MILK: storia di un omosessuale.
26-01-09
Nelle sale, la pellicola candidata agli Oscar di Gus Van Sant
Sean Penn interpreta il primo gay eletto consigliere comunale a San Francisco alla fine degli anni Settanta, che si batté per i diritti degli omosessuali

Ci sono esistenze che possono ispirare delle belle pellicole, se dei bravi registi sanno coglierne l’essenza. E’ il caso di “Milk”, il film realizzato da Gus Van Sant, dedicato alla storia dell’attivista e primo politico americano dichiaratamente gay, che alla fine degli anni Settanta riuscì a dare voce ai diritti degli omosessuali. La sua storia finì tragicamente e prematuramente.
Nel novembre del 1978, alla soglia dei cinquant’anni, dopo essere riuscito a vincere le elezioni per un incarico nella giunta del comune di San Francisco, venne ucciso insieme al sindaco d’allora, George Moscone, da un altro consigliere comunale, il conservatore e cattolico Dan White, il suo più duro antagonista politico. La sua vicenda e la sua onesta e coraggiosa battaglia per i diritti degli omosex ebbe molto risalto nella società americana di allora, che aveva già vissuto delle contrapposizioni molto forti, come quella nei confronti del razzismo e poi la contestazione, infine la guerra del Vietnam, che aveva visto crescere nei giovani la ribellione contro le ingiustizie e contro i saldi valori conservatori e fervidamente cattolici (per non dire reazionari) dei loro genitori.
A dare anima e corpo al personaggio di Harvey Milk, è l’attore Sean Penn, premio Oscar per “Mystic River”, la cui immedesimazione è assolutamente perfetta. Penn interpreta con convincimento e passione questo ebreo omosessuale che, all’età di quarant’anni, da una grigia vita di assicuratore a New York si trasferisce, armi e bagagli, in California, a San Francisco in cerca di fortuna, e dove inizia a farsi interprete della comunità gay. Gus Van Sant, il regista di “Will Hunting – Genio ribelle”, di “Elefant” e di “Paranoid Park”, ha impiegato più di dieci anni per trovare il momento giusto e il copione adatto per raccontare questa storia. La sua sensibilità alla vicenda (è anche lui dichiaratamente omosessuale) raccontata attraverso il soggetto e la sceneggiatura originale di Dustin Lance Black, ci fa ripercorrere in questo “biopic” (spesso sono utilizzate immagini di repertorio) la descrizione di quegli anni molto vivaci nei luoghi frequentati in quegli anni da Milk: le strade del quartiere di Castro, un luogo diventato un vero e proprio crogiuolo multietnico, ma soprattutto dal negozio di sviluppo e stampa di fotografie di Milk, che divenne il vero e proprio cuore pulsante delle sue battaglie politiche.
Il film inizia con l’attivista è seduto nella sua cucina, sul tavolo alcuni appunti e un registratore, al quale affida il suo testamento spirituale, mentre ripercorre le battaglie politiche intraprese insieme ai suoi più validi sostenitori. Tra essi, c’è il suo primo compagno, Scott Smith (interpretato dal giovane attore James Franco) conosciuto a New York, con il quale intraprenderà questo viaggio senza ritorno. A San Francisco incontrerà anche il giovane riccioluto con gli occhiali Cleve Jones (l’attore Emile Hirsch, che era stato il protagonista del film diretto da Sean Penn “Into the Wild”). Col tempo conoscerà quello che diventerà l’ultimo suo compagno di vita, Jack Lira (l’attore Diego Luna) un ragazzo debole e fragile, per il quale Milk avrà sempre molta tenerezza. Il film racconta di un Paese che, attraverso le sue battaglie politiche, prende consapevolezza di alcune realtà e di alcuni cambiamenti che si volevano ancora tenere nell’ombra. Quarant’anni prima di Obama, Milk parla del “coraggio della speranza”, alla ricerca di un mondo migliore e di pari dignità per tutti, come è scritto costituzione americana. Sfidando le ire dei benpensanti e l’odio di molti nemici, tra i quali il consigliere Dan White (l’attore Josh Brolin, somigliante al vero assassino, candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista) il giudizio severo di coloro che vedevano i gay come un male della società, addirittura dei malati, contro i quali invocare il giudizio divino, Milk riuscì a creare una forza nella sua comunità (“Sono Harvey Milk e sono qui perché voglio arruolarvi tutti”) capace di affrontare problematiche diverse per il progresso delle idee e per l’amministrazione della sua città. Il film evita però l’agiografia, fa di Milk il personaggio con i suoi pregi e difetti, ne accentua il lato sensibile e romantico (la passione per la musica lirica) e dimostra che con il coraggio delle proprie idee si può tentare di cambiare il mondo. Vedremo se il prossimo 22 febbraio otterrà qualche Oscar sulle 8 nominations conseguite (miglior film, regia, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora, montaggio e costumi). “Milk” è davvero un film ben riuscito.
di: Andrea Curcione
da: http://www.friulinews.it
Commento del Dott. Zambello
Ho visto il film, non mi é piaciuto. O meglio, preciso, credo che Sean Penn sia bravissimo e che, forse, anche la ricostruzione storica sia attendibile. Quello che non mi piace é la lettura che il film propone degli accadimenti storici. Dice il film: fino al 1970 anche nella democratica America, gli omosessuali erano discriminati e vigeva una strisciante ma attiva omofobia. Questa, negli anni ’70, ha avuto momenti di riacutizzazione sociale per l’attività di qualche repubblicano o della chiesa cattolica. Finalmente, a fine di questo decennio, grazie all’impegno e al sacrificio fisico di alcuni omosessuali che sono riusciti a sensibilizzare gran parte dei gay in un quartiere di San Francisco e poi ad ottenere l’appoggio dei democratici più illuminati, la popolazione omosessuale si é “liberata”. Non é vero. I problemi degli omosessuali, o gay, come loro vogliono essere chiamati, sono solo in minima parte politici sociali. Il tema vero della loro “libertà” , é psicologico. Nel film, la repressione politica non fa un solo morto, tutti, attorno al protagonista, cadono come mele mature ma per problemi psicologici.
Il film, non so quanto volutamente, lo dice chiaramente ed é per questo penso che sia attendibile storicamente. Intanto, all’interno di quella lettura sociologiaca, non c’é speranza. Il film finisce non con il riscatto della popolazione che si ritrova tutta unita ma emanando un senso di morte. Muore lui, cinque minuti prima era morto il suo amico e nei titoli di coda veniamo informati che anche i suoi compagni precedenti si erano uccisi. Il compagno che lo accompagna per quasi sette anni di lotte politiche, morirà per complicazioni dell’ HIV. Se ci pensate, anche chi lo uccide, non lo uccide per motivi politici o sociali ma per una miserevole storia personale di follia che si concluderà con il suicidio dell’assassino.
Credo sia possibile vivere da adulti e liberamente la propria omosessualità. Ma il raggiungomento di questa “libertà” passa attraverso la lotta contro “fantasmi” che sono prevalentemente psicologici, interni. Lottare contro le ingiustizie esterne può essere, almeno ora, in Italia, forviante. Un po’ come se dicessimo, tenuto conto che nel mondo ci sono miliardi di persone che soffrono la fame, il problema della dieta in Italia é la mancanza di cibo. Chiaro che no, di cibo ne abbiamo anche troppo, quasi per tutti, il problema, come per l’omosessualità, é di come gestire le risorse.
Traumi da piccoli panico da grandi
26-01-09
Studio su 700 gemelli sulla relazione tra esperienze infantili e disturbi da adulti: effetto moltiplicato
di Marco Battaglia *
Uno studio dei ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Norwegian Institute (Norvegia), il Queensland Institute (Australia), il Virginia Institute (Usa), pubblicato su “The Archives od General Psychiatry”, dimostra che bimbi geneticamente predisposti, se vivono esperienze di distacco dai genitori (come la morte di uno dei due o la separazione), hanno più probabilità di ammalarsi, da adulti, di attacchi di panico.
La relazione e l’influenza tra ambiente e fattore genetico, in tali patologie, è stata diversamente interpretata: ora i ricercatori hanno studiato il fenomeno su oltre 700 gemelli del Registro Norvegese, in modo da chiarire proprio le differenze legate alle esperienze. Il risultato, emerso da test e interviste, è che le persone con attacchi di panico sono significativamente più numerose tra i gemelli che da piccoli avevano subito traumi da separazione (lutto, divorzio…). Marco Battaglia, direttore dello studio, ne spiega il significato generale.
Oggi iniziano ad emergere chiare indicazioni sul ruolo di geni e ambiente nell’influenzare le differenze psichiche tra individui: per molti dei comportamenti legati alla sofferenza psichica di bambini e adolescenti possiamo quantificare l’impatto degli elementi di rischio genetico separatamente da quelli di rischio ambientale e iniziamo a disporre di strumenti per valutare se e quanto questi si potenzino o si neutralizzino reciprocamente in determinate circostanze o in determinate fasce di popolazione.
Sintomi d’ansia
La separazione precoce dai genitori (per morte, divorzio o un lavoro lontano da casa) è uno dei fattori di rischio più indagati. I dati tendono a dimostrare che bambini e adolescenti che hanno vissuto questa esperienza sviluppano più sintomi d’ansia e di depressione e mostrano variazioni psicofisiologiche durature che costituiscono indicatori di rischio per diversi disturbi nell’arco della vita.
In particolare in ambito di psicopatologia dello sviluppo di grande interesse è lo studio delle differenze tra gli individui. Nel nostro centro stiamo qualificando come – a fronte di specifici elementi di difficoltà ambientale – la presenza di alcune versioni alternative degli stessi geni induca un aumento di rischio per disturbi emotivi nell’infanzia. Studiamo popolazioni diverse (gemelli, famiglie, bambini ad “alto rischio”) in culture diverse (Italia, Nord Europa, Nord America): le indicazioni che stiamo traendo mostrano che eventi precoci di separazione dai genitori aumentano il rischio per psicopatologia, a volte semplicemente addizionandosi alla quota di rischio di natura genetica, a volte provocando una sorta di “effetto moltiplicativo”. Succede in quest’ultimo caso che l’effetto del fattore di rischio ambientale e delle varianti geniche risulti essere maggiore della loro semplice sommatoria. Cosa può indicare questa sorta di interazione tra geni ed ambiente? Un’interpretazione generale è che la nostra biologia non smette di essere sensibile al mondo al fuori di noi, per quanto culturalmente articolato. Ma un’implicazione semplice e pratica è che un bambino che vive un evento di separazione precoce e prolungata da una figura parentale merita particolare attenzione, perché probabilisticamente è a maggior rischio per sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e che si può addebitare parte di questo rischio al suo corredo naturale, oltre che alle difficoltà ambientali che sta vivendo.
Non tutti uguali
L’incidenza di nuclei familiari nei quali – per diverse ragioni – si verifica l’allontanamento di un coniuge mentre i figli sono ancora dipendenti dai genitori è in aumento e, per motivi sociali ed economici relativamente ovvi, è probabile che tale prevalenza non sia mai stata così elevata in una società umana. Ora i dati indicano che di fronte alla perdita di un genitore non tutti i bambini sono uguali e che parte delle risposte “di crisi” sono spiegabili anche in termini di vulnerabilità genetica, con elementi di rischio che possono espletare la loro azione su un arco temporale prolungato. Così come spesso non vi è una interpretazione univoca di un dato empirico, non vi è in questi dati nessuna risposta univoca ai problemi di una società né indicazione della condotta che una coppia “in crisi” dovrebbe adottare a fronte del coinvolgimento della propria discendenza. Crediamo però che questi dati possano servire per cercare di rispondere a domande difficili in un modo più realistico e maturo, cioè basato su rilievi empirici invece che su teorie o sui nostri desideri. Al proprio meglio, la buona ricerca fornisce buoni dati e con dei buoni dati può fornire alla società qualche elemento in più per ragionare in modo libero.
* Professore di Psicopatologia dello sviluppo Univ. Vita-Salute S. Raffaele Milano
da: www.repubblica.it
Commento del Dott. Zambello
I risultati della ricerca dell’Università S.Raffaele di Milano dimostrano in modo chiaro a tutti del perché la psicoterapia dinamica sia la terapia di elezione per questo disagio psicologico. Solo questa infatti, può nella lettura del contro-transfert dare al terapeuta e quindi al paziente gli strumenti per uscire da una situazione che non sarebbe altrimenti “leggibile”.
Vado dallo psicologo, me lo paga l’azienda
25-01-09
In Francia una proposta che scatena il dibattito
“La sofferenza sul lavoro va trattata come una malattia”
di: GIAMPIERO MARTINOTTI

PARIGI - Dopo i buoni pasto, arrivano i buoni psicologo. Può sembrare uno scherzo, ma non lo è: alcune aziende stanno sperimentando Oltralpe l’idea di pagare ai loro dipendenti alcune sedute di psicoterapia. Per curare stress, malesseri, difficoltà sul luogo di lavoro. Problemi che riguarderebbero il 5 per cento dei lavoratori transalpini.
L’idea può far sorridere, ma va invece presa molto sul serio. Da più di una ventina d’anni le tecniche di management psicologico sono molto diffuse nelle imprese, ma adesso si tratta di fare un altro passo : offrire ai dipendenti in difficoltà la possibilità di ricorrere a uno psicoterapeuta (psicologo, psichiatra, psicanalista) con dei buoni pagati dall’azienda. E distribuiti anonimamente : chi vorrà far ricorso a questo strumento, infatti, potrà ricorrere alla medicina del lavoro, garentendosi così l’anonimato.
L’idea dei buoni è stata lanciata da Asp Entreprises, specializzata nei problemi legati allo stress sul luogo di lavoro. La responsabile della società ha spiegato a Libération che il loro obiettivo è di spingere le aziende a trattare la sofferenza al lavoro “come tale, qualunque sia la causa”. E così è nata l’idea di mettere in pratica un procedimento innovatore. Continua
Psicoterapia dinamica: il 2008 l’anno della svolta
13-01-09
di: emanuela grasso
La psicoterapia dinamica ha avuto difficoltà ad entrare nel circolo della “psichiatria basata sulle prove di efficacia”, ma nello scorso anno un elevato numero di studi clinici ha imposto alla comunità scientifica questo approccio con convinzione. Ne è prova anche il fatto che il sito Journal Watch, nella sezione Psichiatria, abbia dedicato un posto d’onore alle pubblicazioni riguardanti la Psicoterapia dinamica considerandole tra le più valide dello scorso anno. La psicoterapia dinamica si può articolare in trattamenti a breve e a lungo periodo. Nei casi di soggetti che sono giunti ad un percorso terapeutico in seguito a esperienze di stress acuto o che devono risolvere alcuni punti della propria personalità, ma in un contesto definibile di salute mentale, allora la psicoterapia psicodinamica a breve termine è la soluzione migliore. “I parametri che caratterizzano le psicoterapie dinamiche brevi sono il time-limit setting, la focalizzazione su una o più problematiche del soggetto, l’attività di terapeuta e l’uso della confortazione e della chiarificazione. Le principali indicazioni alla psicoterapia dinamica breve sono considerate i disturbi d’ansia, la distimia, la bulimia, i disturbi somatoformi e i disturbi psicosomatici”, sottolinea Alberto Siracusano, presidente della Società Italiana di Psichiatria. Invece, per i pazienti a cui sono stati diagnosticati disturbi mentali cronici o disturbi di personalità, la terapia efficace è quella a lungo termine. Le principali indicazioni alla psicoterapia dinamica a lungo termine vengono considerate la depressione unipolare e il disturbo bipolare. Bibliografia. The emerging evidence base for Psychodynamic Psychotherapies. Top story 2009. Journal Watch Psychiatry, 8 gennaio 2009.
da: http://it.notizie.yahoo.com




