Ansia e depressione, la psicoterapia è online
11-09-11

L’ansia e la depressione si possono curare anche attraverso internet. Da tempo questa ipotesi si sta sviluppando ad esempio in supporto di chi soffre di anoressia, ma anche di disturbi ossessivo-compulsivi di vario tipo. Alcuni ricercatori hanno inoltre puntato l’attenzione sull’ansia e sulla depressione, testando direttamente diverse forme di comunicazione online. E’ il caso di Simon Gregory, uno psichiatra del gruppo Health Research Institute di Seattle che ha condotto uno studio sul trattamento di follow-up realizzato attraverso una chat afferente ad un sito di assistenza sanitaria.
Il test ha riguardato 106 persone affette da depressione, selezionate in modo casuale dopo un iniziale trattamento terapeutico, a cui sono seguiti 4 mesi di controlli e valutazione dei progressi via chat. Ha spiegato lo stesso Simon:
“Conviene, il paziente non deve assentarsi dal lavoro per la terapia, è più comodo del telefono ed altrettanto efficace. Le persone si sono dimostrate soddisfatte della loro cura, più propense a prendere i farmaci secondo le istruzioni e sono migliorati i sintomi della depressione”.
Un altro studio similare, condotto presso la Drexel University di Philadelphia ha invece utilizzato la videoconferenza via Skype per trattare le persone affette da disturbi ossessivo-compulsivi (o OCD), comodamente dal salotto di casa. L’obiettivo è quello di fornire ai pazienti dei terapisti altamente specializzati (non sempre facili da individuare nella propria città) in grado di offrire le cure più appropriate anche a distanza. Finora il progetto ha dato discreti risultati, anche perché l’utilizzo della webcam favorisce il superamento dell’ansia da parte dei pazienti in terapia.
da: http://www.medicinalive.com
Commento del Dott. Zambello
Io vengo da una formazione ortodossa, analisi tre sedute alla settimana e astinenza completa da ogni contatto extra setting, il quale chiaramente era delimitato dallo studio del terapeuta. Finito il training mi sono accorto che le richieste, soprattutto il linguaggio che le persone usavano stava cambiando, era cambiato. La gente non comunicava più via lettera o sempre meno, non andava più o non solo, in biblioteca per cercare una informazione, c’era internet. Pensai che non potevo rimanere chiuso nella mia “torre” e aspettare che qualcuno venisse a bussare. Fui uno dei primi psicoanalisti ad avere un sito web e iniziò un’esperienza bellissima dove piano piano mi accorsi che il mio compito come medico e psicoanalista era si di aiutare in quanto potevo chi chiedeva il mio aiuto ma, utilizzando il linguaggio, le modalità di chi mi contattava. Ero io che dovevo adattarmi, conoscere i “linguaggi” di chi mi cercava. Feci una scoperta che in qualche modo cambiò definitivamente il mio modo di essere medico: il mio compito non era quello di imporre il mio linguaggio ma di cercare, trovare il modo in cui potevo comunicare all’altro. Aveva ragione Hans Georg Gadamer quando scriveva: “Chi ha il linguaggio, ‘ha’ il mondo.”
Poi, nello specifico dell’articolo, io non credo il problema sia se una tecnica del genere funziona o non funziona ma, con chi, con quali obbiettivi e ancora: è la modalità “migliore” per quella situazione, quella persona? Ma, a pensarci bene, questo è il lavoro che deve fare ogni medico quando ha davanti un paziente e deve prima capire cosa “sta dicendo”, chiedendo e, poi, proporre la sua terapia che non deve mai essere “preconfezionata”, standard, ma sempre personale.
Fobie sociali: per combatterle una nuova terapia con gli Avatar
20-05-11
![]()
Di Giorgia Giacomelli
Per chi soffre di fobie e disturbi psicotici c’è una nuova terapia che aiuta a combatterli: la tecnologia virtuale. Immergendosi, ad esempio, in un ‘pub virtuale’ e relazionandosi con degli Avatar che aiutino a guarire. Questo è quello che prevede una particolare terapia messa a punto dai ricercatori della Delft University of Technology (Usa) per fornire delle efficaci soluzioni a problemi come la paura di volare, la claustrofobia, le vertigini, la paranoia e altre psicosi.
Questa nuova terapia virtuale è stata messa a punto da Willem-Paul Brinkman e il suo team per combattere la paura di volare. Infatti attraverso un casco che permette al paziente di immergersi nella realtà virtuale e un sedile vibrante, è possibile far vivere un’esperienza simile a quella dell’aereo, con tutta l’ansia che ne consegue. Grazie all’aiuto di specialisti, però, si affronta il problema ‘dal vivo’ e si ottengono ottimi risultati.
Più interessante è stata la terapia per combattere le fobie sociali. Gli scienziati hanno studiato ‘un pub virtuale’ con lo scopo di aiutare le vittime di questi disturbi ad affrontare la realtà circostante, passando per un livello ‘intermedio’, quello del confronto con gli ‘Avatar’ seduti vicino a loro al bancone del pub. Con questo metodo gli psichiatri possono osservare le reazioni del paziente per poi studiare interventi terapeutici più mirati ed efficaci.
Da:http://attualita.tuttogratis.it
Commento del Dott. Zambello
Credo che la tecnica sia da iscriversi nel gruppo delle terapia cognitivo-comportamentali. Lo scopo è quello di “desensibilizzare” il paziente, permettendogli di superare la sua paura irrazionale inscritta nel sistema limbico.
Non so se funziona. Personalmente ho poca simpatia per questi metodi un po “artificiali” ma, può darsi che diano risultati. Io ricordo solo il grande successo che ebbe negli anni ’80, ’90 il sistema biofeedback per il controllo dell’ansia e delle varie somatizzazioni, poi esteso a sofferenze neurologiche e chiamato neurofeedback, bhe! oggi a distanza di poco più di un decennio, nessuno più ne parla.
Spero comunque che l’indicazione della giornalista per le fobie e “disturbi psicotici” sia un refuso, volesse dire “disturbi nevrotici”. In caso contrario ci sarebbe poco da ridere, bisognerebbe iniziare a preoccuparsi sul serio.
L’esperienza del dolore
04-05-11

di Sabrina Costantini
Parlo “dell’esperienza del dolore”, perché “sentire dolore” è un’esperienza, un vissuto soggettivo che impernia ogni parte di noi, che difficilmente trova una descrizione e un senso. Non di meno, esperire dolore costituisce un’esperienza umana condivisa e condivisibile. Il dolore è una condizione emotiva estremamente intensa e irrazionale, che coinvolge la componente psichica e corporea. Ne sono una chiara espressione tutti quei modi di dire, che descrivendo l’emozione, richiamano il vissuto corporeo: “un dolore che trafigge il cuore, spezza il cuore, sconvolge la mente, un dolore che fa uscire di senno, che trapassa le membra, ecc.”
Il dolore è un’esperienza totale e totalizzante, che da condizione psichica si riverbera su quella corporea, generando stanchezza, spossatezza, deperimento, astenia, amnesia, ecc. Non solo, qualsiasi dolore corporeo, coinvolge il dolore psichico, anzi la sua origine è di natura psichica. La realtà che viviamo infatti, non è quella materiale, bensì la rappresentazione che noi ce ne costruiamo. Ciò che determina il sentire e l’agire, non è dato da quanto realmente succede, ma da ciò che pensiamo stia succedendo e dal perché riteniamo, stia succedendo. La qualità del nostro vivere è determinata da ciò che vediamo e rappresentiamo, di noi stessi e del mondo.
Una qualsiasi “ferita organica” quindi, richiama l’immagine che ci siamo costruiti del nostro corpo, con le sue potenzialità, risorse, limiti, le convinzioni circa la sanità e la malattia. In altri termini, si sovrappongono una serie di fotogrammi, costituiti dalla rappresentazione del corpo integro, del corpo sano, del corpo ideale, del corpo malato, della ferita o lesione. Il dolore organico inoltre, è una sofferenza limitata e confinata ad una specifica parte. La mobilizzazione psichica ed emotiva invece, è molto più diffusa, generalizzata ed intensa, quindi difficilmente delimitabile.
L’attenzione e l’iperinvestimento sul corpo leso, produce da parte dell’Io, non una riduzione bensì un incremento del vissuto di dolore, che risulterà ancora più intenso di quello organico. Il vissuto è sostanzialmente di perdita d’integrità, sanità, benessere. Il corpo non è più compatto e unico, con sé stesso. “Il corpo ci tradisce”, esce dal nostro controllo.
L’orientamento primario della vita, è costituito essenzialmente dalla ricerca di piacere, unita all’evitamento del dolore. Quest’ultimo infatti, viene vissuto come una minaccia all’integrità dell’organismo (Lowen). Come se fosse predittore di una situazione pericolosa e nociva, da cui l’Io cerca di proteggerci. Il dolore, risulta anche una minaccia all’integrità psichica, come tale può essere visto come il segno del presentarsi di una “prova”. Ci mostra che siamo in procinto di varcare una soglia, di affrontare una prova decisiva. La prova di una separazione, da un “oggetto” che, lasciandoci improvvisamente e definitivamente, ci scombina l’equilibrio interno ed esterno e ci costringe a ricostruirci. Continua
Il trattamento psicodinamico dell’ansia
26-02-11
di Carlotta Bettazzi
L’ansia è uno stato affettivo presente in gran parte delle patologie, ma anche in situazioni normali; entro certi limiti, infatti, l’ansia è fisiologica. Essa diventa patologica quando è sproporzionata all’evento scatenante, o si manifesta in assenza di motivi apparenti, o, ancora, quando si protrae nel tempo ed è di intensità tale da interferire con il funzionamento. L’ansia ha sia una componente psichica, caratterizzata da senso soggettivo di apprensione, inquietudine, ruminazione, insicurezza e difficoltà di concentrazione, sia una componente neurovegetativa, caratterizzata da sudorazione, tachicardia, tremori, senso di soffocamento e vertigini, sia una componente motoria, caratterizzata da tensione, irrequietezza e agitazione. Sul piano nosografico, la prima classificazione dell’ansia si deve a Freud (1894), che usava il termine “nevrosi”. Secondo Freud, esistevano due forme di angoscia:
un diffuso senso di inquietudine o paura che nasce da un pensiero o desiderio rimosso, curabile con l’intervento psicoterapeutico;
un senso sopraffacente di panico accompagnato da manifestazioni neurovegetative (sudorazione, aumento del ritmo respiratorio e di quello cardiaco, diarrea e senso soggettivo di terrore). Questo secondo tipo di angoscia era il risultato di un accumulo di libido in relazione all’assenza di attività sessuale.
Successivamente, con l’elaborazione del modello strutturale, Freud (1926) vide l’ansia come il risultato di un conflitto psichico tra desideri inconsci sessuali o aggressivi, provenienti dall’ Es, e le corrispondenti minacce di punizione, provenienti dal Super io. Di conseguenza, l’ansia rappresenterebbe un segnale della presenza di un pericolo nell’inconscio. L’Io allora mobiliterebbe i suoi meccanismi di difesa, quali evitamento, spostamento e rimozione, per impedire pensieri e sentimenti inaccettabili alla coscienza. L’ansia è dunque un affetto dell’Io, un sintomo sovradeterminato di un conflitto inconscio, che è importante indagare per poi rielaborarlo. Si distingue un’ansia di stato e un’ansia di tratto. L’ansia di stato può essere definita come un’interruzione del continuum emozionale; si esprime attraverso una sensazione soggettiva di tensione, apprensione, nervosismo, inquietudine, ed è associata ad attivazione del sistema nervoso autonomo. Alti livelli di ansia-stato risultano particolarmente spiacevoli, dolorosi e disturbanti tanto da indurre il soggetto a mettere in atto dei meccanismi comportamentali di adattamento per evitare o ridurre queste sensazioni. Se però questi meccanismi non raggiungono lo scopo, possono provocare comportamenti disadattivi che aumentano l’ansia ed avviano (o perpetuano) una spirale patologica. L’ansia di tratto, invece, è una caratteristica relativamente stabile della personalità, un atteggiamento comportamentale che riflette la modalità con cui il soggetto tende a percepire come pericolosi o minacciosi stimoli e situazioni ambientali. I soggetti con ansia-tratto più elevata mostrano una reattività maggiore ad un numero maggiore di stimoli: questi soggetti hanno maggiore probabilità di presentare ansia-stato anche in circostanze a basso “potenziale ansiogeno” o di sperimentare livelli più elevati di ansia-stato a parità di stimoli.
E’ utile precisare che il trattamento psicodinamico risulta essere quello d’elezione quando ci troviamo di fronte a un’ansia di tratto, mentre per l’ansia di stato sembrano essere più efficaci le tecniche cognitivo – comportamentali e brevi strategiche…..(segue) Continua
Quando la psicoterapia fallisce
27-11-10

(http://suburbia.splinder.com/archive/2009-06)
Circa un paziente su dieci peggiora nel corso della psicoterapia. Perché i rischi e gli effetti collaterali sono frequenti anche nelle terapie che curano i disturbi psichici con la parola.
Gli attacchi di panico del paziente proseguivano nonostante il trattamento intensivo. L’uomo non poteva andare in nessun posto senza prima assicurarsi della presenza di un medico nelle vicinanze. Da trent’anni entrava e usciva dalle cliniche psichiatriche, dove ogni volta gli psicoterapeuti lo spingevano a confrontarsi con la sua paura degli altri: a poco a poco cominciò a tornare tra la gente, un metodo collaudato.
Ma i medici che lo avevano in cura erano inesperti, e non disponevano di un piano terapeutico ponderato. Così non capivano che la paura del paziente era la conseguenza del comportamento violento di suo padre. La prima a scoprirlo fu la psicoterapeuta Erica Brühlmann-Jecklin, che aveva sostituito uno dei terapeuti, e aveva chiesto al paziente di raccontarle la sua storia. «Sono convinta che nel caso di questo paziente sia stato commesso un grave errore terapeutico», racconta nel volume Therapieschäden, in cui descrive alcuni casi analoghi. Di Carsten Spitzer, Rainer Richter, Bernd Löwe e Harad Freyberger.
da:http://www.aipsimed.org
Commento del Dott. Zambello
L’AISPI MED è l’Associazione Italiana Psichiatri Medici. Hanno pubblicato questo articolo e sento la necessità di fare alcune osservazioni rimanendo proprio nel contenuto dello stesso. La prima, la constatazione che la psicoterapia ha degli effetti collaterali é una grande constatazione scientifica. Continua
La pet therapy
13-11-10
Un cane, un gatto, un coniglio, ma anche un canarino o un cavallo.
Sono i cosiddetti “pet”, i nostri migliori amici, ossia gli animali da compagnia.
Vivono con noi in case e appartamenti. Tra i più amati, senza dubbio, il cane e il gatto. Ci fanno compagnia da secoli, rallegrano le nostre case e i nostri giardini.
La ragione del potere antistress degli animali, secondo numerosi etologi e psicologi, viene fatta risalire all’abitudine che avevano i nostri antenati preistorici di tenere animali nell’accampamento, per fare la guardia: se gli animali erano tranquilli significava che non c’era alcun pericolo, cioè vi era da escludere la presenza di predatori o nemici nelle vicinanze.
Giocare a rincorrersi con il proprio cane, spazzolarlo, dargli da mangiare, accudirlo quotidianamente rilassa, rende più sereni. Chi ama gli animali lo sa bene. Lo stesso effetto ce lo fa accarezzare il gatto che, accoccolandosi sulle nostre ginocchia, ci fa le fuse e ci rende più calmi..
Secondo recenti dati si calcola che in Italia la popolazione degli animali da compagnia si aggiri intorno ai 6° milioni di esemplari.
Considerando il forte legame affettivo, tenendo conto che il 97% dei possessori di “pet” parla ai propri animali, l’80% gli si rivolge come fosse una persone e non un animale e, infine, il 28% gli fa delle confidenze e discorre con loro dei fatti del giorno, ci si domanda quale sia la reale funzione degli animali da compagnia. Continua
SCOPERTO GENE STRESS CHE CI FA INGRASSARE
08-05-10
(AGI) – Washington, 7 mag. – Potrebbe essere lo stress della vita moderna a spingerci a mangiare piu’ cibi grassi e zuccherati, facendoci ingrassare. Almeno secondo un gruppo di ricercatori dell’Istituto Weizmann di Israele, dopo aver scoperto il ‘gene dell’ansia’ che, quando ‘acceso’, provoca stress e aumenta la nostra voglia di mangiare dolciumi e cibi grassi. “Abbiamo dimostrato che le azioni di un singolo gene in una sola parte del cervello possono avere effetti profondi sul metabolismo di tutto il corpo”, ha detto Alon Chen, neuroendocrinologo che ha coordinato lo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. “In sostanza, lo stress potrebbe farci diventare grassi”, ha sottolineato. “Lo stress influenza sicuramente ogni sistema del corpo”, ha detto Chen. “Non solo provocando ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico, ma influenzando sindromi metaboliche come l’obesita’”, ha aggiunto. Nello studio i ricercatori hanno scoperto che c’e’ un ‘interruttore genetico dello stress’ che sembra portare a diabete e a obesita’. I ricercatori israeliani hano creato un proprio metodo per cambiare l’attivita’ di questo gene nel cervello, provocando il rilascio di una proteina chiamata ‘Ucn3′. Hanno quindi scoperto che l’aumento dei livelli di Ucn3 provoca ansia e cambiamenti nel metabolismo. Con l’aumento dei livelli di Ucn3, gli organismi dei topi (su cui e’ stato condotto lo studio) utilizzano piu’ zuccheri e meno acidi grassi, e crescono i ritmi metabolici, mostrando i primi segni del diabete di tipo 2. Secondo i ricercatori, grazie a questa scoperta, gli scienziati possono lavorare alla realizzazione di farmaci che combattino lo stress e l’ansia, e di conseguenza anche l’obesita’ e le malattie a essa correlate.
Da: http://salute.agi.it
Commento del Dott. Zambello
Mi chiedo perchè dobbiamo “combattere” ansia e stress, metterli a tacere. Sono meccanismi biologici, naturali. Ci aiutano a capire se siamo davanti ad un pericolo, ci preparano ad affrontarlo. Forse non siamo più abituati ad ascoltarci. Forse i segnali interni sono andati nel tempo fuori nota. E allora, la soluzione e tacitarci con qualche pastiglia in più?
depressione e ansia: antidepressivi
27-03-10
“Una domanda ad un medico di base.”

Domanda
Buongiorno, vorrei gentilmente avere informazioni su cosa fare in caso di forte stress psichico.Infatti da un mese e mezzo a seguito di problemi molto grossi che ho dovuto affrontare dallo scorso mese di novembre ho avuto un crollo psicologico e di energie mentali.Mi sta aiutando un pochino fare delle sedute di osteopatia ma sono ancora molto instabile.Infatti purtroppo, proprio mentre cominciavo a sentirmi un pò meglio, è sopraggiunto un altro grosso problema che sta mettendo a dura prova i miei nervi tanto che stavolta ho paura di non farcela.Sono troppo stanca mentalmente.Attendo fiduciosa un vostro consiglio.Grazie.
Risposta
Non è importante lo stress ma come viene vissuto. Se una qualsiasi situazione esistenziale difficile comporta ansia generalizzata o peggio ancora depressione, che poi sono le due facce dello stesso malessere, allora bisogna pensare a strategie di uscita da questa logica che diminuisce la qualità della vita.Da internista e da medico pratico consiglio il ricorso a farmaci specifici, previo consulto con un medico esperto nel risolvere problemi ‘interiori’ (Psichiatra). Sarò prevenuto nei confronti degli strizzacervelli, ma nella mia pratica ultratrentennale non ho mai visto risolvere un solo caso importante di disagio psichico usando solo il colloquio ed evitando nel contempo i farmaci specifici. Grazie Il medico
A cura di Paginemediche.it
Commento del Dott. Zambello
Vi assicuro che ho esitato un po’ a pubblicare questa Domanda e Risposta ad un medico di base a rigurdo l’ansia, la depressione e la loro cura apparsa su un serio sito di informazione medica. Ma, da la giusta misura di cosa pensino mediamente i medici di base a riguardo della psicoterapia. Lo ammetto, è un po’ triste, abbiamo davanti ancora una scienza medica che pensa all’uomo in termini corpo o mente, malattie del corpo e malattie della mente separate, ad interventi che aumentino la scissione. Ho l’impressione che passeranno ancora molte generazioni prima di accorgerci che non siamo scindibili che siamo un tutt’uno e che la risposta farmacologica é solo “veleno” se non tocca anche attraverso la “parola” la parte dell’anima ammalata. I medici di un tempo, lo sapevano bene. Erano medici che “ curavano tutto” e paradosalmente anche se avevano molte meno conoscenze mediche praticavano una medicina naturalmente taumaturgica.
Frutta e verdura allontanano ansia e depressione
17-01-10
Mangiare tanta frutta e verdura contribuisce ad allontanare ansia, depressione e disturbi di cuore. E’ quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Melbourne, coordinati da Felice Jacka.
La ricerca, effettuata nel corso di dieci anni, ha preso in esame più di 1.000 donne rappresentative dell’intera popolazione femminile australiana, cercando di trovare un nesso fra il loro regime alimentare e i disturbi psicologici di cui soffrivano.
Sul banco degli imputati, la tipica dieta occidentale: hamburger, pane bianco, pizza, patatine, bevande al latte aromatizzate, birra, zucchero e dolci). Nettamente più equilibrate, nel corpo e nello spirito quelle che si nutrivano con verdure, frutta, manzo, agnello, pesce e cereali integrali.
Secondo la professoressa Jacka, il cattivo mangiare indebolisce il sistema immunitario, rendendo più facile il compito alle infiammazioni dell’organismo, araldi di danni al corpo e mente.
da: http://www.vivereitalia.eu
Commento del Dott. Zambello
Non credo proprio che mangiare frutta e verdura allontanino “automaticamente” l’ansia e la depressione. Il meccanismo é invece molto più complesso e investe la nostra capacità di vivere, adoperare le emozioni che il cibo evoca. In uno studio pubblicato su Vertici.it, la Dott.ssa Francesca Berretti dimostra la relazione tra cibo ed emozioni. Lei dice:…Da tutto questo emerge come la decisione di mangiare piuttosto che non mangiare, cosa mangiare e come farlo, sia un fenomeno altamente complesso che risiede al confine fra volontà e fisiologia. Noi mangiamo per molte ragioni, da motivazioni edonistiche, psicologiche, emotive, adattive. E non sempre mangiamo spinti dallo stesso tipo di motivazione e di bisogno. Imparare a convivere con le nostre emozioni, conoscerle e saperle affrontare, distinguere la reale sensazione di fame da quella voglia di cibo stimolata da sensazioni diverse ma non da appetito, imparare a diventare assertivi anziché passivi e quindi comunicare le proprie sensazioni ed emozioni anziché reprimere le proprie necessità, i propri desideri e le proprie volontà può risultare un modo utile per entrare meglio in contatto con noi stessi e tornare (o imparare) ad avere un rapporto migliore con le sensazioni a cui spesso non riusciamo a far fronte nel modo corretto.
Contro l’ansia non solo pillole: funzionano anche cure più dolci
16-10-09
Per alcuni disturbi psichici si fa strada la possibilità di usare terapie «alternative» nelle forme lievi
MILANO – Sono in tanti a storcere il naso sulle medicine complementari: molti ne criticano i dati poco convincenti, ottenuti da studi con qualche pecca di metodo. Stavolta però un intervento «alternativo» si confronta testa a testa con le terapie tradizionali in una sperimentazione rigorosa: succede, sulle pagine di PloS One, nel primo studio clinico controllato sulla cura dell’ansia con la naturopatia, un approccio che prevede l’impiego contemporaneo di vari metodi naturali. Un gruppo di ricercatori canadesi ha seguito per otto settimane 75 persone, assegnate a caso al trattamento naturopatico (colloqui settimanali di mezz’ora per stimolare a uno stile di vita sano, più assunzione di un integratore vitaminico e di un estratto dell’erba Withania somnifera), o alla terapia “occidentale” (psicoterapia cognitiva-comportamentale, più un placebo). In entrambi i casi i sintomi ansiosi sono diminuiti, ma con la naturopatia l’effetto è stato più marcato. «Più del risultato positivo conta aver dato prova che il metodo scientifico può e deve essere applicato alla verifica delle medicine complementari – commenta Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di medicina naturale dell’Ospedale di Empoli -. Le piante con effetti anti-ansia dimostrati scientificamente sono poche: le evidenze maggiori ci sono per kava-kava, non più in commercio però dopo alcuni casi di epatite, e iperico, usato per l’ansia a sfondo depressivo. Oggi si aggiunge la Withania, o ginseng asiatico, da non confondere con quello coreano che ha tutt’altre azioni». Continua




