Sincronicità, debolezza dell’Io?

29-01-12

“Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po’ di luce su questa incertezza.” (C. G. Jung)

di Renzo Zambello

Anni fa, molti, seguivo in analisi un ragazzo bordeline. Era un angosciato in una struttura ossessiva con forti caratteri di narcisismo patologico. Viveva continuamente proiettato in fantasie onnipotenti che chiaramente gli creavano frustrazioni e alimentavano la sua angoscia. Tutto ciò nasceva da un Io molto debole che lo mettevano continuamente in contatto con l’inconscio. Era come non esistesse una vera struttura dell’Io. Nonostante ciò, una buona intelligenza ed un Super-Io molto sviluppato gli permetteva di avere una vita sociale apparentemente normale. Volendo semplificare in una metafora, diremmo che quel ragazzo era una corazza, sufficientemente forte entro la quale  si sprofondava quasi direttamente nell’inconscio. Perché vi racconto questo? Perché, proprio quel ragazzo, era continuamente oggetto, testimone, di fenomeni sincronici.

Il suo stesso linguaggio, l’approccio interpersonale che metteva in atto sin dal primo incontro, era un linguaggio prevalentemente empatico: ti entrava dentro, tendeva fortemente alla fusionalità. Quando lo incontrai la prima volta, avvertii immediatamente che mi stava “leggendo dentro” che,  fra me e lui non vi era più spazio. Certamente una situazione di forte sofferenza psichica. E’ stata in effetti una analisi lunga difficile dalla quale peraltro é uscito bene. Durante il periodo in cui l’Io non era ancora sufficientemente strutturato ricordo, direbbe Freud, senza pelle,  mi portò numerosi episodi, a volte anche eclatanti che definiremo: sincronicità. Ne riporto uno: ritornava un giorno, era domenica sera di tardo autunno, quasi le 19, in macchina dal paese della casa paterna, da un’altra Regione d’Italia. Il mio paziente si era trasferito da poco a Milano e oltre a non conoscere bene la città non era neanche molto sicuro nella guida. Mancava poco più di un’ora al momento in cui avrebbe dovuto prendere servizio come portiere di notte in albergo sito in una via a senso unico in zona Porta Romana. Pressoché alle 19 stava percorrendo l’autostrada Venezia Milano e si rende conto di non conoscere la strada ma “voleva assolutamente” arrivare in tempo a prendere servizio alle 20. Capisce che non ce la poteva fare. Decide di uscire a Monza e di ” lasciarsi andare”. Esce dall’Autostrada, ricorda che c’era un po’ di nebbia e comincia ad “andare a caso”. Alle 20 meno qualche minuto é davanti all’albergo. Ho provato più volte fare quel percorso che conosco bene e,  non ci ho mai messo meno di un’ora e mezza. Cosa è presumibilmente successo? Il mio paziente, in quella situazione di ansia, necessità del Super-Io, é sprofondato del suo inconscio, si é lasciato guidare da lui, recuperando tutte le conoscenze che certamente aveva incamerato nei precedenti percorsi e ha ottenuto il risultato voluto. Puro fenomeno sincronico. Esempio direi, clinicamente interessante, di come funzioniamo. Tanto più siamo fragili a livello dell’Io, tanto più  é possibile che si manifestino fenomeni come quello che vi ho appena raccontato. 

Ci sono subito alcune osservazioni da fare. La prima é che non sempre ad una debolezza dell’Io corrisponde una produzione di fenomeni sincronici, la seconda é che al miglioramento clinico, inevitabilmente corrisponde una, momentanea, limitazione di questi. Momentanea, perché é verosimile che nell’evoluzione verso la realizzazione del Sé, quella che Jung chiamava “ Individuazione “, l’uomo,  e per mia  fortuna ne ho incontrati tanti, raggiunge una stato dove l’equilibrio tra Io e l’Inconscio é tale che gli permette di ” utilizzare” i fenomeni sincronici che da quel momento vengono chiamati  “Miracoli“.

Laureato a 28 anni? Per il viceministro Martone sei uno sfigato

25-01-12

Il fatto: il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, il 37enne rampante Michel Martone, durante la sua prima uscita pubblica in occasione del convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha rilasciato una dichiarazione infelice.

“Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa” – ha dichiarato Martone.

Le reazioni non si fanno attendere: ovunque su internet si sprecano commenti di varia natura. C’è chi si dichiara concorde: “Il viceministro ha ragione, Italia paese di bamboccioni”; chi decide di spulciare nel passato di Martone alla ricerca di eventuali scheletri nell’armadio (è questo il caso dell’Espresso, che con grande perizia ricostruisce la storia delle raccomandazioni – vere o presunte – di cui il viceministro pare essersi servito per la sua rapida ascesa); chi si sfoga sul blogdi Martone; chi infine difende il nutrito popolo degli studenti fuori corso, colpito duramente dalla cattiva leglisazione italiana, che di certo non offre incentivi o reali agevolazioni ai giovani che oggi decidono di intraprendere la faticosa (e spesse volte, ahimé, infruttuosa) strada dello studio universitario.

Di seguito qualche commento diffuso su Twitter,piccola emblematica selezione, dacché sul popolare social network i commenti con argomento Martone, sfigato e simili sono già trend topic del giorno :

DodoFantuzzi Francesco Fantuzzi

da: http://www.agoravox.it    

Commento del Dott. Zambello

 Che tristezza. Ancora un Amministratore che pensa di risolvere  i problemi sociali, anche gravi,  etichettando   i bravi ed i meno bravi servendosi addirittura di un aggettivo   fortemente svalutante. E’ evidente che ciò  manifesta un divario tra la società reale e quella politica. Leggo che il  Viceministro ha avuto  delle “fortune” nella sua vita. Non lo so, forse, non lo conosco ma, so di certo che non le sono servite a molto: vive in un mondo parallelo.  Credo sia inutile spiegare al Viceministro che il problema in Italia non è il ritardo a laurearsi di alcuni  studenti ma il modo “borbonico” con cui si premiano  e si assumono le persone.  Le difficoltà che hanno, giovani laureati anche  con 110 e magari  specializzati ad inserirsi nel mondo lavorativo, mentre altri, con molto meno  siedono in Parlamento o in Regione.  Non faccio il politico, a me interessa solo l’aspetto psicologico di questa affermazione che è falsa. Ognuno di noi ha i propri tempi e la Società ci  deve riconoscere, premiare, utilizzare per quello che siamo, non secondo stereotipi.  Ho avuto la  fortuna di avere come professore di Anatomia Patologica il Professore Mosca. Grande Anatomopatologo ed Insegnante.  Lui ci diceva sempre:  ragazzi a me non interessa cosa avete preso prima di me, né quanti anni avete, a me interessa che voi sappiate l’Anatomia Patologica. Grande. Aggiungeva, io ci ho messo undici anni a laurearmi. Mi creda Ministro,  non era uno “sfigato”. Il compito di chi ha delle responsabilità, amministrative o educative,   non è mai quello di bollare e condannare o tanto meno offendere ma, di aiutare, incitare e  vivificare ogni parte positiva e fare il possibile perché ognuno abbia secondo le proprie possibilità.

J. Edgar

06-01-12

di. Renzo Zambello

Non so se la critica lo promuoverà come un capolavoro, so di certo che Clint Eastwood, noto per essere stato l’attore senza la capacità di cambiare espressione, se non mettendosi o togliendosi il cappello, qui cerca una analisi su più piani: storica, sociale e personale di  J. Edgar Hoover  che  è stato  l’uomo più potente di tutti gli Stati Uniti d’America  dal 1924 a Nixon. Hoover,  capo dell’ FBI per circa 50 anni non si è fermato  davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. In carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie mostrando una grandissima capacità organizzativa ed intuitiva ma anche una struttura paranoide. Il regista, non si ferma alla lettura della storia ma  entra dentro il personaggio. Ne fa una analisi psicologica mirabile che si muove, con passo lieve e parallelo alla storia  di una America che nasconde sotto il proibizionismo la sua debolezza.  Ne emerge  che i  suoi metodi  spietati ed eroici erano sostenuti da un’unica ambizione,  quasi delirante:  quella di essere ammirato. Ma tutto ciò, forse, nascondeva    una persona, dilaniata  dalla  incapacità  di amare, di accettarsi per farsi amare.  Io che faccio lo psicoanalista e per professione tendo “a pensar  male”, ho l’impressione che  Eastwood racconti se stesso, C’è coraggio nel descriversi così,   anche se  ancora non riesce a raccontare fino in fondo qualcosa che non era possibile dire, che “la mamma non voleva”  e che forse, come il dossier segreti di Edgar, non si conoscerà mai.

Leonardo DiCaprio, protagonista è bravo. Mi e  sembrato   credibile  nella sua trasformazione fisica e psicologica nel tempo. Per la verità mi è parso  un po’ eccessivo il trucco per alcuni coprotagonisti,  in  particolare di Armie Hammer , l’amico, ma l’ho detto,  non sono un critico.

Una risata ci salverà

03-01-12

di  Renzo Zambello

Un po’ di anni fa, venne da me una signora in uno stato di agitazione psicofisica. Ricordo che riempì i 50 minuti della seduta di un racconto continuo, intervallato solo da singhiozzi che mi impedivano in ogni modo di poter dire una parola. Alla fine dei 50 minuti fui solo capace, come un vigile, di alzare la mano e dire: signora è finito, ci vediamo fra una settimana.

Quando uscì mi sentii come un pungiball . Nella seduta successiva si ripeté la stessa situazione con l’aggravante che non c’è stato neanche il bisogno di fare le presentazioni , la campanella suonò appena si sedette e non smise fino a quando, stremato alzai il braccio: “Big Ben ha detto stop”.

La signora aveva una forza fisica notevole, e le sedute non sembravano proprio stancarla, anzi alla quinta aveva a mio avviso aumentato la sua energia e temevo alla fine di non avere neanche più la forza per alzare il braccio. Decisi così di mandarla da un collega psichiatra ponendo a lui una semplice domanda: c’è la possibilità di lavorare o, è meglio proporre una soluzione farmacologica?

Il collega, uomo saggio e  di grande esperienza mi mandò un bigliettino di risposta: sarà dura ma è dotata di autoironia, è possibile che tu ce la faccia.

Infatti è’ stata dura ma, la signora ora lavora come Operatore Sanitario Olistico. Usa molto il corpo, fa massaggi, riflessologia ma, soprattutto, ascolta molto chi si rivolge a lei. Sono convinto che aiuta realmente chi le chiede aiuto.

Perché vi racconto questo? Perché secondo me, in questo caso sono avvenute alcune cose importanti per il lavoro che faccio. La prima: nonostante lo stato di agitazione emotiva, la confusione psicofisica, nella signora, non tutto si era confuso. C’era ancora una parte solida, ben strutturata dentro di sé che poteva esprimersi attraverso l’autoironia, il motto di spirito di freudiano. Sappiamo che secondo Freud, il motto di spirito segue le leggi del sogno, ci permette di esprimere pubblicamente fantasie e pulsioni sessuali, attenuandole e mascherandole attraverso il complesso codice dei processi primari che sono: analogia, condensazione o metafora, spostamento , equivalenza degli opposti, e così via. L’ironia, il sorriso, il motto di spirito, meglio la risata (di pancia) sono mezzi attraverso i quali da una parte liberiamo energia, dall’altra stimoliamo  l’energia bloccata  negli altri, entrando con loro in contatto e “godendo” assieme. Bellissimo! Un modo semplice, elementare per vivere una esperienza orgiastica, liberatoria. So bene che ultimamente queste teorie di Freud sono state contestate alludendo al fatto che non viviamo più in una società sessuofoba e che quindi questi meccanismi primari non sono più né necessari, né veri. Stupidaggini, non c’è modo migliore per attivare questi meccanismi che vivere in un’apparente libertà sessuale. Ma di questo ne parleremo in un altro momento. Mi interessa invece tornare dalla mia paziente, la quale diventata più capace di fronteggiare la sua istintualità , di  mettere degli argini al suo inconscio, fa comunque i conti con i suoi bisogni primari; non è certo un caso che abbia trovato il modo di realizzarsi facendo massaggi, utilizzando cioè il corpo. Ci sono ancora elementi nevrotici? Si, forse ma che importa. L’importante è che non si faccia totalmente pervadere dal suoi impulsi, anzi, li utilizzi consapevolmente.

Alla signora debbo momenti, in seduta, veramente piacevoli. Era bello stare con lei e per la verità le ho sempre riconosciuto una intelligenza superiore ma, mi chiedo: l’autoironia non è già un segno certo di intelligenza?

Mi piacerebbe ora ricordare gli studi fatti sulla relazione del sistema immunitario, la possibilità di guarigione e la risata, ma preferisco fermarmi qui e invitarvi tutti a sorridere, a proporci all’inizio del nuovo anno di cercare di ridere. Sono sempre più convinto che una risata ci salverà.