Separazione e divorzio: le festività e il Natale dei bambini nelle famiglie allargate

30-12-10

Il Natale è indubbiamente la festa della famiglia in cui i bambini sono i veri protagonisti.

La tradizione vuole una famiglia ad hoc che si riunisca e festeggi insieme con gioia ed armonia. Questo non sempre è possibile. In Italia ci sono circa 2 milioni di genitori separati con un aumento esponenziale di divorzi. I bambini subiscono le decisioni dei genitori trovandosi ad affrontare dolori per la divisione di mamma e papà, affrontando un dualismo di vita che è difficile da digerire e metabolizzare.

Le ricorrenze come i compleanni, le feste comandate e dunque anche quelle natalizie possono essere vissute con sentimenti discordanti, spesso negativi, tristezza, ansia, senso di incompletezza e inadeguatezza, senso di colpa nei confronti del genitore con cui non si è al momento dei festeggiamenti; il figlio si sente responsabile di una discriminazione imposta dall’amore a turno verso mamma o papà. L’unità dei genitori alimenta un senso di sicurezza nel bambino che viene un pò a perdersi quando papà e mamma si separano.

La speranza di vedere mamma e papà tornare insieme è diffusa nella quasi totalità dei bambini. Alcuni genitori separati, così come consigliano molti psicoterapeuti, decidono di condividere momenti importanti della vita del figlio; se da una parte questo è positivo perché dà l’idea di un’unità genitoriale al di là della separazione, i genitori continuano ad esercitare il proprio ruolo insieme anche quando decidono di separarsi come marito e moglie, dall’altra parte questo atteggiamento alimenta nel bambino la speranza che i genitori tornino insieme, aspettativa che disattesa può creare non poca frustrazione.

….è già difficile essere dei buoni genitori anche quando l’impegno e la volontà sono massimi, ma quando si è separati, questa ansia da prestazione aumenta ancora di più, ci si interroga continuamente sulla correttezza delle decisioni e la mancanza di confronto porta inevitabilmente insicurezza, che viene percepita dai figli, tanto attenti a ogni piccolo segnale sia esso verbale o di altra espressione, col risultato di creare in tutti tanta ansia e stress emotivo.

Il successo di una buona organizzazione, felice e serena, per le feste Natalizie quando si è separati è un’impresa ardua e difficile….

Purtroppo l’armonia non si può imporre, è il risultato di una serie di dinamiche, di presupposti, che se non esistono, non possono renderla realizzabile. Fingere accordo è ipocrisia. Il figlio se ne accorge e il risultato è la destabilizzazione, la confusione. Meglio l’onestà, la chiarezza, la coerenza che pongono il bambino davanti a sicurezze belle o brutte che siano ma che delimitano confini certi e sicuri entro i quali il bambino si sentirà libero di muoversi e dunque più sereno. Continua

Psicoanalisi e consumismo

18-12-10

Il consumismo è la manifestazione del bisogno cronico di acquistare continuamente nuove merci e nuovi servizi, con scarso riguardo all’effettiva necessità che si ha di essi, alla loro durata, alla loro origine o alle conseguenze ambientali della loro produzione e smaltimento. Il consumismo è dovuto ad ingenti somme spese in pubblicità con lo scopo di creare sia il desiderio di seguire una moda, un trend, sia il conseguente sistema di auto-compiacimento che ne deriva. Il materialismo è uno dei risultati finali del consumismo.

Fino a qui niente di nuovo. Siamo ormai abituati a non vedere il consumismo interferire nelle nostre scelte o nella nostra vita sociale, rimpiazzando i bisogni dettati dal buon senso, sostituendo la necessità di una famiglia stabile, di una vita in comunità e di sane relazioni umane con un artificiale ed insaziabile ricerca di denaro necessario a comprare sempre più cose, per lo più inutili, che siamo stati portati a desiderare. Cose progettate per non durare, o per passare di moda in tempi sempre più brevi.

Ma che cosa ci ha portati a tutto questo? Come siamo arrivati a fare in molti lavori che odiamo per comprare cose che non ci servono, a volte per impressionare persone di cui nella maggior parte dei casi non ci importa nulla? Dove ha avuto origine questo meccanismo perverso?

Oltre allo sviluppo dell’industrializzazione e del capitalismo, una delle principali ragioni della diffusione del consumismo di massa è sicuramente attribuibile agli sforzi di Edward Bernays, un nipote americano di Sigmund Freud, il quale ha utilizzato alcune teorie sviluppate dallo zio sugli esseri umani per riuscire a controllare e manipolare le masse in tempo di pace e di democrazia (o presunta tale).

Appurato il fatto che le masse possono essere manipolate, Bernays pensò bene di utilizzare queste “tecniche” per generare e poi incentivare nell’America degli anni Venti il costante bisogno di “beni” di consumo. Di ritorno da una conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1926, infatti, Bernays si rese conto che se la propaganda era riuscita ad ottenere tali livelli di consenso in Europa in tempo di guerra, sicuramente poteva farlo anche in America in tempo di pace. Egli fu il primo a mostrare alle corporation americane come creare nella gente il bisogno di cose di cui non aveva bisogno, semplicemente facendo in modo di associare le merci di consumo di massa ai loro desideri inconsci, soddisfacendo o facendo credere di soddisfare i loro più reconditi ed egoistici desideri, così da renderli “felici” e, quindi, mansueti. Da ciò nacque ovviamente anche l’idea prettamente politica di controllare le masse americane. Continua

Interno Pische. Lo Psicologo: interventi, limiti e falsi miti

10-12-10

di Dott.ssa  Simona Diana   

Malgrado la cultura psicologica si stia costantemente diffondendo nella società, esiste ancora molta confusione sulla figura dello psicologo, su chi sia e cosa fa, e su cosa lo distingua dagli altri specialisti della mente. E’ opportuno mettere un po’ d’ordine perché sono presenti molti luoghi comuni che ancora aleggiano intorno all’immagine dello Psicologo, che da molti viene visto come il medico dei matti, colui che vuole solo farsi gli affari tuoi, una persona buona che ti consiglia, ti ascolta senza dire nulla, ti conforta. Una sorta di via di mezzo tra il medico, il chiromante, il confidente, l’interprete dei sogni, il dispensatore di soluzioni adatte ad ogni situazione etc. In realtà lo Psicologo è un professionista che lavora nel campo della salute con competenze e funzioni specifiche. La sua professione “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito” (Legge 56/89). Le competenze dello Psicologo quindi, riguardano varie aree del ciclo di vita degli individui e le sue attività vanno dalla consulenza, ai colloqui di sostegno, all’uso dei test, alla informazione, la formazione e gestione delle risorse umane, ai gruppi di sostegno psico-educativi, alla didattica, e alla prevenzione e promozione della salute in ambito scolastico. Il lavoro dello psicologo consiste nel favorire un cambiamento a livello psichico e comportamentale, attraverso degli strumenti specifici, di cui i principali sono la relazione, la comunicazione, l’ascolto attivo e la parola.cerli ed analizzarli in profondità per capirne le cause ed i motivi profondi e favorire maggiori consapevolezze che possano portare ad un cambiamento o comunque ad una presa di coscienza…….. Continua

Non solo farmaci, la depressione si può curare anche con una corretta alimentazione

03-12-10

di Brigida Stagno

Stanchezza, soprattutto al mattino, calo di energia, perdita di interessi, apatia, calo del desiderio sessuale, ma anche ansia, preoccupazione, malesseri fisici, come mal di testa, dolori muscolari, difficoltà digestive: otto milioni di italiani devono fare i conti ogni giorno con i sintomi del “male oscuro”.Più frequente nelle donne, la depressione compare tra i 20 e i 50 anni, in media intorno ai 40 anni, ma nessuna età ne è immune: il rischio di avere un episodio depressivo nel corso della vita è del 15-17%. Nelle ultime generazioni, probabilmente per la diffusione dell’abuso di sostanze e di uno stile di vita sempre più irregolare, l’età di esordio è scesa sotto i 20 anni.Le cifre parlano chiaro, tanto che pochi giorni fa il Senato ha approvato una mozione con cui il Governo si impegna a sensibilizzare la popolazione sulla depressione, come malattia curabile, a migliorare diagnosi e cure su tutto il territorio, rafforzare la rete dei medici di medicina generale e i centri plurispecialistici, potenziare gli ambulatori di supporto psicologico convenzionati con il SSN. Ci auguriamo che le promesse diventino realtà.La depressione può comparire improvvisamente, ma più spesso è preceduta da un periodo, di giorni o mesi, di “sintomi- spia”, come facilità a cambiare umore, riduzione delle energie, difficoltà di concentrazione, inappetenza, insonnia, spesso attribuiti a cause esistenziali o a malattie fisiche, con conseguente ritardo nella diagnosi e nella cura.Senza la terapia la depressione dura in media da 6 a 12 mesi, ma può essere molto più breve (settimane) o superare nel 20 per cento dei casi i 2 anni ( si parla allora di “ depressione cronica”). Frequenti però le ricadute: il 50-65% delle persone ha, nel corso della vita, almeno tre episodi e il 10% può superare i dieci. Soprattutto se non curata, la depressione può facilitare l’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol (in particolare nei giovani), peggiorando la situazione.Curarla si può. Continua