depressione e ansia: antidepressivi
27-03-10
“Una domanda ad un medico di base.”

Domanda
Buongiorno, vorrei gentilmente avere informazioni su cosa fare in caso di forte stress psichico.Infatti da un mese e mezzo a seguito di problemi molto grossi che ho dovuto affrontare dallo scorso mese di novembre ho avuto un crollo psicologico e di energie mentali.Mi sta aiutando un pochino fare delle sedute di osteopatia ma sono ancora molto instabile.Infatti purtroppo, proprio mentre cominciavo a sentirmi un pò meglio, è sopraggiunto un altro grosso problema che sta mettendo a dura prova i miei nervi tanto che stavolta ho paura di non farcela.Sono troppo stanca mentalmente.Attendo fiduciosa un vostro consiglio.Grazie.
Risposta
Non è importante lo stress ma come viene vissuto. Se una qualsiasi situazione esistenziale difficile comporta ansia generalizzata o peggio ancora depressione, che poi sono le due facce dello stesso malessere, allora bisogna pensare a strategie di uscita da questa logica che diminuisce la qualità della vita.Da internista e da medico pratico consiglio il ricorso a farmaci specifici, previo consulto con un medico esperto nel risolvere problemi ‘interiori’ (Psichiatra). Sarò prevenuto nei confronti degli strizzacervelli, ma nella mia pratica ultratrentennale non ho mai visto risolvere un solo caso importante di disagio psichico usando solo il colloquio ed evitando nel contempo i farmaci specifici. Grazie Il medico
A cura di Paginemediche.it
Commento del Dott. Zambello
Vi assicuro che ho esitato un po’ a pubblicare questa Domanda e Risposta ad un medico di base a rigurdo l’ansia, la depressione e la loro cura apparsa su un serio sito di informazione medica. Ma, da la giusta misura di cosa pensino mediamente i medici di base a riguardo della psicoterapia. Lo ammetto, è un po’ triste, abbiamo davanti ancora una scienza medica che pensa all’uomo in termini corpo o mente, malattie del corpo e malattie della mente separate, ad interventi che aumentino la scissione. Ho l’impressione che passeranno ancora molte generazioni prima di accorgerci che non siamo scindibili che siamo un tutt’uno e che la risposta farmacologica é solo “veleno” se non tocca anche attraverso la “parola” la parte dell’anima ammalata. I medici di un tempo, lo sapevano bene. Erano medici che “ curavano tutto” e paradosalmente anche se avevano molte meno conoscenze mediche praticavano una medicina naturalmente taumaturgica.
Salute: 8 milioni di italiani vittime di attacchi di panico
21-03-10
Tachicardia e dolore al petto, sudorazione improvvisa e brividi, senso di soffocamento, fame d’aria, nausea e sbandamento, insieme alla paura di impazzire o la sensazione di una tragedia incombente. Questo “mentre si è alla guida, al cinema, al supermercato, o in ascensore, come sanno bene gli otto milioni di italiani che soffrono di attacchi di panico”.
Lo spiega Paola Vinciguerra, psicologa e psicoterapeuta presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che insieme alla giornalista Tonia Cartolano ha presentato a Roma il libro ‘Gli attacchi di panico. Clinica, ricerca e terapia’ (Liguori Editore). “E’ un problema in aumento che, più diffuso fra le donne, oggi sta crescendo anche tra gli uomini, soprattutto professionisti e manager. E secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – aggiunge la Vinciguerra – entro il 2020 sarà la patologia più diffusa al mondo, dopo i disturbi cardiovascolari”.
Per restare vittima di un attacco di panico non è necessario correre un pericolo reale. Può capitare di trovarsi in un ascensore troppo piccolo, “fermo tra un piano e l’altro, stretto fra mia moglie e una diabolica signora che continuava a fumarmi in faccia”, come racconta nel libro Gianluigi Lenzi, neurologo della Sapienza di Roma e ‘ascensorofobico’. Oppure essere sul palco dell’Ariston per il Festival di Sanremo e sentir partire le sequenze musicali di un altro artista, come ha ricordato il cantante Max Pezzali, che ha curato la presentazione del libro. Pezzali ha raccontato la storia di sua moglie, afflitta per anni da attacchi di panico e ora guarita, sottolineando il fatto che ancora oggi ci si vergogna di ammettere di soffrirne.
da: http://www.blitzquotidiano.it
Commento del Dott. Zambello
E’ vero che gli attacchi di panico sono una patologia in crescita. Sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche a cominciare dal Pronto Soccorso, perché in preda ad un attacco di panico.
Devo però dire che oggi, a distanza ormai di più di trenta anni dai primi pazienti che soffrivano di attacchi di panico, la ricerca ha fatto notevoli passi e le risposte che possiamo dare sia da un punto di vista medico che psicologico sono molto incoraggianti. Le statistiche ci dicono che a distanza di alcune settimane dall’inizio della terapia l’80% de pazienti non ha più attacchi che scompaiono quasi nella totalità dopo alcuni mesi. A cinque anni dalla fine della terapia bel 80, 85% non ha ricadute. Sono nettamente più favorevoli i dati di quei pazienti che oltre alla terapia farmacologica hanno fatto anche la psicoterapia. Infatti, con l’esperienza acquisita in tanti anni, ribadisco che il protocollo terapeutico migliore é la terapia farmacologica nella fase acuta seguito da un lavoro psicologico. Solo la psicoterapia é in grado di dare un senso, rimuovere quelle cause profonde che si sono manifestate con il disagio fisico.
Le relazioni gay e l’omosessualità in psicoterapia
11-03-10
Omosessualità e relazioni gay
Di relazioni gay continua a parlarsene come di relazioni deviate, così come continua a parlare dell’omosessualità come di una malattia. E’ di questi giorni la dichiarazione di un ministro turco sul fatto che l’omosessualità vada curata, e che occorra continuare a proibire le relazioni gay e a ostacolare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Al di là del diritto delle coppie gay di potersi sposare o meno, la questione a monte sembra essere quella di credere che l’omosessualità necessiti di una cura. Ma è davvero così? Lo scopriamo in questo articolo firmato dal dottor Renzo Zambello, psicoterapeuta e psicoanalista.
Sappiamo tutti che dal 1973 l’omosessualità non è più annoverata tra le parafilie o meglio deviazioni sessuali. Per la verità bisognerà aspettare gli anni ’90 perché l’OMS decidesse di togliere definitivamente l’omosessualità dalle malattie mentali.
Dal 1973, per oltre 20 anni, psichiatri, psicoterapeuti, organizzazioni religiose, morali e politiche hanno fatto di tutto nel tentativo di bloccare l’eliminazione dell’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) poi, finalmente, nel 1993 questo comportamento sessuale scompare dagli elenchi dei disturbi psichici.
Ma, ancora nel 2004, Lingiardi e Capozzi, pubblicavano su Psicoterapia e Scienze Umane una ricerca sul comportamento degli psicoanalisti italiani rispetto all’omosessualità. Il lavoro era il frutto di circa 600 questionari inviati ad altrettanti psicoanalisti delle più importanti Associazioni Psicoanalitiche italiane. Il risultato ha messo in risalto una forte differenza tra gli analisti sulle relazioni gay. Le differenze in tema di omosessualità sembrano legate alla formazione teorica professionale, medici o non medici, alla Società di appartenenza e all’età. I giovani sembrano più “possibilisti” degli anziani. Continua
Quando il gioco diventa pericoloso
05-03-10
Difficoltà economiche, bisogno di sensazioni forti e messaggi ingannevoli dei media fanno crescere la febbre del gioco
di Concetta Ruotolo.
La vita di tutti i giorni può essere una vera battaglia a colpi di bollette, affitto, mutui e tasse di ogni genere. La crisi economica, l’inflazione e la disoccupazione non fanno che peggiorare la situazione. Soffocando tra una scadenza e l’altra, chi non ha mai desiderato di vincere la lotteria? Tantissimi, invece, amano le scommesse sportive ed altri ancora sperano nella mano fortunata giocando a poker. Tra tavoli e slot machine, però, c’è chi rischia grosso. Il gioco d’azzardo è ormai uscito dalle bische clandestine ed ha trovato posto nella quotidianità di molti. Brividi ed adrenalina possono però avere gravi conseguenze. Come sempre, il punto di partenza per prevenire e combattere problemi così delicati è informare. A questo scopo è stata promossa una campagna di sensibilizzazione che vede coinvolti Snai ed i Monopoli di Stato. Il famoso fotografo Oliviero Toscani firma il nuovo brand, presente su tutte le campagne di comunicazione di Snai, che avverte i giocatori dei rischi in cui possono imbattersi ed invita ad un gioco prudente e responsabile. Il logo rappresenta un bersaglio bianco su di uno sfondo rosso, con un chiaro richiamo cromatico ai segnali stradali che indicano pericolo. Centrare il bersaglio, in questo caso, vorrà proprio significare allontanarsi dai pericoli di un gioco malato e compulsivo. “Gioca per vincere” è lo slogan utilizzato per dare maggior efficacia al messaggio che i promotori dell’iniziativa vogliono trasmettere. Vincere non vuol dire fare il colpo grosso ed intascare una quantità di denaro che riesca a cambiare la vita; vincere vuol dire molto di più:imparare a giocare. Continua
Mal di schiena, adesso si cura con la psicoterapia di gruppo
03-03-10
Si impara a gestire il dolore e a cambiare atteggiamenti
e comportamenti che possono determinarlo

Il mal di schiena, da oggi, si combatte con la psicoterapia di gruppo. A dimostrarlo è uno studio di Sarah Lamb, dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna, che ha coinvolto oltre 700 persone con mal di schiena acuto e cronico. Gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale di gruppo sono visibili già a breve termine e perdurano un anno. A quattro mesi i benefici sono già comparabili a quelli di trattamenti quali agopuntura, ginnastica posturale, massaggi, manipolazioni della colonna vertebrale. Inoltre la terapia è costo-efficace, cioè determina un risparmio per il sistema sanitario rispetto alle terapie tradizionali.
«Il mal di schiena non è però un problema psicologico – ha sottolineato la psicoterapeuta e coautrice dello studio Zara Hansen – ma una terapia di gruppo mirata a cambiare atteggiamenti e comportamenti del paziente funziona». Il dolore lombare è una delle sei principali voci di costo per il sistema sanitario e, tenendo conto della sua diffusione, è anche la terza malattia più invalidante nei paesi occidentali. Il problema è che chi soffre di mal di schiena, per paura del dolore, invece di rimanere fisicamente attivo in accordo con le linee guida della gestione della patologia, si auto-preclude l’attività fisica.
Gli esperti hanno diviso in due gruppi il campione di 701 persone con dolore acuto e cronico e coinvolto solo uno dei due gruppi in un ciclo di terapia cognitivo-comportamentale. «Se abbiamo schemi di pensiero erronei – ha spiegato Hansen – un intervento di terapia cognitivo-comportamentale mirata verso i pensieri e i comportamenti sbagliati potrà essere utile. Il principale scopo della terapia, conclude, è quello di aiutare chi soffre di mal di schiena a capire che può tornare con tranquillità all’attività fisica che ha interrotto per paura del dolore».
da: http://www.ilmessaggero.it
Commento del Dott. Zambello
Mi capita spesso durante il lavoro analitico che il paziente porti un dolore fisico, a volte anche invalidante. Succede ad esempio che un’ improvvisa lombo-sciatalgia obblighi il paziente a sospendere per uno o due incontri il lavoro psicoterapeutico. Mi guardo bene di dare “al dolore fisico” una eziologia squisitamente psicologica. Se mi viene chiesto suggerisco il nome di un internista, ortopedico o altro specialista del caso. Ma, é chiaro a me e forse lo diventa anche per il paziente che il suo corpo sta “urlando” un dolore che non riesce ad elaborare mentalmente, un dolore che non riesce ad avere voce. Per il “medico”, non c’é organico o psicologico, mentale o fisico, c’é lui, il paziente, nella sua interezza che esprime un disagio. Il compito del medico, quale sia la specializzazione, é di dare voce, senso, a quel ”dolore muto”.




