Gli ominidi, Darwin e noi
di: GIORGIO MANZI
UNIVERSITA’ LA SAPIENZA – ROMA
Noi, che siamo animali a riproduzione sessuata, passiamo gran parte del tempo a cercare un esemplare dell’altro sesso allo scopo di riprodurci. Come in altri mammiferi – quelli dalle grandi corna, quelli con la criniera, quelli dai canini sporgenti, quelli più possenti degli altri – spesso spetta al maschio prendere l’iniziativa, quasi sempre in competizione con altri suoi simili, mentre le femmine (di solito) si mettono in mostra, assistono alle performance dell’altro sesso e si dispongono a operare le loro scelte: è la «female choice» evocata da Darwin.
Che il sesso sia importante nella nostra specie o, meglio, anche nella nostra specie, se ne sono accorti in molti. Tanto per fare un esempio, se ne accorse un certo Sigmund Freud. Com’è noto, secondo la dottrina del padre della psicoanalisi, esiste un’energia psichica che muove ciascuno di noi e regola le interazioni fra gli esseri umani. Questa, a sua volta, si compone di una spinta all’autoconservazione, che include la libido, l’istinto sessuale (eros), e una spinta alla distruzione, ovvero l’aggressività, l’istinto di morte (thanatos). Se le cose stanno davvero così, è facile capire come per noi Homo sapiens il sesso non sia solo una faccenda riproduttiva, ma molto di più. Non è l’unico caso, ad esempio, in cui la complessità della nostra psiche ci gioca il tiro di trasformare un mezzo in un fine. Quello che era in origine un impulso meramente procreativo diventa anche un’occasione di incontro con altri individui, una forma di rapporto sociale che rassicura affettivamente e che dona piacere: un piacere che può essere ricercato e goduto così, fine a se stesso, senza pensare alle finalità riproduttive.
Prima di Freud se n’era accorto anche Darwin, quando si decise ad affrontare il caso particolare della nostra specie e pubblicò nel 1871 il trattato in due volumi su «L’origine dell’uomo e la selezione sessuale». Dunque, 12 anni dopo «L’Origine delle specie», Darwin rielaborava la sua stessa teoria, affiancando alla selezione naturale la selezione sessuale.
Qui l’azione selettiva non è legata alla mera sopravvivenza e alle pressioni dell’ambiente naturale, ma piuttosto è riferita alle dinamiche interne alle comunità umane (e non solo umane). Dovendo essere qualcosa che influisca in termini riproduttivi sul successo del più adatto («fitness»), Darwin non poteva che pensare al sesso e principalmente, come dicevamo, alla «female choice»: la scelta operata dalle femmine nei confronti dei maschi più «prestanti».
Ma come va esattamente inteso questo aggettivo? A pensarci bene, in società così complesse per quantità e complessità delle interazioni fra gli individui, come sono le comunità umane, non è affatto detto che l’individuo più prestante sia necessariamente il più forte fisicamente o il più abile nel procurarsi il cibo. A volte sono altri quelli che si riproducono di più e con più successo, accompagnando la propria prole a riprodursi a sua volta. Sono loro i più prestanti dal punto di vista della selezione sessuale e della fitness darwiniana. E quale può essere nella nostra specie il richiamo, l’esca seduttiva favorita dalla selezione sessuale e che rende alcuni individui più prestanti? Darwin pensò ai caratteri sessuali secondari: alla barba nei maschi o al turgore del seno nelle femmine, per fare due esempi fra i tanti. Altri hanno esteso in seguito questa deduzione a diverse componenti del nostro modello biologico, incluso (non ultimo) il comportamento. Secondo ipotesi recenti, molte delle modalità comportamentali di Homo sapiens, magari proprio quelle che consideriamo un’esclusiva della nostra natura più squisitamente umana, si sarebbero evolute e stabilizzate per effetto della selezione sessuale: il linguaggio articolato, le manifestazioni artistiche, fra cui la musica, il senso etico, la morale ecc. C’è perfino chi ha proposto che l’espansione encefalica abnorme che ci contraddistingue, il nostro grande cervello, si sia sviluppato principalmente per opera della selezione sessuale, ovvero per garantire il «controllo» che dobbiamo costantemente esercitare sugli altri: riconoscendo volti e comportamenti, ricordando episodi, corteggiando e operando delle scelte.
da: http://www.lastampa.it
Commento del Dott. Zambello
Leggendo il suggestivo articolo del Professore Manzi, ogn’uno di noi ha probabilmente provato sentimenti contrastanti. Da una parte ha pensato: si, è vero, è proprio così. Ma, contemporaneamente, forse pensava: io non sono solo così, non mi descrive totalmente. Perchè?
Perchè il Professore Manzi si é “dimenticato” di una cosa: l’Anima. L’uomo è simile agli animali ma é anche “fatto” ad “ immagine” di Dio. Assieme alla libido e alla sua aggressività, egli fa i conti con l’ archetipo di Dio. Se é vero che per tutta la vita cercherà di soddisfare i suoi desideri libidici, é anche vero che non potrà sottrarsi al suo bisogno religioso.
Quando parlo di Dio, non penso al Dio dei cristiani, Egli é una risposta al bisogno dell’archetipo. Il Dio a cui penso, é il Dio Wittgenstein “di cui non si può parlare”, perché come disse Jung, nessuno “conosce” l’archetipo. Penso al Dio mesterioso e temibile dell’Antico Testamento, quello del Roveto Ardente che parla a Mosé o al Dio mulsumano, Allah, “l’ irrapresentabile” perché assolutamente misterioso.
Ed in fine l’aricolo mi suggerisce un’ulteriore considerazione sul tentativo di imbrigliare la libido ad opera dei cristiani, in particolare dei cattolici e come questo, alla luce delle osservazioni anche scientifiche, non possa che tramutarsi in un impedimento alla realizzazione del sé.
Capisco che queste mie osservazioni non sono altro che un balbettio. Sono piccole considerazioni che avrebbero bisogno di una più ampia trattazione. Spero che i vostri interventi integreranno e mi daranno la possibilità di sviluppare il pensiero.








