Marco: omosessuale?
22-10-11
UN CASO CLINICO.
Riporto questo caso perché è emblematico di come spesso, molto spesso, noi tendiamo a spostare la nostra sofferenza su alcuni aspetti della nostra vita, alterandone la comprensione e la possibilità di risolverla. I disagi sessuali, in particolare l’omosessualità diventa troppo spesso la causa e la focalizzazione di tutte le energie. Sono convinto che tutte le tematiche della sessualità ed in particolare quelle che riguardanti l’identità sessuale, siano motivo di grandi fatiche a a volte sofferenze ma, possono essere anche un pretesto dal nostro inconscio per non evolvere e crescere. Il compito del terapeuta , a volte molto difficile, è di non colludere con queste fantasie manipolatorie e narcisistiche del paziente. Il caso di Marco mi sembra illuminante.
Marco, il nome è inventato ma la sua storia è vera, mi telefonò circa quattro mesi fa in studio per chiedermi un appuntamento. Dopo essersi presentato mi disse che aveva bisogno di vedermi, di un colloquio. Guardai istintivamente l’agenda della settimana successiva e proposi un giorno che rifiutò. Mi disse che era libero un martedì, dopo 20 giorni. La cosa mi sembrò un po’ strana ma non feci domande e acconsentii per l’appuntamento proposto.

Dopo 20 giorni, puntualissimo, si presentò un giovane uomo vestito sportivamente con lo zainetto dietro le spalle, alto, biondo, cappelli corti a spazzola , occhiali tondi senza montatura di una apparente età di 27, 28 anni. Salutandomi mi diede la mano abbassando leggermente la testa e intanto guardava da un’altra parte. Gli chiesi di aspettare alcuni minuti in sala da attesa e quando andai a prenderlo lo trovai in piedi davanti alla finestra mentre fissava fuori.
Io: Prego si accomodi….Prego si…..
Marco: Chi io?
Feci fatica a trattenere un sorriso, non c’era nessun altro.
Gli feci strada in studio e lo invitai a sedersi sulla sedia davanti alla scrivania.
Si sedette dopo aver appoggiato lo zaino vicino alla sedia senza togliersi niente di dosso e abbasso la testa.
Io: Se si vuole togliere il giaccone. Qui, mi sembra, faccia caldo….si sta bene.
Marco mi guardò… sospirò e poi si tolse il giubbotto appoggiandolo sulla poltrona, nel punto più vicino a me.
Marco: Le da fastidio?
Io: No, no…lasci pure.
Mi guardò dritto negli occhi e accennò ad un sorriso e stette a lungo in silenzio.
Io: Mi racconti qualcosa….quello che vuole.
Marco mi guardava, gli occhi gli si erano riempiti di lacrime, si stringeva in se stesso come cercasse la forza per poter aprire le labbra. Si contorse quasi in uno spasmo di dolore, poi allungò lentamente il braccio con la mano aperta verso di me e arrivato in fondo all’estensione la chiuse nervosamente in un pugno chiuso che riportò con uno scatto alla fronte, quasi ad appoggiarsi.
Guardavo in silenzio e provavo un profondo senso di compassione. Mi chiedevo quali pensieri gli bruciassero dentro. Mi mostrava il suo dolore ma non potevo far altro che aspettare che avesse il coraggio di dargli un nome.
Marco: Io, balbettò…sono un omosessuale.
Silenzio
Marco: Le ho detto che sono un omosessuale, sono gay. Continua
Psicoterapia valore aggiunto nel post-infarto
15-10-11
Uno studio della Cardiologia del S. Filippo Neri di Roma, che verrà presentata al Congresso internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia a Orvieto, dimostra l’efficacia dell’approccio psicologico per il successo della riabilitazione cardiaca
Un sostegno psicoterapeutico può migliorare gli esiti del trattamento medico e chirurgico nell’infarto del miocardio e modificare la storia clinica del paziente.
A questa conclusione è giunto uno studio coordinato da Adriana Roncella, cardiologa e psicoterapeuta del Dipartimento di Malattie cardiovascolari dell’ospedale San Filippo Neri di Roma, che sarà presentato al Congresso internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia che si terrà dal 27 al 30 ottobre prossimi a Orvieto.
La ricerca è stata effettuata su un gruppo di 101 pazienti colpiti da infarto e trattati con angioplastica d’emergenza.
Lo studio è iniziato dopo una sola settimana dal primo infarto. Una parte del gruppo è stato trattato soltanto con terapia medica tradizionale, l’altra con terapia medica e psicoterapia breve, quest’ultima articolata in incontri individuali e di gruppo nell’arco di sei mesi. I due gruppi erano simili per le caratteristiche cliniche e strumentali di base, i fattori di rischio cardiovascolare e le variabili psicometriche. Il follow up ha compreso controlli clinici a sei mesi, un anno e cinque anni, nonché test psicometrici (stress, esaurimento vitale, supporto sociale, depressione e qualità della vita) a un anno.
I risultati sono stati che il gruppo trattato anche con psicoterapia ha evidenziato una minor incidenza di nuove patologie mediche e di nuovi eventi cardiaci (ricorrenza di angina, aritmie ventricolari minacciose, reinfarto, stroke, morte). In particolare, 16 pazienti su 47 del gruppo in trattamento con psicoterapia contro i 27 su 47 del gruppo con solo terapia medica hanno registrato nuovi eventi cardiologici: una differenza statisticamente significativa.
Analoghe differenze si sono registrate tra i due gruppi anche per l’occorrenza di nuove patologie. Al follow-up, inoltre, è stata riscontrata anche una riduzione statisticamente significativa del livello di depressione tra i partecipanti al gruppo della psicoterapia.
In conclusione, i dati preliminari della ricerca suggeriscono che una psicoterapia breve nel post-infarto abbia un effetto positivo aggiuntivo a quello della terapia interventistica e medica.
da: http://www.focussalute.it
Commento del Dott. Zambello
La ricerca dimostra quello che da anni un approccio psicologico meno dogmatico e schiacciato su un dualismo cartesiano mente-corpo dava per scontato.
D’altra parte il premio Nobel per la medicina Eric R. Kandel, nella sua opera afferma: “Di fatto, se i cambiamenti indotti dalla psicoterapia si mantengono nel tempo, sarebbe ragionevole concludere che essa porti a differenti modificazioni strutturali nel cervello, così come avviene in altre forme di apprendimento” (Kandel, E.R., 2006, pag. 343). Il vero problema siamo noi operatori, i Medici da una parte e gli Psicologi dall’altra che tendiamo sempre a semplificare e teorizziamo su poche variabili, quelle che conosciamo, malcelando fantasie onnipotenti.
A proposito del rapporto tra la Spielrein Jung e Freud.
09-10-11
“A Dangerous Method”. Storia di un rapporto o meglio, della Psicoanalisi.
di Renzo Zambello

Ho visto il film “A Dangerous Method”. E’ la storia del rapporto tra Sabina Spielrein e Jung e tra Jung e Freud. Mi è piaciuto. Al di là del linguaggio cinematografico e forse, della verità storica c’è il tentativo, la ricerca, la riuscita di raccontare cos’è la Psicoanalisi. Essa é il frutto, ciò che resta delle relazioni. La Psicoanalisi è il prodotto di una relazione.
Il film racconta che la Spielrein, paziente gravemente disturbata arriva alla clinica psichiatrica dove lavora Jung. Si sofferma ad evidenziare come la crescita teorica del genio ma anche della paziente sia passata attraverso il rapporto sofferto, doloroso di questi due che vengono a contatto con le loro fragilità, le riconoscono, le superano per poi usarle come strumento di lettura e di terapia.
Il regista non lo dice ma, anche Freud aveva iniziato allo stesso modo. Quando incontrò la paziente Anna O, una isterica, praticava l’ipnosi e, all’inizio cerca di usarla anche con Anna. Ben presto si accorse che la ragazza aveva bisogno, cercava “altro”: il sesso. La storia racconta di come anche Freud barcollò sotto il massiccio transfert di Anna, ma “la parola” compensò e sostituì. Permise ad Anna di dare un nome al suo bisogno, di elaborarlo, di guarire. Sicuramente Freud in quel caso seppe leggere il suo contro-transfert e lo gestì meglio di quanto saprà poi fare Jung con Sabrina.
Il film però non è la storia del rapporto di Jung con la Spielrein o per lo meno non solo questo, é la storia della Psicoanalisi che anzitutto è anzitutto il frutto del rapporto tra Freud e Jung.
Due uomini, due geni sofferenti che si incontrano e per sei anni lavorano assieme producono assieme e poi, naufragano sugli iceberg delle rispettive nevrosi. Appunto, come il Titanic che si infrange sul ghiaccio, anche loro sbatteranno contro le rispettive nevrosi e di fatto, come dice Jung nel film , interromperanno il loro viaggio assieme proprio mentre stavano andando in nave a New York.
La verità è, Sabrina ce lo dice, che noi cresciamo attraverso continui incontri e dolorose separazioni. Cresciamo attraverso un continuo morire e rinascere dove le relazioni segnano il tempo.
Certo, la Psicoanalisi è, o dovrebbe essere il teatro dove questo avviene e dove il paziente “vive” le sue morti e resurrezioni, difeso dal suo mondo esterno come un attore è protetto dalle quinte: il setting analitico. Se ciò ora avviene é perché si conoscono le forze in gioco, abbiamo una teoria, una tecnica. Freud e Jung non ce l’avevano erano esploratori e spesso si trovarono disarmati davanti a mostri voraci. Continua




