Effetto Antidepressivo della Pratica della Gratitudine
16-05-10
Una buona parte della sofferenza psicologica nelle persone potrebbe essere arginata attraverso un semplice cambiamento di atteggiamento mentale: praticando costantemente la gratitudine. L’atteggiamento di gratitudine è uno stato mentale selettivamente attento agli aspetti positivi e alle piccole delizie della vita quotidiana, dall’attenzione ad un semplice sorriso, ad una gentilezza di qualcuno, ad un suono piacevole, ad uno scorcio paesaggistico particolarmente bello, ad un’azione onorevole di un collega. L’atteggiamento di gratitudine conduce la mente a più stretto contatto con il benessere, ci permette di guardare la vita come un regno di infinite possibilità, non solo di limitazioni, ci permette di aumentare il nostro potere creativo, di dare forma a pensieri positivi, di attirare persone positive, di circondarci del meglio e diventare migliori. E’ una sorta di antidepressivo naturale privo altresì di controindicazioni.
E’ difficile decidere di praticare con costanza la gratitudine, è un atteggiamento molto raro tra le persone comuni, perché richiede un temerario passaggio psichico che è quello di far convivere dentro di noi, sentimenti e concetti opposti: il bene e il male, ma allo stesso tempo godere del bene nonostante il male. Richiede maturità, realismo, equilibrio e senso del sacro del vivere.
Spesso occorre sacrificare il bisogno di essere compatiti per dare veramente valore a ciò che siamo e a quello che siamo diventati attraverso la nostra storia, ammettere il nostro valore fino infondo, ammetterlo noi stessi per primi, senza aver bisogno che siano gli altri a riconoscerlo. In sostanza occorre decidere con cuore fermo di smettere di fare la vittima del mondo, di rinunciare ai lamenti, ridurre le invidie e i giudizi spietati della realtà, comportamenti e atteggiamenti che sono in realtà il principale interesse di molte persone. Continua
Attacchi di panico: difesa dalla frammentazione psicologica.
24-04-10

di: Renzo Zambello
E’ indubbio che negli ultimi decenni è cambiata la tipologia della sofferenza psicologica. Agli inizi del novecento i neuropsichiatri vedevano oltre alle forme congenite, croniche di deficit mentale, psicotici in delirio produttivo o casi di isteria. Ora, quest’ultima sembra essere quasi totalmente scomparsa, per la verità non è proprio così ma, è certamente cambiata la sintomatologia prevalente. Dati credibili dicono che il 10, 15% della popolazione di pazienti che affolla tutti i giorni gli ambulatori dei medici di base e, il 40,45% di quelli che chiedono aiuto ad uno psicoterapeuta, soffrono di attacchi di panico.
Sappiamo bene che questi attacchi si presentano al paziente come un’ esperienza improvvisa e drammatica che coinvolge completamente mente e corpo. E’ come se improvvisamente tutto andasse in corto-circuito, il paziente prova tremore, sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, parestesie (sensazione di formicolio), tachicardia, sensazione di soffocamento o asfissia. La maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico riferisce la paura di morire o di perdere il controllo delle proprie emozioni e comportamenti, cioè di impazzire. E tutto ciò avviene improvvisamente, apparentemente senza alcun preavviso e alcun motivo.
Le sequela prevede il correre a chiedere aiuto ad un medico, spesso il ricovero in un pronto soccorso, poi la diagnosi: nessun problema fisico, è un attacco di panico.
Seguono le indicazioni terapeutiche: farmaci, ansiolitici, antidepressivi e forse, non sempre, l’indicazione ad intraprendere una psicoterapia comportamentale che dovrebbe aiutare il paziente a superare le ferite psicologiche lasciate dall’attacco di panico. Ferite a volte non di poco conto, infatti il paziente tende a non andare più nei luoghi dove ha avuto l’attacco, a chiudersi piano, piano in se stesso, ad isolarsi. Continua
Salute: 8 milioni di italiani vittime di attacchi di panico
21-03-10
Tachicardia e dolore al petto, sudorazione improvvisa e brividi, senso di soffocamento, fame d’aria, nausea e sbandamento, insieme alla paura di impazzire o la sensazione di una tragedia incombente. Questo “mentre si è alla guida, al cinema, al supermercato, o in ascensore, come sanno bene gli otto milioni di italiani che soffrono di attacchi di panico”.
Lo spiega Paola Vinciguerra, psicologa e psicoterapeuta presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che insieme alla giornalista Tonia Cartolano ha presentato a Roma il libro ‘Gli attacchi di panico. Clinica, ricerca e terapia’ (Liguori Editore). “E’ un problema in aumento che, più diffuso fra le donne, oggi sta crescendo anche tra gli uomini, soprattutto professionisti e manager. E secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – aggiunge la Vinciguerra – entro il 2020 sarà la patologia più diffusa al mondo, dopo i disturbi cardiovascolari”.
Per restare vittima di un attacco di panico non è necessario correre un pericolo reale. Può capitare di trovarsi in un ascensore troppo piccolo, “fermo tra un piano e l’altro, stretto fra mia moglie e una diabolica signora che continuava a fumarmi in faccia”, come racconta nel libro Gianluigi Lenzi, neurologo della Sapienza di Roma e ‘ascensorofobico’. Oppure essere sul palco dell’Ariston per il Festival di Sanremo e sentir partire le sequenze musicali di un altro artista, come ha ricordato il cantante Max Pezzali, che ha curato la presentazione del libro. Pezzali ha raccontato la storia di sua moglie, afflitta per anni da attacchi di panico e ora guarita, sottolineando il fatto che ancora oggi ci si vergogna di ammettere di soffrirne.
da: http://www.blitzquotidiano.it
Commento del Dott. Zambello
E’ vero che gli attacchi di panico sono una patologia in crescita. Sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche a cominciare dal Pronto Soccorso, perché in preda ad un attacco di panico.
Devo però dire che oggi, a distanza ormai di più di trenta anni dai primi pazienti che soffrivano di attacchi di panico, la ricerca ha fatto notevoli passi e le risposte che possiamo dare sia da un punto di vista medico che psicologico sono molto incoraggianti. Le statistiche ci dicono che a distanza di alcune settimane dall’inizio della terapia l’80% de pazienti non ha più attacchi che scompaiono quasi nella totalità dopo alcuni mesi. A cinque anni dalla fine della terapia bel 80, 85% non ha ricadute. Sono nettamente più favorevoli i dati di quei pazienti che oltre alla terapia farmacologica hanno fatto anche la psicoterapia. Infatti, con l’esperienza acquisita in tanti anni, ribadisco che il protocollo terapeutico migliore é la terapia farmacologica nella fase acuta seguito da un lavoro psicologico. Solo la psicoterapia é in grado di dare un senso, rimuovere quelle cause profonde che si sono manifestate con il disagio fisico.
Attacco di panico: sintomi e terapia
01-12-09
L’attacco di panico è una profonda sensazione di angoscia e paura, immotivate, che provocano una serie di sintomi, anche fisici. La miglior terapia è quella psicoterapeutica, i farmaci possono aiutare a combattere i sintomi nella fase iniziale.Attacco di panico: sintomi e terapia
Sintomi anche fisici
Tra i sintomi di un attacco di panico: improvvisa paura immotivata, agitazione, tremore, sudorazione, forte accelerazione del battito cardiaco, brividi, dolore al petto, nausea. Al culmine, si può provare il terrore di morire da un momento all’altro. All’attacco può seguire la paura dell’attacco successivo. Se i sintomi si ripetono, non si tratta più di un caso isolato, ma di un “disturbo da attacco di panico”.
Non è solo ansia
Il disturbo da attacco di panico è spesso connesso a fasi importanti e stressanti della vita: gli esami universitari, il matrimonio, avere figli, cambiare lavoro. Molte persone sperimentano un caso isolato e questo non deve preoccupare. La caratteristica del disturbo vero e proprio è infatti la paura del ripetersi di un altro attacco, che può portare a incidere profondamente sulla qualità della vita: per esempio si evita di restare soli, di uscire di casa… in casi come questi, è bene rivolgersi a un medico di fiducia.
La terapia più consigliabile per il disturbo da attacco di panico
Trattare il disturbo soltanto con i farmaci significa affrontare il problema in modo soltanto parziale, sopprimendo solo i sintomi. Meglio ricorrere a una psicoterapia, effettuata da uno specialista, che insegna ad acquisire maggiore consapevolezza di se stessi e a mettere in pratica una serie di comportamenti che aiutano ad affrontare e infine risolvere il problema. Molti pazienti beneficiano molto anche dei gruppi di autoaiuto.
da: http://www.altroconsumo.it
Commento del Dott. Zambello
Ho verificato in questi ultimi dieci anni che la percentuale di pazienti che si rivolgono a me per attacchi di panico, con o senza altri disagi psicologici conosciuti, si aggira sul 60%. E’ un numero alto. Devo dire che almeno 85% di questi pazienti hanno tratto benefici obbiettivi e soggettivi dalla psicoterapia e solo il 5% hanno avuto ricadute a distanza di due anni. Sono numeri importanti, non tanto da un punto di vista statistico, quanto perché mi conferma sulla necessità di intervenire con una psicoterapia non appena sono certi i sintomi da attacco di panico. E’ vero, funziona anche la terapia farmacologica ma ha il limite di non rimuovere le cause psicologiche quando queste sono alla base del disagio.
Come ci ha conciati la città
02-10-09
Fra le conseguenze tic, insonnia, aggressività attacchi di panico, dipendenza da alcol. Litigiosi, vandali, menefreghisti: siamo malati di sovraffollamento Il conducente scende, si scaglia contro l’auto ferma al semaforo, volano offese se non peggio. Liti tra condomini che finiscono nel sangue per motivi banalissimi. Psicologi e psichiatri che ingrassano con la fila di pazienti sempre più stressati e depressi.Questo accade nelle città. E i motivi sono presto detti: sovraffollamento, traffico soffocante, riduzione degli spazi vitali, brutti arredi urbani, socializzazione sempre più difficile.
Non più solo New York o Tokyo: scene di ordinario stress accadono anche nelle città italiane, e non solo nelle faticosissime Milano e Roma.
Apatie e svogliatezze, tic nervosi e irritabilità, nei casi più gravi insonnia, attacchi di panico e assenza di relazioni sono le conseguenze di disturbi che riguardano ben oltre la metà delle persone che abitano in un centro urbano.
Disagi che si ripercuotono sulla vita quotidiana e sulla salute e provocano comportamenti aggressivi o antisociali come parcheggio selvaggio, vandalismo, imbrattamento di muri e monumenti, disprezzo per le regole di convivenza.
La Lombardia, secondo dati Istat, è la prima in Italia per numero d’istituti che trattano disturbi psichiatrici, 121 di cui 44 solo nella provincia di Milano, ma anche in Toscana, dove non ci sono metropoli ma aree metropolitane sì, suona l’allarme.
Soprattutto a Livorno, Firenze e Prato. Va molto meglio a Lucca, che si guadagna la palma di città meno stressante. Continua
Il neurologo: a rischio tre milioni di italiani con attacchi di panico
27-05-09
Giorni e notti roventi rappresentano un’insidia in più per tre milioni di italiani, afflitti dagli attacchi di panico. «In estate il panico non va in vacanza, tutt’altro. Questo caldo intenso e improvviso è il periodo di massima allerta per tanti cittadini, già costretti a radicali cambiamenti delle abitudini di vita, perché condannati alla paura di aver paura» dice Rosario Sorrentino, direttore dell’Istituto di ricerca e cura contro gli attacchi di panico (Ircap) alla clinica Pio XI di Roma e autore del libro “Il Panico, una bugia del cervello che può rovinarci la vita”.
«Il problema è che – spiega il neurologo – in questi giorni più che mai scatta una diffidenza nei confronti del proprio corpo: i disturbi tipici del caldo, come sudore, palpitazioni, calo di forze, sbandamento, vampate, sono anche i segni premonitori dell’attacco di panico. Dunque chi ne soffre non sa se sta male per il caldo o perché sta per arrivare una crisi. Ora la situazione è ancor più difficile perché la canicola è arrivata all’improvviso. Insomma, questo assaggio d’estate può trasformarsi in un incubo per chi già vive in trincea, moltiplicando rabbia e aggressività in persone che rischiano di passare anche per malati immaginari, specie per chi non capisce il loro dramma».
In sostanza, quindi, non solo si sta male, ma spesso non si viene capiti. E chi decide di fuggire dalla città e andare in vacanza rischia anche di dover stravolgere le proprie abitudini, senza ancora di salvataggio. «Per questo è importante informarsi prima ed accertarsi che sia presente un presidio medico, in caso di emergenza» avverte Sorrentino, che dice no al “fai dai te” con pillole e farmaci. «E’ importante tener presenti le mutate condizioni climatiche, chiedendo allo specialista di “tarare” le terapie farmacologiche in base alla stagione e alle temperature. Molto utile anche abbinare alle cure l’attività fisica regolare, ma solo nelle ore più fresche, e il consumo di due litri di acqua al giorno. Vietati, infine, gli alcolici e le maratone sotto il sole».
da: http://www.ilmessaggero.it
Commento del Dott. Zambello
Resto convinto che se pur in prima risposta le “pillole” possono aiutare, queste non risolvono il problema, lo spostano solo al prossimo attacco. Muoversi preoccupandosi che ci sia un distretto medico, non può essere una soluzione.
Non tutto il panico viene per nuocere, talvolta può aiutarci
23-03-09
di:Roberto Verrastro
Tachicardia accentuata e inarrestabile mentre non è in corso alcuno sforzo fisico, dolore toracico, sensazione di soffocamento, torpore o formicolio a un braccio. Sono solo alcuni dei sintomi sinistri che spingono chi fino a un attimo prima pensava di stare benissimo e all’improvviso ha la sventura di percepirli, a fiondarsi al pronto soccorso del più vicino ospedale, temendo di essere vittima di un infarto. Il tragitto è accompagnato dalla penosa e tangibile sensazione di poter morire da un momento all’altro, ma gli accertamenti sanitari del caso produrranno una diagnosi per certi aspetti non meno sconvolgente: il paziente dispone di un apparato cardiocircolatorio tra i più affidabili, e non si trova l’ombra di patologie letali di altra natura. In altri termini, è incappato in un attacco di panico, uno “scherzo” di pessimo gusto prodotto dalla mente e una tremenda dimostrazione della sua potenza, che la mette in grado di simulare perfettamente sintomi di patologie anche gravi che in tal caso non esistono. Un inganno che riesce alla grande, perché tanto i sintomi psichici del disturbo, come la paura di morire o di perdere la ragione, quanto quelli neurovegetativi, dalle palpitazioni alle difficoltà respiratorie, vengono avvertiti realmente, non sono certo il frutto dell’immaginazione di coloro che, sempre più numerosi, si trovano a sperimentarli. All’attacco di panico è dedicata una ricerca pubblicata sull’ultimo numero del Canadian Journal of Psychiatry, che lo rende, se possibile, ancora più preoccupante, ravvisandovi un possibile indizio di futuri problemi non meno drammatici, quali la depressione, i propositi suicidi e l’alcolismo.
Panorama.it discute l’argomento con la dottoressa Alice Pluderi, medico specialista in psicologia clinica con molteplici anni di esperienza in dipartimenti di salute mentale e in attività di consulenza in ambito psichiatrico.
Dottoressa Pluderi, l’attacco di panico colpisce davvero in modo così subdolo e improvviso?
Sì, anche se in realtà è preceduto da segnali che non vengono colti, come la riduzione delle ore di sonno, un senso di irrequietezza generale e le difficoltà di concentrazione, facilmente attribuiti a un momento stressante della propria vita in ambito lavorativo o affettivo. A innescarlo provvede poi un evento di per sé non eccezionale, per esempio un litigio con il partner, che in una determinata occasione può essere però sentito come particolarmente toccante e irritante, e proprio quando le difese risultano allentate (di notte, oppure svolgendo attività di solito rilassanti come guardare la tv o leggere un libro), irrompe un attacco di ansia estremamente acuto che si manifesta con i sintomi dell’attacco di panico: tachicardia, respiro che sembra bloccarsi, pensiero fuori controllo fino alla paura di morire o di impazzire.
Perché l’attacco di panico mostra una certa predilezione per i giovani e per le donne?
Perché vi entrano in gioco le richieste di una vita sempre più stressante e competitiva, dove specialmente negli ultimi anni è diventato più probabile non avere certezze lavorative e affettive, situazione dalla quale chi è più in là con gli anni è più facilmente al riparo. Senza dimenticare che fra i giovani stessi l’attacco di panico può colpire anche chi, al contrario, si presenta sicuro di sé e ha la tendenza a dare il massimo, ma potrebbe scoprirsi impreparato a fronteggiare qualche intoppo. Quanto alle donne, la patologia psicologica in un certo senso è sempre femminile, dato che le donne presentano una maggiore sensibilità al giudizio esterno e una struttura psicologica che le porta ad ammettere con meno fatica l’esistenza di sintomi ansiosi.
Perché a chi finisce al pronto soccorso in preda a un attacco di panico, che si manifesta con sintomi così allarmanti, quasi sempre viene detto che non ha nulla?
Al pronto soccorso non si trova quasi mai lo psichiatra, che però è reperibile, viene chiamato su richiesta. Se chi accoglie il paziente capisce che quest’ultimo in realtà soffre di attacchi di panico, lo psichiatra viene chiamato e in quella sede viene fatta la diagnosi, ma è rarissimo che ciò accada. Se il soggetto è sano fisicamente, torna a domicilio e non gli viene nemmeno detto di rivolgersi al medico curante. Quando prima o poi vi si recherà, si sentirà proporre una visita psichiatrica, che crea un altro problema, il rifiuto dello psichiatra, che popolarmente può essere ancora visto come il medico dei “matti”, al punto che per superare tale rifiuto spesso il medico curante sarà costretto a dirottare il paziente dal neurologo.
Come si cura il disturbo da attacchi di panico?
Esistono due scuole di pensiero. Una, quella psicofarmacologica, sostiene la necessità di una terapia con farmaci quali le benzodiazepine e i serotoninergici, l’altra suggerisce il ricorso all’aiuto di un valido psicoterapeuta che, con un lavoro più lungo, condurrà il paziente a individuare le ragioni che hanno prodotto questa crisi. L’ideale è tuttavia una terapia combinata che, sul versante farmacologico, associ un antidepressivo del gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, come la paroxetina, a un ansiolitico a emivita breve come l’alprazolam. Ma è necessario affiancarvi una psicoterapia che faccia capire al paziente perché è stato colpito da questo disturbo, per scongiurare la ricomparsa dei sintomi una volta sospesa la terapia farmacologica e per evitare la tendenza ad attribuire ai farmaci l’onnipotenza nel trattamento di qualsiasi patologia psichiatrica.
Gli attacchi di panico possono essere la spia di future patologie psichiatriche? E, in considerazione di alcuni loro sintomi, sono in grado di incrementare il rischio cardiovascolare?
Non esiste alcuna prova che essi incrementino il rischio cardiovascolare rispetto a chi non ne soffre. Il disturbo da attacchi di panico può preludere allo sviluppo di fobie e alla depressione, ma solo se viene ignorato e non è adeguatamente e tempestivamente trattato.
Cosa vuole comunicare la mente con questo doloroso inganno?
E’ un invito a fermarsi, ad ascoltarsi, a riprendere con calma il controllo delle proprie potenzialità. L’attacco di panico giunge per segnalare che l’individuo sta esasperando le sue energie psichiche, e se la natura del disturbo viene compresa dal soggetto che lo vive, egli ne potrà uscire più consapevole e rafforzato, con la percezione di essere forte, in grado di affrontare esperienze delle quali non si sarebbe creduto capace. Sarà cioè più padrone della propria vita e delle proprie scelte.
da:http://blog.panorama.it
Commento del Dott. Zambello
Durante la terapia, a volte anche lunga di questi pazienti, c’é sempre un momento in cui questi affermano di essere contenti, di considerarsi fortunati ad avere avuto, sofferto di attacchi di panico. Allora capisco che la terapia ha fatto il suo percorso, stiamo finendo.
Traumi da piccoli panico da grandi
26-01-09
Studio su 700 gemelli sulla relazione tra esperienze infantili e disturbi da adulti: effetto moltiplicato
di Marco Battaglia *
Uno studio dei ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Norwegian Institute (Norvegia), il Queensland Institute (Australia), il Virginia Institute (Usa), pubblicato su “The Archives od General Psychiatry”, dimostra che bimbi geneticamente predisposti, se vivono esperienze di distacco dai genitori (come la morte di uno dei due o la separazione), hanno più probabilità di ammalarsi, da adulti, di attacchi di panico.
La relazione e l’influenza tra ambiente e fattore genetico, in tali patologie, è stata diversamente interpretata: ora i ricercatori hanno studiato il fenomeno su oltre 700 gemelli del Registro Norvegese, in modo da chiarire proprio le differenze legate alle esperienze. Il risultato, emerso da test e interviste, è che le persone con attacchi di panico sono significativamente più numerose tra i gemelli che da piccoli avevano subito traumi da separazione (lutto, divorzio…). Marco Battaglia, direttore dello studio, ne spiega il significato generale.
Oggi iniziano ad emergere chiare indicazioni sul ruolo di geni e ambiente nell’influenzare le differenze psichiche tra individui: per molti dei comportamenti legati alla sofferenza psichica di bambini e adolescenti possiamo quantificare l’impatto degli elementi di rischio genetico separatamente da quelli di rischio ambientale e iniziamo a disporre di strumenti per valutare se e quanto questi si potenzino o si neutralizzino reciprocamente in determinate circostanze o in determinate fasce di popolazione.
Sintomi d’ansia
La separazione precoce dai genitori (per morte, divorzio o un lavoro lontano da casa) è uno dei fattori di rischio più indagati. I dati tendono a dimostrare che bambini e adolescenti che hanno vissuto questa esperienza sviluppano più sintomi d’ansia e di depressione e mostrano variazioni psicofisiologiche durature che costituiscono indicatori di rischio per diversi disturbi nell’arco della vita.
In particolare in ambito di psicopatologia dello sviluppo di grande interesse è lo studio delle differenze tra gli individui. Nel nostro centro stiamo qualificando come – a fronte di specifici elementi di difficoltà ambientale – la presenza di alcune versioni alternative degli stessi geni induca un aumento di rischio per disturbi emotivi nell’infanzia. Studiamo popolazioni diverse (gemelli, famiglie, bambini ad “alto rischio”) in culture diverse (Italia, Nord Europa, Nord America): le indicazioni che stiamo traendo mostrano che eventi precoci di separazione dai genitori aumentano il rischio per psicopatologia, a volte semplicemente addizionandosi alla quota di rischio di natura genetica, a volte provocando una sorta di “effetto moltiplicativo”. Succede in quest’ultimo caso che l’effetto del fattore di rischio ambientale e delle varianti geniche risulti essere maggiore della loro semplice sommatoria. Cosa può indicare questa sorta di interazione tra geni ed ambiente? Un’interpretazione generale è che la nostra biologia non smette di essere sensibile al mondo al fuori di noi, per quanto culturalmente articolato. Ma un’implicazione semplice e pratica è che un bambino che vive un evento di separazione precoce e prolungata da una figura parentale merita particolare attenzione, perché probabilisticamente è a maggior rischio per sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e che si può addebitare parte di questo rischio al suo corredo naturale, oltre che alle difficoltà ambientali che sta vivendo.
Non tutti uguali
L’incidenza di nuclei familiari nei quali – per diverse ragioni – si verifica l’allontanamento di un coniuge mentre i figli sono ancora dipendenti dai genitori è in aumento e, per motivi sociali ed economici relativamente ovvi, è probabile che tale prevalenza non sia mai stata così elevata in una società umana. Ora i dati indicano che di fronte alla perdita di un genitore non tutti i bambini sono uguali e che parte delle risposte “di crisi” sono spiegabili anche in termini di vulnerabilità genetica, con elementi di rischio che possono espletare la loro azione su un arco temporale prolungato. Così come spesso non vi è una interpretazione univoca di un dato empirico, non vi è in questi dati nessuna risposta univoca ai problemi di una società né indicazione della condotta che una coppia “in crisi” dovrebbe adottare a fronte del coinvolgimento della propria discendenza. Crediamo però che questi dati possano servire per cercare di rispondere a domande difficili in un modo più realistico e maturo, cioè basato su rilievi empirici invece che su teorie o sui nostri desideri. Al proprio meglio, la buona ricerca fornisce buoni dati e con dei buoni dati può fornire alla società qualche elemento in più per ragionare in modo libero.
* Professore di Psicopatologia dello sviluppo Univ. Vita-Salute S. Raffaele Milano
da: www.repubblica.it
Commento del Dott. Zambello
I risultati della ricerca dell’Università S.Raffaele di Milano dimostrano in modo chiaro a tutti del perché la psicoterapia dinamica sia la terapia di elezione per questo disagio psicologico. Solo questa infatti, può nella lettura del contro-transfert dare al terapeuta e quindi al paziente gli strumenti per uscire da una situazione che non sarebbe altrimenti “leggibile”.
Cattiva informazione sugli Attacchi di Panico al TG2.
08-12-08
Protesta di AltraPsicologia per il riduzionismo e/o la pessima qualità dell’informazione psicologica nei media
Di: Luigi D’Elia
Giornalista del TG2 Lino Lombardi: “Come risolverli (gli attacchi di panico, ndr)?”
Rosario Sorrentino, Neurologo: “Farmacologicamente in maniera assoluta”
Questo scambio è andato in onda nel TG2 delle 20,30 del 04/12/08 (vedi qui, dal minuto 24,45 al 26,38) davanti a milioni di italiani che stavano addentando una bistecca o che poggiavano, stanchi, i loro corpi sui divani.
Non c’è possibilità di equivoco: secondo il TG2-pensiero e secondo i suoi “esperti” gli attacchi di panico sono malattie del cervello che si curano SOLO con i farmaci.
Questa è la pessima qualità propinata usualmente dai media riguardo l’informazione in Psicologia, Psicoterapia, etc.
Non vogliamo prendercela col TG2 in particolare. Si tratta, purtroppo, della normalità dell’informazione in Psicologia (clinica e non) che incontriamo su ogni tipo di media, indipendentemente dal prestigio della testata giornalistica.
Ipotizziamo, ovviamente, che la lobby farmaceutica sappia muovere sapientemente le sue pedine sulla scacchiera dell’informazione (pseudo)scientifica e, chiaramente, la sua rimarrà l’unica voce, fintanto che nessun’altro prende parola. Continua
Il trattamento strategico evoluto del disturbo da attacchi di panico
01-11-08
di: Federica Cagnoni
La ricerca empirico-clinica relativa all´emergere e al costituirsi del disturbo fobico in corso presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo da quindici anni illustra le modalità di costruzione di modelli di trattamento strategico evoluto. Il protocollo specifico di intervento elaborato per la sindrome da attacchi di panico (come nel caso degli altri quadri clinici) segue specifici stadi (che procedono dalla definizione del problema e delle tentate soluzioni, alla costruzione di concrete esperienze di cambiamento le quali, consolidandosi, modificano il sistema percettivo reattivo della persona) e diversi livelli terapeutici (strategia utilizzata, interazione comunicativa e relazione paziente-terapeuta).
Presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo sono in corso, da ormai quindici anni, progetti di ricerca che, a partire dal modello generale di terapia breve formulato dai ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, hanno portato ad un modello di terapia basato su protocolli specifici di intervento costruiti “ad hoc” per particolari patologie di problemi.
I disturbi fobici sono stati, appunto, la prima categoria su cui sia stata applicata questa metodologia di ricerca articolata in tre fasi che ha portato alla messa a punto di cinque protocolli specifici di terapia per le diverse varianti fobiche.
La prima ricerca pubblicata risale al 1988 (Nardone, 1995a) e mostra il 19.2% di casi risolti tra la 1° e la 10° seduta, il 61.5% tra la 10° e la 20°, il 3% tra la 20° e la 30° e il 15.3% tra la 30° e la 34°. Attualmente, l´efficacia del trattamento per ansia, fobie e attacchi di panico è pari al 95% (Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone, Watzlawick, 2001) di casi risolti in una media di 7 sedute, in cui, per la maggior parte dei casi (l´ 81%), lo sblocco si è avuto entro le prime 5, con un 50% di casi in cui la scomparsa dei sintomi rilevanti è avvenuta dopo la prima seduta.
Analizzando il processo e le tipiche retroazioni relative all´emergere e al costituirsi del disturbo, sembra emergere che i gravi disturbi fobici siano apparsi e si siano gradualmente complicati sulla base di dubbi e pensieri relativi al potersi sentire male.
Ciò che determina la costituzione della forte sintomatologia fobica non è comunque l´evento iniziale, ma ciò che il soggetto mette in atto per evitare la paura, ossia le tentate soluzioni escogitate dalla persona nel tentativo di sfuggire allo scatenarsi delle reazioni emotive e somatiche proprie della paura. Questo induce al costituirsi della paura ad un livello superiore di gravità.
Per rompere il sistema percettivo-reattivo patogeno del panico il terapeuta ricorre a suggestivi stratagemmi, costruiti ad hoc, che portano la persona a fare concrete esperienze di superamento del problema senza che questi ne sia consapevole. La consapevolezza arriverà infatti ad esperienza fatta, quando il soggetto non potrà fare altro che prendere atto d´aver fatto esattamente ciò che aveva ritenuto impossibile fare fino a quel momento. La metodologia utilizzata in tale lavoro concorda con le idee lewiniane relative alla ricerca-azione psicosociale, secondo la quale per conoscere il funzionamento di un qualsiasi sistema non si debba fare altro che introdurvi un cambiamento, studiare cioè un fenomeno (di qualunque natura esso sia) cambiandolo e vedendone gli effetti. In altre parole, si arriva a conoscere una realtà intervenendo su di essa.
Parallelamente, le nuove conoscenze emerse sulla base degli effetti degli interventi servono da guida per il progressivo aggiustamento dell´intervento stesso, determinandone una continua autocorrezione basata sull´interazione con il problema da risolvere.
Nel caso in questione, una prima casuale esperienza reale o immaginaria inserisce nella mente del soggetto una nuova possibilità percettivo-reattiva: quella della paura. A partire da tale esperienza, tutto ciò che viene fatto in direzione di una difesa da questa spaventosa realtà, se non funziona, non fa altro che confermarla aggravandone gli effetti sino alla reazione di panico, in termini sia di generalizzazione della paura che di risposta psichica e comportamentale.
In particolare, sono state individuate tre tipiche tentate soluzioni messe in atto dai soggetti (Nardone, 1993, 2001): evitamento, richiesta d’aiuto e controllo.
L’effetto dell’evitamento, infatti, è quello di confermare la pericolosità della condizione evitata preparando, in tal modo, l’evitamento successivo.
Tutto ciò non ha come unico effetto quello di incrementare la paura confermandola, ma anche quello di rendere il soggetto sempre più scettico rispetto alle proprie risorse, aumentando così anche le proprie reazioni fobiche e rendendo il disturbo sempre più impedente e limitante.
Una volta innescato il circolo vizioso degli evitamenti, la persona utilizza spesso una seconda “strategia” che si rivela decisamente controproducente: la richiesta d’aiuto, ossia la tendenza ad essere sempre accompagnati e confortati da qualcuno che si presti ad intervenire in caso di crisi di panico e perdita di controllo.
L’effetto di tale richiesta è, inizialmente, quello di rassicurare la persona, ma gradualmente conduce all’aggravamento della paura e delle sue conseguenze limitanti.
Difatti, proprio la possibilità di avere qualcuno pronto ad intervenire in aiuto conferma al soggetto la sua incapacità di affrontare da solo le situazioni temute e gestirne le conseguenze. Anche questo processo tende a generalizzarsi – funzionando come una vera e propria “profezia che si autodetermina” – fino a divenire un’assoluta necessità e porta la persona ad instaurare forme gravi di disturbo fobico basate sulla logica del “io dipendo” e non “io controllo”.
D’altra parte, proprio il controllo delle proprie reazioni, sia fisiologiche che comportamentali, può diventare il copione percettivo-reattivo ridondante e fallimentare che il soggetto mette in atto per affrontare la propria paura.
Ciò che accade in questo caso è infatti che, nel tentativo di mantenere un controllo delle proprie funzioni organiche e psichiche, il soggetto sperimenta una situazione paradossale: il focalizzare l’attenzione sulle proprie reazioni fisiologiche (battito cardiaco, ritmo respiratorio, equilibrio, ecc.) conduce alla inevitabile alterazione di almeno una di queste, provocando paura che a sua volta genera ulteriori alterazioni, innescando in questo modo il tipico circolo vizioso del “tentativo di controllo che fa perdere il controllo”.
Considerati i tre livelli della terapia, ossia la strategia utilizzata, l´interazione comunicativa e la relazione paziente-terapeuta, nei pazienti fobici possiamo considerare praticamente irrilevante quest´ultima (decisamente importante in altri tipi di disturbo) sottolineando al contrario quanto sia fondamentale la strategia utilizzata e, conseguentemente, le modalità comunicative con cui questa viene espressa.
Il paziente che arriva in terapia con un problema di panico è, innanzi tutto, in una situazione di emergenza.
Generalmente si tratta di soggetti che vogliono essere collaborativi (proprio in virtù di tale “urgenza”) ma non possono esserlo, hanno una grande motivazione e necessità di cambiare ma non riescono a farlo neanche in maniera minimale.
Ciò di cui hanno bisogno è quindi un “tecnico specializzato” in grado di “cavalcare” la loro paura e che, con manovre velate, indirette e cariche di suggestione, li possa condurre a cambiare senza rendersene conto.
Il primo passo terapeutico è, per questo motivo, quello dell´antica saggezza cinese di “solcare il mare all´insaputa del cielo” (Anonimo, 1990), ossia di spostare l´attenzione del soggetto in maniera tale da portarlo, a sua “insaputa”, a superare l´ostacolo vissuto come insormontabile e, di conseguenza, ad aprire la strada a diverse forme di rappresentazione della realtà e a nuove modalità comportamentali.
La prima fase della terapia coincide solitamente con la prima seduta.
In questa fase viene innanzi tutto definito il problema, ovvero viene rilevato il sistema percettivo-reattivo del paziente e vengono messe in atto le prime manovre volte a sbloccare il circolo vizioso innescato dalle tentate soluzioni.
Per fare ciò, il terapeuta si avvale di un particolare processo di domande apparentemente banali che, anzichè essere formulate in forma aperta, danno al soggetto la possibilità di scegliere tra due o più opzioni di risposta. Viene fornita in questo modo una sorta di illusione d´alternativa che dà il via ad un processo in cui ogni risposta costruisce la domanda successiva secondo una sequenza che va gradualmente a chiudersi ad imbuto. Nel fare ciò il terapeuta si manterrà apparentemente in una posizione one-down che gli permetterà di guidare il paziente lungo un determinato percorso conoscitivo ed operativo allo stesso tempo. Questa modalità di “indagare” è infatti già di per sé in grado di produrre dei cambiamenti nel modo di percepire la realtà da parte del paziente, proprio perché gli permette di aprire nuove modalità percettivo-reattive relative al suo disturbo.
A questo punto il terapeuta passa alle prime prescrizioni terapeutiche che in questa prima fase solitamente sono: il diario di bordo, la paura dell´aiuto (e/o dell´evitamento) e il come peggiorare.
Il diario di bordo è un blocchettino appositamente preparato che viene consegnato al paziente insieme alla prescrizione: si tratta di uno schema suddiviso in diverse colonne relative a data, ora, luogo, situazione, persone, pensieri, sintomi e reazioni, che il paziente dovrà avere sempre con sé e compilare al presentarsi di ogni “episodio” di panico.
Lo scopo di questa manovra, apparentemente banale, è quello di spostare altrove l´attenzione del soggetto all´insorgere del primo sintomo ansioso, evitando così il successivo disfunzionale tentativo di controllo del sintomo e delle proprie reazioni. L´effetto che si ottiene è, solitamente, una notevole riduzione (se non scomparsa) degli episodi ansiosi nell´arco di tempo che intercorre tra la prima e la seconda seduta.
Le ristrutturazioni della paura dell´aiuto e della paura dell´evitamento inducono il paziente a pensare che ogniqualvolta chiede aiuto a qualcuno o evita un situazione ansiogena aggravi i propri sintomi: “ogni volta che lei chiede aiuto e lo ottiene lei si sente protetto, ma al tempo stesso lei conferma a se stesso che da solo sarebbe stato incapace. Quindi in realtà ogni qualvolta lei chiede aiuto e lo riceve lei conferma e se stesso la sua incapacità e questo non solo mantiene il suo disturbo, ma lo fa peggiorare. Però noi siamo convinti che lei non sia in grado di non chiedere aiuto quindi le chiediamo solo di pensarci”. In sostanza, lo si mette nella condizione di sostituire una paura con un´altra paura più forte (ubi major minor cessat) utilizzando così la forza della paura contro la paura stessa.
Attraverso la prescrizione del come peggiorare si chiede al paziente di porsi la seguente domanda ogni giorno: “Cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare, se volessi volontariamente peggiorare la mia situazione?” e di portare le risposte nella seduta successiva. Nel porsi questa domanda i pazienti si rendono solitamente conto che ciò che in realtà farebbero per stare peggio è ciò che già fanno nel tentativo di stare meglio! In sostanza vengono svelate le tentate soluzioni disfunzionali senza che sia il terapeuta a suggerirle.
Durante la seconda fase del trattamento (dalla seconda alla quinta seduta secondo i casi) avviene la rottura, o sblocco, del sistema percettivo-reattivo e delle tentate soluzioni fin qui utilizzate. Il primo cambiamento avvenuto viene quindi ridefinito ed indirizzato verso ulteriori progressivi cambiamenti che avverranno in virtù di una nuova percezione nei confronti della realtà.
A questo punto possono essere mantenute alcune prescrizioni date in prima seduta (il diario di bordo, ad esempio, lo è quasi sempre) e si procede con la prescrizione della peggiore fantasia (vedi II seduta). Si tratta di una prescrizione paradossale che funziona secondo la logica dello stratagemma cinese di spegnere il fuoco aggiungendo la legna. Si chiede infatti al soggetto di prescriversi volontariamente ogni giorno i propri sintomi più temuti calandosi deliberatamente nella propria peggiore fantasia all’interno di un rituale comportamentale preciso e formalizzato. La prescrizione della peggiore fantasia porta solitamente a due tipi di effetto: alcune persone pur provando a calarsi nella situazione fobica non riescono a provare nulla e possono arrivare addirittura ad addormentarsi; altre (la percentuale minore) provando ad invocare il proprio “fantasma” riescono a stare male. In entrambi i casi comunque, nel corso della giornata, la maggior parte dei pazienti riporta di non aver avuto momenti di crisi a parte qualche sporadico episodio ansioso facilmente gestibile.
Nella terza fase (solitamente inclusa dalla quinta seduta in poi) una volta avvenuto lo sblocco del sistema percettivo-reattivo e, di conseguenza, le prime dirette esperienze di superamento del problema, il paziente viene indirizzato verso quei cambiamenti concordati come soluzione del problema. Vengono quindi ridefinite la relazione e la percezione con se stessi, con gli altri e col mondo.
A seconda dell´effetto ottenuto dalla prescrizione della “mezz’ora di peggiore fantasia” avremo due tipi di ridefinizione della situazione. Nel caso in cui il soggetto non sia riuscito a stare male il terapeuta sottolineerà come il problema possa essere annullato proprio provocandolo volontariamente; nel secondo caso invece, ristrutturerà la capacità di provocarsi i sintomi come la capacità di poterli anche ridurre, sottolineando che più ne farà stare nella mezz’ora meno ne avrà al di fuori. Vengono a questo punto prescritti 5 minuti di peggiore fantasia ogni 3 ore (ad orari prefissati, alle 9.00, alle 12.00, alle 15.00, alle 18.00 e alle 21.00) in cui il paziente dovrà cercare di provocarsi i sintomi.
I 5 minuti ogni 3 ore vengono successivamente trasformati in 5 minuti al bisogno, attraverso i quali viene data la possibilità al paziente di “toccare il fantasma nel momento in cui compare per farlo svanire immediatamente”. Viene quindi data la possibilità di sfruttare l’effetto paradossale della peggiore fantasia al momento dell’insorgere dell’ansia.
Si comincia inoltre a lavorare solution oriented (De Shazer 1988), introducendo due tipi di nuove prescrizioni: la prescrizione del come se (Watzlawick, 1990) e la tecnica della scala.
Attraverso la prima si chiede al paziente di porsi una domanda ogni giorno ovvero “come mi comporterei, diversamente da come mi comporto, come se non avessi più il mio problema?” e gli si chiede di mettere in pratica la più piccola e minimale tra queste cose, una nuova ogni giorno. Questo, non solo dà l´inizio ad una serie di cambiamenti ed esperienze concrete di superamento del problema, ma crea inoltre la consapevolezza nel paziente di essersi costruito una soluzione non fornita dal terapeuta.
La tecnica della scala viene introdotta sia quando il miglioramento della situazione tra la seconda e terza fase della terapia è estremamente precoce che dopo aver utilizzato la tecnica precedentemente descritta. Attraverso questa tecnica viene richiesto il frazionamento degli obiettivi su una scala da 0 (quando il problema era al massimo) a 10 (quando il problema si potrà definire risolto). Una volta che il paziente definisce la propria posizione sulla scala gli si chiede, ogni giorno, di fare qualcosa che possa permettergli di dire “ho fatto un passo in avanti”. A questo fine è necessario che l´intervento sia minimale, ovvero anche qualcosa di apparentemente molto piccolo, che sarà comunque sufficiente ad innescare una reazione a catena che sovvertirà tutto l´equilibrio del sistema.
Anche questa tecnica, apparentemente direttiva, fornisce un’ottima modalità per aggirare naturalmente la “resistenza al cambiamento” del paziente.
L´ultima fase coincide con l´ultima seduta e ha come obiettivo quello di consolidare definitivamente ciò che è stato ottenuto, sottolineando e ribadendo come il cambiamento sia avvenuto grazie alle capacità personali del paziente.
Si tratta infatti di affermare come ormai egli abbia imparato ad utilizzare bene le proprie risorse e sia quindi giunto ad una completa autonomia.
A questo punto il terapeuta sia accorda solitamente sulle modalità di follow-up, che prevedono futuri incontri di “controllo” a 3 mesi, 6 mesi e un anno. Questo, per garantire che i risultati ottenuti vengano mantenuti nel tempo e la terapia possa ritenersi conclusa e riuscita.
da: http://www.psicolab.net
Commento del Dott. Zambello
La strategia terapeutica proposta dalla collega non mi appartiene né da un punto di vista teorico e tanto meno clinico. Personalmente opero diversamente ma, credo sia giusto che i pazienti conoscano che esistono teorie e tecniche diverse. E’ infatti sempre più importante che il paziente che si rivolge al terapeuta sia consapevole se sta chiedendo solo la “scomparsa” del sintomo o invece, abbia colto in questo, il segno di un disagio più profondo. L’occasione di cambiare, di poter gestire meglio le proprie potenzialità.




