L’omosessualità non è una malattia da curare

31-05-10

Un gruppo di clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (Psicologi, Psichiatri, Picoterapeuti e Psicoanalisti) ha redato il seguente documento che sottoscrivo. Chi volesse aggiungere la sua firma, purchè operatore del settore lo può fare  su:  www.noriparative.it

Nota: Possono sottoscrivere il comunicato solo professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicologi)

Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, in occasione della presenza in Italia di Joseph Nicolosi al convegno “Identità di genere e libertà”, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una “variante naturale del comportamento umano”.

Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (Associazione per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità), sostiene invece, contro ogni evidenza scientifica, che l’omosessualità è “un disturbo mentale che può essere curato”, è “un fallimento dell’identificazione di genere” ed è “contraria alla vera identità dell’individuo”.

Queste teorie, le terapie “riparative” che su di esse si basano, e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità.

Un terapeuta con pregiudizi antiomosessuali può rinforzare i sentimenti negativi di colpa, disistima e vergogna che molti omosessuali provano, e così alimentare l’omofobia interiorizzata e il minority stress, danneggiando spesso irrimediabilmente la salute mentale del soggetto.

La persona omosessuale che chiede di essere “guarita” (e i familiari spesso coinvolti) va ascoltata ed aiutata a capire le ragioni della sua difficoltà ad accettarsi, ma non va ingannata con la promessa di terapie miracolistiche prive di efficacia dimostrata.

Ricordiamo che gli psicologi italiani sono tenuti al rispetto degli articoli 3, 4, 5 del Codice Deontologico, che ribadiscono, tra l’altro, come lo psicologo debba lavorare per promuovere il benessere psicologico, astenersi dall’imporre il suo sistema di valori e aggiornare continuamente le sue conoscenze scientifiche.

Ricordiamo anche che le più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, raccomandano di astenersi dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo e (come recentemente ribadito dal Report of the Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation dell’ American Psychological Association, Washington, D.C., 2009) affermano che le terapie di “conversione” o “riparazione” dell’omosessualità sono basate su teorie prive di validità scientifica e non hanno il sostegno di ricerche empiriche attendibili.

È nostro dovere affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni, e in quanto tale deve essere segnalato agli organi competenti, cioè agli ordini professionali.


Il Web crea dipendenza nei giovani come sesso e gioco d’azzardo

30-05-10

Ogni tanto ritorna questa vicenda: secondo una recente inchiesta condotta ovviamente da una serie di esperti, il web avrebbe raggiunto sesso e gioco d’azzardo come fonte di dipendenza più pericolosa per i più giovani. Di più: “La trasversalità sociale, culturale, generazionale del nuovo trend, testimonia ampiamente la sua pericolosità
 
Subito dietro – ma non di molto – troviamo altri focolai come ad esempio l’abuso di tecnologia soprattutto di cellulari e di videogames e per le femminucce (e pure qualche maschietto) dello shopping. Lanciano l’allarme gli esperti della comunità scientifica psicoterapeutica a Firenze.

Nel capoluogo toscano si sono riuniti i massimi esponenti della psicoterapia in occasione del 26esimo Congresso Internazionale del Sepi – acronimo di Society for the Exploration of Psychotherapy Integration – insieme alla Scuola di Psicoterapia Comparata.  
Chi abusa del web soffre di problemi sociali e comportamentali, ha difficoltà a relazionarsi e può presentare un rapporto distorto con il mondo reale. Il target più sensibile è quello dei giovanissimi ossia dei teenagers visto che secondo l’Istat il 35.2% dei bambini/ragazzini tra 11 e 13 anni possedeva un cellulare nel 2000, nel 2008 l’83.7%, oggi oltre il 90 di sicuro.

http://www.tecnocino.it         

Commento del Dott. Zambello

Una mamma mi diceva l’altro giorno, parlando di suo figlio: “… Sta  davanti al cumputer anche otto ore al giorno. Rimane alzato fino a ora tarda. Io non lo so, forse è meglio così che uscire. Chi sa chi troverebbe  fuori.  Non si droga. Lei cosa dice?” Premesso che non avevo niente da dirle, non eravamo li per lui  ma certamente questa donna proiettava su suo figlio la sua difficoltà a diventare grandi, adulti  ad uscire dal guscio.

E’ vero che anche la droga, l’alcool e tanto altro possono dare dipendenza. Possono essere surrogati di un  mai risolto rapporto con ”una madre ideale”. Ma se questa dipendenza la vivi non solo nel  fantasmatico, in una ricerca interna di ideali che trovi mai ma,  realmente,  vicino ad una madre che mai si stacca, allora la situazione é quasi impossibile da risolvere.

Ad un ragazzo di 35 anni che viveva una situazione simile e che era  venuto a chiedermi  una analisi,   gli dissi: ” Ad una sola condizione, che i suoi genitori rimangano   fuori dallo studio. Non solo fisicamente, é ovvio,  ma nel senso che non dovrà  dare a loro  spiegazioni  del suo cammino terapeutico”. E’ sparito.

Disturbo bipolare: un unico farmaco per mania e depressione

23-05-10

Un giorno si sentono onnipotenti e altri giorni hanno l’autostima sotto i piedi e pensano al suicidio: sono coloro che soffrono di disturbo bipolare, un disturbo dell’umore, ricorrente e cronico, in cui si alternano fasi in cui il tono dell’umore è alle stelle (mania) e fasi in cui è depresso (depressione).

Secondo la ricerca GfK Eurisko presentata in questi giorni, denominata “Mania e Depressione: due facce della stessa medaglia” oltre l’85% degli Italiani non ne ha mai sentito parlare. Eppure il problema è la sesta causa di disagio sociale nel mondo e colpisce più del 2% della popolazione nazionale.

 Alla disinformazione dei cittadini si unisce una diagnosi spesso tardiva: il disturbo bipolare è spesso sottovalutato, scambiato per una semplice depressione o per uno stato di ansia. E il paziente, lasciato solo, può peggiorare, assumendo atteggiamenti pericolosi tipici della mania (come l’abuso di droga) o arrivare al suicidio.

 Le cure, da seguire tutta la via, sono costituite soprattutti da farmaci in grado di agire o contro i sintomi depressivi (antidepressivi) o nelle fasi maniacali (antipsicotici atipici e stabilizzanti dell’umore), da assumere in modo personalizzato, secondo le prescrizioni mediche, anche in associazione. È, invece, ora disponibile anche in Italia, in compresse a rilascio prolungato (quindi da assumere solo una volta al giorno), l’unico farmaco, un antipsicotico atipico, che è stato approvato sia per il trattamento della mania sia per quello della depressione bipolare, la quetiapina.

 “Fino ad oggi nella pratica clinica si è fatto un uso eccessivo di farmaci antidepressivi, comportando così un grave effetto indesiderato: l’induzione del viraggio maniacale e, nel lungo termine, di cicli rapidi. Con quetiapina, si ha anche un’azione antidepressiva in aggiunta all’azione antimaniacale propria degli antipsicotici” sottolinea il dottor Gianluigi Tacchini, Dirigente Medico Psichiatra Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

 Uno strumento in più, quindi, per una terapia il più possibile personalizzata e integrata con percorsi psicoeducativi: resta però ancora molto da fare per cancellare lo stigma sociale che accompagna la malattia, come rilevato dalla ricerca già citata. Molti Italiani ammettono di poter avere difficoltà a lavorare con un bipolare (45%) e a esserne amico (31%),e i pazienti stessi si sentono poco accettati (46%) e hanno difficoltà relazionali (60%).

Pubblicato da Valeria Ghitti in Farmaci, Malattie, News Mediche.

da: http://www.tantasalute.it        

Commento del Dott. Zambello

La verità è quella che dice il giornalista alla fine dell’articolo: il 60 per cento delle persone hanno difficoltà a relazionarsi con queste persone che presentano un comportamento così instabile.  Eppure,  è propio questo il focus della terapia di questi ammalati: aiutarli ad equilibrare il loro comportamento.  Il  Dott. Tacchini parla genericamente di  percorsi psicoeducativi che,  per la verità,  non si capisce bene a cosa alluda ma credo faccia  riferimento alla psicoterapia.  Questa si muovere teoricamente e clinicasmente,  in un ambito ai limiti tra la psicoterapia  dinamica e la comportamentale. E’ quel campo teorico e clinico  che è stato chiamato: Teoria dell’attaccamento di John Bowlby

 

Effetto Antidepressivo della Pratica della Gratitudine

16-05-10

Una buona parte della sofferenza psicologica nelle persone potrebbe essere arginata attraverso un semplice cambiamento di atteggiamento mentale: praticando costantemente la gratitudine. L’atteggiamento di gratitudine è uno stato mentale selettivamente attento agli aspetti positivi e alle piccole delizie della vita quotidiana, dall’attenzione ad un semplice sorriso, ad una gentilezza di qualcuno, ad un suono piacevole, ad uno scorcio paesaggistico particolarmente bello, ad un’azione onorevole di un collega. L’atteggiamento di gratitudine conduce la mente a più stretto contatto con il benessere, ci permette di guardare la vita come un regno di infinite possibilità, non solo di limitazioni, ci permette di aumentare il nostro potere creativo, di dare forma a pensieri positivi, di attirare persone positive, di circondarci del meglio e diventare migliori. E’ una sorta di antidepressivo naturale privo altresì di controindicazioni.

E’ difficile decidere di praticare con costanza la gratitudine, è un atteggiamento molto raro tra le persone comuni, perché richiede un temerario passaggio psichico che è quello di far convivere dentro di noi, sentimenti e concetti opposti: il bene e il male, ma allo stesso tempo godere del bene nonostante il male. Richiede maturità, realismo, equilibrio e senso del sacro del vivere.

Spesso occorre sacrificare il bisogno di essere compatiti per dare veramente valore a ciò che siamo e a quello che siamo diventati attraverso la nostra storia, ammettere il nostro valore fino infondo, ammetterlo noi stessi per primi, senza aver bisogno che siano gli altri a riconoscerlo. In sostanza occorre decidere con cuore fermo di smettere di fare la vittima del mondo, di rinunciare ai lamenti, ridurre le invidie e i giudizi spietati della realtà, comportamenti e atteggiamenti che sono in realtà il principale interesse di molte persone. Continua

SCOPERTO GENE STRESS CHE CI FA INGRASSARE

08-05-10

(AGI) – Washington, 7 mag. – Potrebbe essere lo stress della vita moderna a spingerci a mangiare piu’ cibi grassi e zuccherati, facendoci ingrassare. Almeno secondo un gruppo di ricercatori dell’Istituto Weizmann di Israele, dopo aver scoperto il ‘gene dell’ansia’ che, quando ‘acceso’, provoca stress e aumenta la nostra voglia di mangiare dolciumi e cibi grassi. “Abbiamo dimostrato che le azioni di un singolo gene in una sola parte del cervello possono avere effetti profondi sul metabolismo di tutto il corpo”, ha detto Alon Chen, neuroendocrinologo che ha coordinato lo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. “In sostanza, lo stress potrebbe farci diventare grassi”, ha sottolineato. “Lo stress influenza sicuramente ogni sistema del corpo”, ha detto Chen. “Non solo provocando ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, ma influenzando sindromi metaboliche come l’obesita’”, ha aggiunto. Nello studio i ricercatori hanno scoperto che c’e’ un ‘interruttore genetico dello stress’ che sembra portare a diabete e a obesita’. I ricercatori israeliani hano creato un proprio metodo per cambiare l’attivita’ di questo gene nel cervello, provocando il rilascio di una proteina chiamata ‘Ucn3′. Hanno quindi scoperto che l’aumento dei livelli di Ucn3 provoca ansia e cambiamenti nel metabolismo. Con l’aumento dei livelli di Ucn3, gli organismi dei topi (su cui e’ stato condotto lo studio) utilizzano piu’ zuccheri e meno acidi grassi, e crescono i ritmi metabolici, mostrando i primi segni del diabete di tipo 2. Secondo i ricercatori, grazie a questa scoperta, gli scienziati possono lavorare alla realizzazione di farmaci che combattino lo stress e l’ansia, e di conseguenza anche l’obesita’ e le malattie a essa correlate.

Da: http://salute.agi.it       

Commento del Dott. Zambello

Mi chiedo perchè dobbiamo “combattere” ansia e stress,  metterli a tacere. Sono meccanismi  biologici, naturali. Ci aiutano a capire se siamo davanti ad un pericolo, ci preparano ad affrontarlo. Forse non siamo più abituati ad ascoltarci. Forse i segnali interni sono andati nel tempo fuori nota. E allora,  la soluzione e tacitarci con qualche pastiglia in più?