Cattiva informazione sugli Attacchi di Panico al TG2.

08-12-08

Protesta di AltraPsicologia per il riduzionismo e/o la pessima qualità dell’informazione psicologica nei media

Di: Luigi D’Elia

Giornalista del TG2 Lino Lombardi: “Come risolverli (gli attacchi di panico, ndr)?”

Rosario Sorrentino, Neurologo: “Farmacologicamente in maniera assoluta”

Questo scambio è andato in onda nel TG2 delle 20,30 del 04/12/08 (vedi qui, dal minuto 24,45 al 26,38) davanti a milioni di italiani che stavano addentando una bistecca o che poggiavano, stanchi, i loro corpi sui divani.

Non c’è possibilità di equivoco: secondo il TG2-pensiero e secondo i suoi “esperti” gli attacchi di panico sono malattie del cervello che si curano SOLO con i farmaci.

Questa è la pessima qualità propinata usualmente dai media riguardo l’informazione in Psicologia, Psicoterapia, etc.

Non vogliamo prendercela col TG2 in particolare. Si tratta, purtroppo, della normalità dell’informazione in Psicologia (clinica e non) che incontriamo su ogni tipo di media, indipendentemente dal prestigio della testata giornalistica.

Ipotizziamo, ovviamente, che la lobby farmaceutica sappia muovere sapientemente le sue pedine sulla scacchiera dell’informazione (pseudo)scientifica e, chiaramente, la sua rimarrà l’unica voce, fintanto che nessun’altro prende parola. Continua

Il trattamento strategico evoluto del disturbo da attacchi di panico

01-11-08

di: Federica Cagnoni

La ricerca empirico-clinica relativa all´emergere e al costituirsi del disturbo fobico in corso presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo da quindici anni illustra le modalità di costruzione di modelli di trattamento strategico evoluto. Il protocollo specifico di intervento elaborato per la sindrome da attacchi di panico (come nel caso degli altri quadri clinici) segue specifici stadi (che procedono dalla definizione del problema e delle tentate soluzioni, alla costruzione di concrete esperienze di cambiamento le quali, consolidandosi, modificano il sistema percettivo reattivo della persona) e diversi livelli terapeutici (strategia utilizzata, interazione comunicativa e relazione paziente-terapeuta).
Presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo sono in corso, da ormai quindici anni, progetti di ricerca che, a partire dal modello generale di terapia breve formulato dai ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, hanno portato ad un modello di terapia basato su protocolli specifici di intervento costruiti “ad hoc” per particolari patologie di problemi.
I disturbi fobici sono stati, appunto, la prima categoria su cui sia stata applicata questa metodologia di ricerca articolata in tre fasi che ha portato alla messa a punto di cinque protocolli specifici di terapia per le diverse varianti fobiche.
La prima ricerca pubblicata risale al 1988 (Nardone, 1995a) e mostra il 19.2% di casi risolti tra la 1° e la 10° seduta, il 61.5% tra la 10° e la 20°, il 3% tra la 20° e la 30° e il 15.3% tra la 30° e la 34°. Attualmente, l´efficacia del trattamento per ansia, fobie e attacchi di panico è pari al 95% (Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone, Watzlawick, 2001) di casi risolti in una media di 7 sedute, in cui, per la maggior parte dei casi (l´ 81%), lo sblocco si è avuto entro le prime 5, con un 50% di casi in cui la scomparsa dei sintomi rilevanti è avvenuta dopo la prima seduta.
Analizzando il processo e le tipiche retroazioni relative all´emergere e al costituirsi del disturbo, sembra emergere che i gravi disturbi fobici siano apparsi e si siano gradualmente complicati sulla base di dubbi e pensieri relativi al potersi sentire male.
Ciò che determina la costituzione della forte sintomatologia fobica non è comunque l´evento iniziale, ma ciò che il soggetto mette in atto per evitare la paura, ossia le tentate soluzioni escogitate dalla persona nel tentativo di sfuggire allo scatenarsi delle reazioni emotive e somatiche proprie della paura. Questo induce al costituirsi della paura ad un livello superiore di gravità.

Per rompere il sistema percettivo-reattivo patogeno del panico il terapeuta ricorre a suggestivi stratagemmi, costruiti ad hoc, che portano la persona a fare concrete esperienze di superamento del problema senza che questi ne sia consapevole. La consapevolezza arriverà infatti ad esperienza fatta, quando il soggetto non potrà fare altro che prendere atto d´aver fatto esattamente ciò che aveva ritenuto impossibile fare fino a quel momento. La metodologia utilizzata in tale lavoro concorda con le idee lewiniane relative alla ricerca-azione psicosociale, secondo la quale per conoscere il funzionamento di un qualsiasi sistema non si debba fare altro che introdurvi un cambiamento, studiare cioè un fenomeno (di qualunque natura esso sia) cambiandolo e vedendone gli effetti. In altre parole, si arriva a conoscere una realtà intervenendo su di essa.
Parallelamente, le nuove conoscenze emerse sulla base degli effetti degli interventi servono da guida per il progressivo aggiustamento dell´intervento stesso, determinandone una continua autocorrezione basata sull´interazione con il problema da risolvere.

Nel caso in questione, una prima casuale esperienza reale o immaginaria inserisce nella mente del soggetto una nuova possibilità percettivo-reattiva: quella della paura. A partire da tale esperienza, tutto ciò che viene fatto in direzione di una difesa da questa spaventosa realtà, se non funziona, non fa altro che confermarla aggravandone gli effetti sino alla reazione di panico, in termini sia di generalizzazione della paura che di risposta psichica e comportamentale.
In particolare, sono state individuate tre tipiche tentate soluzioni messe in atto dai soggetti (Nardone, 1993, 2001): evitamento, richiesta d’aiuto e controllo.
L’effetto dell’evitamento, infatti, è quello di confermare la pericolosità della condizione evitata preparando, in tal modo, l’evitamento successivo.
Tutto ciò non ha come unico effetto quello di incrementare la paura confermandola, ma anche quello di rendere il soggetto sempre più scettico rispetto alle proprie risorse, aumentando così anche le proprie reazioni fobiche e rendendo il disturbo sempre più impedente e limitante.

Una volta innescato il circolo vizioso degli evitamenti, la persona utilizza spesso una seconda “strategia” che si rivela decisamente controproducente: la richiesta d’aiuto, ossia la tendenza ad essere sempre accompagnati e confortati da qualcuno che si presti ad intervenire in caso di crisi di panico e perdita di controllo.
L’effetto di tale richiesta è, inizialmente, quello di rassicurare la persona, ma gradualmente conduce all’aggravamento della paura e delle sue conseguenze limitanti.
Difatti, proprio la possibilità di avere qualcuno pronto ad intervenire in aiuto conferma al soggetto la sua incapacità di affrontare da solo le situazioni temute e gestirne le conseguenze. Anche questo processo tende a generalizzarsi – funzionando come una vera e propria “profezia che si autodetermina” – fino a divenire un’assoluta necessità e porta la persona ad instaurare forme gravi di disturbo fobico basate sulla logica del “io dipendo” e non “io controllo”.
D’altra parte, proprio il controllo delle proprie reazioni, sia fisiologiche che comportamentali, può diventare il copione percettivo-reattivo ridondante e fallimentare che il soggetto mette in atto per affrontare la propria paura.
Ciò che accade in questo caso è infatti che, nel tentativo di mantenere un controllo delle proprie funzioni organiche e psichiche, il soggetto sperimenta una situazione paradossale: il focalizzare l’attenzione sulle proprie reazioni fisiologiche (battito cardiaco, ritmo respiratorio, equilibrio, ecc.) conduce alla inevitabile alterazione di almeno una di queste, provocando paura che a sua volta genera ulteriori alterazioni, innescando in questo modo il tipico circolo vizioso del “tentativo di controllo che fa perdere il controllo”.

Considerati i tre livelli della terapia, ossia la strategia utilizzata, l´interazione comunicativa e la relazione paziente-terapeuta, nei pazienti fobici possiamo considerare praticamente irrilevante quest´ultima (decisamente importante in altri tipi di disturbo) sottolineando al contrario quanto sia fondamentale la strategia utilizzata e, conseguentemente, le modalità comunicative con cui questa viene espressa.
Il paziente che arriva in terapia con un problema di panico è, innanzi tutto, in una situazione di emergenza.
Generalmente si tratta di soggetti che vogliono essere collaborativi (proprio in virtù di tale “urgenza”) ma non possono esserlo, hanno una grande motivazione e necessità di cambiare ma non riescono a farlo neanche in maniera minimale.
Ciò di cui hanno bisogno è quindi un “tecnico specializzato” in grado di “cavalcare” la loro paura e che, con manovre velate, indirette e cariche di suggestione, li possa condurre a cambiare senza rendersene conto.

Il primo passo terapeutico è, per questo motivo, quello dell´antica saggezza cinese di “solcare il mare all´insaputa del cielo” (Anonimo, 1990), ossia di spostare l´attenzione del soggetto in maniera tale da portarlo, a sua “insaputa”, a superare l´ostacolo vissuto come insormontabile e, di conseguenza, ad aprire la strada a diverse forme di rappresentazione della realtà e a nuove modalità comportamentali.
La prima fase della terapia coincide solitamente con la prima seduta.
In questa fase viene innanzi tutto definito il problema, ovvero viene rilevato il sistema percettivo-reattivo del paziente e vengono messe in atto le prime manovre volte a sbloccare il circolo vizioso innescato dalle tentate soluzioni.
Per fare ciò, il terapeuta si avvale di un particolare processo di domande apparentemente banali che, anzichè essere formulate in forma aperta, danno al soggetto la possibilità di scegliere tra due o più opzioni di risposta. Viene fornita in questo modo una sorta di illusione d´alternativa che dà il via ad un processo in cui ogni risposta costruisce la domanda successiva secondo una sequenza che va gradualmente a chiudersi ad imbuto. Nel fare ciò il terapeuta si manterrà apparentemente in una posizione one-down che gli permetterà di guidare il paziente lungo un determinato percorso conoscitivo ed operativo allo stesso tempo. Questa modalità di “indagare” è infatti già di per sé in grado di produrre dei cambiamenti nel modo di percepire la realtà da parte del paziente, proprio perché gli permette di aprire nuove modalità percettivo-reattive relative al suo disturbo.

A questo punto il terapeuta passa alle prime prescrizioni terapeutiche che in questa prima fase solitamente sono: il diario di bordo, la paura dell´aiuto (e/o dell´evitamento) e il come peggiorare.
Il diario di bordo è un blocchettino appositamente preparato che viene consegnato al paziente insieme alla prescrizione: si tratta di uno schema suddiviso in diverse colonne relative a data, ora, luogo, situazione, persone, pensieri, sintomi e reazioni, che il paziente dovrà avere sempre con sé e compilare al presentarsi di ogni “episodio” di panico.
Lo scopo di questa manovra, apparentemente banale, è quello di spostare altrove l´attenzione del soggetto all´insorgere del primo sintomo ansioso, evitando così il successivo disfunzionale tentativo di controllo del sintomo e delle proprie reazioni. L´effetto che si ottiene è, solitamente, una notevole riduzione (se non scomparsa) degli episodi ansiosi nell´arco di tempo che intercorre tra la prima e la seconda seduta.

Le ristrutturazioni della paura dell´aiuto e della paura dell´evitamento inducono il paziente a pensare che ogniqualvolta chiede aiuto a qualcuno o evita un situazione ansiogena aggravi i propri sintomi: “ogni volta che lei chiede aiuto e lo ottiene lei si sente protetto, ma al tempo stesso lei conferma a se stesso che da solo sarebbe stato incapace. Quindi in realtà ogni qualvolta lei chiede aiuto e lo riceve lei conferma e se stesso la sua incapacità e questo non solo mantiene il suo disturbo, ma lo fa peggiorare. Però noi siamo convinti che lei non sia in grado di non chiedere aiuto quindi le chiediamo solo di pensarci”. In sostanza, lo si mette nella condizione di sostituire una paura con un´altra paura più forte (ubi major minor cessat) utilizzando così la forza della paura contro la paura stessa.

Attraverso la prescrizione del come peggiorare si chiede al paziente di porsi la seguente domanda ogni giorno: “Cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare, se volessi volontariamente peggiorare la mia situazione?” e di portare le risposte nella seduta successiva. Nel porsi questa domanda i pazienti si rendono solitamente conto che ciò che in realtà farebbero per stare peggio è ciò che già fanno nel tentativo di stare meglio! In sostanza vengono svelate le tentate soluzioni disfunzionali senza che sia il terapeuta a suggerirle.

Durante la seconda fase del trattamento (dalla seconda alla quinta seduta secondo i casi) avviene la rottura, o sblocco, del sistema percettivo-reattivo e delle tentate soluzioni fin qui utilizzate. Il primo cambiamento avvenuto viene quindi ridefinito ed indirizzato verso ulteriori progressivi cambiamenti che avverranno in virtù di una nuova percezione nei confronti della realtà.
A questo punto possono essere mantenute alcune prescrizioni date in prima seduta (il diario di bordo, ad esempio, lo è quasi sempre) e si procede con la prescrizione della peggiore fantasia (vedi II seduta). Si tratta di una prescrizione paradossale che funziona secondo la logica dello stratagemma cinese di spegnere il fuoco aggiungendo la legna. Si chiede infatti al soggetto di prescriversi volontariamente ogni giorno i propri sintomi più temuti calandosi deliberatamente nella propria peggiore fantasia all’interno di un rituale comportamentale preciso e formalizzato. La prescrizione della peggiore fantasia porta solitamente a due tipi di effetto: alcune persone pur provando a calarsi nella situazione fobica non riescono a provare nulla e possono arrivare addirittura ad addormentarsi; altre (la percentuale minore) provando ad invocare il proprio “fantasma” riescono a stare male. In entrambi i casi comunque, nel corso della giornata, la maggior parte dei pazienti riporta di non aver avuto momenti di crisi a parte qualche sporadico episodio ansioso facilmente gestibile.
Nella terza fase (solitamente inclusa dalla quinta seduta in poi) una volta avvenuto lo sblocco del sistema percettivo-reattivo e, di conseguenza, le prime dirette esperienze di superamento del problema, il paziente viene indirizzato verso quei cambiamenti concordati come soluzione del problema. Vengono quindi ridefinite la relazione e la percezione con se stessi, con gli altri e col mondo.
A seconda dell´effetto ottenuto dalla prescrizione della “mezz’ora di peggiore fantasia” avremo due tipi di ridefinizione della situazione. Nel caso in cui il soggetto non sia riuscito a stare male il terapeuta sottolineerà come il problema possa essere annullato proprio provocandolo volontariamente; nel secondo caso invece, ristrutturerà la capacità di provocarsi i sintomi come la capacità di poterli anche ridurre, sottolineando che più ne farà stare nella mezz’ora meno ne avrà al di fuori. Vengono a questo punto prescritti 5 minuti di peggiore fantasia ogni 3 ore (ad orari prefissati, alle 9.00, alle 12.00, alle 15.00, alle 18.00 e alle 21.00) in cui il paziente dovrà cercare di provocarsi i sintomi.
I 5 minuti ogni 3 ore vengono successivamente trasformati in 5 minuti al bisogno, attraverso i quali viene data la possibilità al paziente di “toccare il fantasma nel momento in cui compare per farlo svanire immediatamente”. Viene quindi data la possibilità di sfruttare l’effetto paradossale della peggiore fantasia al momento dell’insorgere dell’ansia.

Si comincia inoltre a lavorare solution oriented (De Shazer 1988), introducendo due tipi di nuove prescrizioni: la prescrizione del come se (Watzlawick, 1990) e la tecnica della scala.
Attraverso la prima si chiede al paziente di porsi una domanda ogni giorno ovvero “come mi comporterei, diversamente da come mi comporto, come se non avessi più il mio problema?” e gli si chiede di mettere in pratica la più piccola e minimale tra queste cose, una nuova ogni giorno. Questo, non solo dà l´inizio ad una serie di cambiamenti ed esperienze concrete di superamento del problema, ma crea inoltre la consapevolezza nel paziente di essersi costruito una soluzione non fornita dal terapeuta.
La tecnica della scala viene introdotta sia quando il miglioramento della situazione tra la seconda e terza fase della terapia è estremamente precoce che dopo aver utilizzato la tecnica precedentemente descritta. Attraverso questa tecnica viene richiesto il frazionamento degli obiettivi su una scala da 0 (quando il problema era al massimo) a 10 (quando il problema si potrà definire risolto). Una volta che il paziente definisce la propria posizione sulla scala gli si chiede, ogni giorno, di fare qualcosa che possa permettergli di dire “ho fatto un passo in avanti”. A questo fine è necessario che l´intervento sia minimale, ovvero anche qualcosa di apparentemente molto piccolo, che sarà comunque sufficiente ad innescare una reazione a catena che sovvertirà tutto l´equilibrio del sistema.
Anche questa tecnica, apparentemente direttiva, fornisce un’ottima modalità per aggirare naturalmente la “resistenza al cambiamento” del paziente.

L´ultima fase coincide con l´ultima seduta e ha come obiettivo quello di consolidare definitivamente ciò che è stato ottenuto, sottolineando e ribadendo come il cambiamento sia avvenuto grazie alle capacità personali del paziente.
Si tratta infatti di affermare come ormai egli abbia imparato ad utilizzare bene le proprie risorse e sia quindi giunto ad una completa autonomia.
A questo punto il terapeuta sia accorda solitamente sulle modalità di follow-up, che prevedono futuri incontri di “controllo” a 3 mesi, 6 mesi e un anno. Questo, per garantire che i risultati ottenuti vengano mantenuti nel tempo e la terapia possa ritenersi conclusa e riuscita.
da: http://www.psicolab.net

 Commento del Dott. Zambello

La strategia terapeutica proposta dalla collega non mi appartiene né da un punto di vista teorico e tanto meno clinico. Personalmente opero diversamente ma, credo sia giusto che i pazienti conoscano che esistono teorie e tecniche diverse. E’ infatti sempre più importante che il paziente che si rivolge al terapeuta  sia consapevole  se sta  chiedendo  solo la “scomparsa”  del sintomo  o invece, abbia colto in questo,  il segno di un disagio più profondo. L’occasione di cambiare, di poter gestire meglio le proprie potenzialità.

Tra panico e crisi d’identità

18-09-08

Tachicardia, capogiri, confusione, vertigini. Al cospetto di opere d’arte dalla straordinaria bellezza, c’è chi si sente perso, e il malessere cresce a tal punto da finire al pronto soccorso. È la sindrome di Stendhal, disturbo psicosomatico definito per la prima volta a Firenze, uno degli scrigni d’arte più belli al mondo, dal gruppo di esperti guidati dalla psichiatra e psicoanalista Graziella Magherini.

«La definizione di questa sindrome – spiega la psichiatra – è nata dopo uno studio che abbiamo condotto tra gli anni Ottanta e Novanta all’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze su oltre 100 turisti che erano arrivati da noi dopo aver visitato la città».
Tre sono le principali manifestazioni della sindrome: «c’è chi cade preda di un attacco di panico – aggiunge – chi finisce in uno stato di eccitazione ed esaltazione, e chi, nelle forme più serie, si sente perseguitato e minacciato dal mondo che lo circonda». Tutti sintomi benigni, accomunati da una crisi della propria identità, che in genere si risolvono nel giro di qualche ora o al massimo di un giorno.
Solo la bellezza, però, non può far così male. Oltre alla straordinarietà dell’arte, infatti, ciò che predispone alla sindrome è il fattore viaggio. «Si tratta sempre di turisti che provano una profonda esperienza estetica lontano da casa – precisa Magherini -. Il viaggio, anche se piacevole, ci costringe ad allontanarci dalla sicurezza della quotidianità, e questo può destabilizzare alcuni soggetti».

da: http://iltempo.ilsole24ore.com    

“Spiaggia-Fobia” o “panico da spiaggia”?

03-08-08

Non sto lanciando uno dei soliti quiz estivi tipo “dimmi che gelato mangi e ti dirò chi sei”, ma qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha fatto sorridere, se non altro per l’errore grossolano che contiene.

L’Adnkronos riportava infatti che in estate scoppia un nuovo pericolo per le nostre povere menti ,titolando “Estate: Scoppia ‘Spiaggia-Fobia’, Attacchi d’Ansia Per Prova Costume e Caldo”.

Già qui ho raddrizzato le antenne: ma è “spiaggia-fobia” o “attacco d’ansia in spiaggia”? No, perché mica sono la stessa cosa.

Una fobia è una paura immotivata per un oggetto o una situazione che può accompagnarsi ad ansia, ma solo nella misura in cui ci si imbatte nell’oggetto della propria paura, tanto è vero che uno dei sintomi fondamentali è l’evitamento, ossia l’insieme di strategie messe in atto pur di non doversi trovare faccia a faccia con questo temuto e l’ansia cresce progressivamente se nonostante i tentativi non si riesce proprio a starne lontani.

Gli attacchi d’ansia sono invece qualcosa che insorge più acutamente, spesso senza un oggetto scatenante riconoscibile, che si accompagna ad un vissuto prevalentemente fisico (affanno o senso di soffocamento, battito accelerato, sudorazione, tremori, senso di vertigine o svenimento che può arrivare fino alla sensazione di morte imminente o alla paura di essere sul punto di impazzire). La paura per una situazione, l’ansia e le strategie di evitamento insorgono semmai successivamente a un primo episodio, quando la persona colpita ha paura a trovarsi nello stesso luogo o in luoghi simili nella convinzione che possa accadere di nuovo.
Leggendo la notizia dell’Adnkronos si scopre che “la ‘spiaggia-fobia’ scoppia in riva al mare perché intero o bikini, slip o boxer che siano, mettersi in costume, in alcuni casi, può far venire sia a donne che a uomini delle vere e proprie crisi di ansia” almeno secondo quanto afferma Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione europea disturbi da attacchi di panico e direttore dell’Unità operativa attacchi di panico presso la Clinica Paideia di Roma. “Mostrare il proprio corpo nudo – secondo la psicoterapeuta – è un elemento spesso ansiogeno, ma non è da collegarsi solo al disagio di una forma fisica non perfetta. Esporsi è la rappresentazione della fiducia in se stessi ed è questo il vero motivo che ci può portare ad avere delle vere e proprie crisi d’ansia”.

Già dalle prime parole e soprattutto dalla specializzazione dell’esperta sembrerebbe quindi che il problema di cui si parla non sono tanto le fobie ma gli attacchi d’ansia qualcosa di acuto, come un attacco di panico.

“Il disagio di mostrarsi in costume si esprime in diversi modi – continua la fonte – il più classico è quello di fare in modo di non scoprirsi troppo, assumendo poi pose plastiche con l’illusione di minimizzare quello che a noi non piace del nostro corpo”. E infatti Vinciguerra spiega che “la chiusura nel proprio disagio porta spesso ad avere difficoltà di socializzazione e può far scattare meccanismi di gelosia ossessiva nei confronti del partner o un grande senso di invidia nei confronti degli altri che ci appaiono migliori e più belli di noi”.

Insomma, la vacanza finisce col diventare una causa di stress piuttosto che un periodo per riprendersi dallo quello accumulato per altri motivi durante l’anno, ma soprattutto ci fa tornare a casa “con il senso di autostima completamente schiacciato”.

Casi di questo tipo sono tutt’altro che rari e negli ultimi anni l’estate ha fatto registrare notevoli incrementi.
Poi però c’è la piccola rivelazione rispetto al mio dubbio iniziale: secondo l’esperta, a moltiplicarsi sono stati “i casi di disagio psichico: ansia, attacchi di panico, crisi depressive”.

Quindi il discorso sembrerebbe a questo punto generale: dalle fobie alla depressione tutti i modi possibili con cui può manifestarsi il disagio psichico.

I motivi di questa escalation generalizzata sono molteplici. “In primo luogo c’è il caldo che crea problemi – afferma – perché l’afa colpisce le cellule cerebrali alterando i livelli di minerali come magnesio e potassio; questo provoca ipertensione ed episodi di aritmia. Con l’aumento della temperatura sale poi la quota d’inquinanti a livello del suolo, aumentano le difficoltà respiratorie e anche il sonno può essere disturbato. Tutto ciò può provocare una risposta d’ansia causata dall’incapacità di capire cosa ci stia accadendo. Così – spiega – si attivano meccanismi di controllo del nostro stato fisico e ogni piccola variazione viene subito registrata come se fosse un imminente pericolo dando luogo a veri e propri attacchi di panico”.

A contribuire c’è poi la rottura della quotidianità, “che ci dovrebbe stimolare a dare spazio a interessi spesso sacrificati, come la socializzazione, la curiosità, l’esplorazione e anche l’ozio. Eppure,una vita programmata – e qui sta l’aspetto più interessante – ci comprime ma ci tranquillizza. Durante il periodo di ferie l’ansia profonda che alberga nell’essere umano non è più contenuta nel rituale del quotidiano, ma esplode nella libertà. Basta vedere come sono organizzati molti villaggi dove ogni attività è pianificata, ora dopo ora. Tutti sanno cosa accadrà durante la giornata. Ciò è finalizzato a tranquillizzarci”. Infine, “nel periodo di vacanza può esplodere un senso di inadeguatezza causato dalle difficoltà economiche che tutti stiamo vivendo”.

Cosa fare dunque? “Sforzarci di vivere le vacanze con serenità – conclude la Vinciguerra – ottenendo così una ricarica energetica per affrontare il nuovo periodo lavorativo. Bisogna prendere coscienza che la realtà molto spesso non coincide con la nostra percezione e quindi non si deve cercare di modificarla”.

Boh! Viste le premesse sembrerebbe meglio andare in montagna dove non dobbiamo scoprirci troppo o se proprio dobbiamo andare al mare, scegliere almeno un viaggio organizzato fin nei minimi dettagli. Solo che con quel che costano rischieremmo di sentirci inadeguati sul versante economico.

Consoliamoci: se non possiamo permetterci proprio la vacanza siamo anche più “fortunati” perché almeno guadagneremmo molto in salute.

Fonte: Adnkrons

da:http://arteesalute.blogosfere.it

Depressi, ansiosi o tristi?

07-07-08

 

 

 

Quali sono le patologie psichiatriche più diffuse?
Disturbo psichico: una malattia della modernità?
Esistono persone più a rischio?
Quando il disagio diventa malattia?
Quali prospettive di cura per i disturbi psichici?
Esistono trattamenti più efficaci di altri?


Quali sono le patologie psichiatriche più diffuse?

Oggi in Italia, e in senso più ampio in Europa, c’è un’aumentata attenzione verso i disturbi dell’area psicologica/mentale, anche lievi. Si tratta probabilmente di uno dei fattori che ha portato a individuare più spesso che in passato delle forme di sofferenza psichica riconoscendo loro la necessità di essere trattate.Da noi i disturbi più diffusi sono quelli dell’area depressiva: praticamente 1 persona su 4 nell’arco della vita soffre di episodi depressivi importanti, che richiederebbero un trattamento. Un altro gruppo considerevole è quello delle persone che soffrono di ansia tipo attacchi di panico, fobie e simili. Esiste poi un numero consistente di persone (4-5 per cento circa della popolazione) che soffre di una forma psicotica, in cui il rapporto con la realtà risulta alterato. Le forme più gravi, che durano anche anni, sono forse l’1-2 per cento. C’è infine una quota difficilmente stimabile di persone che hanno disturbi di personalità, cioè hanno un disturbo del loro modo di essere e anche del rapportarsi con gli altri. Continua

Se l’attacco di panico entra nel letto

07-07-08

Gli attacchi di panico richiedono che ci siano una serie di sintomi che si manifestano nell’arco di dieci minuti. Tra questi le risposte fisiche come palpitazioni, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore, brividi e dall’altro lato sintomi cognitivi quali paura di morire, di soffocare, di diventare pazza/o. Un altro elemento su cui riflettere sono le condizioni in cui si verificano gli attacchi: possono essere dipendenti da situazioni o verificarsi spontaneamente. Possiamo esaminare il modello del circolo vizioso del panico, ogni sintomo interno o esterno che è giudicato minaccioso produce lo stato di ansia e i relativi sintomi associati: fattori scatenanti, minaccia percepita, sintomi somatici, cognitivi, interpretazione errata dei sintomi, rinforzo dell’ansia.
Il terrore del fallimento
Questo circolo vizioso spesso viene aggravato dall’interpretazione erronee di sensazioni corporee che fanno pensare che l’attacco sia ineluttabile e dall’attivazione di comportamenti protettivi che finiscono per rafforzare il sintomo dato che l’evitamento sistematico di tutte le situazioni temute restringe lo stile di vita, impedendo di imparare che l’ansia è affrontabile.
La prima domanda delle persone è: “E se ora ho un attacco di panico?”, e subito compare la risposta emotiva, rappresentata dell’aumento dell’ansia, e subito si attua l’aumento delle sensazioni corporee e da questo la loro lettura distorta, come in caso di tachicardia, per esempio, che stiamo per morire di infarto e da questo un aumento dell’ansia e l’attivazione dell’attacco di panico. Nella ricerca di risolvere questo problema bisogna lavorare sull’eliminazione delle false interpretazioni e delle anticipazioni.
Nel paziente con disturbi sessuali la lettura dei segnali anticipatori porta ad un aumento dell’ansia, si leggono alcuni segnali corporei come predittivi del fallimento; al femminile più facilmente dolore, anestesia, sensazione di impossibilità, che fanno pensare che non si potrà sopportare l’atto sessuale: nel vaginismo e nella dispareunia che il dolore sarà certo e pericoloso; al maschile, sudorazione, senso di freddo, anticipazione delle sensazioni del pene: di un pene mancante durante la penetrazione e il pensiero del “sento troppo, sento poco”.
Al maschile l’idea è che le sensazioni corporee raccontino l’eiaculazione ineluttabile, l’incompetenza a mantenere l’erezione o a raggiungerla.
Pensieri che rendono reali le paure, distorcono le sensazioni corporee e, come negli attacchi di panico, portano all’evitamento delle situazioni sessuali.
Concentrarsi sul piacere
Nel lavoro con i pazienti, nei casi maschili, si cerca di passare il messaggio del “coito esigente”, di margine di errore, per tornare a scoprire il sesso per piacere anche egoistico.
Si procede al controllo dei pensieri anticipatori, della falsa lettura dei sintomi e si aiuta a scoprire forme di controllo dell’ansia anche rubando informazioni a settori laterali come, lavoro, sport, dove alcune persone raccontano di avere una competenza a reggere l’ansia e a difendersi dalle sensazioni ostili. Controllando i pensieri si può scoprire, per esempio, che un paziente maschio pensa di sentire un minor contatto e da questo traduce che sta perdendo l’erezione. In questo caso si propone il coito con visione del pene che penetra in modo da bilanciare l’informazione della perdita di contatto con il senso della vista e scegliendo per questo una posizione sessuale facilitante.
Nel dolore femminile per esempio, la piccola resistenza alla penetrazione viene evidenziata, passando l’informazione che è la chiusura che produce attrito. Si consiglia in questo caso di guidare il pene, appoggiandolo all’ostio vaginale, di rilassarsi e permettere la penetrazione nel momento in cui si avverte che si è rilassate. In questa fase si invita il partner al coito suggerendo una spinta decisa, ma dolce e graduale.

di Roberta Giommi

da: http://www.repubblica.it

Scoppia l’aviofobia 2 italiani su 3 con la paura di volare

17-06-08

La psicoterapeuta Vinciguerra, l’insicurezza sociale fra le cause scatenanti

MILANO
Agli italiani piace avere i piedi per terra. Due connazionali su tre hanno paura di volare: un’autentica “aviofobia” che, in vista dell’estate, esplode con dimensioni quasi epidemiche. A fare i conti è una ricerca condotta dall’Eurodap (Associazione europea disturbi attacchi di panico) presieduta dalla psicoterapeuta Paola Vinciguerra. L’esperta punta il dito contro una «grande insicurezza sociale, economica, territoriale ed esistenziale». Un malessere diffuso che “tarpa le Ali” a chi ne soffre. «Andare in aereo è la massima rappresentazione del lasciarsi andare, dell’abbandonarsi e dell’affidarsi», spiega Vinciguerra. Ma oggi la fiducia nell’altro viene meno e si preferisce camminare saldi sulle proprie gambe.

«Delle 600 persone che hanno risposto al questionario» online su www.eurodap.it, riferisce la specialista in una nota, «200 hanno ammesso direttamente la loro fobia per l’aereo». Mentre «per altri 150 italiani, analizzando le risposte nelle loro diverse voci, è stata evidenziata la necessità di evitare l’aereo come mezzo di trasporto». Solo «per le restanti 250 persone l’uso dell’aereo non è pregiudizievole nella scelta della meta», emerge dall’indagine. «La sensazione che la gola si stringe, il non riuscire più a respirare, le mani che sudano, il senso di paralisi alle gambe, la testa che gira, il cuore che batte sempre più velocemente».

Questi i sintomi che assalgono gli “aviofobici” ancora prima di allacciarsi la cintura di sicurezza. Un sentimento che condiziona pesantemente non soltanto la scelta della destinazione, ma anche il tipo di vacanza preferita. Chi ha paura di salire su un aereo, infatti, non pensa al periodo di pausa dal lavoro in modo sereno e tranquillo, aspettandosi novità e divertimento. Al contrario, secondo la fotografia scattata da Eurodap l’aviofobico sogna solo un’”oasi” di completo relax senza stimoli di alcun genere, ed è comunque molto teso nell’organizzare la partenza.

«È chiaro che non ci troviamo di fronte a comportamenti isolati – avverte Vinciguerra, che collabora con la Facoltà di Neurologia dell’università La Sapienza di Roma e dirige l’Uiap (Unità italiana attacchi di panico) presso la Clinica Paideia capitolina – L’aviofobia sta assumendo proporzioni importanti, tanto che molte compagnie aeree se ne stanno già preoccupando da tempo. La motivazione di un comportamento così diffuso è da ricercarsi sicuramente nel fatto che l’essere umano sta vivendo un periodo di grande insicurezza» a 360 gradi, ribadisce l’esperta.

«Istintivamente, per proteggersi, cerca di aumentare gli atteggiamenti di controllo e li allarga a tutti gli aspetti della vita creando gravi danni». E autolimitandosi nella propria libertà. «Quello che ci impaurisce di più è il distacco dalla terra ferma – continua la psicoterapeuta – Non a caso la massima sensazione di paura si ha nel momento del decollo, poiché rappresenta il momento per noi di maggior pericolo: non poter fare più nulla».

Al rollio dell’elica, al rombo del motore e alla spinta verso il cielo, l’aviofobico si sente impotente e perde il controllo. «Tutto ci convince che siamo in pericolo – dice Vinciguerra – che ci sta accadendo qualcosa di grave, che stiamo morendo o in certi casi impazzendo. E pensare che tutto questo avviene perchè il nostro cervello sta reagendo all’informazione errata che noi gli abbiamo inviato. Lui non può distinguere se siamo realmente in pericolo, ma noi ne siamo convinti e lui reagisce di conseguenza», precisa.

«Se ci osservassimo meglio, anziché razionalizzare tanti piccoli comportamenti di controllo rendendoli normali – prosegue Vinciguerra – ci renderemmo conto che viviamo in uno stato ansioso, e prima di arrivare ad una vera e propria esperienza traumatica di panico potremmo imparare a fronteggiarla seguendo dei corsi specifici di gestione dell’ansia».

Per guarire, quindi, «la prima cosa importante è non cercare di risolvere il problema decidendo che possiamo fare a meno di prendere l’aereo – raccomanda l’esperta – Ogni cosa che evitiamo per paura indebolisce il rapporto di fiducia con noi stessi, portando alla conseguenza che nel tempo le cose che ci fanno paura possono aumentare e il disagio psichico propagarsi a varie situazioni». In concreto, «prima di scegliere il metodo di cura è importante fare una diagnosi appropriata, capire cioè se ci troviamo di fronte a una fobia sviluppata a causa di un trauma o se la problematica è la rappresentazione di un’ansia generalizzata spostata su un oggetto, in questo caso l’aereo».

Nella prima ipotesi, contro il trauma «il metodo di elezione è la nuovissima tecnica dell’Emdr (Eye movement desensitization and reprocessing), per cui possono bastare poche sedute. Nel secondo caso si affronta invece il problema facendo ricorso a varie tecniche psicoterapeutiche, volte a migliorare il rapporto di fiducia con se stessi e la gestione degli stati d’ansia. Alcune di queste tecniche sono la bioenergetica, la psicologia positiva e la psicoterapia cognitivo-comportamentale», conclude Vinciguerra

da: http://www.lastampa.it

Panico, avere paura della paura

31-05-08

  
Ancora oggi l’attacco di panico è una malattia che fa paura e non viene riconosciuta come tale, quando in realtà può essere perfettamente curata fino alla guarigione. È una sorta di “bugia” del cervello che tiene sotto scacco per tutta la vita le persone colpite perchè non curate correttamente. In uscita il libro-verità per chiarire le cause e fornire i rimedi più efficaci per uscire dal recinto di questa malattia invalidante. Il volume “Panico! una bugia del cervello che può rovinarci la vita”, è un’intervista della giornalista Cinzia Tani a Rosario Sorrentino, neurologo e direttore dell’Istituto di ricerca e cura degli attacchi di panico (Ircap) alla clinica Pio XI Roma, in cui l’esperto sottolinea la necessità di intervenire precocemente con una terapia farmacologica mirata per evitare la cronicizzazione del disturbo.Nel suo libro, Sorrentino lancia un allarme che dissacra la psicoterapia. Sotto accusa «le lunghissime e spesso inutili terapie psicoanalitiche che non solo non sortiscono alcun risultato ma che, anzi, sottraendo il paziente alle cure farmacologiche necessarie, possono contribuire al peggioramento dei sintomi del panico, sottoponendo i malati a uno stress prolungato, con costi elevati e conseguenze negative sulla qualità di vita». Il libro-intervista sarà in libreria dal 27 maggio prossimo.Il neurologo e la giornalista nel libro sottolineano «cosa bisogna sapere e cosa si deve fare per non avere più paura della paura», arrivando progressivamente a non credere più a quella “bugia” che tanto pesantemente può condizionare l’esistenza delle persone colpite dal panico.Nel libro l’esperto richiama l’attenzione tra i fattori ambientali che possono, nelle persone predisposte, scatenare le prime crisi di panico quando esposte a un eccesso di anidride carbonica (CO2) negli ambienti chiusi, non sufficientemente ventilati come la metropolitana, l’aereo, il cinema, il ristorante e mezzi pubblici. L’autore conclude che l’attacco di panico «non è nè un’invenzione, nè un capriccio, ma un evento che è stato possibile fotografare esattamente nel momento in cui si è verificato», grazie all’aiuto della risonanza magnetica funzionale. E ciò scagiona una volta per tutte dal sospetto che i pazienti vengano spesso etichettati come malati immaginari.
Da:     http://www.lastampa.it
Commento del Dott. Zambello
Ho più volte detto che ciò che il dott. Serrentino sostiene, non è vero. Non lo dico solo io, lo dicono le statistiche, studi clinici che cito nel video. Con la psicoterapia non solo  statisticamente diminuisce sensibilmente il numero degli attacchi, é  mia esperienza che questi scompaiano fin dalle prime settimane ma soprattutto,  a distanza di tempo azzera le possibilità di recidive.  Non so perchè Sorrentino insista con questa teoria che certamente non fa bene a nessuno, soprattutto ai pazienti.

Panico: ne soffrono soprattutto le giovani donne

28-04-08

È un malessere che prende più le donne che gli uomini, sono momenti, per fortuna, attimi che però sembrano non passare mai. Secondi in cui si ha la sensazione che la terra stia tremando sotto i piedi. Tutte le nostre certezze svaniscono e si crede di essere sul punto di morire. A volte la prima crisi arriva da giovanissimi, da piccoli addirittura, poi magari passa e si fa rivedere anni dopo. Continua

PIU’ LUCE CON ORA LEGALE, AUMENTA ANSIA E PANICO

03-04-08

Aria di primavera, più luce ma anche più ansia, più sensazione di panico e comunque malessere generalizzato. Anche chi sta bene e non ha patologie o sensibilità particolari verso alcune forme ansiogene subisce in questo periodo dell’anno un aumento del fondo di emotività che in alcuni soggetti può scaturire in irritabilità, aggressività e maggiore insofferenza. E anche l’ora legale ha le sue colpe. “Un’ora in più, tutta insieme, da un certo giorno in poi, con più luce, ha effetti sull’organismo che reagisce in diversi modi”, ha spiegato Giuseppe Bersani, professore di psichiatria al Dipartimento scienze psichiatriche e medicina psicologica all’Università di Roma, La Sapienza. E i numeri del malessere ci sono tutti: la sensibilità media ai cambiamenti stagionali, ha riferito l’esperto, riguarda circa il 15% degli italiani, anche senza essere malati; per il 3-4 per cento della popolazione si traduce in eccitamento mentre il 20-30 per cento ha un aumento di ansia.

“Stiamo tutti un po’ male – ha detto Bersani – ma le persone che hanno un livello base di ansia più elevato stanno peggio come anche le persone che vanno incontro agli attacchi di panico”. In sostanza il periodo favorisce un “aumento della vulnerabilità nervosa” e questo corrisponde anche a una diminuzione delle ore di sonno, diminuzione normale in estate, ha spiegato ancora l’esperto. Bersani ha sottolineato quindi che ci sono due tipologie di reazione: da una parte l’adeguamento fisiologico all’allungamento delle giornate e all’aumentata luminosità, aspetto legato, come negli animali, anche alla fine del letargo, alla ricerca di cibo e all’accoppiamento; dall’ altra forme patologiche “se in una persona si incontrano vulnerabilità, ansia o disturbo”. E’ la luce, quindi, a guidare l’organismo tra la primavera e l’estate. Luce che, attraverso gli occhi, arriva all’ interruttore che regola il comportamento umorale, ipotalamo e ipofisi, che in questo periodo fanno da bersaglio. Quindi, spiega ancora Bersani, “quando si ha la consapevolezza di essere vulnerabili” basta seguire alcuni accorgimenti di igiene comportamentale: portare occhiali scuri nelle ore più assolate, ridurre la quantità o la durata di esposizione alla luce, creare penombra in casa o in ufficio. Per quanto riguarda il fattore caldo, ha proseguito l’esperto, “non è strettamente legato ai disturbi del periodo”. Ad avere effetti sono invece gli aumenti rapidi di temperatura e le ondate di calore che possono indurre “discontrollo sul comportamento”. “La primavera – ha detto ancora Bersani – è un momento molto delicato. Ora siamo in una fase non drammatica ma acuta. E’ adesso che si accusa il colpo. Poi c’é la fase di assestamento con aggravamento e maggior malessere fino all’apice intorno al 15-20 giugno. Dopo c’é una graduale remissione”. (ANSA).

da:http://www.ansa.it

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