella quale per mantenere nel tempo lo stesso effetto ottenuto con l’assunzione della droga è necessario aumentarne la quantità.
Da noi viene consumato l’estratto delle foglie di coca, meglio noto come cloridrato di cocaina, che dà dipendenza ma non tolleranza. Essa ha l’aspetto di una polvere bianca e cristallina (uno dei modi di chiamarla infatti è “neve”) e di solito viene “sniffata” cioè viene tirata su con il naso.
I consumatori hanno la necessità di sminuzzarla molto finemente su un piano rigido perché i grani non provochino danni alle vie respiratorie e sistemata in “linee” o “piste” la aspirano con una sorta di cannuccia; allo scopo vengono spesso utilizzate le banconote arrotolate.
Le vie di somministrazione modificano di molto gli effetti ed i pericoli perché, iniettata in vena o fumata, la cocaina raggiunge il cervello più rapidamente che se sniffata ed ha un effetto più intenso, ma meno duraturo.
Le modalità di assunzione sono diverse: dall’episodica, alla periodica fino alla dipendenza. Tuttavia anche quando il rapporto con la sostanza sembra stabilizzato può avere una evoluzione negativa.
Talvolta, associata all’eroina, viene iniettata in vena sotto forma di un micidiale composto noto come speedball, di grande intensità e minima durata. In questi casi, una dose eccessiva di cocaina può potenziare gli effetti depressivi dell’eroina sulla respirazione e aumentare il rischio di arresto del respiro e quindi la morte (Drugs 2005).
Il crack, diffuso nei ghetti delle metropoli americane, ma non in Italia, è cocaina libera ottenuta attraverso un procedimento chimico e si presenta sotto forma di sassolini che crepitano quando bruciano (da ciò il nome). Può essere inalata o fumata, arriva al cervello in meno di dieci secondi, provoca un flash di circa venti o trenta secondi e perde la sua azione in mezz’ora. Induce una rapidissima e grave dipendenza ma non dà tolleranza, mentre si manifestano fenomeni di sensibilizzazione per cui dosi minori provocano effetti maggiori di quelli precedentemente riscontrati (Rigliano P. 2004).
Il cocaetilene scaturisce dall’assunzione di cocaina ed ingestione di alcool con l’effetto di reciproco rinforzo degli effetti collegati all’azione delle singole sostanze.
La cocaina agisce stimolando globalmente le strutture del cervello, poiché aumenta la quantità di neurotrasmettitori che attivano le cellule cerebrali, in particolare la dopamina che agirebbe sui sistemi della gratificazione e della piacevolezza.
Gli effetti che ne conseguono sono: euforia, sensazione di benessere, sicurezza e fiducia, aumento dell’energia mentale e fisica, lucidità, resistenza a fatiche e bisogni (sonno, fame, stanchezza), aumento del desiderio sessuale. Per quanto riguarda l’aumento della potenza sessuale invece, si tratta di un luogo comune, dal momento i suoi effetti sono estremamente variabili da persona a persona e in molti casi la droga può determinarne una diminuzione o addirittura l’ impotenza.(Rigliano P. 2004)
A dosi maggiori la cocaina può produrre effetti indesiderati che includono tremori, labilità emozionale, irrequietezza, irritabilità, paranoia, panico e comportamento stereotipato e ripetitivo.
A dosi ancora più alte può indurre ansia intensa, paranoia, allucinazioni, ipertensione arteriosa, tachicardia, ipereccitabilità ventricolare, ipertermia e depressione respiratoria.
Infine nel sovradosaggio la cocaina può causare insufficienza cardiaca acuta, infarto, ictus e convulsioni (Sthal Stephen M. 1999).
L’assunzione cronica determina deperimento organico, sudorazione eccessiva, irrequietezza, irritabilità, tremori, tachicardia, vampate, disidratazione e perforazione del setto nasale (Rigliano P. 2004.Drugs 2005).
Un aspetto particolarmente inquietante del problema è rappresentato, come avevo enunciato all’inizio, non solo dall’aumento del consumo di cocaina, quanto soprattutto dalla diffusione di essa fra i giovani e perfino gli adolescenti.
Questi ultimi infatti sono diventati dei grandi consumatori di tale droga nel tentativo di raggiungere obiettivi per loro significativi come l’assunzione dell’immagine del vincente, del trasgressivo, di colui che superando paure e inibizioni abbandona l’immagine infantile e dipendente dagli adulti, con un atteggiamento di emancipazione e di sfida. Essa viene usata al fine di sperimentare sensazioni forti, come strumento di facilitazione sociale con gli amici, in discoteca, al bar per una ricerca del piacere e una maggiore fruizione del tempo libero. Per questo il giovane consumatore la identifica come “droga della notte”. Può essere utilizzata per vincere la timidezza, per migliorare l’immagine di sé, per la ricerca di autonomia, per il bisogno di appartenenza al gruppo dei coetanei (Ravenna M. 1997).
A questo punto viene da chiederci perché alcune persone si limitano ad un uso sporadico e altre ne diventano dipendenti. La risposta potrebbe essere che ciò avvenga quando lo stato di espansione euforica serva a compensare un vuoto interiore, soprattutto quando sussistano dinamiche psicopatologiche già organizzate, o che possano evidenziarsi a seguito del contatto con la sostanza. Sono le situazioni in cui è presente un disturbo depressivo, maniacale, paranoico, tendenza spiccata all’ impulsività e all’instabilità emotiva, una personalità antisociale che agisce in modo aggressivo e contro le norme (Rigliano P. 2004).
Per i motivi su elencati ci è facile comprendere come il soggetto che, grazie alla droga, ha sperimentato un modo virtuale di confrontarsi con il mondo, faccia una estrema fatica a tornare a vivere, senza di essa, una situazione di quotidiana normalità.
Un’ulteriore considerazione è opportuna.
Dobbiamo affermare che non è stata ancora trovata “una droga sicura”, una miracolosa alternativa “chimica”, una sorta di scorciatoia per il raggiungimento della maturità evitando il graduale e sofferto percorso per il raggiungimento di essa.
Nel caso in cui, tuttavia si finisca prigionieri di sostanze stupefacenti è importante rivolgersi a strutture adeguate e persone competenti.
Ancora oggi le ricerche in questo ambito non hanno evidenziato l’esistenza di una personalità specifica per questa dipendenza. I consumatori di questa sostanza possono infatti essere affetti da disturbi nevrotici, psicotici o dell’umore, per cui un trattamento psicoterapico di derivazione psicoanalitica che tenga conto della individualità del paziente può essere per lui di aiuto.
Bibliografia:
1) Jones Ernest (1973): Vita e opere di Sigmund Freud; Il Saggiatore Milano.
2) Drugs (2005): Zelig Ed. Milano.
3) Stahl Stefhen M. (1999): Psicofarmacologia Essenziale Basi neuroscientifiche e applicazioni pratiche; Centro Scientifico Editore Torino.
4) Rigliano Paolo (2004): Piaceri drogati psicologia del consumo di droghe; Feltrinelli Ed. Milano.
5) Ravenna Marcella (1997): Psicologia delle Tossicodipendenze; IL Mulino Ed. Bologna.
6) Giberti – Rossi (1996): Manuale di Psichiatria; Piccin e Vallardi Editori, Padova.
7) Cancrini Luigi (2002): Quei temerari sulle macchine volanti. Studio sulle terapie dei tossicomani; Carocci Ed. Roma.
Articolo già pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia
*Dott. Stefano Benegiamo, Medico Psicoterapeuta e Psicoanalista di Lecce.
Psichiatri Usa offrono meno psicoterapia e più medicine
12-08-08
…… Quando gli Stati Uniti diventano un esempio da non imitare. (ndr)
Gli psichiatri negli Stati Uniti stanno abbandonando il lettino di analisi a favore del blocchetto per le ricette.
Lo afferma uno studio pubblicato ieri, secondo cui sempre meno psichiatri offrono psicoterapia.
Secondo gli Archivi di psichiatria generale negli Usa, si accorcia la durata delle visite dallo psichiatra e aumenta invece l’attività di “gestione dei medicinali”, un cambiamento motivato dalla disponibilità di medicinali migliori per i disturbi psichici e dalle crescenti pressioni delle case di cura, che offrono maggiori incentivi finanziari per brevi visite in studio. Continua
“Spiaggia-Fobia” o “panico da spiaggia”?
03-08-08
Non sto lanciando uno dei soliti quiz estivi tipo “dimmi che gelato mangi e ti dirò chi sei”, ma qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha fatto sorridere, se non altro per l’errore grossolano che contiene.
L’Adnkronos riportava infatti che in estate scoppia un nuovo pericolo per le nostre povere menti ,titolando “Estate: Scoppia ‘Spiaggia-Fobia’, Attacchi d’Ansia Per Prova Costume e Caldo”.
Già qui ho raddrizzato le antenne: ma è “spiaggia-fobia” o “attacco d’ansia in spiaggia”? No, perché mica sono la stessa cosa.
Una fobia è una paura immotivata per un oggetto o una situazione che può accompagnarsi ad ansia, ma solo nella misura in cui ci si imbatte nell’oggetto della propria paura, tanto è vero che uno dei sintomi fondamentali è l’evitamento, ossia l’insieme di strategie messe in atto pur di non doversi trovare faccia a faccia con questo temuto e l’ansia cresce progressivamente se nonostante i tentativi non si riesce proprio a starne lontani.
Gli attacchi d’ansia sono invece qualcosa che insorge più acutamente, spesso senza un oggetto scatenante riconoscibile, che si accompagna ad un vissuto prevalentemente fisico (affanno o senso di soffocamento, battito accelerato, sudorazione, tremori, senso di vertigine o svenimento che può arrivare fino alla sensazione di morte imminente o alla paura di essere sul punto di impazzire). La paura per una situazione, l’ansia e le strategie di evitamento insorgono semmai successivamente a un primo episodio, quando la persona colpita ha paura a trovarsi nello stesso luogo o in luoghi simili nella convinzione che possa accadere di nuovo.
Leggendo la notizia dell’Adnkronos si scopre che “la ’spiaggia-fobia’ scoppia in riva al mare perché intero o bikini, slip o boxer che siano, mettersi in costume, in alcuni casi, può far venire sia a donne che a uomini delle vere e proprie crisi di ansia” almeno secondo quanto afferma Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione europea disturbi da attacchi di panico e direttore dell’Unità operativa attacchi di panico presso la Clinica Paideia di Roma. “Mostrare il proprio corpo nudo – secondo la psicoterapeuta – è un elemento spesso ansiogeno, ma non è da collegarsi solo al disagio di una forma fisica non perfetta. Esporsi è la rappresentazione della fiducia in se stessi ed è questo il vero motivo che ci può portare ad avere delle vere e proprie crisi d’ansia”.
Già dalle prime parole e soprattutto dalla specializzazione dell’esperta sembrerebbe quindi che il problema di cui si parla non sono tanto le fobie ma gli attacchi d’ansia qualcosa di acuto, come un attacco di panico.
“Il disagio di mostrarsi in costume si esprime in diversi modi – continua la fonte – il più classico è quello di fare in modo di non scoprirsi troppo, assumendo poi pose plastiche con l’illusione di minimizzare quello che a noi non piace del nostro corpo”. E infatti Vinciguerra spiega che “la chiusura nel proprio disagio porta spesso ad avere difficoltà di socializzazione e può far scattare meccanismi di gelosia ossessiva nei confronti del partner o un grande senso di invidia nei confronti degli altri che ci appaiono migliori e più belli di noi”.
Insomma, la vacanza finisce col diventare una causa di stress piuttosto che un periodo per riprendersi dallo quello accumulato per altri motivi durante l’anno, ma soprattutto ci fa tornare a casa “con il senso di autostima completamente schiacciato”.
Casi di questo tipo sono tutt’altro che rari e negli ultimi anni l’estate ha fatto registrare notevoli incrementi.
Poi però c’è la piccola rivelazione rispetto al mio dubbio iniziale: secondo l’esperta, a moltiplicarsi sono stati “i casi di disagio psichico: ansia, attacchi di panico, crisi depressive”.
Quindi il discorso sembrerebbe a questo punto generale: dalle fobie alla depressione tutti i modi possibili con cui può manifestarsi il disagio psichico.
I motivi di questa escalation generalizzata sono molteplici. “In primo luogo c’è il caldo che crea problemi – afferma – perché l’afa colpisce le cellule cerebrali alterando i livelli di minerali come magnesio e potassio; questo provoca ipertensione ed episodi di aritmia. Con l’aumento della temperatura sale poi la quota d’inquinanti a livello del suolo, aumentano le difficoltà respiratorie e anche il sonno può essere disturbato. Tutto ciò può provocare una risposta d’ansia causata dall’incapacità di capire cosa ci stia accadendo. Così – spiega – si attivano meccanismi di controllo del nostro stato fisico e ogni piccola variazione viene subito registrata come se fosse un imminente pericolo dando luogo a veri e propri attacchi di panico”.
A contribuire c’è poi la rottura della quotidianità, “che ci dovrebbe stimolare a dare spazio a interessi spesso sacrificati, come la socializzazione, la curiosità, l’esplorazione e anche l’ozio. Eppure,una vita programmata – e qui sta l’aspetto più interessante – ci comprime ma ci tranquillizza. Durante il periodo di ferie l’ansia profonda che alberga nell’essere umano non è più contenuta nel rituale del quotidiano, ma esplode nella libertà. Basta vedere come sono organizzati molti villaggi dove ogni attività è pianificata, ora dopo ora. Tutti sanno cosa accadrà durante la giornata. Ciò è finalizzato a tranquillizzarci”. Infine, “nel periodo di vacanza può esplodere un senso di inadeguatezza causato dalle difficoltà economiche che tutti stiamo vivendo”.
Cosa fare dunque? “Sforzarci di vivere le vacanze con serenità – conclude la Vinciguerra – ottenendo così una ricarica energetica per affrontare il nuovo periodo lavorativo. Bisogna prendere coscienza che la realtà molto spesso non coincide con la nostra percezione e quindi non si deve cercare di modificarla”.
Boh! Viste le premesse sembrerebbe meglio andare in montagna dove non dobbiamo scoprirci troppo o se proprio dobbiamo andare al mare, scegliere almeno un viaggio organizzato fin nei minimi dettagli. Solo che con quel che costano rischieremmo di sentirci inadeguati sul versante economico.
Consoliamoci: se non possiamo permetterci proprio la vacanza siamo anche più “fortunati” perché almeno guadagneremmo molto in salute.
Fonte: Adnkrons
da:http://arteesalute.blogosfere.it
Se omosessualità fa rima con papà
02-08-08
QUANDO i piccoli fatti della vita quotidiana si scontrano con i grandi temi morali. Può un padre separato, dichiaratamente gay, portare la figlia in vacanza nell’isola greca di Samos, meta prediletta dalla comunità omosessuale di tutt’Europa? Può, lo ha stabilito il tribunale di Bologna decretando per padre e madre l’affidamento congiunto della bambina. E’ uno dei primi provvedimenti del genere in Italia.
Legittime le ragioni della madre: teme che la figlia, che non ha ancora l’età per capire la scelta sessuale (tormentata) del padre, possa andare in un luogo dove persone dello stesso sesso si scambiano tenerezze. Legittime le ragioni del padre, che oltretutto ha dimostrato di aver scelto per la vacanza un ‘villaggio per famiglie’. Questo padre non è inadeguato, anzi vuole passare più tempo con la figlia. Il vero problema – e non sfugge ai giudici che hanno scritto la sentenza – è quando e con quali parole spiegare alla bimba l’omosessualità del padre. E farle capire che la ‘non normalità’ (quasi sempre) non è amoralità.
di Nicoletta Rossi
da: http://quotidianonet.ilsole24ore.com
ALLO STUDIO CURA PER STIMOLARE IL CERVELLO
02-08-08
Toronto – Ci sono casi di depressione che non rispondono a nessun trattamento: farmaci, psicoterapia, elettro-shock, meditazione. Alcuni di questi pazienti ‘difficili’ dicono pero’ di aver ritrovato la felicita’ grazie a una cura sperimentale, la stimolazione profonda del cervello o Dbs. Il primo studio su questa tecnica e’ stato presentato a maggio 2008 al meeting annuale dell’American Psychiatric Association ed e’ stato evidenziato che la corrente elettrica mandata da elettrodi impiantati nel cervello e controllati da un pacemaker nel torace ha portato a una riduzione di almeno il 40% dei sintomi depressivi nel 56% dei pazienti sei mesi dopo l’intervento. Un nuovo trial condotto a Toronto con la stessa tecnica, di cui si legge sull’ultimo numero della rivista Biological Psychiatry, ha prodotto risultati simili, mostrando una riduzione significativa della depressione nel 60% dei pazienti, tutti con depressione grave e che non avevano risposto a cure precedenti. L’apparecchio che viene impiantato, spiega il direttore della ricerca, il neurochirurgo Andres Lozano, manda ininterrottamente degli stimoli elettrici, 24 ore al giorno, a un’area del cervello nella corteccia frontale chiamata regione cingulata subgenuale o Area Brodmann 25. Questa regione e’ associata con i sentimenti di tristezza e la risonanza magnetica ha mostrato che e’ iperattiva nei pazienti clinicamente depressi e influenza altre aree del cervello che controllano funzioni quali il sonno, l’appetito, l’umore e la motivazione. “Una disfunzione in quest’area, pensiamo, causa una disfunzione generalizzata nel cervello”, dice Lozano. Gli elettrodi stimolano la regione cingolata subgenuale in modo da ridurne l’iperattivita’ e, quindi, tristezza e depressione.
da: http://salute.agi.it
L’ansia spinge i medici a prescrivere antidepressivi
02-08-08

di:Dottoresse Francesca Parini e Sandra Sigala
Gli antidepressivi vengono impiegati sia per il trattamento del disturbo bipolare che per la depressione maggiore e che la presenza contemporanea di ansia influisce in misura importante sull’aumento dell’utilizzo di questi farmaci.
Gli antidepressivi sono raccomandati per il trattamento dei sintomi depressivi e dell’ansia in pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore, ma il loro impiego nella terapia di questi stessi sintomi nell’ambito di un disturbo bipolare richiede cautela. In pazienti con depressione bipolare, infatti, gli antidepressivi possono scatenare una fase maniacale, e nonostante questo rischio sia noto, continuano ad essere utilizzati, spesso in monoterapia.
Lo studio prende in considerazione dati provenienti dal Canadian Community Health Survey on Mental Health and Well-Being (CCHS 1.2), un sondaggio epidemiologico sulla salute mentale, condotto dall’Agenzia nazionale di statistica del Canada, da maggio a dicembre 2002. Nel sondaggio sono stati intervistati, di persona o telefonicamente, 48047 soggetti a partire dai 15 anni di età indagando sulle variabili sociodemografiche, sulla presenza di disturbi dell’umore, di ansia e sull’utilizzo di farmaci negli ultimi 12 mesi.
La presenza di disturbo bipolare è stata accertata seguendo i criteri del World Mental Health – Composite Diagnostic Interview (WMH-CIDI, mentre la presenza di disturbo depressivo maggiore o ansia è stata valutata tramite il DMS-IV).
Lo studio in oggetto prende in considerazione 35164 di questi soggetti dividendoli in 6 gruppi: soggetti con disturbo bipolare con o senza ansia (rispettivamente 231 e 525), soggetti con depressione maggiore con o senza ansia (rispettivamente 539 e 3324), soggetti con ansia (914) e soggetti senza disturbi dell’umore o ansia (29631); per ogni gruppo sono stati presi in considerazione diverse variabili tra cui fattori sociodemografici (età, sesso, stato civile, scolarità), anamnesi psichiatrica (depressione maggiore, episodi di mania/ipomania) e terapia farmacologia assunta negli ultimi 12 mesi (farmaci stabilizzanti dell’umore, sedativi/ipnotici, antipsicotici).
Nel confronto fra l’impiego di antidepressivi in soggetti con disturbo bipolare e in soggetti con depressione maggiore, l’analisi univariata dimostra un prevalente utilizzo di questi farmaci nel disturbo bipolare (27,2% rispetto al 23,1%), ma la differenza diventa non significativa nell’analisi di regressione in cui vengono considerate altre variabili; soprattutto la presenza contemporanea di ansia fa aumentare l’impiego di antidepressivi in entrambi i disturbi dell’umore. Variabili che fanno aumentare l’utilizzo di antidepressivi sono inoltre il sesso femminile, l’età avanzata, l’inizio della malattia in età avanzata, precedenti episodi di stress psicologici, un episodio di depressione negli ultimi 12 mesi, impiego di sedativi/ipnotici e di antipsicotici negli ultimi 12 mesi. Continua




