Attacchi di panico: quando bisogna rivolgersi ad uno specialista?

09-12-11

Un caso estemporaneo di attacco di panico o ansia estrema non deve preoccupare anche se è già sintomo di qualche equilibrio che si è interrotto. Se gli episodi diventano due, è importante subito rivolgersi ad un medico specialista. Gli attacchi di panico vanno affrontati prima che rendano la vita impossibile: può non accadere, ma come fate a saperlo in anticipo? Piano piano, la paura tipica della patologia potrebbe prendere il sopravvento e rendere difficile anche chiedere aiuto. La prima cosa da fare è di sicuro parlarne con qualcuno che comprenda però le vostre sensazioni.

Psichiatri, psicoterapeuti, psicologi, ed anche alcuni medici di medicina generale sono gli specialisti a cui far riferimento. Dovete però valutare se si tratta delle persone giuste. Nel colloquio dovete sentirvi a vostro agio, ascoltate, comprese. Il vostro medico deve analizzare ed approfondire tutti i disturbi che lamentate: un sintomo tipico in caso di attacco di panico ad esempio è il dolore toracico e va escluso un problema cardiologico, che altrimenti potrebbe essere troppo pericoloso. Ci sono poi l’ipersudorazione, l’iperventilazione ed uno stato generale di agitazione accompagnato a battiti cardiaci accelerati. Tutti sintomi che possono essere ricollegati ad altre patologie. Esclusi questi si potrà procedere ad una terapia mirata per il panico.

Un bravo specialista dovrà anche illustrare al paziente le varie possibilità di cura a seconda dei singoli casi, disturbi di ansia e panico, attacchi di panico veri e proprii, agorafobia: a volte può bastare la psicoterapia mentre in altri casi possono essere utili alcune farmaci come gli antidepressivi e le benzodiazepine. A volte può essere utile una combinazione dei due mezzi terapeutici. Non abbiate mai imbarazzo delle vostre sensazioni di terrore, cercate aiuto e non accontentatevi di chi vi da una pacca sulla spalla e vi dice “non ti preoccupare poi passa, sarà solo un pochino di stress“. A volte queste frasi, anxiché tranquillizzare feriscono ed isolano. Meglio allora rivolgersi anche ad una associazione, e a gruppi di auto-aiuto, come nel caso della Lidap, un’associazione che da molti anni lavora ottimamente in questo senso.

da:http://salute.pourfemme.it

 

Commento del Dott. Zambello

 

L’attacco di panico è sempre un evento drammatico per chi lo prova.  Soprattutto la prima volta. E’  come un terremoto che colpisce improvvisamente,  devasta e lascia, in chi lo  prova,  il terrore.  Certo, lo scopo dello specialista  è capire  e  assicurare il soggetto che “non andrà in pezzi”  che non morirà e non impazzirà ma, sapere che è questo che il paziente prova e teme. Gli attacchi di panico sono il sintomo, l’allarme che qualcosa non funziona, di un disagio profondo, psicologico,  spesso, fino a quel momento, sconosciuto.  Gli organicisti spiegano che  il corpo registra l’evento e che poi sarà sufficiente  una piccola “scossa” per attivare il sistema di allerta: ansia e somatizzazioni. E’ così ma, è un errore scambiare il sintomo per la malattia. Sicuramente  il sintomo va valutato e spesso anche “curato”, senza però scambiarlo, mai, per la malattia. Ha ragione il giornalista dell’articolo,  molto spesso gli attacchi di panico richiedono un intervento multiplo, una  iniziale terapia  farmacologica ma, soprattutto la ricerca e l’elaborazione delle cause che non possono  che essere psicologiche. Fermarsi alla terapia farmacologiaca è curare il sintomo, mettere una pezza, qualche volta è sufficiente ma spesso, si rompe ancora e con un danno più grande dell’inizio.

Video:  Gli attacchi di panico e Psicoterapia    http://youtu.be/NPv-QP8BTYQ

La donna è più a rischio di depressione ed attacchi di panico

04-11-11

La donna, secondo le stime effettuate dall’Associazione Europea Disturbi di Attacchi di Panico (Eurodap), risulta essere maggiormente a rischio di depressione e di disturbi di attacchi di panico. Questo perché tre volte più stressata rispetto all’uomo in quanto abbandonata nel gestire famiglia e lavoro. Vivere di continuo una situazione emotivamente negativa può portare all’insorgere di una vera e propria malattia da stress, e oggi due donne su tre che lavorano, dicono di essere molto stressate, perché oltre al lavoro hanno sulle spalle la responsabilità dell’andamento della famiglia. C’è poi il problema della competitività con il sesso forte, ancora molto sentita soprattutto negli ambiti manageriali, in cui la donna deve dimostrare di essere al pari dell’uomo e di meritare anche gli stessi compensi.Vivere situazioni stressanti per lungo tempo è destabilizzante e la donna, insieme donna-madre e donna-lavoratrice, rischia alla lunga un crollo emotivo se non riesce a trovare il suo giusto equilibrio. E’ palese, dunque, che la vita lavorativa di una donna, specialmente se in carriera, è molto più difficile di quella di un uomo, e le donne più vulnerabili sono soprattutto quelle tra i 30 e i 40 anni, età in cui oggi è più frequente la maternità, che diventa un altro fattore di stressante confronto tra i due sessi.

Le ricerche dimostrano che le donne soffrono prevalentemente di attacchi di panico, sindrome ansioso-depressiva, ansia generalizzata, disturbi depressivi e di sindromi da disadattamento, per una percentuale che si aggira intorno al 39,4%; lo stress altera la produzione di sostanze chimiche come il cortisolo e l’interluchina, sostanze che, se non sono mantenute al livello giusto, producono effetti dannosi sulle difese immunitarie e creano la base per l’insorgere di varie malattie. E’ qui che entra in gioco la prevenzione, per fare in modo che i costi personali e sociali delle patologie da stress possano essere evitati

da:http://www.scienze-naturali.it   

Commento del Dott. Zambello

Prenderei per buone le statistiche  sella Società Europea citata sopra,  peraltro  concordanti  sostanzialmente con quello già scritto”nei sacri testi” di psichiatria soprattutto per quanto concerne la risposta allo stress, vedi ad esempio il Gabard (Psichiatria e Psicodinamica). Scriveva Gabard che  Kendler già nel 1995 aveva dimostrato che individui con basso rischio di Depressione maggiore avevano,  in un mese, una possibilità di esrdio   di un episodio di Depressivo  pari a 0,5 in percentuale che saliva a 6,5 in presenza di fattori altamente stressanti.

Non sono però così d’accordo nella assimilazione tra gli  attacchi di panico alla depressione. I due disturbi hanno  dinamiche e motivazioni interne totalmente diverse. Non voglio qui ripetere quali sono, secondo me, l’eziologia e quindi anche la terapia  degli attacchi di panico ma certamente pensare  in termini sociologici è   riduzionista rispetto all’analisi delle cause e non da una vera possibilità di risoluzione alimentando solo risentimenti verso coloro che genericamente vengono considerati  i “colpevoli”.

Video: Attacchi di panico e Psicoterapia  http://youtu.be/NPv-QP8BTYQ

Video: Depressione e Psicoterapia http://youtu.be/nRbevPsh5_I

Attacchi di panico: difesa dalla frammentazione psicologica.

17-04-11

di: Renzo Zambello

E’ indubbio che negli ultimi decenni è cambiata la tipologia della sofferenza psicologica. Agli inizi del novecento  i neuropsichiatri vedevano  oltre alle forme congenite, croniche di deficit  mentale, psicotici in delirio produttivo o casi di isteria. Ora,  quest’ultima sembra essere quasi totalmente scomparsa, per la verità non è proprio così ma, è certamente cambiata la sintomatologia prevalente. Dati credibili dicono  che il 10, 15% della popolazione di pazienti  che affolla tutti i giorni gli ambulatori dei medici di base e,  il 40,45% di quelli che chiedono aiuto ad uno psicoterapeuta, soffrono di attacchi di panico.

Sappiamo bene che questi attacchi si presentano al paziente come un’ esperienza improvvisa e drammatica  che coinvolge completamente  mente e corpo.  E’ come se improvvisamente tutto andasse in corto-circuito,  il paziente prova  tremore,  sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, parestesie (sensazione di formicolio), tachicardia, sensazione di soffocamento o asfissia. La maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico riferisce la paura di morire o di  perdere il controllo delle proprie  emozioni e comportamenti, cioè di impazzire. E tutto ciò avviene improvvisamente, apparentemente senza alcun preavviso e alcun  motivo.

Le sequela prevede il correre a chiedere aiuto ad un  medico, spesso il ricovero in un pronto soccorso, poi la diagnosi: nessun problema fisico, è un  attacco di panico.

Seguono le indicazioni terapeutiche: farmaci, ansiolitici, antidepressivi e forse, non sempre, l’indicazione ad intraprendere  una psicoterapia comportamentale che dovrebbe aiutare il paziente a superare le ferite psicologiche lasciate   dall’attacco di panico. Ferite a volte non di poco conto, infatti il paziente tende a non andare più nei luoghi dove ha avuto l’attacco, a chiudersi piano, piano in se stesso, ad isolarsi.  Continua

Un incontro sul tema: GLI ATTACCHI DI PANICO

08-04-11

Venerdì  15 aprile  2011  alle  ore  21.00 

Un incontro sul tema:  GLI ATTACCHI DI PANICO

Venerdì 15 aprile alle ore 21.00 si terrà presso la  sede AUSER di via Roma 314  di Pontecchio Polesine (Rovigo)

Un incontro sul tema : GLI ATTACCHI DI PANICO

Drammatica sofferenza o una opportunità?

Relatore Dott. Renzo Zambello

Il relatore intende focalizzare l’attenzione su quelle persone che comunicano attraverso canali corporei e sensoriali il loro dolore psichico. Gli attacchi di panico sono un segnale disperato di ricerca di contenzione di parti del Sé.

Ascoltare ed elaborare tale sintomatologia può essere l’occasione per venire a contatto con una realtà interna sconosciuta e temuta , ma carica di energia.

Durante l’incontro si proporranno elementi di informazione clinica e terapeutica, integrando le eventuali esperienze dei partecipanti

Salute: 8 milioni di italiani vittime di attacchi di panico

21-03-10

   

 Tachicardia e dolore al petto, sudorazione improvvisa e brividi, senso di soffocamento, fame d’aria, nausea e sbandamento, insieme alla paura di impazzire o la sensazione di una tragedia incombente. Questo “mentre si è alla guida, al cinema, al supermercato, o in ascensore, come sanno bene gli otto milioni di italiani che soffrono di attacchi di panico”.

Lo spiega Paola Vinciguerra, psicologa e psicoterapeuta presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che insieme alla giornalista Tonia Cartolano ha presentato a Roma il libro ‘Gli attacchi di panico. Clinica, ricerca e terapia’ (Liguori Editore). “E’ un problema in aumento che, più diffuso fra le donne, oggi sta crescendo anche tra gli uomini, soprattutto professionisti e manager. E secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – aggiunge la Vinciguerra – entro il 2020 sarà la patologia più diffusa al mondo, dopo i disturbi cardiovascolari”.

Per restare vittima di un attacco di panico non è necessario correre un pericolo reale. Può capitare di trovarsi in un ascensore troppo piccolo, “fermo tra un piano e l’altro, stretto fra mia moglie e una diabolica signora che continuava a fumarmi in faccia”, come racconta nel libro Gianluigi Lenzi, neurologo della Sapienza di Roma e ‘ascensorofobico’. Oppure essere sul palco dell’Ariston per il Festival di Sanremo e sentir partire le sequenze musicali di un altro artista, come ha ricordato il cantante Max Pezzali, che ha curato la presentazione del libro. Pezzali ha raccontato la storia di sua moglie, afflitta per anni da attacchi di panico e ora guarita, sottolineando il fatto che ancora oggi ci si vergogna di ammettere di soffrirne.

da: http://www.blitzquotidiano.it     

Commento del Dott. Zambello

E’ vero  che gli attacchi di panico sono  una patologia in crescita. Sono sempre più numerosi i pazienti che si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche  a cominciare dal Pronto Soccorso, perché in preda ad un attacco di panico.

Devo però dire che oggi,  a distanza ormai di più di  trenta anni dai primi  pazienti che soffrivano  di attacchi di panico,  la ricerca ha fatto  notevoli passi e le risposte che possiamo dare sia da un punto di vista medico che psicologico sono molto incoraggianti.  Le  statistiche  ci dicono  che  a distanza di alcune settimane dall’inizio della terapia l’80% de pazienti non ha più attacchi che scompaiono quasi nella totalità dopo alcuni mesi.  A cinque anni dalla fine della terapia bel 80, 85% non ha ricadute. Sono nettamente più favorevoli i dati di quei pazienti che oltre alla terapia farmacologica hanno fatto anche la psicoterapia.   Infatti,  con l’esperienza acquisita in tanti anni,  ribadisco che il protocollo terapeutico migliore é la terapia farmacologica nella fase acuta seguito da un lavoro psicologico. Solo la psicoterapia   é in grado di dare un senso, rimuovere quelle cause profonde che si sono manifestate con il disagio fisico.

 

Attacco di panico: sintomi e terapia

01-12-09

L’attacco di panico è una profonda sensazione di angoscia e paura, immotivate, che provocano una serie di sintomi, anche fisici. La miglior terapia è quella psicoterapeutica, i farmaci possono aiutare a combattere i sintomi nella fase iniziale.Attacco di panico: sintomi e terapia
Sintomi anche fisici
Tra i sintomi di un attacco di panico: improvvisa paura immotivata, agitazione, tremore, sudorazione, forte accelerazione del battito cardiaco, brividi, dolore al petto, nausea. Al culmine, si può provare il terrore di morire da un momento all’altro. All’attacco può seguire la paura dell’attacco successivo. Se i sintomi si ripetono, non si tratta più di un caso isolato, ma di un “disturbo da attacco di panico”.

Non è solo ansia
Il disturbo da attacco di panico è spesso connesso a fasi importanti e stressanti della vita: gli esami universitari, il matrimonio, avere figli, cambiare lavoro. Molte persone sperimentano un caso isolato e questo non deve preoccupare. La caratteristica del disturbo vero e proprio è infatti la paura del ripetersi di un altro attacco, che può portare a incidere profondamente sulla qualità della vita: per esempio si evita di restare soli, di uscire di casa… in casi come questi, è bene rivolgersi a un medico di fiducia.

La terapia più consigliabile per il disturbo da attacco di panico
Trattare il disturbo soltanto con i farmaci significa affrontare il problema in modo soltanto parziale, sopprimendo solo i sintomi. Meglio ricorrere a una psicoterapia, effettuata da uno specialista, che insegna ad acquisire maggiore consapevolezza di se stessi e a mettere in pratica una serie di comportamenti che aiutano ad affrontare e infine risolvere il problema. Molti pazienti beneficiano molto anche dei gruppi di autoaiuto.

da: http://www.altroconsumo.it    

Commento del Dott. Zambello

Ho verificato  in questi ultimi dieci anni che  la percentuale di pazienti che si rivolgono a me per attacchi di panico, con o senza altri disagi psicologici conosciuti, si aggira sul 60%. E’ un numero alto. Devo dire che almeno 85% di questi pazienti hanno tratto benefici obbiettivi e soggettivi dalla psicoterapia e solo il 5%  hanno avuto ricadute a distanza di due anni. Sono numeri importanti, non tanto da un punto di vista statistico, quanto perché mi conferma sulla necessità di intervenire con una psicoterapia non appena sono certi i sintomi da attacco di panico. E’ vero, funziona anche la terapia farmacologica ma ha il limite di non rimuovere le cause psicologiche quando queste sono alla base del disagio.

 

Come ci ha conciati la città

02-10-09

CENTRI URBANI SEMPRE PIÙ STRESSANTI – I comportamenti degli abitanti sono  migliori in località belle, pulite, ecologiche, con tanto verde e trasporti efficienti
 
Di: David Fiesoli
Fra le conseguenze tic, insonnia, aggressività attacchi di panico, dipendenza da alcol. Litigiosi, vandali, menefreghisti: siamo malati di sovraffollamento Il conducente scende, si scaglia contro l’auto ferma al semaforo, volano offese se non peggio. Liti tra condomini che finiscono nel sangue per motivi banalissimi. Psicologi e psichiatri che ingrassano con la fila di pazienti sempre più stressati e depressi.
Questo accade nelle città. E i motivi sono presto detti: sovraffollamento, traffico soffocante, riduzione degli spazi vitali, brutti arredi urbani, socializzazione sempre più difficile.
Non più solo New York o Tokyo: scene di ordinario stress accadono anche nelle città italiane, e non solo nelle faticosissime Milano e Roma.
Apatie e svogliatezze, tic nervosi e irritabilità, nei casi più gravi insonnia, attacchi di panico e assenza di relazioni sono le conseguenze di disturbi che riguardano ben oltre la metà delle persone che abitano in un centro urbano.
Disagi che si ripercuotono sulla vita quotidiana e sulla salute e provocano comportamenti aggressivi o antisociali come parcheggio selvaggio, vandalismo, imbrattamento di muri e monumenti, disprezzo per le regole di convivenza.
La Lombardia, secondo dati Istat, è la prima in Italia per numero d’istituti che trattano disturbi psichiatrici, 121 di cui 44 solo nella provincia di Milano, ma anche in Toscana, dove non ci sono metropoli ma aree metropolitane sì, suona l’allarme.
Soprattutto a Livorno, Firenze e Prato. Va molto meglio a Lucca, che si guadagna la palma di città meno stressante. Continua

Il neurologo: a rischio tre milioni di italiani con attacchi di panico

27-05-09

Giorni e notti roventi rappresentano un’insidia in più per tre milioni di italiani, afflitti dagli attacchi di panico. «In estate il panico non va in vacanza, tutt’altro. Questo caldo intenso e improvviso è il periodo di massima allerta per tanti cittadini, già costretti a radicali cambiamenti delle abitudini di vita, perché condannati alla paura di aver paura» dice Rosario Sorrentino, direttore dell’Istituto di ricerca e cura contro gli attacchi di panico (Ircap) alla clinica Pio XI di Roma e autore del libro “Il Panico, una bugia del cervello che può rovinarci la vita”.

«Il problema è che – spiega il neurologo – in questi giorni più che mai scatta una diffidenza nei confronti del proprio corpo: i disturbi tipici del caldo, come sudore, palpitazioni, calo di forze, sbandamento, vampate, sono anche i segni premonitori dell’attacco di panico. Dunque chi ne soffre non sa se sta male per il caldo o perché sta per arrivare una crisi. Ora la situazione è ancor più difficile perché la canicola è arrivata all’improvviso. Insomma, questo assaggio d’estate può trasformarsi in un incubo per chi già vive in trincea, moltiplicando rabbia e aggressività in persone che rischiano di passare anche per malati immaginari, specie per chi non capisce il loro dramma».

In sostanza, quindi, non solo si sta male, ma spesso non si viene capiti. E chi decide di fuggire dalla città e andare in vacanza rischia anche di dover stravolgere le proprie abitudini, senza ancora di salvataggio. «Per questo è importante informarsi prima ed accertarsi che sia presente un presidio medico, in caso di emergenza» avverte Sorrentino, che dice no al “fai dai te” con pillole e farmaci. «E’ importante tener presenti le mutate condizioni climatiche, chiedendo allo specialista di “tarare” le terapie farmacologiche in base alla stagione e alle temperature. Molto utile anche abbinare alle cure l’attività fisica regolare, ma solo nelle ore più fresche, e il consumo di due litri di acqua al giorno. Vietati, infine, gli alcolici e le maratone sotto il sole».

da: http://www.ilmessaggero.it

Commento del Dott. Zambello

Resto convinto che se pur in prima risposta le “pillole” possono aiutare, queste non risolvono il problema, lo spostano solo al prossimo attacco.  Muoversi preoccupandosi che ci sia un distretto medico, non  può essere  una soluzione.

 

Non tutto il panico viene per nuocere, talvolta può aiutarci

23-03-09

di:Roberto Verrastro

Tachicardia accentuata e inarrestabile mentre non è in corso alcuno sforzo fisico, dolore toracico, sensazione di soffocamento, torpore o formicolio a un braccio. Sono solo alcuni dei sintomi sinistri che spingono chi fino a un attimo prima pensava di stare benissimo e all’improvviso ha la sventura di percepirli, a fiondarsi al pronto soccorso del più vicino ospedale, temendo di essere vittima di un infarto. Il tragitto è accompagnato dalla penosa e tangibile sensazione di poter morire da un momento all’altro, ma gli accertamenti sanitari del caso produrranno una diagnosi per certi aspetti non meno sconvolgente: il paziente dispone di un apparato cardiocircolatorio tra i più affidabili, e non si trova l’ombra di patologie letali di altra natura. In altri termini, è incappato in un attacco di panico, uno “scherzo” di pessimo gusto prodotto dalla mente e una tremenda dimostrazione della sua potenza, che la mette in grado di simulare perfettamente sintomi di patologie anche gravi che in tal caso non esistono. Un inganno che riesce alla grande, perché tanto i sintomi psichici del disturbo, come la paura di morire o di perdere la ragione, quanto quelli neurovegetativi, dalle palpitazioni alle difficoltà respiratorie, vengono avvertiti realmente, non sono certo il frutto dell’immaginazione di coloro che, sempre più numerosi, si trovano a sperimentarli. All’attacco di panico è dedicata una ricerca pubblicata sull’ultimo numero del Canadian Journal of Psychiatry, che lo rende, se possibile, ancora più preoccupante, ravvisandovi un possibile indizio di futuri problemi non meno drammatici, quali la depressione, i propositi suicidi e l’alcolismo.

Panorama.it discute l’argomento con la dottoressa Alice Pluderi, medico specialista in psicologia clinica con molteplici anni di esperienza in dipartimenti di salute mentale e in attività di consulenza in ambito psichiatrico.

Dottoressa Pluderi, l’attacco di panico colpisce davvero in modo così subdolo e improvviso?
Sì, anche se in realtà è preceduto da segnali che non vengono colti, come la riduzione delle ore di sonno, un senso di irrequietezza generale e le difficoltà di concentrazione, facilmente attribuiti a un momento stressante della propria vita in ambito lavorativo o affettivo. A innescarlo provvede poi un evento di per sé non eccezionale, per esempio un litigio con il partner, che in una determinata occasione può essere però sentito come particolarmente toccante e irritante, e proprio quando le difese risultano allentate (di notte, oppure svolgendo attività di solito rilassanti come guardare la tv o leggere un libro), irrompe un attacco di ansia estremamente acuto che si manifesta con i sintomi dell’attacco di panico: tachicardia, respiro che sembra bloccarsi, pensiero fuori controllo fino alla paura di morire o di impazzire.

Perché l’attacco di panico mostra una certa predilezione per i giovani e per le donne?
Perché vi entrano in gioco le richieste di una vita sempre più stressante e competitiva, dove specialmente negli ultimi anni è diventato più probabile non avere certezze lavorative e affettive, situazione dalla quale chi è più in là con gli anni è più facilmente al riparo. Senza dimenticare che fra i giovani stessi l’attacco di panico può colpire anche chi, al contrario, si presenta sicuro di sé e ha la tendenza a dare il massimo, ma potrebbe scoprirsi impreparato a fronteggiare qualche intoppo. Quanto alle donne, la patologia psicologica in un certo senso è sempre femminile, dato che le donne presentano una maggiore sensibilità al giudizio esterno e una struttura psicologica che le porta ad ammettere con meno fatica l’esistenza di sintomi ansiosi.

Perché a chi finisce al pronto soccorso in preda a un attacco di panico, che si manifesta con sintomi così allarmanti, quasi sempre viene detto che non ha nulla?
Al pronto soccorso non si trova quasi mai lo psichiatra, che però è reperibile, viene chiamato su richiesta. Se chi accoglie il paziente capisce che quest’ultimo in realtà soffre di attacchi di panico, lo psichiatra viene chiamato e in quella sede viene fatta la diagnosi, ma è rarissimo che ciò accada. Se il soggetto è sano fisicamente, torna a domicilio e non gli viene nemmeno detto di rivolgersi al medico curante. Quando prima o poi vi si recherà, si sentirà proporre una visita psichiatrica, che crea un altro problema, il rifiuto dello psichiatra, che popolarmente può essere ancora visto come il medico dei “matti”, al punto che per superare tale rifiuto spesso il medico curante sarà costretto a dirottare il paziente dal neurologo.

Come si cura il disturbo da attacchi di panico?
Esistono due scuole di pensiero. Una, quella psicofarmacologica, sostiene la necessità di una terapia con farmaci quali le benzodiazepine e i serotoninergici, l’altra suggerisce il ricorso all’aiuto di un valido psicoterapeuta che, con un lavoro più lungo, condurrà il paziente a individuare le ragioni che hanno prodotto questa crisi. L’ideale è tuttavia una terapia combinata che, sul versante farmacologico, associ un antidepressivo del gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, come la paroxetina, a un ansiolitico a emivita breve come l’alprazolam. Ma è necessario affiancarvi una psicoterapia che faccia capire al paziente perché è stato colpito da questo disturbo, per scongiurare la ricomparsa dei sintomi una volta sospesa la terapia farmacologica e per evitare la tendenza ad attribuire ai farmaci l’onnipotenza nel trattamento di qualsiasi patologia psichiatrica.

Gli attacchi di panico possono essere la spia di future patologie psichiatriche? E, in considerazione di alcuni loro sintomi, sono in grado di incrementare il rischio cardiovascolare?
Non esiste alcuna prova che essi incrementino il rischio cardiovascolare rispetto a chi non ne soffre. Il disturbo da attacchi di panico può preludere allo sviluppo di fobie e alla depressione, ma solo se viene ignorato e non è adeguatamente e tempestivamente trattato.

Cosa vuole comunicare la mente con questo doloroso inganno?
E’ un invito a fermarsi, ad ascoltarsi, a riprendere con calma il controllo delle proprie potenzialità. L’attacco di panico giunge per segnalare che l’individuo sta esasperando le sue energie psichiche, e se la natura del disturbo viene compresa dal soggetto che lo vive, egli ne potrà uscire più consapevole e rafforzato, con la percezione di essere forte, in grado di affrontare esperienze delle quali non si sarebbe creduto capace. Sarà cioè più padrone della propria vita e delle proprie scelte.

da:http://blog.panorama.it     

 

Commento del Dott. Zambello

Durante  la terapia, a volte anche lunga di questi pazienti, c’é sempre un momento in cui questi affermano di essere contenti, di considerarsi fortunati ad avere avuto, sofferto di attacchi di panico. Allora capisco che la terapia ha fatto il suo percorso, stiamo finendo.

 

Traumi da piccoli panico da grandi

26-01-09

Studio su 700 gemelli sulla relazione tra esperienze infantili e disturbi da adulti: effetto moltiplicato
di Marco Battaglia *

Uno studio dei ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con il Norwegian Institute (Norvegia), il Queensland Institute (Australia), il Virginia Institute (Usa), pubblicato su “The Archives od General Psychiatry”, dimostra che bimbi geneticamente predisposti, se vivono esperienze di distacco dai genitori (come la morte di uno dei due o la separazione), hanno più probabilità di ammalarsi, da adulti, di attacchi di panico.
La relazione e l’influenza tra ambiente e fattore genetico, in tali patologie, è stata diversamente interpretata: ora i ricercatori hanno studiato il fenomeno su oltre 700 gemelli del Registro Norvegese, in modo da chiarire proprio le differenze legate alle esperienze. Il risultato, emerso da test e interviste, è che le persone con attacchi di panico sono significativamente più numerose tra i gemelli che da piccoli avevano subito traumi da separazione (lutto, divorzio…). Marco Battaglia, direttore dello studio, ne spiega il significato generale.
Oggi iniziano ad emergere chiare indicazioni sul ruolo di geni e ambiente nell’influenzare le differenze psichiche tra individui: per molti dei comportamenti legati alla sofferenza psichica di bambini e adolescenti possiamo quantificare l’impatto degli elementi di rischio genetico separatamente da quelli di rischio ambientale e iniziamo a disporre di strumenti per valutare se e quanto questi si potenzino o si neutralizzino reciprocamente in determinate circostanze o in determinate fasce di popolazione.

Sintomi d’ansia
La separazione precoce dai genitori (per morte, divorzio o un lavoro lontano da casa) è uno dei fattori di rischio più indagati. I dati tendono a dimostrare che bambini e adolescenti che hanno vissuto questa esperienza sviluppano più sintomi d’ansia e di depressione e mostrano variazioni psicofisiologiche durature che costituiscono indicatori di rischio per diversi disturbi nell’arco della vita.
In particolare in ambito di psicopatologia dello sviluppo di grande interesse è lo studio delle differenze tra gli individui. Nel nostro centro stiamo qualificando come – a fronte di specifici elementi di difficoltà ambientale – la presenza di alcune versioni alternative degli stessi geni induca un aumento di rischio per disturbi emotivi nell’infanzia. Studiamo popolazioni diverse (gemelli, famiglie, bambini ad “alto rischio”) in culture diverse (Italia, Nord Europa, Nord America): le indicazioni che stiamo traendo mostrano che eventi precoci di separazione dai genitori aumentano il rischio per psicopatologia, a volte semplicemente addizionandosi alla quota di rischio di natura genetica, a volte provocando una sorta di “effetto moltiplicativo”. Succede in quest’ultimo caso che l’effetto del fattore di rischio ambientale e delle varianti geniche risulti essere maggiore della loro semplice sommatoria. Cosa può indicare questa sorta di interazione tra geni ed ambiente? Un’interpretazione generale è che la nostra biologia non smette di essere sensibile al mondo al fuori di noi, per quanto culturalmente articolato. Ma un’implicazione semplice e pratica è che un bambino che vive un evento di separazione precoce e prolungata da una figura parentale merita particolare attenzione, perché probabilisticamente è a maggior rischio per sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e che si può addebitare parte di questo rischio al suo corredo naturale, oltre che alle difficoltà ambientali che sta vivendo.

Non tutti uguali
L’incidenza di nuclei familiari nei quali – per diverse ragioni – si verifica l’allontanamento di un coniuge mentre i figli sono ancora dipendenti dai genitori è in aumento e, per motivi sociali ed economici relativamente ovvi, è probabile che tale prevalenza non sia mai stata così elevata in una società umana. Ora i dati indicano che di fronte alla perdita di un genitore non tutti i bambini sono uguali e che parte delle risposte “di crisi” sono spiegabili anche in termini di vulnerabilità genetica, con elementi di rischio che possono espletare la loro azione su un arco temporale prolungato. Così come spesso non vi è una interpretazione univoca di un dato empirico, non vi è in questi dati nessuna risposta univoca ai problemi di una società né indicazione della condotta che una coppia “in crisi” dovrebbe adottare a fronte del coinvolgimento della propria discendenza. Crediamo però che questi dati possano servire per cercare di rispondere a domande difficili in un modo più realistico e maturo, cioè basato su rilievi empirici invece che su teorie o sui nostri desideri. Al proprio meglio, la buona ricerca fornisce buoni dati e con dei buoni dati può fornire alla società qualche elemento in più per ragionare in modo libero.

* Professore di Psicopatologia dello sviluppo Univ. Vita-Salute S. Raffaele Milano

da: www.repubblica.it

 

 Commento del Dott. Zambello

I risultati della ricerca dell’Università  S.Raffaele di Milano dimostrano  in modo chiaro a tutti del perché  la psicoterapia dinamica sia  la terapia di elezione per questo disagio psicologico. Solo questa infatti,  può nella lettura del contro-transfert dare al terapeuta e quindi al paziente gli strumenti per uscire da una situazione che non sarebbe altrimenti “leggibile”.

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