Impotenza, psicosomatizzazioni e psicoanalisi.
26-05-11
di: Renzo Zambello
Nella terapia psicoanalitica spesso, il sintomo non é affrontato direttamente. La psicoanalisi non si fa carico del sintomo. Nel caso clinico che segue, cercherò di raccontare di come sintomi importanti quali la fibrillazione atriale, attacchi di panico e l’impotenza sessuale, siano stati superati attraverso un lavoro di introspezione ed elaborazione psicologica.
Andrea é oggi un uomo di 35anni, perito elettronico, caporeparto nella fabbrica dove lavora, fisico atletico e sposato da 15 anni. Il motivo che lo portò nel mio studio, circa due anni fa, fu una improvvisa sintomatologia cardiologia, un episodio di fibrillazione atriale, che l’aveva colpito in montagna, mentre tentava di scalare una vetta. Fu soccorso e riportato a valle dall’ elicottero e ricoverato nel più vicino ospedale. Quel episodio lo spaventò molto e dopo alcuni esami clinici il medico curante gli suggerì che probabilmente il suo problema era prevalentemente psicologico si era trattato forse di un attacco di panico. Decise di prendere appuntamento con me.
Al primo incontro, dopo avermi descritto nei minimi particolari la sintomatologia cardiaca, in particolare la paura di morire che aveva provato ” quando il cuore andava come un pazzo e sembrava gli saltasse fuori dal petto”, mi chiese se potevo aiutarlo con una terapia veloce e che risolvesse prima possibile il suo problema fisico . Gli risposi che non sapevo cosa potevamo fare assieme e come e che in ogni caso, prima di qualsiasi decisione, era necessario incontrarci almeno tre volte e parlare liberamente.
“Liberamente” pensò ad alta voce, “io veramente ho un altro problema” continuò ” soffro di impotenza, mia moglie è ancora vergine. Centra qualcosa con le mie aritmie, lei può aiutarmi anche a proposito della mia impotenza?”
Risposi che non lo sapevo e che potevamo fare solo ciò che lui era disposto a fare. Dopo alcuni incontri ci accordammo per due sedute alla settimana In seguito il lavoro si snodò su piani diversi, partendo però da un presupposto che io proposi ad Andrea e che lui fece suo: la fibrillazione atriale, l’impotenza sono dei sintomi, un po’ come una febbre. Sono dei segnali che qualcosa non funziona a livello psicologico. Chiaramente non c’interessa curare il sintomo, ma tentare di capirne la causa. Proposi di spostare l’attenzione. In fondo, della fibrillazione atriale, come dell’impotenza non ci interessava poi molto.
Si è lavorato tanto sui sogni, dove spesso emergevano figure parentali terrificati, in particolare una madre vampiro ed un padre padrone. La storia che costruimmo assieme è una storia dove i suoi genitori erano figure onnipotenti, odiate e temute a cui aveva pensato di sottrarsi sposando sua moglie, senza per altro mai raggiungere una vera indipendenza.
Bloccato e controllato da quei fantasmi. Il blocco era così forte che Andrea non si poteva permettere di imitare in niente i suoi genitori, compreso la sessualità. La struttura psicologica di Andrea è chiaramente di tipo ossessivo.
Il transfert con me era positivo. Io rappresentavo finalmente un padre buono e Andrea imparò piano, piano a non temermi e a fidarsi.
Cominciò a vedere ciò che veramente gli apparteneva e ciò che invece era solo frutto di reazione nei confronti delle figure parentali.
Dopo circa quindici mesi Andrea mi portò un sogno dove la sua voglia di paternità era evidente. Diminuì il risentimento verso i suoi genitori e iniziò a pensare alla sua famiglia in termini diversi. Si ripresentò così la tematica della sua impotenza che lui risolse rifacendosi alla sua esperienza sportiva.
“In fondo,” disse, “è un muscolo, e come tutti i muscoli ha bisogno di fare esercizio per funzionare al meglio.” All’età di 33 anni deflorava sua moglie e faceva per la prima volta l’amore.
Chiaramente all’inizio della terapia non fu sottovalutata la possibilità che ci fossero delle cause organiche che causavano la sua impotenza. Andrea interpellò un andrologo ma organicamente non aveva alcun deficit. In seguito Andrea mise incinta la moglie per due volte. Oggi Andrea è un uomo che a mio parere vive molto meglio di prima. E’ rimasta la struttura ossessiva ma è molto meno pervasiva di prima e la sua qualità di vita è sicuramente migliorata. Il sintomo impotenza così come la fibrillazione atriale, gli attacchi di panico, sono scomparsi.
Nota del 27 maggio ’11
Rileggendo questo caso clinico che ripropongo a distanza di anni perché mi sembra sia nella tematica che nell’intervento attuale, mi accorgo però come dentro di me le cose siano cambiate, spero in meglio ma sicuramente cambiate. Ad esempio, non farei più quell’affermazione iniziale, un po’ dogmatica “la psicoanalisi non si fa carico del sintomo”. Era una vecchia posizione della scuola psicoanalitica che avevo fatto mia un po’ acriticamente. Che significa non si fa carico del sintomo? Certamente nei nostri maestri c’era la convinzione, giusta, che il sintomo è solo l’iceberg di un a tematica molto più profonda, inconscia. Certo, ma il sintomo è il linguaggio del corpo e io, come terapeuta, psicoanalista, non posso prescindere nel rapporto col mio paziente, dal suo corpo. Il mio stare con lui, dovrebbe essere sempre totale, “coinfettante”, come diceva Jung.
Visto com’ è andata la storia di Andrea, forse l’ avevo capito a livello preconscio, prima di potermelo dire.
Mr. Beaver
22-05-11
Commeto al film di Jodie Foster. Con Mel Gibson, Jodie Foster,
Soluzione: tagliare.

Di: Renzo Zambello
Sembra che Mel Gibson non riesca a sottrarsi alla fascinazione della Bibbia. La interpreta a suo modo e così, dopo essersi inventato una sua passione di Cristo in “Passion”, cita nuovamente il Vangelo proponendolo letteralmente: “ Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala; meglio è per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile”. Marco 9, 43. Certo, il personaggio Walter Black, ha dei problemini e forse anche lo stesso Gibson, visto quello che la cronaca racconta. Il film è volutamente autobiografico ma propone anche un’analisi di una società che si risveglia incapace di sognare di scrivere, creare. E’ l’esito di un sogno americano che si è infranto. Però, la soluzione proposta non convince, è in fondo noiosa, puzza ancora una volta di onnipotenza infantile.
Ad esempio, Gibson o la Foster, la sceneggiatura è di entrambi, fanno dire alla ragazza che si diploma che il sogno americano è finito e che non si sono soluzioni miracolistiche, peccato che tutto il film sottenda se non ad un miracolo, ad un capovolgimento radicale della realtà. Soluzione finale: spaccarsi la testa ed eliminare letteralmente, le parti di noi che per natura, questioni personali e sociali ci fanno male e ci limitano. Riconosco, è vero, il film trasmette bene, quasi si sentono, si toccano, le difficoltà personali e di una società che fa sempre più fatica ad integrare aspetti personali e caratteriali antitetici. Però, se peccassero un po’ meno di un fastidioso narcisismo, si sarebbero accorti che la psicoanalisi che loro snobbano ci aveva già da tanto tempo insegnato che solo l’integrazione, non l’eliminazione di ogni nostra parte, è la via della guarigione e della libertà. Lo sa Gibson e la Forest che la trovata di “seppellire” le parti che non ci servono più fu teorizzata ed é stata clinicamente praticata ancora negli anni ’80 da una famosa psicoterapeuta italiana Mara Palazzoli Salvini in “Psicoterapia dell’assurdo” e, la trovata della marionetta castoro non è altro che l’oggetto transazionale di Winnicott, medico psicoanalista inglese nato ben nel 1896? Evidentemente Gibson e la Foster proferiscono ignorare e fantasticare soluzioni deliranti. E’ difficile rinunciare alle proprie fantasie di essere i primi e, se non è più possibile nel positivo, allora, primi nella follia, nella malattia. No, semplicemente bambini onnipotenti.
Fobie sociali: per combatterle una nuova terapia con gli Avatar
20-05-11
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Di Giorgia Giacomelli
Per chi soffre di fobie e disturbi psicotici c’è una nuova terapia che aiuta a combatterli: la tecnologia virtuale. Immergendosi, ad esempio, in un ‘pub virtuale’ e relazionandosi con degli Avatar che aiutino a guarire. Questo è quello che prevede una particolare terapia messa a punto dai ricercatori della Delft University of Technology (Usa) per fornire delle efficaci soluzioni a problemi come la paura di volare, la claustrofobia, le vertigini, la paranoia e altre psicosi.
Questa nuova terapia virtuale è stata messa a punto da Willem-Paul Brinkman e il suo team per combattere la paura di volare. Infatti attraverso un casco che permette al paziente di immergersi nella realtà virtuale e un sedile vibrante, è possibile far vivere un’esperienza simile a quella dell’aereo, con tutta l’ansia che ne consegue. Grazie all’aiuto di specialisti, però, si affronta il problema ‘dal vivo’ e si ottengono ottimi risultati.
Più interessante è stata la terapia per combattere le fobie sociali. Gli scienziati hanno studiato ‘un pub virtuale’ con lo scopo di aiutare le vittime di questi disturbi ad affrontare la realtà circostante, passando per un livello ‘intermedio’, quello del confronto con gli ‘Avatar’ seduti vicino a loro al bancone del pub. Con questo metodo gli psichiatri possono osservare le reazioni del paziente per poi studiare interventi terapeutici più mirati ed efficaci.
Da:http://attualita.tuttogratis.it
Commento del Dott. Zambello
Credo che la tecnica sia da iscriversi nel gruppo delle terapia cognitivo-comportamentali. Lo scopo è quello di “desensibilizzare” il paziente, permettendogli di superare la sua paura irrazionale inscritta nel sistema limbico.
Non so se funziona. Personalmente ho poca simpatia per questi metodi un po “artificiali” ma, può darsi che diano risultati. Io ricordo solo il grande successo che ebbe negli anni ’80, ’90 il sistema biofeedback per il controllo dell’ansia e delle varie somatizzazioni, poi esteso a sofferenze neurologiche e chiamato neurofeedback, bhe! oggi a distanza di poco più di un decennio, nessuno più ne parla.
Spero comunque che l’indicazione della giornalista per le fobie e “disturbi psicotici” sia un refuso, volesse dire “disturbi nevrotici”. In caso contrario ci sarebbe poco da ridere, bisognerebbe iniziare a preoccuparsi sul serio.
LA PSICOANALISI JUNGHIANA
12-05-11
LA PSICANALISI Junghiana

Quando parliamo di psicanalisi, fondamentalmente ci riferiamo a tre fondamentali scuole di pensiero psicanalitico quella di Freud , Adler e di Jung.
E’ importante sapere che sia Adler che Jung furono allievi di Freud e per circa dieci anni, dall’inizio del 1900, lavorarono assieme, in una forte sintonia culturale e di ricerca.
Nel 1911 Adler fu allontanato in malo modo dal gruppo psicanalitico, quasi come un indegno mentre Jung continuò a collaborare con Freud per alcuni anni, finchè nel 1913 abbandonò il maestro come conseguenza della frattura creatasi alla pubblicazione del suo libro: Libido:simboli e trasformazione.
Contrariamente a quanto generalmente si pensa, Jung non ha mai censurato né il lavoro di Adler né tanto meno quello di Freud, anzi, si è sempre posto il problema di dimostrarne la loro validità.
Ciò che contestava era il presupposto teorico, l’idea che ciò che si era fin allora scoperto sulle dinamiche psicologiche, fosse universale ed unico; fosse la Verità.
Scrisse in ” Psicologia dell’inconscio” (1942), è vero ciò che dice Freud a proposito della rimozione dell’Eros, ma l’attività psichica non è solo quello, anzi ciò è solo una piccola parte.
Il pensiero Junghiano è caratterizzato fondamentalmente da tre elementi: il rapporto paziente terapeuta, l’individuazione e il concetto di simbolo e archetipo.
Una delle immagini che per tanto tempo ha caratterizzato l’attività psicanalitica freudiana fu quella di paragonare lo psicanalista ad un telo bianco dove il paziente proiettava i suoi pensieri, emozioni e l’analista li rifletteva, li rimandava al paziente rimanendone totalmente neutro. Jung parla invece di co-infettarsi, farsi infettare dal paziente e in “Psicologia e alchimia” descrive in maniera metaforica, utilizzando i miti dell’alchimia, il processo analitico proprio come una co-fusione paziente-terapeuta, all’interno dello stesso crogiolo come condizione prima ed essenziale per la ricerca della verità del paziente, della sua realizzazione del se, che chiama “individuazione”.
Dice più volte nei suo scritti, io sono un empirico, non un filosofo, né un teologo, ma un medico psichiatra che lavora con i suoi pazienti ed osserva e sperimenta.
Tale modo di procedere, scrive in “psicologia dell’inconscio”, non ha niente a che vedere con la scientificità di Galileo.
L’oggetto: il paziente, non può mai essere staccato da chi osserva, ma tra l’uno e l’altro c’è inevitabilmente una interazione Per arrivare all’individuazione, processo a cui tende l’analisi junghiana e vocazione che impegna l’uomo per tutta la vita, indipendentemente dal rapporto terapeutico.
Jung ha in mente, dentro di se una struttura psicologica molto più complessa di quella di Freud e per descriverla parte proprio dall’osservazione di Freud ed Adler e di ciò che fino ad allora avevano scritto e dice: vedete sia quello che dice Freud ed Adler è fondamentalmente vero eppure uno parla di rimozione dell’ eros e l’altro di volontà di affermazione: Ma sono veri entrambi perché sono complementari.
Freud è complementare ad Adler, perché il primo è un estroverso, l’altro, un introverso. Jung fece un lungo studio sui tipi psicologici, con lo scopo, come dice Trevi, “di liberare il più possibile dalla qualifica di patologico un vasto settore della fenomenologia dell’umano”. Introduce così il concetto della dualità, del doppio, del chiaro e dell’ombra, del maschile e del femminile, dell’introverso e dell’estroverso, del bene e del male. Non siamo mai tutto maschio o tutta femmina, santi o diavoli, introversi o estroversi.
C’è sempre dentro di noi, nell’inconscio, l’altra parte del manifesto, del conosciuto: “l’ombra”.
Fin tanto che questa rimane non conosciuta, rimossa, anche una parte della nostra energia vitale, ciò che lui chiama libido, non può esprimersi ed é la nevrosi Il medico ha il compito di stabilire con il paziente un rapporto non tanto con la parte esposta ma con quella rimossa, e solo una comunicazione tra preconscio a preconscio (come dice Lopez),o meglio come direbbe Jung , tra preconscio del terapeuta e l’ombra del paziente, favorirà l’individuazione.
Un altro dei cardini fondamentali della psicanalisi Junghiana è la dottrina del simbolo. Il simbolo é la sintesi di elementi culturali, personali consci e inconsci, opposti altrimenti non conciliabili.
Per Jung il simbolo è il vero motore del divenire psichico dell’uomo. Pensiamo ad esempio ai simboli religiosi, al simbolo della madre, del padre, della patria e ancora ai simboli sessuali.
Dice Entwurf, il simbolo è il progetto che, ri-assumendo in una unità il passato, permette l’apertura dell’esistente nel suo futuro.
Scriveva Cassirer (1923): Mito, arte, linguaggio e conoscenza divengono simbolo, non come immagini o allegorie che spieghino una realtà precedente, ma nel senso che ciascuna di tali forme crei o faccia emergere da se stessa un proprio mondo. Continua
Salute mentale: i giovani vittime della crisi del quarto di vita
06-05-11
In tema di salute mentale si è potuto constatare che i giovani sono sempre più vittime di quella che viene chiamata crisi del quarto di vita. Una volta si parlava più che altro di crisi di mezza età, che interessava soprattutto la fascia di età tra i 40 e i 50 anni. Adesso invece i primi segnali di crisi iniziano già a 20 o a 30 anni. Ad affermarlo sono stati gli studiosi della Greenwich University.
Ma quali sono i campanelli d’allarme, che dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione? In primo piano ci sono ansia da prestazione, evidente soprattutto per ciò che riguarda il lavoro e il senso di soffocamento, in relazione alle scelte lavorative o a quelle della vita privata. A volte si può arrivare anche alla depressione. Alcune ricerche scientifiche precedenti hanno dimostrato che il rischio depressione diminuisce con un sonno adeguato. Ma ci sono vari fattori che devono essere tenuti in considerazione.
Infatti non va dimenticato che oggi esiste una maggiore fluidità sia nel lavoro che nelle scelte sentimentali. Tutto ciò non fa altro che favorire il cambiamento, il quale comunque può essere anche causa di crisi in relazione alle numerose scelte che un mnodo in continuo cambiamento implica. Ad influire è anche l’ansia di trovare lavoro, di fare successo e soldi in modo veloce. Ed è certo in ogni caso che, soprattutto per gli adolescenti, l’ottimismo va a vantaggio della salute.
da: http://www.tantasalute.it
Commento del Dott. Zambello
Da più di quindici anni il 40 % dei miei pazienti ha meno di trenta anni. I loro disagi sono nella quasi totalità legati a manifestazioni ansiose che si esprimono con attacchi di panico ma anche problemi legati al sesso quali: eiaculazione precoce o impotenza. Inutile dire che nessuno di loro ha problemi organici. La loro necessità è di essere “contenuti”. Hanno bisogno di una “madre” di un ”padre” che li ascolti, accetti tutto ciò che “hanno dentro” aiutandoli a capire ciò che è buono da quello che non lo è. Spesso sono cresciuti con l’illusione di poter far tutto, si sono riempiti di onnipotenza e poi, improvvisamente al contatto con la prima realtà: il lavoro, l’impegno familiare, la perdita del supporto del gruppo, il cambio di città etc, all’improvviso, il terrore, la percezione di non avere nulla, di non essere nessuno.
E’ chiaro che non è così, non sono dei superman ma neanche delle nullità. Hanno bisogno di vivere nella realtà, la loro realtà e a contatto con le loro capacità e deficienze. E’ un lavoro che solitamente nelle generazioni passate veniva fatto prima dalla mamma e poi dalla scuola e dalle altre agenzie sociali: oratori e ogni altro tipo di gruppo di formazione. Ho l’impressione che famiglia ma anche la scuola, abbiano perso quel ruolo fondamentale che faceva dire a mia nonna, “la saggia”: “passo la maggior parte del tempo a dire di no”. Se ci pensiamo, questo dovrebbe essere il ruolo dei genitori con i figli adolescenti: contenere le loro fantasie onnipotenti, dicendo di no, mettendo dei paletti. Purtroppo, troppo spesso, conosco genitori che non hanno “la voglia”, il tempo a volte anche le capacità di farsi carico della crescita del figlio accollandosi la frustrazione, la reazione che viene dopo il no.
L’esperienza del dolore
04-05-11

di Sabrina Costantini
Parlo “dell’esperienza del dolore”, perché “sentire dolore” è un’esperienza, un vissuto soggettivo che impernia ogni parte di noi, che difficilmente trova una descrizione e un senso. Non di meno, esperire dolore costituisce un’esperienza umana condivisa e condivisibile. Il dolore è una condizione emotiva estremamente intensa e irrazionale, che coinvolge la componente psichica e corporea. Ne sono una chiara espressione tutti quei modi di dire, che descrivendo l’emozione, richiamano il vissuto corporeo: “un dolore che trafigge il cuore, spezza il cuore, sconvolge la mente, un dolore che fa uscire di senno, che trapassa le membra, ecc.”
Il dolore è un’esperienza totale e totalizzante, che da condizione psichica si riverbera su quella corporea, generando stanchezza, spossatezza, deperimento, astenia, amnesia, ecc. Non solo, qualsiasi dolore corporeo, coinvolge il dolore psichico, anzi la sua origine è di natura psichica. La realtà che viviamo infatti, non è quella materiale, bensì la rappresentazione che noi ce ne costruiamo. Ciò che determina il sentire e l’agire, non è dato da quanto realmente succede, ma da ciò che pensiamo stia succedendo e dal perché riteniamo, stia succedendo. La qualità del nostro vivere è determinata da ciò che vediamo e rappresentiamo, di noi stessi e del mondo.
Una qualsiasi “ferita organica” quindi, richiama l’immagine che ci siamo costruiti del nostro corpo, con le sue potenzialità, risorse, limiti, le convinzioni circa la sanità e la malattia. In altri termini, si sovrappongono una serie di fotogrammi, costituiti dalla rappresentazione del corpo integro, del corpo sano, del corpo ideale, del corpo malato, della ferita o lesione. Il dolore organico inoltre, è una sofferenza limitata e confinata ad una specifica parte. La mobilizzazione psichica ed emotiva invece, è molto più diffusa, generalizzata ed intensa, quindi difficilmente delimitabile.
L’attenzione e l’iperinvestimento sul corpo leso, produce da parte dell’Io, non una riduzione bensì un incremento del vissuto di dolore, che risulterà ancora più intenso di quello organico. Il vissuto è sostanzialmente di perdita d’integrità, sanità, benessere. Il corpo non è più compatto e unico, con sé stesso. “Il corpo ci tradisce”, esce dal nostro controllo.
L’orientamento primario della vita, è costituito essenzialmente dalla ricerca di piacere, unita all’evitamento del dolore. Quest’ultimo infatti, viene vissuto come una minaccia all’integrità dell’organismo (Lowen). Come se fosse predittore di una situazione pericolosa e nociva, da cui l’Io cerca di proteggerci. Il dolore, risulta anche una minaccia all’integrità psichica, come tale può essere visto come il segno del presentarsi di una “prova”. Ci mostra che siamo in procinto di varcare una soglia, di affrontare una prova decisiva. La prova di una separazione, da un “oggetto” che, lasciandoci improvvisamente e definitivamente, ci scombina l’equilibrio interno ed esterno e ci costringe a ricostruirci. Continua




