Traumi da piccoli panico da grandi

Studio su 700 gemelli sulla relazione tra esperienze infantili e disturbi da adulti: effetto moltiplicato
di Marco Battaglia *

Uno studio dei ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Norwegian Institute (Norvegia), il Queensland Institute (Australia), il Virginia Institute (Usa), pubblicato su “The Archives od General Psychiatry”, dimostra che bimbi geneticamente predisposti, se vivono esperienze di distacco dai genitori (come la morte di uno dei due o la separazione), hanno più probabilità di ammalarsi, da adulti, di attacchi di panico.
La relazione e l’influenza tra ambiente e fattore genetico, in tali patologie, è stata diversamente interpretata: ora i ricercatori hanno studiato il fenomeno su oltre 700 gemelli del Registro Norvegese, in modo da chiarire proprio le differenze legate alle esperienze. Il risultato, emerso da test e interviste, è che le persone con attacchi di panico sono significativamente più numerose tra i gemelli che da piccoli avevano subito traumi da separazione (lutto, divorzio…). Marco Battaglia, direttore dello studio, ne spiega il significato generale.
Oggi iniziano ad emergere chiare indicazioni sul ruolo di geni e ambiente nell’influenzare le differenze psichiche tra individui: per molti dei comportamenti legati alla sofferenza psichica di bambini e adolescenti possiamo quantificare l’impatto degli elementi di rischio genetico separatamente da quelli di rischio ambientale e iniziamo a disporre di strumenti per valutare se e quanto questi si potenzino o si neutralizzino reciprocamente in determinate circostanze o in determinate fasce di popolazione.

Sintomi d’ansia
La separazione precoce dai genitori (per morte, divorzio o un lavoro lontano da casa) è uno dei fattori di rischio più indagati. I dati tendono a dimostrare che bambini e adolescenti che hanno vissuto questa esperienza sviluppano più sintomi d’ansia e di depressione e mostrano variazioni psicofisiologiche durature che costituiscono indicatori di rischio per diversi disturbi nell’arco della vita.
In particolare in ambito di psicopatologia dello sviluppo di grande interesse è lo studio delle differenze tra gli individui. Nel nostro centro stiamo qualificando come – a fronte di specifici elementi di difficoltà ambientale – la presenza di alcune versioni alternative degli stessi geni induca un aumento di rischio per disturbi emotivi nell’infanzia. Studiamo popolazioni diverse (gemelli, famiglie, bambini ad “alto rischio”) in culture diverse (Italia, Nord Europa, Nord America): le indicazioni che stiamo traendo mostrano che eventi precoci di separazione dai genitori aumentano il rischio per psicopatologia, a volte semplicemente addizionandosi alla quota di rischio di natura genetica, a volte provocando una sorta di “effetto moltiplicativo”. Succede in quest’ultimo caso che l’effetto del fattore di rischio ambientale e delle varianti geniche risulti essere maggiore della loro semplice sommatoria. Cosa può indicare questa sorta di interazione tra geni ed ambiente? Un’interpretazione generale è che la nostra biologia non smette di essere sensibile al mondo al fuori di noi, per quanto culturalmente articolato. Ma un’implicazione semplice e pratica è che un bambino che vive un evento di separazione precoce e prolungata da una figura parentale merita particolare attenzione, perché probabilisticamente è a maggior rischio per sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e che si può addebitare parte di questo rischio al suo corredo naturale, oltre che alle difficoltà ambientali che sta vivendo.

Non tutti uguali
L’incidenza di nuclei familiari nei quali – per diverse ragioni – si verifica l’allontanamento di un coniuge mentre i figli sono ancora dipendenti dai genitori è in aumento e, per motivi sociali ed economici relativamente ovvi, è probabile che tale prevalenza non sia mai stata così elevata in una società umana. Ora i dati indicano che di fronte alla perdita di un genitore non tutti i bambini sono uguali e che parte delle risposte “di crisi” sono spiegabili anche in termini di vulnerabilità genetica, con elementi di rischio che possono espletare la loro azione su un arco temporale prolungato. Così come spesso non vi è una interpretazione univoca di un dato empirico, non vi è in questi dati nessuna risposta univoca ai problemi di una società né indicazione della condotta che una coppia “in crisi” dovrebbe adottare a fronte del coinvolgimento della propria discendenza. Crediamo però che questi dati possano servire per cercare di rispondere a domande difficili in un modo più realistico e maturo, cioè basato su rilievi empirici invece che su teorie o sui nostri desideri. Al proprio meglio, la buona ricerca fornisce buoni dati e con dei buoni dati può fornire alla società qualche elemento in più per ragionare in modo libero.

* Professore di Psicopatologia dello sviluppo Univ. Vita-Salute S. Raffaele Milano

da: www.repubblica.it

 

 Commento del Dott. Zambello

I risultati della ricerca dell’Università  S.Raffaele di Milano dimostrano  in modo chiaro a tutti del perché  la psicoterapia dinamica sia  la terapia di elezione per questo disagio psicologico. Solo questa infatti,  può nella lettura del contro-transfert dare al terapeuta e quindi al paziente gli strumenti per uscire da una situazione che non sarebbe altrimenti “leggibile”.

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3 Commenti to “Traumi da piccoli panico da grandi”

  1. Marco Battaglia il 19/06/2009 17:02

    Sono l’autore dello studio che citate sul vostro sito, dove sono finito per caso da Google; non riesco a trovare alcun nesso ragionevole tra i nostri risultati ed il commento del Dr Zambello. In generale chi fa ricerca si astiene da commenti o conclusioni senza basi robuste sul piano scientifico e logico, come invece appare qui.
    Mi piacerebbe vedere un po’ più di prudenza e di rispetto: non faccio il mio lavoro per facilitare ad altri una pubblicità basata su conclusioni illogiche.
    grazie
    Prof Marco Battaglia

  2. Dr.Zambello il 20/06/2009 09:10

    Il Professore Battaglia sa che dal momento che uno rende pubblici dei dati scientifici, questi sono fruibili da tutti e non sempre, per fortuna aggiungo io, sulla linea teorica di chi li ha prodotti.
    D’altra parte, non mi sembra che la notizia sia apparsa su una rivista specializzata correlata di bibliografia e tabelle ma, semplicemente il sunto, immagino, di una seria ricerca ma pubblicata su un quotidiano.
    Personalmente non mi sono mai presentato come un ricercatore ma come un clinico che utilizza proprio, nella “sintesi” della clinica la ricerca degli altri.
    La mia poi non è una idea così nuova e originale che avesse bisogno di chissà quale riferimento teorico basti pensare alla teoria dell’attaccamento nella clinica e nella ricerca psicoanalitiche. Evidentemente al Professore non sono simpatiche le teorie alle quali mi rifaccio. Mi dispiace ma, forse aveva ragione il mio Professore di Fisiologia all’Università che ci diceva sempre: “ragazzi sappiate che avete due strade: o fate i ricercatori o fate i clinici”. Era un grande ricercatore.

  3. Marco Battaglia il 23/06/2009 12:09

    Mi permetto di incoraggiare il Dr Zambello a meglio documentarsi (la ricerca è uscita sulla principale rivista di psichiatria in circolazione: Archives of General Psychiatry del Gennaio 2009) e farsi un’idea propria al fine di riportare e commentare per i propri lettori.
    Faccio il ricercatore e faccio anche il clinico da sempre: l’argomento ‘fare i clinici o i ricercatori’ è da rigettare: senza la ricerca fatta da clinici le teorie non potrebbero mai essere verificate, e i trattamenti resterebbero appannaggio di una casta di ‘clinici’ che sulla base dell’ ‘esperienza’ potrebbero raccontare ai propri pazienti quello che vogliono.
    E’ questo il valore democratico della ricerca ben condotta: i suoi risultati (se ben presentati) appartengono a tutti e impongono l’obbligo morale della revisione delle credenze e degli standard terapeutici.
    Grazie, in ogni caso dell’ospitalità e della trasparenza.
    Prof Marco Battaglia

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