Sesso come una volta?

30-09-09

Parlare molto di sesso non aiuta a farlo come si deve. E’ una convinzione in linea con un vecchio detto, irripetibile in questa sede, ma torna alla memoria seguendo il dibattito in corso negli Stati Uniti. Diversi studiosi di sessuologia e psicologia sostengono: ora che la gente può parlare tranquillamente col proprio medico di “disfunzione erettile” e sente parlare in televisione di anorgasmia, il sesso ha perso molta della sua componente emotiva. Un sesso medicalizzato, insomma, e per certi aspetti meno “umano”, come ha scritto il quotidiano Boston Globe.

“La sessualità è troppo simile a una competizione e come molte gare anche in questo caso è possibile condizionare le prestazioni con i farmaci o addirittura con la chirurgia cosmetica”; ha puntualizzato Drake Bennett. L’atto sessuale, visto in termini di funzione o disfunzione, non è più far l’amore ma è qualcosa di diverso: per molti meno interessante.La rivista Utne, un periodico molto trendy negli Stati Uniti, sostiene che il sesso sta diventando “a zero sum game”, una competizione in cui, alla fine, rischiano di perdere tutti. Il successo del fare l’amore, sostengono Michael Metz e Barry McCarthy, dipende dalla coppia e, semmai, dal contesto sociale. Non a caso, Amy Allina, direttore del network nazionale delle donne americane, ha segnalato con preoccupazione il grande impatto che la disoccupazione sta avendo sulle abitudini sessuali degli statunitensi.

Tornare a fare l’amore, dunque, o semplicemente a godere di una sana attività sessuale. E’ questa la prescrizione che il medico dovrebbe avere il coraggio di fare ai propri pazienti? Probabilmente sì, cercando di recuperare i naturali, necessari stimoli e allontanandosi dai modelli eccessivamente “performanti” ai quali ci stiamo purtroppo abituando…

Fonte: Boston Globe

da:=http://it.health.yahoo.net

 

Commento Del Dott. Zambello

Non sono troppo in accordo con l’autore dell’articolo sulla “filosofia” :”siamo inglesi, non parliamo di sesso….”  o come sottintende lui, chi parla di sesso poi non lo fa. Non so nemmeno se serva o meno parlarne a livello mediatico, se l’informazione aiuti. Io credo di si.  Ma, sicuramente si deve parlare di sesso all’interno della coppia. La coppia deve crescere  assieme comunicandosi, sperimentando, scegliendo le rispettive fantasie sessuali. Queste non devono rimanere relegate in un mondo interno, vissute magari a livello masturbatorio o sperimentate con l’altro, l’altra. L’amante che diventa colei, colui con cui si fanno delle cose che ci piacciono, ci fanno divertire mentre con il marito, la moglie, si ” mangia sempre la solita minestra”. Parlare di sesso, esprimere verbalmente le proprie fantasie che quasi sempre sono ancorate a nuclei infantili profondi, ci aiuta a svelare un mondo che spesso é avvertito come deviante, proibito, carico di sensi di colpa, ansia. E’ terapeutico.

Per quanto concerne l’impotenza sessuale  e la psicoterapia, VIDEO : http://www.youtube.com/watch?v=vyqc7QzPi_I&feature=channel_page

Eiaculazione precoce, un problema per milioni di uomini

28-09-09

del Dr Catello Orazzo
L’eiaculazione precoce rappresenta un problema per milioni di uomini. In realtà non tutti gli uomini che presentano questo disagio soffrono di una vera e propria malattia, in molti casi si tratta di vissuti soggettivi che nascono dalla disinformazione dovuta ad un certo tipo di letteratura o di cinematografia. Comunque anche nei casi di reale patologia è possibile effettuare trattamenti terapeutici in grado di risolvere il problema. L’accumulo di sempre più approfondite conoscenze in campo psicofarmacologico consentono di associare lo strumento farmacologico a quello psicoterapeutico, migliorando in questo modo i tempi e la qualità della risposta terapeutica.
L’eiaculazione precoce viene spesso considerata la disfunzione sessuale più diffusa tra gli uomini. In realtà la maggior parte degli uomini all’inizio della propria vita sessuale presentano una risposta eiaculatoria piuttosto rapida. Successivamente, man mano che sviluppano una maggiore esperienza, imparano a regolare adeguatamente il riflesso eiaculatorio.
Secondo alcuni, l’incidenza dell’eiaculazione precoce nella vita adulta oscillerebbe tra il 20 e il 30 % della popolazione maschile. In realtà tale dato va attentamente interpretato in quanto la sua veridicità dipende dalla definizione che vogliamo assumere per eiaculazione precoce. Infatti, se includiamo anche le forme in cui l’unico parametro è quello soggettivo (sensazione di non controllare l’orgasmo e desiderio di un tempo più lungo) probabilmente tale dato è veritiero, se invece assumiamo parametri più obiettivi, ad es. la durata del rapporto sessuale o il numero di spinte coitali che precedono l’eiaculazione, tale valore si ridimensiona notevolmente, ovviamente in funzione dei parametri di normalità adottati.
In realtà il problema della definizione, per questa entità nosografia, è stato ampiamente discusso e non ha ancora trovato una soluzione condivisa. Inizialmente Masters e Johnson, i fondatori della moderna sessuologia clinica, definivano l’eiaculazione precoce come quella condizione nella quale almeno il 50 % dei rapporti sessuali si concludevano con un’eiaculazione che precedeva l’orgasmo femminile. Secondo il DSM III (il manuale statistico e diagnostico messo a punto dall’American Psychiatric Association e pubblicato nel 1980) per eiaculazione precoce si intende un’eiaculazione che avviene prima che il soggetto lo desideri, a causa di una ricorrente e persistente assenza di un ragionevole controllo volontario dell’eiaculazione e dell’orgasmo durante l’attività sessuale. Nelle edizioni successive del DSM (DSM III R e DSM IV) tale criterio non è stato riproposto, in quanto il concetto di ragionevole controllo volontario risulta piuttosto vago e poco obiettivabile, e pertanto viene rimpiazzato dal criterio di tempo di eiaculazione breve. Il DSM IV R, pubblicato nel 2000, definisce l’eiaculazione precoce come un’eiaculazione persistente e ricorrente a seguito di minima stimolazione sessuale prima, durante, o poco dopo la penetrazione e prima che il soggetto lo desideri. In sostanza mentre il DSM III considera i criteri del controllo e non quelli della durata, il DSM III R e il DSM IV considerano il criterio del tempo e non quello del controllo, anche se questi due manuali non forniscono un valore limite per distinguere il tempo normale da quello patologico, pertanto il proposito di maggiore obiettività viene meno proprio per la mancanza di un valore soglia.
L’ICD 10 (la classificazione internazionale delle malattie proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e pubblicato nel 1992) definisce l’eiaculazione precoce come l’incapacità di ritardare l’eiaculazione a sufficienza per godere del rapporto sessuale, che si manifesta sia come intervento dell’eiaculazione prima, sia immediatamente dopo l’inizio del rapporto e come un’incapacità di ritardare l’eiaculazione sufficientemente per godere del rapporto, e si manifesta con uno dei seguenti criteri: 1) l’eiaculazione si verifica prima o subito dopo l’inizio del rapporto (se è richiesto un limite temporale questo è di 15 secondi dall’inizio del rapporto); 2) l’eiaculazione avviene in assenza di un’erezione sufficiente a rendere possibile il rapporto. In sostanza l’ICD 10 utilizza sia il criterio del controllo, sia quello del tempo molto brave. In questo modo il criterio del controllo viene consistentemente ridimensionato dal criterio della durata (15 sec.). Purtroppo il manuale non fornisce le referenze scientifiche a cui si ispirano i criteri adottati.
Tutti i criteri sopra esposti appaiono, però, criticabili per un motivo o per l’altro. Il criterio di Masters e Johnson considera solo un parametro percentuale, senza alcuna considerazione per il soddisfacimento dei partner o per la capacità di controllo dell’uomo. D’altro canto il valore del 50 % (rapporti che si concludono con un’eiaculazione che precede l’orgasmo femminile) risulta assolutamente arbitrario e senza alcuna correlazione col vissuto soggettivo e con il senso di appagamento dei partner. Il DSM III, IV e IV-R introducono dei parametri più o meno facilmente quantificabili, ma non tengono in alcuna considerazione la sensazione soggettiva di soddisfacimento che dovrebbe caratterizzare la vita sessuale. L’ICD-10 pur prendendo in considerazione i vissuti soggettivi correlati alla precocità, non valuta l’eventualità, peraltro molto frequente, di un ritardo o di una mancanza dell’ orgasmo nella partner. Inoltre non bisogna dimenticare che i tempi della risposta eiaculatoria variano in funzione di numerosi parametri come l’età del soggetto, il tempo trascorso dall’ultimo rapporto, l’attrazione sessuale esercitata dalla partner, ecc.
Per le prossime edizioni del DSM e dell’ICD si sta mettendo a punto una classificazione dell’eiaculazione precoce più strutturata e meglio rispondente alla complessità delle situazioni cliniche osservabili nella pratica quotidiana. Tale classificazione si rifà ad un approccio sindromico in base al quale si distinguono quattro forme cliniche:1)eiaculazione precoce primaria;
2)eiaculazione precoce secondaria;
3)variante naturale dell’eiaculazione precoce;
4)disfunzione eiaculatoria simil precoce.

- Eiaculazione precoce primaria. Si tratta di una forma clinica che si manifesta fin dal primo rapporto sessuale, con tutte le partner e con ogni forma di attività sessuale, quindi anche con la masturbazione. La risposta eiaculatoria si verifica entro 60 secondi dalla penetrazione, anche se talvolta può verificarsi dopo 1-2 minuti. Nelle forme più gravi l’eiaculazione avviene prima ancora della penetrazione (eiaculazione ante portas) o appena il pene tocca la vagina (eiaculazione intra portas). Il quadro clinico tende a rimanere stabile per il resto della vita, e in un terzo dei casi addirittura si aggrava. Alla base di questo problema potrebbe esserci una maggiore sensibilità del sistema nervoso, probabilmente su base ereditaria.

- Eiaculazione precoce secondaria. Questa forma clinica dipende da una patologia sottostante di natura organica (disfunzione tiroidea, ipertensione, prostatite, patologie dell’apparato urinario, neurite, epilessia, trauma pelvico o spinale, sclerosi multipla, ecc.) o psicologica (disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, lutto, disturbi di personalità, reazioni a stress, ecc.), talvolta può essere secondaria a sopraggiunte difficoltà relazionali o verificarsi nel corso di rapporti con una nuova partner. In qualche caso può essere secondaria all’abuso di sostanze o a trattamenti farmacologici con antidepressivi come il nortimil o decongestionanti nasali a base di efedrina o pseudoefedrina. Anche la sindrome di astinenza da sostanze stupefacenti può causare eiaculazione precoce. Le forme secondarie non si manifestano fin dall’adolescenza ma solo da una certa fase della vita in poi. La terapia consiste in un adeguato intervento sul problema primario o nel caso di difficoltà psicologiche o relazionale in una psicoterapia singola o di coppia.

- Variante naturale dell’eiaculazione precoce. Le persone affette dalla variante naturale lamentano occasionali eiaculazioni precoci, spesso di tipo situazionale, ma la maggior parte dei rapporti si conclude secondo tempi e modalità soddisfacenti. Tali situazioni non rappresentano una vera patologia, bensì una condizione di normalità nella quale l’occasionale brevità del rapporto rientra nella fisiologica variabilità della risposta sessuale. I tempi di un rapporto sessuale dipendono da numerosi fattori contigenti, ad es. dalla frequenza dei rapporti sessuali: un lungo periodo di astinenza può essere la causa di una occasionale brevità di un rapporto sessuale senza che ciò denoti alcuna disfunzione sessuale. Soggetti particolarmente ansiosi e insicuri possono, in seguito ad occasionali precocità dell’eiaculazione, preoccuparsi eccessivamente interferendo così con la normale risposta sessuale e originando forme secondarie di disfunzioni sessuali come impotenza o eiaculazione precoce secondaria.

- Disfunzione eiaculatoria simil-precoce. Anche questa forma non rappresenta una vera patologia. Le persone rientranti in questa categoria lamentano un’eccessiva brevità del rapporto e la sensazione di non avere controllo sufficiente sul riflesso eiaculatorio, e quindi di non riuscire a ritardarlo a loro piacimento. In realtà un colloquio ben condotto e un’anamnesi accurata permettono di riscontrare che si tratta solo di sensazioni soggettive in quanto i tempi risultano assolutamente normali, ad es. tra 3 e 6 minuti, e talvolta anche più lunghi (6-25 minuti). In genere alla base di questo forma si rinvengono problemi psicologici o relazionali. Molto spesso un certo tipo di letteratura e/o di cinematografia forniscono informazioni assolutamente fuorvianti, alimentando aspettative irrealistiche. L’attenzione viene portata inevitabilmente sulla prestazione, mentre la componente soggettiva, di scambio reciproco e di conoscenza, vengono trascurate. Il numero dei rapporti sessuali, la durata degli stessi e il numero degli orgasmi diventano i parametri di riferimento per la valutazione della qualità della vita sessuale. Le persone che assimilano questi riferimenti finiscono col portare la loro attenzione alla prestazione, privandosi così della possibilità di godere pienamente degli scambi sessuali e finendo con l’accrescere la propria ansia, e sviluppando una sensazione di inadeguatezza.

Abbiamo visto come i diversi manuali diagnostici introducano il criterio di tempo di eiaculazione breve o molto breve. Ritengo opportuno a questo punto soffermarsi un attimo a riflettere su cosa intendiamo per tempo di eiaculazione breve o molto breve.
Uno studio condotto su 110 uomini affetti da eiaculazione precoce secondo i criteri del DSM IV, ha permesso di valutare i tempi di eiaculazione mediante l’uso di un cronometro gestito dalla donna durante il coito. Dallo studio è emerso che il 90 % degli uomini eiaculavano entro un minuto dalla penetrazione, mentre il 10 % lo facevano dopo un tempo che va da 1 a 3 minuti. Nell’ambito del primo gruppo (un minuto o meno) circa il 40 % eiaculava entro 15 secondi. In base a questi dati sembra coerente concludere considerando un tempo molto breve il tempo di un minuto (90 % dei soggetti).
Va comunque ribadito che negli ultimi tempi si tende a trascurare l’aspetto temporale per privilegiare la sensazione soggettiva di controllo del riflesso eiaculatorio che sembra persa nel caso di eiaculazione precoce.

TERAPIA
La terapia si svolge secondo due direttive principali, quella psicoterapeutica e quella farmacoterapeutica. Ovviamente la scelta terapeutica più adeguata viene fatta solo dopo un attenta valutazione clinica e un adeguato inquadramento diagnostico.
In linea di massima per le forme primarie conviene attuare un approccio di tipo farmacologico. Le forme secondarie richiedono un ulteriore discernimento. Quelle secondarie a patologie organiche necessitano di una terapia mirata alla patologia primaria, che verrà effettuata dallo specialista competente. Quelle secondarie a problemi di natura psicologica vengono trattate con una psicoterapia eventualmente associata ad una farmacoterapia. Laddove l’eiaculazione precoce è secondaria ad un trattamento farmacologico bisogna valutare la possibilità di sospendere la terapia, o almeno di ridurne il dosaggio, laddove l’effetto indesiderato è dose dipendente; in qualche caso si potrà valutare la possibilità di sostituire il farmaco responsabile con un altro privo degli stessi effetti collaterali. Ovviamente queste decisione vanno prese in collaborazione con lo specialista prescrittore.
Per le forme di eiaculazione simil-precoce e per le varianti naturali dell’eiaculazione precoce, spesso è sufficiente un intervento di counseling psicosessuologico o, nei casi più complessi, una psicoterapia.
Le forme di psicoterapia per le quali esiste una maggiore evidenza di efficacia sono rappresentate dalla terapia cognitivo-comportamentale e dalle terapie di coppia secondo vari indirizzi terapeutici (tra queste si sottolinea la terapia mansionale integrata).
Per quanto riguarda gli aspetti psicofarmacoterapeutici si è rilevata di grande importanza l’osservazione che i farmaci utilizzati per il trattamento della depressione comportino, come effetto collaterale, un ritardo dei tempi dell’eiaculazione. Tale effetto, in genere indesiderato, può essere sfruttato a scopo terapeutico nei soggetti affetti da eiaculazione precoce.

ANTIDEPRESSIVI TRICICLICI
L’azione terapeutica degli antidepressivi triciclici, per quanto molto diffusa nella pratica clinica, risulta ancora poco documentata. Sono ancora pochi gli studi sufficientemente documentati su casistiche ampie. Uno studio condotto in doppio cieco su tre gruppi di pazienti; il primo trattato con 25 mg/die di clomipramina, il secondo con 50 mg/die dello stesso farmaco, il terzo con placebo, ha evidenziato un aumento della latenza media preeiaculatoria, da un livello basale di 81 secondi, a 3 minuti (25 mg/die di clomipramina), o a 7 minuti (50 mg/die di clomipramina). Queste variazioni si verificavano nell’ arco di 2-7 settimane.
Nella pratica clinica si può utilizzare il farmaco al dosaggio iniziale di 25 mg/die; quando è necessario si aumenta a 50 mg/die. Nel caso di effetti collaterali fastidiosi, o di una frequenza di rapporti sessuali molto bassa, per es. ogni 3-4 settimane, si può somministrare una dose di 25 mg, 4-6 ore prima del rapporto sessuale; ma anche in questo caso si può verificare nausea nel giorno dell’assunzione del farmaco o anche il giorno dopo.
Nel caso di eiaculazione precoce secondaria è possibile che la stessa sia dovuta a cause organiche anche di natura urologica, pertanto si rende necessario escludere queste evenienze con opportune consulenze specialistiche, in quanto i triciclici sono controindicati in particolari condizioni urologiche, ad es. in caso di ipertrofia prostatica. A scopo prudenziale, in questi casi, è opportuno preferire gli SSRI.
Inizialmente è stato ipotizzato che l’azione ritardante dei triciclici fosse una conseguenza dell’inibizione delle terminazioni nervose simpatiche che innervano l’apparato genitale. L’osservazione che la clomipramina svolge anche un’azione di potenziamento della trasmissione serotoninergica, e, soprattutto, la diffusione di farmaci ad azione selettiva sulla trasmissione serotoninergica (SSRI) in grado di ritardare il riflesso eiaculatorio, ha consentito di formulare un’ipotesi serotoninergica dell’eiaculazione ritardata e del meccanismo d’azione dei farmaci in grado di correggerla.

SSRI
Gli SSRI rappresentano un altro valido rimedio per il trattamento dell’eiaculazione precoce. Rispetto ai triciclici essi presentano una migliore tollerabilità.
Tutti gli SSRI, tranne la fluvoxamina, la cui azione appare più limitata, si sono dimostrati utili nel correggere in qualche misura il ritardo eiaculatorio.
Uno studio condotto in doppio cieco su due gruppi di pazienti, uno trattato con placebo, l’altro con 40 mg di paroxetina/die, ha permesso di osservare un passaggio da una latenza eiaculatoria media basale di 40 secondi a 7.5 minuti dopo 3 settimane di terapia e a 10 minuti dopo 6 settimane. Molti pazienti lamentavano, però, un forte senso di affaticamento con frequenti sbadigli durante il rapporto sessuale.
In un altro studio condotto in doppio cieco su 52 pazienti con eiaculazione precoce, la somministrazione di sertralina al dosaggio medio giornaliero di 121 mg, ha comportato un notevole ritardo nella latenza dell’eiaculazione; tale effetto risultava significativo anche confrontato col gruppo di controllo trattato con placebo.
Esistono evidenze cliniche per un’azione ritardante l’eiaculazione anche per gli altri SSRI (flouxetina, citalopram, ecc).
L’azione ritardante degli SSRI si manifesta in modo apprezzabile dopo qualche giorno dall’introduzione del farmaco e diventa più evidente dopo 1-2 settimane. In genere si mantiene per anni, anche se spesso, per motivi non ancora chiari, si nota una riduzione dell’effetto dopo 6-12 mesi.
Ritengo che il trattamento farmacologico di questa disfunzione dovrebbe considerare come farmaco di prima scelta un SSRI al dosaggio minimo efficace in senso antidepressivo. I pazienti dovrebbero sempre essere informati circa la possibilità che, soprattutto nelle prime due settimane di trattamento, possano verificarsi effetti collaterali come nausea, senso di stanchezza, vertigini, sudorazioni, ecc., ma anche della possibilità che dopo 3-4 settimane questi effetti tendano, in genere, a ridursi o a scomparire. Un fastidioso effetto collaterale può essere rappresentato da una riduzione della libido, ma in verità tale effetto sembra più frequente nei pazienti depressi trattati con SSRI. I soggetti con eiaculazione precoce senza disturbi dell’umore, raramente riferiscono una riduzione della libido in seguito ad assunzione di SSRI.
Quando la latenza pre-eiaculatoria si protrae oltre i 5 minuti o addirittura manca l’eiaculazione, il dosaggio del farmaco andrebbe ridotto. Lo stesso andrebbe fatto quando gli effetti collaterali sono molto intensi.
La sospensione del trattamento non deve essere brusca, ma graduale, al fine di evitare i sintomi di astinenza come tremore, vertigini, nausea, ecc.
Alcuni clinici prefericono prescrivere SSRI da assumere qualche ora prima del rapporto sessuale. Tale modalità terapeutica presenta due importanti limiti. Il primo è rappresentato da un’azione terapeutica molto limitata. Il secondo dalla necessità di programmare l’attività sessuale, compromettendo così la spontaneità. Si pensi, per esempio, alle coppie con bambini che non possono effettuare una libera programmazione dell’attività sessuale, ma che devono approfittare dei rari e preziosi momenti di intimità.

INIBITORI DELLE PDE-5
Negli ultimi anni si sta diffondendo l’abitudine di prescrivere inibitori dell PDE-5 per il trattamento dell’eiaculazione precoce. Ma in realtà mancano studi scientifici condotti con adeguata metodologia e che confortino tale indicazione.
Una review del 2003 prende in considerazione 14 studi pubblicati tra il 2001 e il 2006, riguardanti l’uso del sildenafil, vardenafil e tadalafil nella terapia dell’eiaculazione precoce. Di questi 14 studi solo uno sembra soddisfare tutti i criteri della medicina basata sull’evidenza. Gli altri 13 studi non forniscono evidenze convincenti sulla reale azione di questi farmaci nel regolare la risposta eiaculatoria.
da:http://www.italia-news.it

 Commento del Dott.  Zambello

Nella mia esperienza professionale  ho seguito, direi, decine di pazienti che soffrivano di Eiaculazione Precoce. Ho visto che coloro che riuscivano a sospendere per un po’ di tempo la loro attenzione mentale su questo disagio e a sentire che esso era una spia di qualcosa di più profondo,  a tutti scompariva questa questa fastidiosa e invalidante disfunzione sessuale. Una volta certi che non c’é una causa organica bisogna  affrontare il disagio da un punto di vista pasicologico, E’ mia esperienza che chi lo fa,  risolve il problema. VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=MEwYYFmfbAs&feature=channel_page

SALUTE: CHI SOFFRE DI ANSIA E DEPRESSIONE VIVE DI MENO

27-09-09

(AGI)-Chi soffre di ansia e depressione vive di meno. Curare la mente con la psicoterapia e’ ormai dimostrato che e’ fondamentale perche’ permette di vivere di piu’ e permette al sistema di risparmiare circa 8700 euro all’anno per ogni paziente. Queste scoperte verranno presentate durante il 20th Congresso mondiale di “Psychosomatic Medicine” dal titolo “Psychosomatic Innovations for a New Quality of Health Care”, che si svolgera’ a Torino dal 23 al 26 settembre 2009 presso il Centro Congressi del Lingotto. La sede di Torino e’ stata scelta dall’International College of Psychosomatic Medicine in riferimento alla eccellenza della ricerca del Centro universitario per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’ospedale Molinette di Torino, diretto dal professor Secondo Fassino. Nelle giornate congressuali verranno discussi il modello psicosomatico come base per una nuova medicina, come pure le modalita’ per delineare i nuovi approcci dell’assistenza sanitaria. Il Congresso discutera’ la recente evidenza che in gran parte delle malattie sono presenti fattori o co-fattori psicosociali come causativi o come sequele di malattia. Per tali malati occorre un approccio piu’ ampio e complessivo del solo intervento specialistico sull’organo. “In questo approccio – spiegano alle Molinette – la presenza dello psichiatra e dello psicoterapeuta nei reparti di medicina e chirurgia e’ indispensabile per i pazienti, i medici, gli infermieri e tutta l’e'quipe curante. Continua

L’esotico diventa erotico, una teoria sull’omosessualità

27-09-09

di Carlotta Bettazzi

Sono state pubblicate varie opere sul tema dell’omosessualità, nell’eterno dibattito tra patologia/normalità, possibilità/impossibilità di cura, condizione innata/condizione acquisita. Innanzitutto è utile specificare il significato del termine omosessualità, ovvero un comportamento che implica la scelta di un partner sessuale dello stesso genere. A seconda che la si definisca come conseguente ad una preferenza per il medesimo sesso o come un comportamento occasionale, prenderà una connotazione più o meno ampia.Come hanno sostenuto Foucault (1974) ed altri “il concetto di orientamento sessuale è relativamente recente…”.Infatti, finché questo tema non ha avuto la rilevanza che gli viene attribuita oggi, non era considerato un problema e la scelta del proprio orientamento sessuale era vissuta in modo abbastanza normale. Basti pensare che anche il termine omosessualità è nato solo nei primi anni del ‘700 ad opera di alcuni psichiatri tedeschi. Prima di allora venivano normalmente praticate varie forme di omosessualità, come riti iniziatici, non solo in Grecia e in Oriente, ma anche nel mondo indoeuropeo arcaico. In queste civiltà il passaggio dall’età della fanciullezza allo stato di adulto era segnato da un’importante fase, il rito iniziatico, che spesso includeva comportamenti omosessuali.

Dopo un lungo periodo in cui l’omosessualità veniva vista come una patologia, nel 1974 l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) sostenne che “l’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo”. Inizialmente venne considerata ancora patologica l’omosessualità definita “egodistonica”, cioè quella “della quale il soggetto si lamenta”, ma anche questa definizione fu definitivamente abbandonata tredici anni dopo (Ey, Bernard & Brisset, 1989). Solo nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), alla stessa stregua dell’APA, definì l’omosessualità “una variante non patologica del comportamento sessuale”.

La vecchia concezione dell’omosessualità vista come patologia è stata scardinata principalmente da due fattori: la ricerca empirica e l’azione costante dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche. Ciò ha determinato, tra le altre cose, anche l’abbandono di pratiche terapeutiche che talvolta si trasformavano in vere e proprie crudeltà, basti pensare all’elettroshock, alla terapia aversiva, alla lobotomia o all’asportazione del clitoride nelle donne (Katz, 1976).

Vari sono stati i tentativi di formulare una teoria che riuscisse a spiegare l’instaurarsi di un orientamento sessuale omosessuale. Molti autori, Freud (1905) per primo, ipotizzarono che la causa dell’omosessualità risiedesse in particolari dinamiche familiari dovute a specifiche caratteristiche dei genitori, come un padre assente e distante e una madre iperprotettiva. Altri ricercatori, invece, hanno mostrato prove di influenze biologiche come differenti livelli di ormoni durante la vita prenatale che determinerebbero delle alterazioni nella differenziazione del cervello (Dörner, 1976; 1980); o ancora delle cause genetiche, poiché è stato riscontrato che i marcatori presenti su un segmento del cromosoma X, regione Xq28, era condiviso dai fratelli gay con una frequenza superiore al 50% (Hamer et al.,1993). Tutte queste teorie, sebbene siano state supportate da vari esperimenti, non riescono però a spiegare l’omosessualità nella sua interezza.

Per questo motivo, Bem (1996) ha formulato la teoria Exotic-Becomes-Erotic (EBE). Tale teoria, infatti, ha il vantaggio di coinvolgere sia le variabili biologiche, che i fattori esperenziali e socioculturali. Bem critica il fatto che tutti gli studi si focalizzino solamente sulla causa dell’omosessualità, presumendo che l’eterosessualità sia un comportamento così naturale, una così ovvia conseguenza evolutiva del vantaggio riproduttivo, da non necessitare di altre delucidazioni. Soltanto le deviazioni dall’eterosessualità, secondo tale ottica, dovrebbero essere investigate. Bem, al contrario, sostiene che anche l’uso del genere come base per la scelta sessuale è un problema che necessita chiarimenti. Di conseguenza, la teoria EBE cerca di considerare tre osservazioni:
Molti uomini e donne nella nostra cultura hanno una preferenza esclusiva e durevole per maschi o femmine; il genere è, infatti, il criterio più usato per la maggior parte delle scelte erotiche delle persone.
Molti uomini e donne, nella nostra cultura, hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per le persone di sesso opposto.
Una sostanziale minoranza di donne e uomini hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per persone dello stesso sesso.
La teoria EBE fornisce un’unica spiegazione sia per l’attrazione rivolta a persone dello stesso sesso, sia per quella rivolta a persone del sesso opposto, sia nella donna, che nell’uomo. L’ipotesi centrale è che le persone possono essere attratte eroticamente da una classe di individui dai quali si sentono diversi sin dall’infanzia, attraverso vari passaggi:
Le variabili biologiche, come i geni o l’ormone prenatale, non codificano l’orientamento sessuale in sé, ma il carattere del bambino, come l’aggressività e i livelli di attività.
Il temperamento di un bambino lo predispone a preferire certe attività più di altre. Un bimbo preferirà giochi più attivi e sport di squadra competitivi (attività tipiche maschili); un altro preferirà socializzare o, ad esempio, giocare a campana (attività tipiche femminili).
I bambini preferiranno giocare con compagni che hanno le stesse preferenze; per esempio, il bimbo che ama giocare a baseball o a calcio cercherà selettivamente dei maschi come compagni di gioco. I bambini che preferiscono attività tipiche del proprio genere d’appartenenza e compagni di gioco dello stesso sesso sono quindi conformi al genere; quelli che amano intraprendere attività atipiche e cercano bambini del sesso opposto, sono definiti non conformi al genere.
I bambini conformi al genere si sentiranno diversi dai compagni del sesso opposto; mentre quelli non conformi al genere si sentiranno diversi da quelli dello stesso sesso.
I sentimenti di diversità provati producono un’attivazione fisiologica. Per i bambini tipicamente maschi può essere un’antipatia o disprezzo verso le bambine; per queste ultime può tradursi in timidezza o timore in presenza dei bambini. Un esempio particolarmente chiaro è il bambino “femminuccia” deriso dai compagni per la sua non conformità di genere che, come probabile risultato, porterà il bambino a provare una forte attivazione fisiologica di rabbia e paura in loro presenza. La teoria sostiene, quindi, che ogni bambino, conforme o non conforme al genere, provi un aumento non specifico dell’attivazione fisiologica in presenza di compagni dai quali si sente diverso.
Tale attivazione, che per la maggior parte dei bambini non è armonizzata affettivamente, né provata consciamente, viene, a poco a poco, trasformata in attrazione erotica. Le sensazioni di non conformità (di essere “esotico” appunto), vengono così mutate in sentimenti connotati eroticamente.
Naturalmente, questo modello non descrive un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale ma, come scrive Bem (1993): “…è un cammino seguito dalla maggior parte delle donne e degli uomini in una cultura, come la nostra, che polarizza i generi, ed enfatizza le differenze tra i sessi organizzando pervasivamente le percezioni e le realtà della vita comune, intorno alla dicotomia maschile-femminile” (p. 535).

La teoria EBE si avvale dei risultati di molti studi che mostrano un comportamento non conforme al genere nella maggior parte dei soggetti gay (Newman & Muzzonigro, 1993; Savin-Williams, 1998; Telljohann & Price, 1993; Troiden, 1979).

Tra questi è interessante un’intervista condotta dal Kinsey Institute nell’area della Baia di San Francisco (Bell et al., 1981), dove erano stati paragonati circa 1000 omosessuali, tra donne e uomini, e 500 eterosessuali, per provare alcune ipotesi sullo sviluppo dell’orientamento sessuale. Lo studio non ha mostrato prove per le correnti teorie dell’orientamento sessuale basate sull’esperienza, incluso quelle che imputano un ruolo all’apprendimento, al condizionamento, o ai processi psicodinamici familiari. E’ stato constatato, però, che il 71% dei gay e il 70% delle lesbiche raccontano di essersi sentiti diversi, durante l’infanzia, dai compagni dello stesso sesso; un sentimento che, per la maggior parte dei soggetti, è continuato anche nell’adolescenza. Quando veniva chiesto loro in che modo si sentivano diversi, le risposte riguardavano soprattutto ragioni legate al genere: gli uomini tendevano a dire di non aver amato gli sport maschili; mentre le donne tendevano ad essere state più mascoline delle altre bambine. Per contro, meno dell’8% degli eterosessuali, donne e uomini, sosteneva di essersi sentito diverso dai compagni, per ragioni legate al genere. Quelli che si sentivano diversi tendevano a citare ragioni come: essere stato povero, più intelligente, o più introverso.

Sentirsi diversi dai compagni d’infanzia può avere molti antecedenti, alcuni comuni, altri più specifici; l’antecedente più comune è la polarizzazione del genere. Infatti, come sostiene Bem (1993), “virtualmente tutte le società umane polarizzano i sessi in un continuum, promuovendo una divisione del potere basata sul sesso, enfatizzando o esagerando le differenze sessuali e, in generale, imponendo la dicotomia maschile-femminile in ogni aspetto della vita comune” (p. 536). La divisione dei ruoli sessuali, infatti, si configura già nella prima infanzia, quando viene appeso il fiocco blu, o il fiocco rosa secondo il sesso del nuovo nato. Da questo momento in poi, i genitori infonderanno regole e valori diversi rispetto al sesso dei propri figli: i ragazzi saranno educati in modo da eccellere in attività quali lo sport, attività fisiche e manuali che potranno essere d’aiuto nel mondo del lavoro, a tenere nascoste le proprie debolezze ostentando, al contrario, la propria mascolinità; mentre alle bambine verrà insegnato a comportarsi educatamente, a preferire giochi meno dinamici, manifestare le proprie emozioni, etc. Tali pratiche assicurano che la maggior parte di ragazzi e ragazze crescano sentendosi diversi dal sesso opposto e, di conseguenza, sostiene Bem, a divenire sessualmente attratti gli uni dalle altre.

Questo, secondo la teoria EBE, è il motivo per cui il genere diventa la categoria più saliente e, quindi, il criterio più comune per selezionare i partner sessuali ed è anche la ragione per cui l’eterosessualità è l’orientamento preferito nel tempo e nelle varie culture. La teoria fornisce perciò un’alternativa, culturalmente basata, all’assunto che l’evoluzione deve necessariamente aver programmato l’eterosessualità nelle specie per ragioni di vantaggio riproduttivo.

Ovviamente il comportamento eterosessuale è riproduttivamente vantaggioso, ma, secondo Bem, questo non implica che debba essere sostenuto dalla trasmissione dei geni. L’evoluzione naturale potrebbe non aver programmato l’eterosessualità in sé ma un meccanismo di “esotico-diventa-erotico”, sulla base del fatto che la maggior parte delle culture si assicura che i ragazzi e le ragazze si vedano l’un l’altra come esotici.

La teoria EBE, come abbiamo visto, propone che l’esotico divenga erotico perché sentirsi diversi da una classe di compagni nell’infanzia produce un innalzamento non specifico dell’attivazione fisiologica, che viene in seguito trasformato in attrazione sessuale. Tale ipotesi è stata confermata da alcune ricerche. In un gruppo di studi, dei soggetti maschi venivano eccitati fisiologicamente facendoli correre sul posto, facendo ascoltare loro una registrazione di una commedia, o la registrazione di un’orribile uccisione (White et al.,1981). Tutti i soggetti che erano stati eccitati fisiologicamente mostravano in seguito un maggiore interesse sessuale per una donna attraente, rispetto ai soggetti di controllo che non erano stati eccitati. Questo effetto è stato osservato anche a livello fisiologico. In due studi i soggetti, uomini e donne, che erano stati esposti in precedenza ad una videocassetta disturbante (non sessuale), presentavano una maggiore tumescenza del pene, e un aumento di affluenza sanguigna nella vagina, rispetto al gruppo di controllo durante la visione di un video erotico (Hoon et al., 1997; Wolchik, 1980). In altre parole, un arousal fisiologico generalizzato, senza considerare la sorgente o il tono affettivo, può essere esperito in seguito come desiderio erotico. Bem propone, quindi, che l’esperienza di sentirsi diversi dai compagni dello stesso sesso o del sesso opposto, protratta e subita da un individuo durante l’infanzia e l’adolescenza, produca una corrispondente attivazione fisiologica che, attraverso fattori maturativi, cognitivi e situazionali, diviene poi erotizzata.

Bem sostiene inoltre, come abbiamo visto, che non siano le componenti biologiche a determinare di per sé l’orientamento sessuale di un individuo. Fattori come il genotipo, l’ormone prenatale o la neuroanatomia del cervello interverrebbero solo indirettamente sull’orientamento attraverso due fasi: il genotipo influenza in primo luogo il temperamento del bambino; il temperamento, a sua volta, influenza la conformità di genere. Questo implica che la mediazione del temperamento dovrebbe possedere tre caratteristiche: correlazione con quelle attività infantili che definiscono la conformità o non conformità di genere, deve essere diverso nei due sessi, poiché si ipotizza che sia derivato dal genotipo, deve avere un’ereditarietà significativa. Per dimostrare quest’ipotesi, Bem fornisce l’esempio dell’aggressività. I gay hanno punteggi più bassi degli eterosessuali in comportamenti infantili legati all’aggressività (Blanchard et al., 1983) e interviste fatte ai genitori mostrano come i bambini non conformi al genere fossero meno interessati a giochi attivi, rispetto ai bambini conformi (Green, 1976). La differenza nel grado di aggressività mostrato durante l’infanzia è una delle più grandi differenze psicologiche fra i due sessi (Hyde, 1984). I giochi di attività, in particolare, sono più comuni tra i maschi, rispetto alle femmine (DiPietro, 1981; Fry, 1990; Moller et al., 1992). Ci sono prove che le differenze individuali nei livelli di aggressività abbiano una grossa componente ereditaria (Rushton et al., 1986). Come l’aggressività, le differenze nei livelli di attività sembrerebbero caratterizzare le differenze tra le attività tipiche maschili e femminili nell’infanzia. Inoltre, i bambini non conformi al genere mostrano livelli di attività più bassi per i maschi e più alti per le femmine, rispetto ai bambini conformi (Bates et al., 1973, 1979; Zucker & Green, 1993). Già prima della nascita, i bambini ancora all’interno dell’utero si dimostrano più attivi delle bambine (Eaton & Enns, 1986). Studi dimostrano che le differenze individuali nei livelli di attività hanno una forte componente erediataria (Plomin, 1986; Rowe, 1997).

Bem sostiene che alcuni studi possono confermare la teoria EBE, poiché questi mostrano una correlazione tra l’orientamento sessuale di un individuo e il suo genotipo. In uno di questi, in un campione di 115 gay che possedevano un gemello maschio, il 52% dei gemelli identici erano entrambi gay, paragonati al 22% dei gemelli fraterni e al 11% dei fratelli adottati (Bailey & Pillard, 1991). In un campione comparabile di 115 lesbiche, il 48% delle gemelle identiche erano entrambe gay, paragonato al 16% di gemelle fraterne, e al 6% di sorelle adottate (Bailey et al., 1993). Uno studio seguente, di circa 5000 gemelli, ha confermato la significativa ereditarietà dell’orientamento sessuale negli uomini, ma non nelle donne (Bailey & Martin, 1995). Infine, un’analisi delle famiglie che presentavano due figli gay suggerì una correlazione tra l’orientamento omosessuale e l’ereditarietà di marker genetici sul cromosoma X (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Tali studi hanno dimostrato anche un legame tra il genotipo di un individuo e la sua conformità di genere, come sostiene la teoria EBE. Per esempio, lo studio del 1991 presentava una correlazione della non conformità di genere tra gemelli identici pari a 0.76, valore molto alto se paragonato alla correlazione di 0.43 riscontrata nei gemelli eterozigoti (Bailey & Pillard, 1991).

Tale risultato, come sottolinea Bem, implica che, anche quando l’orientamento sessuale è mantenuto costante, c’è una correlazione significativa tra il genotipo e la non conformità di genere. Similmente alcuni studi mostrano che i fratelli omosessuali che condividono lo stesso marcatore genetico sul cromosoma X sono più simili, nella non conformità di genere, di quanto lo siano i fratelli che non condividevano lo stesso marcatore (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Infine, la non conformità di genere nell’infanzia era significativamente ereditaria, sia per gli uomini che per le donne, anche se l’orientamento sessuale in sé non era significativamente ereditario per le donne (Bailey & Martin, 1995).

Come è stato già sottolineato, il modello di Bem non è ritenuto un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale, ma solo il percorso seguito dalla maggioranza delle persone. Secondo Bem, può accadere che alcuni individui entrino nella sequenza EBE a metà del percorso, piuttosto che all’inizio. Ad esempio, spiega l’autore, alcuni bambini possono sentirsi diversi dai compagni non per una preferenza per attività atipiche, indotta dal carattere, ma per fattori più idiosincratici, come un handicap fisico, una malattia, o per un’atipica mancanza di contatto con i compagni.

Alcuni omosessuali intervistati nello Studio di San Francisco (1981) sostenevano che, sebbene fossero stati conformi al genere nell’infanzia, si sentivano ugualmente diversi dai loro compagni per ragioni legate al genere, dimostrando che non è necessario esibire un comportamento atipico per differenziarsi dai pari. Anche i fattori culturali possono contribuire a creare differenze individuali che sembrano essere delle eccezioni al modello EBE. Per esempio, alcuni bambini potrebbero avere una preferenza in attività che sono considerate neutrali rispetto al genere, o anche tipiche per la cultura della maggioranza, ma atipiche per la subcultura dei compagni.

Un’altra prova a sostegno della teoria è riscontrata, secondo Bem, dal fatto che l’orientamento sessuale delle donne è più fluido rispetto a quello degli uomini. Molti studi, infatti, hanno dimostrato che le donne hanno più possibilità di essere bisessuali, piuttosto che esclusivamente omosessuali, mentre per gli uomini è vero il contrario. Le donne, inoltre, tendono a vedere il loro orientamento sessuale come flessibile, addirittura scelto, mentre gli uomini lo ritengono immutabile (Whishamn, 1996). Ad esempio, gli uomini che diventano omosessuali dopo un matrimonio o una relazione eterosessuale, spesso sostengono di aver finalmente realizzato il loro orientamento sessuale. Le lesbiche, in situazioni simili, rigettano l’idea che le loro precedenti relazioni eterosessuali non fossero autentiche, o che non fossero loro stesse, mentre tendono a pensare: “quello è ciò che ero, questo è ciò che sono adesso” (Bem, 2000). Tale maggior fluidità dell’orientamento sessuale femminile è, secondo Bem, in accordo con la teoria. Nella nostra società, infatti, le donne crescono in una cultura meno polarizzante per il genere. Rispetto ai ragazzi, le bambine sono punite in maniera minore per la non conformità di genere, e hanno più probabilità dei bambini di svolgere attività tipiche e atipiche, e di avere amici di entrambi i sessi. Questo implica che le bambine hanno meno probabilità dei maschi di sentirsi diverse dai compagni di sesso opposto e dello stesso sesso e, di conseguenza, hanno meno probabilità di sviluppare orientamenti esclusivamente eterosessuali od omosessuali.

La teoria di Bem, quindi, riesce a coniugare l’azione dei fattori biologici e ambientali nella definizione dell’omosessualità, con il vantaggio di offrire un’unica soluzione per lo stabilirsi di una preferenza sia dell’orientamento eterosessuale, che omosessuale. Restano comunque aperti molti interrogativi, infatti, anche se la teoria riesce a spiegare molti punti della formazione di un orientamento sessuale omosessuale, dobbiamo ancora sapere se le variabili biologiche predisponenti siano realmente rintracciabili in un’alterazione dei livelli ormonali, piuttosto che in fattori genetici.

Bibliografia

BAILEY, J.M., & PILLARD, R.C. (1991). A genetic study of male sexual orientation. Arch.Gen. Psychiat., 48, 1089-1096.

BELL, A., WEINBERG, M., HAMMERSMITH, S. (1981). Sexual Preference: its Development in Men and Women. Blooming, Indiana: University Press.

BEM, D.J. (1996). Exotic become erotic: A developmental theory of sexual orientation. Psychol. Rev., 103, 320-335.

BEM, D.J. (1998). Is EBE theory supported by the evidence? Is it androcentric? A reply to Peplau et al. Psychol. Rev., 105, 395-398.

BEM, D.J. (2000). Exotic becomes erotic: interpreting the biological correlates of sexual orientation. Archives of Sexual Behavior, 29.

BLANCHARD, R., McConkey, J.G., Roper, V., & Steiner, B.W. (1983). Measuring physical aggressevness in heterosexual, homosexual and bisexual male. Archives of Sexual Behavior, 12, 511-524.

DÖRNER, G. (1976). Hormones and Brain Sexual Differentiation. Amsterdam: Elsevier.

DÖRNER, G. (1988). Neuroendocrine response to estrogen and brain differentiation in heterosexual, homosexual, and transsexual men. Archives of Sexual Behavior, 17, 57-75.

DÖRNER, G., RHODE, W, STAHL, F., KRELL, L., & MASIUS, W.G. (1975). A neuroendocrine predisposition homosexuality in men. Archives of Sexual Behavior, 4, 1-8.

DÖRNER, G., SHENK, B, SHMIDIEL, B., & AHRENS, L. (1983). Stressful events in prenatal life of bi- and homosexual men. Experimental and Clinical Endocrinology, 81, 83-87.

FREUD, S. (1905). Drei Abhandlugen zur Sexhualtheorie. Trad. it.: Tre saggi sulla sessualità. In “Opere di Sigmund Freud”. Vol. 3. Torino: Boringhieri, 1974.

HAMER, D., and COPELAND, P. (1994). The Science of Desire: The Search for the Gay Gene and the Biology of Behavior, Simon and Schuster, New York.

HAMER, D. H., HU, S., MAGNUSON, V. L., HU, N., and PATTATUCCI, A. M. L. (1993). A linkage between DNA markers on the X chromosome and male sexual orientation. Science 261: 321-327.

NEWMANN, B.S., & MUZZONIGRO P.G. (1993). The effects of traditional family values on the coming out process of gay male adolescents. Adolescent, 28, 213-226.

SAVIN-WILLIAMS, R.C. (1989b). Coming out to parents and self-esteem among gay and lesbian youths: A reflected appraisals model. Journal of Homosexuality, 18, 1-35.

da :http://www.vertici.it

 

Commento del Dott. Zambello

Riporto questo articolo della Dott.ssa  Bettazzi che già conoscevo perché é di qualche anno fa ma che continua ad essere illuminante rispetto il tema dell’identità sessuale. La dottoressa dimostra come il tema sia complesso, impossibile da esemplificare  e schiacciare su alcune categorie. Per me che faccio prevalentemente clinica, é importante ribadire  che il lavoro di ogni uno di noi psicoanalisti,  deve essere  quello di aiutare i nostri pazienti ad avviarsi verso la “loro” individuazione e non conformarli in schemi pre-confezionati. Si veda ad esempio la domanda di Marco (597) , un ragazzo di 20 anni che mi ha fatto oggi sul guestbook: http://zambellorenzo.it/psicoterapia-domande-guest/guest_.php

La psicoterapia cambia il cervello

25-09-09

Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: “Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia”

di ANDREA ROSSI

 

C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte – l’area pre-frontale laterale destra – si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia – la «Crt» – aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina – spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta – grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale – che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io – spiega – è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche – come la gastroplastica negli obesi – possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

da: http://www.lastampa.it     

 

 

Psicoanalisi evoluzionista

19-09-09

di Giordano Fossi

La Psicoanalisi costituisce la prima applicazione in Psicoterapia dell’Evoluzionismo, che ha dimostrato come il cervello rappresenta il prodotto finale di quasi un miliardo di anni di evoluzione e che la psicologia ne costituisce un diretta espressione, tanto che Darwin scisse che avrebbe cambiato la Psicologia. Con questo intendeva dire che ogni indagine psicologica avrebbe dovuto tener conto del fatto che ogni forma di studio della psicologia avrebbe dovuto tener conto delle forme in cui si era manifestata durante l’evoluzione. In altre parole, le nostre attività psicologiche sono state disegnate dall’evoluzione in maniera da consentire ai nostri predecessori di sopravvivere e di riprodursi. L’ominazione comincia con un gruppo di scimpanzè che per un fenomeno localizzato di disboscamento hanno dovuto assumere una stazione eretta, creando una larga base di appoggio per un grosso cervello e con gli arti anteriori dalla deambulazione e la comparsa delle mani gli strumenti per utilizzarlo. Dopo 4 milioni di anni ed un piccolo aumento del volume cerebrale l’Habilis è stato in grado di modificare l’ambiente e da quel momento in poi le unico mutazioni importanti sono state quelle che riguardavano il cervello che in meno di 2 milioni di anni ha triplicato il suo volume. Fra le caratteristiche di questo grande cervello la capacità di prevedere il futuro e di immaginare per ogni problema soluzioni molteplici. Questo ha fatto si che il Sapiense sapiens si trovasse esposto a due forze che potevano essere contrastanti: la azione dei geni selezionati nel Pleistocene (vedi la metafora di Dawkins del gene egoista) leggi filogenesi o determinismo biologico e la influenza dell’ambiente (ontogenesi o evoluzione culturale. Naturalmente i nostri geni possono spingere l’uomo a comportamenti le cui cause sono sconosciute e la evoluzione culturale ci fornisce motivazioni diverse delle quali siamo consapevoli. Continua

Psicoterapia per l’artrosi

12-09-09

L’approccio cognitivo-comportamentale riduce il dolore e risolve i problemi del sonno

MILANO – Le notti agitate vanno spesso di pari passo con l’artrosi. Per trovare sollievo dall’insonnia e dai dolori articolari potrebbe essere utile una psicoterapia cognitivo-comportamentale: lo dimostrano i risultati di una ricerca uscita sul Journal of Clinical Sleep Medicine.

ANZIANI – Lo studio è stato condotto da ricercatori dell’università di Seattle su una cinquantina di ultrasessantacinquenni con artrosi che soffrivano anche di insonnia da almeno sei mesi: metà di loro ha seguito corsi generici di gruppo per ridurre lo stress e migliorare il benessere, l’altra metà è stata assegnata a un programma di psicoterapia cognitivo-comportamentale che prevedeva 8 incontri settimanali di circa due ore, a gruppetti di 4-8 partecipanti. Prima di cominciare, tutti sono stati valutati per i problemi del sonno per escludere ad esempio chi aveva apnee notturne; fra le altre cose, gli autori hanno misurato la qualità del sonno, il tempo impiegato ad addormentarsi, i risvegli notturni prima e dopo l’intervento e a un anno di distanza. Stessa tempistica anche per l’analisi del dolore dei pazienti, quantificato attraverso questionari specifici. Stando ai risultati ottenuti, pare proprio che la psicoterapia aiuti su entrambi i fronti: si riduce di circa 15 minuti il tempo necessario ad addormentarsi e di oltre mezz’ora quello passato svegli, migliora di circa il 10 per cento la qualità del sonno e si riduce significativamente il dolore. Con un effetto che si mantiene anche dopo un anno dal termine delle sedute. Continua