La cocaina

di: stefano benegiamo*

L’assunzione di cocaina ha una storia antica.
Già molti secoli fa, secondo una vecchia leggenda, a loro tramandata, gli Indios dell’America Latina la consideravano inviata dal figlio del Dio Sole come dono degli Dei per saziare l’affamato, fortificare il debole e far dimenticare ai più infelici le loro pene.

In Europa le foglie di coca arrivarono per la prima volta in Spagna nel 1569.
Dalla seconda metà del XIX secolo fu utilizzata in medicina come anestetico locale e già, alla fine dell’ ottocento, si erano registrati i primi casi di dipendenza da assunzione di questo alcaloide (Jones Ernest 1973).
Un tempo considerata droga per ricchi nella piena maturità, oggi è alla portata di tutte le tasche e la soglia minima di accesso al consumo si è abbassata diffondendosi anche tra i minorenni. Dopo la cannabis la cocaina sembra essere la droga di più largo uso.
Le foglie di coca masticate dagli Indios allo scopo di rendere il lavoro meno faticoso determinano nell’organismo una minima assunzione del principio attivo non creando né uno stato di dipendenza, né di tolleranza.Per dipendenza intendiamo una condizione caratterizzata dall’incoercibile bisogno di far uso di sostanze psicotrope, senza alcun riguardo per il danno che ne deriva;per tolleranza o assuefazione invece si intende la condizione nella quale per mantenere nel tempo lo stesso effetto ottenuto con l’assunzione della droga è necessario aumentarne la quantità.

Da noi viene consumato l’estratto delle foglie di coca, meglio noto come cloridrato di cocaina, che dà dipendenza ma non tolleranza. Essa ha l’aspetto di una polvere bianca e cristallina (uno dei modi di chiamarla infatti è “neve”) e di solito viene “sniffata” cioè viene tirata su con il naso.
I consumatori hanno la necessità di sminuzzarla molto finemente su un piano rigido perché i grani non provochino danni alle vie respiratorie e sistemata in “linee” o “piste” la aspirano con una sorta di cannuccia; allo scopo vengono spesso utilizzate le banconote arrotolate.
Le vie di somministrazione modificano di molto gli effetti ed i pericoli perché, iniettata in vena o fumata, la cocaina raggiunge il cervello più rapidamente che se sniffata ed ha un effetto più intenso, ma meno duraturo.

Le modalità di assunzione sono diverse: dall’episodica, alla periodica fino alla dipendenza. Tuttavia anche quando il rapporto con la sostanza sembra stabilizzato può avere una evoluzione negativa.

Talvolta, associata all’eroina, viene iniettata in vena sotto forma di un micidiale composto noto come speedball, di grande intensità e minima durata. In questi casi, una dose eccessiva di cocaina può potenziare gli effetti depressivi dell’eroina sulla respirazione e aumentare il rischio di arresto del respiro e quindi la morte (Drugs 2005).
Il crack, diffuso nei ghetti delle metropoli americane, ma non in Italia, è cocaina libera ottenuta attraverso un procedimento chimico e si presenta sotto forma di sassolini che crepitano quando bruciano (da ciò il nome). Può essere inalata o fumata, arriva al cervello in meno di dieci secondi, provoca un flash di circa venti o trenta secondi e perde la sua azione in mezz’ora. Induce una rapidissima e grave dipendenza ma non dà tolleranza, mentre si manifestano fenomeni di sensibilizzazione per cui dosi minori provocano effetti maggiori di quelli precedentemente riscontrati (Rigliano P. 2004).
Il cocaetilene scaturisce dall’assunzione di cocaina ed ingestione di alcool con l’effetto di reciproco rinforzo degli effetti collegati all’azione delle singole sostanze.
La cocaina agisce stimolando globalmente le strutture del cervello, poiché aumenta la quantità di neurotrasmettitori che attivano le cellule cerebrali, in particolare la dopamina che agirebbe sui sistemi della gratificazione e della piacevolezza.
Gli effetti che ne conseguono sono: euforia, sensazione di benessere, sicurezza e fiducia, aumento dell’energia mentale e fisica, lucidità, resistenza a fatiche e bisogni (sonno, fame, stanchezza), aumento del desiderio sessuale. Per quanto riguarda l’aumento della potenza sessuale invece, si tratta di un luogo comune, dal momento i suoi effetti sono estremamente variabili da persona a persona e in molti casi la droga può determinarne una diminuzione o addirittura l’ impotenza.(Rigliano P. 2004)

A dosi maggiori la cocaina può produrre effetti indesiderati che includono tremori, labilità emozionale, irrequietezza, irritabilità, paranoia, panico e comportamento stereotipato e ripetitivo.
A dosi ancora più alte può indurre ansia intensa, paranoia, allucinazioni, ipertensione arteriosa, tachicardia, ipereccitabilità ventricolare, ipertermia e depressione respiratoria.
Infine nel sovradosaggio la cocaina può causare insufficienza cardiaca acuta, infarto, ictus e convulsioni (Sthal Stephen M. 1999).
L’assunzione cronica determina deperimento organico, sudorazione eccessiva, irrequietezza, irritabilità, tremori, tachicardia, vampate, disidratazione e perforazione del setto nasale (Rigliano P. 2004.Drugs 2005).

Un aspetto particolarmente inquietante del problema è rappresentato, come avevo enunciato all’inizio, non solo dall’aumento del consumo di cocaina, quanto soprattutto dalla diffusione di essa fra i giovani e perfino gli adolescenti.
Questi ultimi infatti sono diventati dei grandi consumatori di tale droga nel tentativo di raggiungere obiettivi per loro significativi come l’assunzione dell’immagine del vincente, del trasgressivo, di colui che superando paure e inibizioni abbandona l’immagine infantile e dipendente dagli adulti, con un atteggiamento di emancipazione e di sfida. Essa viene usata al fine di sperimentare sensazioni forti, come strumento di facilitazione sociale con gli amici, in discoteca, al bar per una ricerca del piacere e una maggiore fruizione del tempo libero. Per questo il giovane consumatore la identifica come “droga della notte”. Può essere utilizzata per vincere la timidezza, per migliorare l’immagine di sé, per la ricerca di autonomia, per il bisogno di appartenenza al gruppo dei coetanei (Ravenna M. 1997).

A questo punto viene da chiederci perché alcune persone si limitano ad un uso sporadico e altre ne diventano dipendenti. La risposta potrebbe essere che ciò avvenga quando lo stato di espansione euforica serva a compensare un vuoto interiore, soprattutto quando sussistano dinamiche psicopatologiche già organizzate, o che possano evidenziarsi a seguito del contatto con la sostanza. Sono le situazioni in cui è presente un disturbo depressivo, maniacale, paranoico, tendenza spiccata all’ impulsività e all’instabilità emotiva, una personalità antisociale che agisce in modo aggressivo e contro le norme (Rigliano P. 2004).
Per i motivi su elencati ci è facile comprendere come il soggetto che, grazie alla droga, ha sperimentato un modo virtuale di confrontarsi con il mondo, faccia una estrema fatica a tornare a vivere, senza di essa, una situazione di quotidiana normalità.
Un’ulteriore considerazione è opportuna.
Dobbiamo affermare che non è stata ancora trovata “una droga sicura”, una miracolosa alternativa “chimica”, una sorta di scorciatoia per il raggiungimento della maturità evitando il graduale e sofferto percorso per il raggiungimento di essa.

Nel caso in cui, tuttavia si finisca prigionieri di sostanze stupefacenti è importante rivolgersi a strutture adeguate e persone competenti.

Ancora oggi le ricerche in questo ambito non hanno evidenziato l’esistenza di una personalità specifica per questa dipendenza. I consumatori di questa sostanza possono infatti essere affetti da disturbi nevrotici, psicotici o dell’umore, per cui un trattamento psicoterapico di derivazione psicoanalitica che tenga conto della individualità del paziente può essere per lui di aiuto.

Bibliografia:

1) Jones Ernest (1973): Vita e opere di Sigmund Freud; Il Saggiatore Milano.

2) Drugs (2005): Zelig Ed. Milano.

3) Stahl Stefhen M. (1999): Psicofarmacologia Essenziale Basi neuroscientifiche e applicazioni pratiche; Centro Scientifico Editore Torino.
4) Rigliano Paolo (2004): Piaceri drogati psicologia del consumo di droghe; Feltrinelli Ed. Milano.

5) Ravenna Marcella (1997): Psicologia delle Tossicodipendenze; IL Mulino Ed. Bologna.

6) Giberti – Rossi (1996): Manuale di Psichiatria; Piccin e Vallardi Editori, Padova.

7) Cancrini Luigi (2002): Quei temerari sulle macchine volanti. Studio sulle terapie dei tossicomani; Carocci Ed. Roma.

Articolo già pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia 

*Dott. Stefano Benegiamo,  Medico Psicoterapeuta e Psicoanalista  di Lecce.

Condividi :
  • Facebook
  • Twitter
  • email
  • Print

Vuoi lasciare un commento?