Il trattamento psicodinamico dell’ansia
26-02-11
di Carlotta Bettazzi
L’ansia è uno stato affettivo presente in gran parte delle patologie, ma anche in situazioni normali; entro certi limiti, infatti, l’ansia è fisiologica. Essa diventa patologica quando è sproporzionata all’evento scatenante, o si manifesta in assenza di motivi apparenti, o, ancora, quando si protrae nel tempo ed è di intensità tale da interferire con il funzionamento. L’ansia ha sia una componente psichica, caratterizzata da senso soggettivo di apprensione, inquietudine, ruminazione, insicurezza e difficoltà di concentrazione, sia una componente neurovegetativa, caratterizzata da sudorazione, tachicardia, tremori, senso di soffocamento e vertigini, sia una componente motoria, caratterizzata da tensione, irrequietezza e agitazione. Sul piano nosografico, la prima classificazione dell’ansia si deve a Freud (1894), che usava il termine “nevrosi”. Secondo Freud, esistevano due forme di angoscia:
un diffuso senso di inquietudine o paura che nasce da un pensiero o desiderio rimosso, curabile con l’intervento psicoterapeutico;
un senso sopraffacente di panico accompagnato da manifestazioni neurovegetative (sudorazione, aumento del ritmo respiratorio e di quello cardiaco, diarrea e senso soggettivo di terrore). Questo secondo tipo di angoscia era il risultato di un accumulo di libido in relazione all’assenza di attività sessuale.
Successivamente, con l’elaborazione del modello strutturale, Freud (1926) vide l’ansia come il risultato di un conflitto psichico tra desideri inconsci sessuali o aggressivi, provenienti dall’ Es, e le corrispondenti minacce di punizione, provenienti dal Super io. Di conseguenza, l’ansia rappresenterebbe un segnale della presenza di un pericolo nell’inconscio. L’Io allora mobiliterebbe i suoi meccanismi di difesa, quali evitamento, spostamento e rimozione, per impedire pensieri e sentimenti inaccettabili alla coscienza. L’ansia è dunque un affetto dell’Io, un sintomo sovradeterminato di un conflitto inconscio, che è importante indagare per poi rielaborarlo. Si distingue un’ansia di stato e un’ansia di tratto. L’ansia di stato può essere definita come un’interruzione del continuum emozionale; si esprime attraverso una sensazione soggettiva di tensione, apprensione, nervosismo, inquietudine, ed è associata ad attivazione del sistema nervoso autonomo. Alti livelli di ansia-stato risultano particolarmente spiacevoli, dolorosi e disturbanti tanto da indurre il soggetto a mettere in atto dei meccanismi comportamentali di adattamento per evitare o ridurre queste sensazioni. Se però questi meccanismi non raggiungono lo scopo, possono provocare comportamenti disadattivi che aumentano l’ansia ed avviano (o perpetuano) una spirale patologica. L’ansia di tratto, invece, è una caratteristica relativamente stabile della personalità, un atteggiamento comportamentale che riflette la modalità con cui il soggetto tende a percepire come pericolosi o minacciosi stimoli e situazioni ambientali. I soggetti con ansia-tratto più elevata mostrano una reattività maggiore ad un numero maggiore di stimoli: questi soggetti hanno maggiore probabilità di presentare ansia-stato anche in circostanze a basso “potenziale ansiogeno” o di sperimentare livelli più elevati di ansia-stato a parità di stimoli.
E’ utile precisare che il trattamento psicodinamico risulta essere quello d’elezione quando ci troviamo di fronte a un’ansia di tratto, mentre per l’ansia di stato sembrano essere più efficaci le tecniche cognitivo – comportamentali e brevi strategiche…..(segue) Continua
La mia sessualità problematica
12-02-11
Risponde: Patricia Calabi (Psicologa Psicoterapeuta)
Domanda
Salve, sono un ragazzo di ormai 20 anni ed ho un grave problema di orientamento sessuale: infatti, pur essendo eterosessuale, non ho mai provato interesse alcuno verso il comune rapporto. Ho forti inclinazioni al masochismo sessuale e al feticismo del piede, mentre non provo alcuna attrazione verso le zone erogene dell’altro sesso. Non ho mai avuto rapporti di alcun genere con le ragazze. E’ possibile risolvere il problema senza ricorrere a particolari terapie? Grazie.
Risposta
Caro Marco, la domanda che poni “è possibile risolvere il problema senza ricorrere a particolari terapie?” fa pensare che cerchi una soluzione facile per un problema che tu per primo definisci “grave”. Non è possibile giudicare la gravità del tuo caso a partire da poche righe di descrizione, anche perché tu parli di inclinazioni ma non chiarisci quali attività sessuali di fatto pratichi. Se non grave il tuo problema è certamente serio perché a 20 anni una sessualità disturbata non promette bene per le tue future relazioni affettive e in particolare per un rapporto a lungo termine, emotivamente intimo, con un’altra persona.
Quelli che chiami orientamenti sessuali (mi riferisco a masochismo e feticismo) nella letteratura e nella pratica psicoterapeutica si chiamano parafilie, termine più neutrale di “perversione” e “deviazione sessuale” che contengono un giudizio morale negativo. Quando sono agiti per lungo tempo e sono l’unica modalità di vivere la sessualità i comportamenti parafilici rappresentano un disturbo grave, che può arrivare ad investire la globalità della personalità dell’individuo e condizionare negativamente tutto il suo vissuto relazionale, oltre a compromettere il funzionamento in altre aree sociali. A questo proposito tuttavia è importante precisare che parliamo di comportamenti perversi compulsivi e ripetuti, non di fantasticherie con contenuti perversi, che si riscontrano normalmente nella sessualità di quasi tutti gli adulti. Infatti la linea tra normalità e patologia nella sfera della sessualità umana è sempre legata ad aspetti quali la non compulsione del comportamento, il suo essere uno tra i tanti agiti e quindi non esclusivo e, altro aspetto fondamentale, la partecipazione libera e consenziente dei partners sessuali. Continua




