Le Radici del Tradimento
22-11-09
Molte persone intraprendono una psicoterapia in seguito al tradimento, sia che l’abbiano subito, perché per loro è un trauma o che l’abbiano agito poiché ad esso di solito segue una crisi coniugale e di conseguenza individuale. L’80% dei tradimenti vengono scoperti, ma nel 70% dei casi le coppie ufficiali sopravvivono all’intrusione di una terza persona e non si separano (De Bac 2006).
Il tradimento è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito, portando con sè un senso di morte, lacera quelle vite di coppia che hanno un urgente bisogno di un radicale rinnovamento, pena il lento decadimento affettivo dell’unione ma anche dei singoli individui.
In tutta la vita il tradimento è sempre di scena, non solo nella vita di coppia, ma anche nelle vicende al lavoro, nelle amicizie, con i figli, i parenti, a vari livelli e con intensità differenti, ma comunque esso costella la normalità della vita umana. Nessuno può in realtà sottrarsi al tradimento neppure Dio e forse proprio per questo esso è veramente un passaggio obbligato, tortuoso e buio ma che porta ad un importante cambiamento psichico, smuove il terreno per riportare nuove possibilità e un nuovo equilibrio.
Persino Cristo è stato tradito dai suoi amici, Pietro prima e Giuda poi, il quale l’ha consegnato ai Romani. Proprio da questo episodio deriva l’attuale connotazione negativa del termine “Tradire”, prima infatti nella lingua latina esso aveva tutt’altro senso, significava “consegnare”, “svelare”, “insegnare”, “trasmettere ai posteri”, infatti è la radice di “Traditio-traditionis”, la stessa di tradizione. Prima del cristianesimo, il “traditore” era colui che compiva un passaggio di informazioni importanti. I secoli di storia cattolica hanno caricato il tradimento di valenze morali negative, anche se in realtà l’atto di Giuda, appare come un passaggio obbligato per portare a compimento il disegno divino con la Resurrezione di Cristo. Continua
Pedofilia: la sottile linea tra psicopatologia e desideri aberranti
14-11-09
Sul «Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali» – per molti libro sacro della diagnostica in ambito psichiatrico, alla voce “pedofilia” si legge: “persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi. Non si considera pedofilia il caso di persone maggiorenni quando la differenza di età rispetto al minore è meno di 7 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 12 anni circa, purché abbiano già raggiunto lo sviluppo puberale”.Comprendiamo quindi: che il pedofilo è una persona affetta da squilibrio mentale scientificamente riconosciuto, ma anche che vi sono alcuni parametri da prendere in seria considerazione per ciò che riguarda l’età del minore e la tipologia di menifestazione pedofila. Ad esempio, esistono pedofili di Tipo Esclusivo (attratti solo da bambini/e) o pedofili di Tipo non Esclusivo (attratti da adulti e minori). Ma anche pedofili differenziati (attratti da uno dei due sessi nei minori) ed indifferenziati (attratti da entrambi i sessi).
La pedofilia rientra oggi nelle parafilie, quelle malattie di origine mentale che un tempo venivano chioamate “deviazioni” o “perversioni” in cui rientrava addirittura l’omosessualità, oggi ormai accettata come tendenza sessuale e non più devianza.
Le parafilie, a loro volta, possono essere descritte come una serie di atteggiamenti – in campo sessuale – che riportano ad un comportamento compulsivo. In poche parole: se l’oggetto del desiderio sessuale rientra in alcune categorie riconosciute come “non accettabili” e se il soggetto non può fare a meno di replicare l’atteggiamento o l’attrazione sessuale verso persone, fatti oppure oggetti, ecco che si rientra nella lista delle parafilie. Continua
Il Dolore della Misura
09-11-09
La psicoterapia ha nuovamente accusato colpi. La sua nuova crisi d’identità é ravvisabile in quelle che sono le due ultime tendenze negli Stati Uniti: da una parte il tentativo di un rifacimento di facciata che pretende un suo inserimento tra le scienze dure, non esitando ad imporle la ricerca di fattori misurabili oggettivamente e procedimenti efficaci standardizzati; dall’altra, la tendenza a giudicare nefasta oltre inutile l’attitudine a pescare nel passato per portarne alla luce traumi ed annessi vari.
Da sempre gli psicoterapeuti sono costretti a misurarsi con il cosiddetto mondo scientifico, in particolare con i loro colleghi medici; i tentativi per dimostrare la propria legittimità come scienza si sprecano e tuttavia non riescono a colmare la diffidenza ed il pregiudizio di cui sono oggetto.
Dalla metà del XIX secolo le societá occidentali sono state divise tra verità
scientifiche e religiose, la psicoterapia ha sempre faticato ad essere annoverata tra di loro e nello stesso tempo nessuna psicoterapia ha mai ambito ad essere una vera religione nonostante la pesantezza dei dogmatismi di certe sue scuole ed il proliferare dei vari guru di turno.
La sua posizione è sempre stata precaria, il suo diritto ad esistere è stato molto spesso messo in discussione. I motivi sono molteplici ma essenzialmente insiti nella fragilità del suo oggetto di studio: la prevedibilità e l’interpretabilità del comportamento umano.
A tale proposito esistono numerose teorie tra loro contrastanti e la voce di Karl Popper (1), può a mio avviso essere considerata una delle più interessanti. Il noto epistemologo pronunciandosi a riguardo della scientificità dell’interpretazione dei comportamenti umani afferma che, una teoria per essere considerata scientifica deve essere verificabile e invalidabile. Nel caso della psicanalisi per esempio, oltre ad affermare l’esistenza del Complesso di Edipo, bisognerebbe che fosse in grado di dimostrare come sarebbe una persona che ne fosse immune. Continua




