Nelle sale, la pellicola candidata agli Oscar di Gus Van Sant
Sean Penn interpreta il primo gay eletto consigliere comunale a San Francisco alla fine degli anni Settanta, che si batté per i diritti degli omosessuali

Ci sono esistenze che possono ispirare delle belle pellicole, se dei bravi registi sanno coglierne l’essenza. E’ il caso di “Milk”, il film realizzato da Gus Van Sant, dedicato alla storia dell’attivista e primo politico americano dichiaratamente gay, che alla fine degli anni Settanta riuscì a dare voce ai diritti degli omosessuali. La sua storia finì tragicamente e prematuramente.
Nel novembre del 1978, alla soglia dei cinquant’anni, dopo essere riuscito a vincere le elezioni per un incarico nella giunta del comune di San Francisco, venne ucciso insieme al sindaco d’allora, George Moscone, da un altro consigliere comunale, il conservatore e cattolico Dan White, il suo più duro antagonista politico. La sua vicenda e la sua onesta e coraggiosa battaglia per i diritti degli omosex ebbe molto risalto nella società americana di allora, che aveva già vissuto delle contrapposizioni molto forti, come quella nei confronti del razzismo e poi la contestazione, infine la guerra del Vietnam, che aveva visto crescere nei giovani la ribellione contro le ingiustizie e contro i saldi valori conservatori e fervidamente cattolici (per non dire reazionari) dei loro genitori.
A dare anima e corpo al personaggio di Harvey Milk, è l’attore Sean Penn, premio Oscar per “Mystic River”, la cui immedesimazione è assolutamente perfetta. Penn interpreta con convincimento e passione questo ebreo omosessuale che, all’età di quarant’anni, da una grigia vita di assicuratore a New York si trasferisce, armi e bagagli, in California, a San Francisco in cerca di fortuna, e dove inizia a farsi interprete della comunità gay. Gus Van Sant, il regista di “Will Hunting – Genio ribelle”, di “Elefant” e di “Paranoid Park”, ha impiegato più di dieci anni per trovare il momento giusto e il copione adatto per raccontare questa storia. La sua sensibilità alla vicenda (è anche lui dichiaratamente omosessuale) raccontata attraverso il soggetto e la sceneggiatura originale di Dustin Lance Black, ci fa ripercorrere in questo “biopic” (spesso sono utilizzate immagini di repertorio) la descrizione di quegli anni molto vivaci nei luoghi frequentati in quegli anni da Milk: le strade del quartiere di Castro, un luogo diventato un vero e proprio crogiuolo multietnico, ma soprattutto dal negozio di sviluppo e stampa di fotografie di Milk, che divenne il vero e proprio cuore pulsante delle sue battaglie politiche.
Il film inizia con l’attivista è seduto nella sua cucina, sul tavolo alcuni appunti e un registratore, al quale affida il suo testamento spirituale, mentre ripercorre le battaglie politiche intraprese insieme ai suoi più validi sostenitori. Tra essi, c’è il suo primo compagno, Scott Smith (interpretato dal giovane attore James Franco) conosciuto a New York, con il quale intraprenderà questo viaggio senza ritorno. A San Francisco incontrerà anche il giovane riccioluto con gli occhiali Cleve Jones (l’attore Emile Hirsch, che era stato il protagonista del film diretto da Sean Penn “Into the Wild”). Col tempo conoscerà quello che diventerà l’ultimo suo compagno di vita, Jack Lira (l’attore Diego Luna) un ragazzo debole e fragile, per il quale Milk avrà sempre molta tenerezza. Il film racconta di un Paese che, attraverso le sue battaglie politiche, prende consapevolezza di alcune realtà e di alcuni cambiamenti che si volevano ancora tenere nell’ombra. Quarant’anni prima di Obama, Milk parla del “coraggio della speranza”, alla ricerca di un mondo migliore e di pari dignità per tutti, come è scritto costituzione americana. Sfidando le ire dei benpensanti e l’odio di molti nemici, tra i quali il consigliere Dan White (l’attore Josh Brolin, somigliante al vero assassino, candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista) il giudizio severo di coloro che vedevano i gay come un male della società, addirittura dei malati, contro i quali invocare il giudizio divino, Milk riuscì a creare una forza nella sua comunità (“Sono Harvey Milk e sono qui perché voglio arruolarvi tutti”) capace di affrontare problematiche diverse per il progresso delle idee e per l’amministrazione della sua città. Il film evita però l’agiografia, fa di Milk il personaggio con i suoi pregi e difetti, ne accentua il lato sensibile e romantico (la passione per la musica lirica) e dimostra che con il coraggio delle proprie idee si può tentare di cambiare il mondo. Vedremo se il prossimo 22 febbraio otterrà qualche Oscar sulle 8 nominations conseguite (miglior film, regia, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora, montaggio e costumi). “Milk” è davvero un film ben riuscito.
di: Andrea Curcione
da: http://www.friulinews.it
Commento del Dott. Zambello
Ho visto il film, non mi é piaciuto. O meglio, preciso, credo che Sean Penn sia bravissimo e che, forse, anche la ricostruzione storica sia attendibile. Quello che non mi piace é la lettura che il film propone degli accadimenti storici. Dice il film: fino al 1970 anche nella democratica America, gli omosessuali erano discriminati e vigeva una strisciante ma attiva omofobia. Questa, negli anni ’70, ha avuto momenti di riacutizzazione sociale per l’attività di qualche repubblicano o della chiesa cattolica. Finalmente, a fine di questo decennio, grazie all’impegno e al sacrificio fisico di alcuni omosessuali che sono riusciti a sensibilizzare gran parte dei gay in un quartiere di San Francisco e poi ad ottenere l’appoggio dei democratici più illuminati, la popolazione omosessuale si é “liberata”. Non é vero. I problemi degli omosessuali, o gay, come loro vogliono essere chiamati, sono solo in minima parte politici sociali. Il tema vero della loro “libertà” , é psicologico. Nel film, la repressione politica non fa un solo morto, tutti, attorno al protagonista, cadono come mele mature ma per problemi psicologici.
Il film, non so quanto volutamente, lo dice chiaramente ed é per questo penso che sia attendibile storicamente. Intanto, all’interno di quella lettura sociologiaca, non c’é speranza. Il film finisce non con il riscatto della popolazione che si ritrova tutta unita ma emanando un senso di morte. Muore lui, cinque minuti prima era morto il suo amico e nei titoli di coda veniamo informati che anche i suoi compagni precedenti si erano uccisi. Il compagno che lo accompagna per quasi sette anni di lotte politiche, morirà per complicazioni dell’ HIV. Se ci pensate, anche chi lo uccide, non lo uccide per motivi politici o sociali ma per una miserevole storia personale di follia che si concluderà con il suicidio dell’assassino.
Credo sia possibile vivere da adulti e liberamente la propria omosessualità. Ma il raggiungomento di questa “libertà” passa attraverso la lotta contro “fantasmi” che sono prevalentemente psicologici, interni. Lottare contro le ingiustizie esterne può essere, almeno ora, in Italia, forviante. Un po’ come se dicessimo, tenuto conto che nel mondo ci sono miliardi di persone che soffrono la fame, il problema della dieta in Italia é la mancanza di cibo. Chiaro che no, di cibo ne abbiamo anche troppo, quasi per tutti, il problema, come per l’omosessualità, é di come gestire le risorse.
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