Il neurologo: a rischio tre milioni di italiani con attacchi di panico
27-05-09
Giorni e notti roventi rappresentano un’insidia in più per tre milioni di italiani, afflitti dagli attacchi di panico. «In estate il panico non va in vacanza, tutt’altro. Questo caldo intenso e improvviso è il periodo di massima allerta per tanti cittadini, già costretti a radicali cambiamenti delle abitudini di vita, perché condannati alla paura di aver paura» dice Rosario Sorrentino, direttore dell’Istituto di ricerca e cura contro gli attacchi di panico (Ircap) alla clinica Pio XI di Roma e autore del libro “Il Panico, una bugia del cervello che può rovinarci la vita”.
«Il problema è che – spiega il neurologo – in questi giorni più che mai scatta una diffidenza nei confronti del proprio corpo: i disturbi tipici del caldo, come sudore, palpitazioni, calo di forze, sbandamento, vampate, sono anche i segni premonitori dell’attacco di panico. Dunque chi ne soffre non sa se sta male per il caldo o perché sta per arrivare una crisi. Ora la situazione è ancor più difficile perché la canicola è arrivata all’improvviso. Insomma, questo assaggio d’estate può trasformarsi in un incubo per chi già vive in trincea, moltiplicando rabbia e aggressività in persone che rischiano di passare anche per malati immaginari, specie per chi non capisce il loro dramma».
In sostanza, quindi, non solo si sta male, ma spesso non si viene capiti. E chi decide di fuggire dalla città e andare in vacanza rischia anche di dover stravolgere le proprie abitudini, senza ancora di salvataggio. «Per questo è importante informarsi prima ed accertarsi che sia presente un presidio medico, in caso di emergenza» avverte Sorrentino, che dice no al “fai dai te” con pillole e farmaci. «E’ importante tener presenti le mutate condizioni climatiche, chiedendo allo specialista di “tarare” le terapie farmacologiche in base alla stagione e alle temperature. Molto utile anche abbinare alle cure l’attività fisica regolare, ma solo nelle ore più fresche, e il consumo di due litri di acqua al giorno. Vietati, infine, gli alcolici e le maratone sotto il sole».
da: http://www.ilmessaggero.it
Commento del Dott. Zambello
Resto convinto che se pur in prima risposta le “pillole” possono aiutare, queste non risolvono il problema, lo spostano solo al prossimo attacco. Muoversi preoccupandosi che ci sia un distretto medico, non può essere una soluzione.
LO PSICOLOGO: ISTRUZIONI PER L’USO
25-05-09
Avete pensato di andare dallo psicologo? Alcune indicazioni utili per la scelta.
Buongiorno a tutti i lettori di Terninrete, oggi diamo il via a questa nuova rubrica “Lo psicologo-psicoterapeuta informa”.
Come mai ho scelto questo titolo?
Perchè quest’anno, partecipando ad una iniziativa denominata MIP2 – Maggio d’Informazione Psicologica” di cui sono la referente per la provincia di Terni (www.psicologimip.it), mi sono resa conto di quanta difficoltà abbiano le persone ad entrare nei nostri studi, anche solo per chiedere informazioni, e di quanto la nostra professione risulti ai più ancora così sconosciuta.
Quindi ho deciso di aprire questa rubrica e di far conoscere da vicino lo psicologo, oltre che la psicologia.
Sarà capitato ad ognuno di Voi, almeno una volta nella vita, di pensare “forse avrò bisogno dello psicologo?”, ma qual’è stata la vostra risposta?
Perchè non ci siete andati?
Forse non ne sapete abbastanza e ciò che non si conosce fa paura.
Chi è lo psicologo?
Lo psicologo ha conseguito una laurea di cinque anni in Psicologia presso un’Università italiana, successivamente ha svolto un tirocinio, della durata di un anno, effettuato con la supervisione di un tutor-professionista, ed infine ha superato l’Esame di Stato, che consente l’iscrizione all’Albo degli Psicologi (Albo sez. A) e l’accesso alla professione.
Cosa fa lo psicologo?
La professione di psicologo comprende gli usi degli strumenti conoscitivi e d’intervento per la prevenzione, la diagnosi, il sostegno psicologico, l’abilitazione e riabilitazione, rivolti alle persone, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende inoltre le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito. Continua
L’ANZIANO E I DISTURBI PSICO-ESISTENZIALI
16-05-09
I problemi psicologici dovuti all’anzianità sono molteplici. In questo articolo intendo prendere in considerazione uno dei disturbi più frequenti negli over 60: la depressione. La società di oggi tende a svalutare gli anziani e a privilegiare i giovani e nel contempo tende a considerare l’invecchiamento come una malattia e a collegare alla stessa sintomi come l’apatia, l’astenia, i disturbi della memoria e lo scadimento delle condizioni fisiche. L’idea che le capacità mentali declinino con l’età è estremamente diffusa e particolarmente negativa nei suoi effetti: non è così, le performance non diminuiscono con l’età , ma i processi di apprendimento si compiono più lentamente. L’anziano è inoltre esposto a situazioni stressanti legati a un numero maggiore di eventi di “perdita” e all’avvicinarsi della morte. Queste condizioni favoriscono un calo dell’autostima, e la donna sembra più sensibile alla mancanza di relazioni sociali, ai problemi finanziari e alla paura della morte. La depressione può presentarsi mascherata, cioè l’anziano può utilizzare disturbi somatici per comunicare uno stato depressivo. Anche una diagnosi di “pseudodemenza”, dovuta da alterazione della memoria, dell’orientamento e della funzione intellettiva, può complicare la situazione. Non è facile definire esattamente quanto la sintomatologia depressiva sia direttamente causata dalla malattia fisica e quanto sia invece legato alla reazione psicologica; in ogni caso la depressione tende a svilupparsi e a procedere in maniera indipendente anche quando il disturbo organico viene trattato in maniera pronta e adeguata. In altri casi i problemi psicologici sembrano essere legati all’emarginazione sociale, alla povertà , alla deprivazione culturale e all’isolamento. Continua
Come guarire dalla depressione
09-05-09
Si può guarire dalla depressione? Per fortuna è possibile, però bisogna farsi aiutare.
E’ necessario rivolgersi a degli specialisti e sottoporsi alle cure adatte, non si può uscire dalla depressione da soli: la sola forza di volontà, purtroppo, non basta
Nonostante la depressione sia una vera e propria patologia che crea un fortissimo disagio psicologico, è possibile uscirne rafforzati nel carattere e nella forza di volontà.
L’importante è riuscire a riconoscere la patologia, che spesso viene sottovalutata da chi circonda la pesona che ne soffre, scambiandola per una semplice stanchezza, accumulo di stress o malumore.
La depressione può essere di vari tipi e più o meno grave. L’importante è iniziare a rivolgersi ad uno specialista quando si iniziano ad avvertire i primi segnali d’allarme.
Ecco i principali sintomi della patologia:
tristezza che persiste per tutto il giorno, mancanza di interesse nelle attività quotidiane, stanchezza, diminuzione dell’appetito, mancanza di stimoli, insonnia o sonnolenza eccessiva, mancanza di autostima e di energie. La depressione diventa grave quando si pensa continuamente alla morte e al suicidio.
Per guarire dalla depressione bisogna avvalersi della psicoterapia e di farmaci prescritti dallo specialista. Dovete sapere che i farmaci antidepressivi vengono prescritti quando si soffre di depressione abbastanza grave e non in caso di depressione lieve.
Per vincere il “male oscuro” dobbiamo iniziare a dare retta alle nostre esigenze, ai nostri sogni e mettere noi stessi al primo posto, non dando retta a ciò che pensano gli altri di noi.
Non bisogna dare modo a chi ci circonda di avere delle aspettative impossibili nei nostri confronti. Insomma: bisogna imparare ad accettare i propri limiti e cercare di ritrovare stima in se stessi e nelle proprie capacità. Continua
Impotenza, consigli e prevenzione
02-05-09
di Valentina Arcovio
Se c’è una cosa che l’uomo non riesce proprio a fare quando ha problemi a letto è ammettere di avere un disturbo. E ancor di più riuscire ad ammettre di aver bisogno dell’aiuto di uno specialista. All’inizio infatti cerca di ignorare il problema, poi si chiude in sè stesso e inizia a cercare sul web più informazioni possibili per risolvere il problema da solo. Si ritrova così di fronte a un ginepraio di informazioni confuse e discordanti: da diagnosi fai da te a veri e propri farmaci o rimedi poco consigliabili. In media, secondo gli esperti, passano all’incirca due anni prima che un paziente si decida a rivolgersi a uno specialista che lo aiuti seriamente.
La disfunzione erettile, quella che una volta veniva chiamata più semplicemente impotenza, è ancora un pericoloso tabù nell’universo maschile. Eppure, ben un italiano su otto, cioè un totale di circa tre milioni di adulti, ne soffre spesso per via di stili di vita sbagliati, ma non di rado questo disturbo è il campanello d’allarme per patologie più importanti.
Per questo anche quest’anno è partita da oggi la campagna informativa “Torna ad amare senza pensieri”, realizzata dalla Società italiana di andrologia (Sia), con l’obiettivo di diffondere una corretta cultura della prevenzione, diagnosi e trattamento della disfunzione erettile, ribadendo l’importanza di consultare il medico e lo specialista andrologo già al primo esordio del sintomo.
Sottovalutare i sintomi della disfunzione erettile, infatti, non solo prolunga le sofferenze a letto, ma preclude la possibilità di smascherare problemi di salute ben più seri. Nel 77 per cento dei casi, infatti, i sintomi di questo disturbo sono associati alla possiboile insorgenza di altre patologie, prima di tutte le malattie cardiovascolari o il diabete.
“Ecco perchè pensare di sottovalutare la disfunzione erettile è sbagliato e, soprattutto, dannoso per la salute maschile”, ha sottolineato Vincenzo Gentile, presidente della Sia.
Per questo, anche quest’anno, l’obiettivo della campagna è quello di far entrare tempestivamente in contatto i potenziali pazienti con un medico. “Spesso, però questi pazienti sono ‘bloccati’ – ha spiegato Bruno Giammusso, coordinatore scientifico della campagna – tanto da non riuscire a parlare del proprio problema, nè al medico di famiglia, nè allo specialista andrologo. E questo succede perchè il potenziale paziente non è informato sull’evoluzione della disfunzione erettile.In presenza di un deficit dell’erezione, l’uomo tende infatti a rinchiudersi in sè stesso, o a cercare soluzioni alternative alla visita medica, perdendo così decisamente del tempo prezioso per arrivare alla soluzione. Ecco perchè come Società italiana di andrologia, anche quest’anno, vogliamo mettere a disposizione di tutti i pazienti la nostra esperienza professionale attraverso strumenti pensati appositamente per loro”.
La Sia ha messo a disposizione un numero verde dedicato (800.36.36.77) che da oggi fino all’8 maggio permetterà ai potenziali pazienti di chidere informazioni a 200 andrologi. Il servizio sarà attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 20.00 alle 22.00. Inoltre, è online il sito Internet della campagna (www.amaresenzapensieri.it), grazie al quale gli esperti della Sia sono riusciti a tratteggiare un primo profilo del potenziale paziente con disfunzione erettile partendo dall’analisi dei dati di accesso.
Il paziente tipo ha un’età compresa tra i 50 e 60 anni, diplomato, abitante nelle grandi città del Lazio, della Sicilia, della Campania e della Lombardia, con una stabile relazione di coppia, ma che non si è ancora sottoposto a una visita andrologica.
Eppure, attualmente esistono gli strumenti per combattere la disfunzione erettile. Tanti farmaci, ognuno dei quali specializzato per ogni singolo problema. Ad esempio, tra qualche settimana dovrebbe arrivare in Italia un nuovo farmaco contro l’eiaculazione precoce introdotto già in Svezia e Finlandia. Si tratta della “dapoxetina”, la prima molecola approvata dall’Emea, l’agenzia europea che si occupa del controllo sui farmaci per la cura di questo problema che affligge dal 20 al 30 per cento degli italiani di età compresa fra i 18 e i 55 anni.
La “dapoxetina” è un parente stretto del Prozac, ovvero molto simile alla molecola del farmaco anti-depressivo. E’ in grado di triplicare il tempo d’erezione, aumentando anche il controllo sull’erezione. Poi c’è tutta una serie di farmaci da tempo già in commercio che, se prescritti dal medico, possono migliorare la vita dei pazienti affetti da disfunzione erettile.
Si tratta della famosa pillola blu, cioè il Viagra, della pillola gialla, il Cialis, e di Levitra. Ognuno dei farmaci ha dei comprovati effetti benefici sulla vita sessuale degli uomini che soffrono di impotenza. Ma il mercato dei farmaci contro la disfunzione erettile è ancora più vasto. Allo studio ci sono tutta una serie di pillole che hanno come obiettivo quello di risolvere i problemi sessuali degli uomini.
Per il momento si tratta di farmaci ancora in via di sperimentazione, ma che hanno suscitato l’interesse di molte case farmaceutiche consapevoli che il target di mercato si sta facendo sempre più ampio.
da: http://www.ilmattino.it
Commento del Dott. Zambello
Capisco che la campagna per la prevenzione dei disturbi erettili sia stata organizzata dagli andrologi e che questi “portino acqua al loro mulino” anche se é poco giustificabile. Ma é per me meno comprensibile che una giornalista sposi totalmente questa impostazione teorica, omettendo volutamente o per mancanza di informazioni che la cura della impotenza é sicuramente anche farmacologica ma soprattutto psicologica. Tutti ormai sanno, anche i giornalisti che non c’é pastiglia verde che serva se c’é un blocco psicologico, una “conversione” somatica di disagi profondi. E’ vero invece che ogni disturbo somatico, impotenza compresa, deve essere opportunamente diagnosticato nelle sua eziologia e nel caso vi fossero cause fisiche, sono quelle che vanno curate. E’ anche vero che la “pasticlietta verde” aiuta a superare alcuni ostacoli ma, é falso e pericoloso far passare l’informazione che c’é ormai una pastiglia per tutto o quasi. Basta aspettare, magari che arrivino dall’estero.
L’OMOSESSUALITà IN CERCA D’AIUTO
02-05-09
Le cosiddette “terapie riparative”: recenti studi segnalano assurdità e danni
di Vittorio Lingiardi * e Nicola Nardelli *

Sempre più spesso si sente parlare di interventi mirati a condizionare o modificare l’orientamento da omosessuale a eterosessuale. Sono le cosiddette “terapie riparative”. Ognuno ha detto la sua, dai cantanti ai sacerdoti, troppo spesso bypassando gli addetti ai lavori: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti. Il “dibattito” si è sviluppato in due direzioni: quasi tutti concordano nel dire che, essendo la preferenza omosessuale una normale espressione della sessualità, da anni non classificata tra le malattie mentali o i disturbi del comportamento, sarebbe un grave atto anti-terapeutico e anti-deontologico quello di cercare di “ripararla” (come si cerca di fare con le cose che “non funzionano”) in chiave eterosessuale. Ma c’è chi sostiene che se è il paziente a chiedere di essere aiutato a “cambiare”, allora è giusto che lo psicologo ci provi.
Due ricercatori statunitensi, Shidlo e Schroeder, nel 2002 hanno condotto uno studio su un campione di 202 soggetti per valutare l’efficacia e gli effetti delle terapie di riconversione sessuale. Hanno individuato due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (l’87%, pari a 176 soggetti) e quelli che la ritengono riuscita (il 13%, pari a 26 soggetti). Tra questi ultimi, però, 18 soggetti riferiscono che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso di specifiche tecniche di “gestione del comportamento omosessuale”, optando per il celibato oppure ingaggiando un’incessante lotta contro la propria omosessualità; 8 riferiscono di aver ricevuto un aiuto nella conversione all’eterosessualità (ma queste stesse persone svolgono il ruolo di tutors in gruppi di ex-gay).
Del gruppo rimasto omosessuale, 20 soggetti non riportano danni psicologici a lungo termine e anzi si sentono quasi “fortificati” dalla conferma di essere proprio omosessuali. I restanti 156 soggetti accusano invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti a raggiungere l’obiettivo: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi (fino a tentativi di suicidio).
Il più recente studio è stato appena pubblicato sulla rivista BMC Psychiatry. Durato sette anni e condotto da Annie Bartlett, Glenn Smith e Michael King della St. George University e della University College Medical School di Londra, ha analizzato le risposte di 1328 terapeuti inglesi a un questionario. Anche se solo il 4% degli intervistati riferisce che, su richiesta dell’interessato, proverebbe a modificare l’orientamento sessuale di un paziente, il 17% riconosce però di aver condotto interventi psicologici orientati a modificare le preferenze sessuali di qualche paziente gay o lesbica. Diverse sono le ragioni addotte dai clinici per giustificare il loro intervento “riparativo”. In cima alla classifica troviamo la “confusione del paziente nei confronti del proprio orientamento sessuale”, seguita dalla “pressione sociale e familiare”, dai “problemi di salute mentale” e, infine, dal “credo religioso”. “Le persone con cui ho praticato l’intervento”, risponde uno degli psicologi “riparatori” intervistati, “erano molto infelici a causa della loro sessualità: il loro desiderio era diventare eterosessuali. E questo a causa dalle pressioni degli amici, della famiglia e delle comunità locali”.
Dunque, dicono alcuni, la possibilità di “conversione” dovrebbe essere disponibile a chi ne fa richiesta, nel rispetto della sua volontà e della sua libertà. Ma il paradosso è che sarebbe una libertà cercata in conseguenza di una costrizione: l’omofobia, sia sociale (come nell’esempio riportato), sia “interiorizzata”. “Per molti uomini e donne”, dice Michael King, “scoprire di essere gay è motivo di stress. Per questo alcuni si rivolgono allo psicologo (o ci vengono mandati dai genitori) per essere aiutati a cambiare. Di questi psicologi, alcuni magari sono animati dalle migliori intenzioni. Ma quello che dovrebbero fare è aiutare i loro clienti a fare i conti con la loro condizione, a capire che ad avere un problema è la società, non sono loro. Non esistono ricerche in grado di provare l’efficacia di tali interventi: si tratta di opzioni sconsiderate e spesso dannose”.
* Facoltà di Psicologia 1, Università La Sapienza, Roma
da Repubblica del 16 aprile 2009
e :http://www.gaynews.it
Commento del Dott. Zambello
Non ho mai nascosto che nella mia lunga esperienza professionale, sono vecchiotto, c’é stato un periodo che venendo a contatto con la sofferenza di molte di queste persone che vivevano la loro omosessualità con difficoltà, sono stato tentato di forzare un po’ la mano e a tentare una “terapia riparativa”. In quel tempo usavo ancora l”ipnosi. Che sciocchezza! E’ stato proprio l’incontro con Jung, avvenuto dopo un mio, lungo, approccio freudiano che ho maturato anche teoricamente che star bene vuol dire “essere se stessi”, individuarsi. Che importa se la natura ha deciso con un uomo o con una donna, l’importante é essere capaci di amare e farsi amare. Questo è il compito dello psicoterapeuta: aiutare a diventare se stessi.
La valutazione dell’efficacia delle psicoterapie: conversazione con Fabrizio Starace
01-05-09
Nel corso del convegno “Terapia familiare: un update” (Napoli, 8 aprile 2009) è stato tra l’altro svolta la relazione “La valutazione dell’efficacia delle psicoterapie” da parte dello psichiatra Fabrizio Starace – direttore dell’Unità Operativa Complessa Psichiatria di Consultazione dell’Azienda Ospedaliera D. Cotugno di Napoli e docente di Psichiatria Sociale all’Università di Napoli – a cui abbiamo posto alcune domande.
Dato il carattere intersoggettivo, confidenziale, difficilmente narrabile a terzi delle psicoterapie, quali criteri e metodologie vanno utilizzati per valutarne l’efficacia?
L’intersoggettività e la confidenzialità sono caratteristica di tutti gli atti terapeutici; la difficile narrabilità dell’esperienza psicoterapica deve essere oggetto di riflessione e non alibi per escludere la psicoterapia dalle necessarie verifiche di efficacia, efficienza ed economicità. Nei confronti del problema vi sono due scuole di pensiero: quella di chi considera inapplicabili al campo psicoterapico le metodologie applicate in tutti gli altri interventi terapeutici (lasciando quindi ampio spazio alla autoreferenzialità) e quella invece di chi, pur consapevole delle difficoltà metodologiche, si impegna nel faticoso lavoro di comprensione dei fattori terapeutici comuni e specifici che distinguono i diversi approcci. Vorrei qui chiarire un aspetto cruciale del dibattito: ciascuno è libero di sperimentare i percorsi di crescita e maturazione individuale in cui crede se ciò avviene per iniziativa individuale e a spese proprie; ciò che non è accettabile è impegnare risorse pubbliche – quelle del sistema sanitario – senza avere ragionevole chiarezza di cosa venga fatto, per quale problema (di salute, evidentemente, anzi di salute mentale), per quale paziente, in quanto tempo e soprattutto con quali risultati. E’ proprio dall’area delle psicoterapie che ci si aspetta un contributo innovativo sui temi elencati. E tuttavia una recente revisione delle riviste di psicoterapia elenca almeno 1430 fattori di esito (!) individuati dalle diverse scuole di pensiero: un po’ troppi per consentire il sia pur minimo tentativo di razionalizzazione. Continua




