La realtà virtuale in psicoterapia: il concetto di (tele)presenza

Pubblicato da Giulietta Capacchione 

Molti disturbi psicologici si sostanziano di paure intense relative a determinati stimoli ambientali. E’ questo il caso delle fobie specifiche come la paura di volare, degli spazi angusti, degli insetti, delle altezze e così via.
Il trattamento tradizionale di questi disturbi consiste nell’esporre il paziente, in maniera graduale e controllata, al materiale ansiogeno (situazioni, oggetti ecc) per il tempo necessario a far sì che la sua intensa reazione emotiva si riduca di intensità e si estingua per abituazione.
Il meccanismo più pervicace di mantenimento di questi tipi di disturbi è infatti l’evitamento, che impedendo un sicuro e controllato confronto con lo stimolo fobico, impedisce al paziente di sperimentare il progressivo declino dell’ansia e la sua estinzione.
Non salire mai in ascensore è insomma il modo migliore per averne paura indefinitivamente.
Il paziente naturalmente non viene subito esposto allo stimolo che lo terrorizza, ma a cose via via più prossime ad esso, in passaggi molto graduali. Uno degli step in questa gradualità può essere l’esposizione in immaginazione: il paziente viene invitato a immaginare di trovarsi nella situazione ansiosa e aiutato a “restare”, almeno nella sua mente, nella situazione che gli fa paura.
La realtà virtuale può innestarsi in questo processo. Essa può infatti essere considerata un sistema immaginativo avanzato, una forma esperienzale di immaginazione, efficace quanto questa, e talvolta quanto la realtà, nell’indurre risposte emotive.
E’ per queste sue caratteristiche che da alcuni anni molti psicologi nel mondo ne stanno studiando le potenzialità come strumento psicoterapeutico. Qui potete trovare una panoramica dettagliata sulle applicazioni recenti della realtà virtuale in psicoterapia e in psicologia clinica.
Ma quali caratteristiche deve possedere l’esperienza virtuale perché sia utile agli scopi che ci si propone?
Caratteristica necessaria, anche se non sufficiente, è quella che l’ambiente virtuale induca nell’utente un “senso di (tele)presenza”.
La (tele)presenza rappresenta uno stato psicologico nel quale l’utente sospende volontariamente l’esperienza di mediazione tecnologica per sperimentare un senso di connessione con il contesto mediato che sta usando. La telepresenza è stata anche definita più brevemente “il senso di essere lì” nell’ambiente virtuale.
L’utente sarà tanto più lì quanto più rilevanti saranno l’immersione, la presenza spaziale e fisica, il realismo sociale e comportamentale.
L’immersione è il grado con cui l’utente sente di essere assorbito nel mondo virtuale (un visore consente un’immersione maggiore di uno schermo per esempio).
La presenza spaziale è il grado con cui l’utente percepisce di condividere uno spazio fisico con il contesto virtuale.
Il realismo è relativo a quanto, di ciò che si sperimenta nel mondo virtuale, sia sperimentabile anche nella realtà, sia, in un certo qual senso, “plausibile”.
Esistono attualmente molti ambienti virtuali creati appositamente per trattare i disturbi psicologici, ma resta ancora pionieristica l’applicazione clinica.
Va inoltre sottolineato che l’utilizzo della realtà virtuale non è minimamente limitato ai disturbi fobici, ma si sta progressivamente estendendo ai disturbi alimentari, al disturbo post-traumatico, alle dipendenze patologiche, all’autismo, al ADHD, e ancora alla riduzione del dolore cronico, alla riabilitazione motoria e a molti altri, con promettenti risultati.
Sono dell’avviso che questo sarà il futuro della psicoterapia, il futuro prossimo

da: http://www.ilsole24ore.com  

 

Commento del Dott. Zambello

E’ questo il futuro, sperato, della psicoterapia? Speriamo di no. 

 

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2 Commenti to “La realtà virtuale in psicoterapia: il concetto di (tele)presenza”

  1. Giulietta il 20/12/2008 02:07

    Gent.mo dott. Zambello sono l’autrice dell’articolo e mi incuriosisce molto il suo commento. Se l’approccio funziona perchè non dovrebbe essere sperato? Non mi è chiaro se le sue obiezioni sono rivolte alle tecniche di esposizione in generale o alla realtà virtuale. Mi piacerebbe conoscere il suo pensiero in merito e ospitarlo, se lo ritiene opportuno, sul mio blog.
    La ringrazio e le auguro buone feste.

  2. Dr.Zambello il 20/12/2008 10:11

    Gent.ma Dottoressa,
    quando si parla di realtà virtuale e l’utilizzo che di questa facciamo o potremmo fare capisco che ci troviamo davanti al futuro ma questo significa, almeno per me, non conosciuto, ignoto. Potenzialità ma anche possibilità di errori di prendere degli abbagli.
    Rispetto poi alla clinica e io mi considero essenzialmente un clinico mi accorgo giorno dopo giorno come lo spostamento della energia lipidica sul piano virtuale impoverisca sempre di più i rapporti interpersonali. Abbiamo ragazzi di 18, 25 anni che soffrono di impotenza sessuale e poi, quasi sempre scopri che passano ore, ore a chattare. Il mio lavoro, e credo anche il suo, si serve di questo piccolo strumento che è la lettura del trasfert e controtrasfert, cioè, delle emozioni che passano tra il paziente e il terapeuta e viceversa. Io faccio delle interpretazioni, lei delle prescrizioni ma comunque lavoriamo sulle emozioni del paziente e nostre che si creano li, all’interno di questo contenitore che è il setting terapeutico. Se lo svuoto, perché permetto al paziente di proiettarlo, perderlo “nello spazio cibernetico” che userò, che resterà al paziente?
    Mi permetta un ‘ultima osservazione dottoressa, che significa “però funziona”? Non si offenda ma anche i “ maghi”si giustificano così. Noi siamo dei clinici, i nostri metodi si rifanno a teorie metodi scientifici e da Galileo in poi non possiamo più dire: “ è buono perché funziona”.

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