J. Edgar
06-01-12
di. Renzo Zambello
Non so se la critica lo promuoverà come un capolavoro, so di certo che Clint Eastwood, noto per essere stato l’attore senza la capacità di cambiare espressione, se non mettendosi o togliendosi il cappello, qui cerca una analisi su più piani: storica, sociale e personale di J. Edgar Hoover che è stato l’uomo più potente di tutti gli Stati Uniti d’America dal 1924 a Nixon. Hoover, capo dell’ FBI per circa 50 anni non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. In carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e tre guerre, ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie mostrando una grandissima capacità organizzativa ed intuitiva ma anche una struttura paranoide. Il regista, non si ferma alla lettura della storia ma entra dentro il personaggio. Ne fa una analisi psicologica mirabile che si muove, con passo lieve e parallelo alla storia di una America che nasconde sotto il proibizionismo la sua debolezza. Ne emerge che i suoi metodi spietati ed eroici erano sostenuti da un’unica ambizione, quasi delirante: quella di essere ammirato. Ma tutto ciò, forse, nascondeva una persona, dilaniata dalla incapacità di amare, di accettarsi per farsi amare. Io che faccio lo psicoanalista e per professione tendo “a pensar male”, ho l’impressione che Eastwood racconti se stesso, C’è coraggio nel descriversi così, anche se ancora non riesce a raccontare fino in fondo qualcosa che non era possibile dire, che “la mamma non voleva” e che forse, come il dossier segreti di Edgar, non si conoscerà mai.
Leonardo DiCaprio, protagonista è bravo. Mi e sembrato credibile nella sua trasformazione fisica e psicologica nel tempo. Per la verità mi è parso un po’ eccessivo il trucco per alcuni coprotagonisti, in particolare di Armie Hammer , l’amico, ma l’ho detto, non sono un critico.
Psicoanalisi, il manifesto che non la difende
04-12-11
Da qualche tempo circola un manifesto che si definisce “per la difesa della psicanalisi”. Tale documento mette in discussione la necessità di autorizzazione dello Stato per esercitare la Psicanalisi, proponendone l’esercizio “libero”. Ora, è cosa piuttosto scontata che la psicanalisi viva un tempo di crisi che ne rende difficile una diffusione capillare. La società “liquida” deresponsabilizza rispetto al lavoro dell’inconscio.
E il tempo della soggettività moderna scorre sempre più rapido, minando la diffusione della versione più tradizionale e ortodossa della tecnica freudiana. La conclusione radicale che ne ricavano gli psicanalisti laici è che il nemico sia ancora oggi l’istituzione, l’Ordine, la Legge. La psicanalisi si dovrebbe, secondo i più arditi tra loro, svincolare da un percorso formativo obbligatorio e dal concetto stesso di cura. La proposta diventerebbe quella di una sorta di formazione, di viaggio esperienziale quasi mistico e settario, del tutto svincolato da una dimensione di cura del disagio. Una sorta di passatempo colto e raffinato, riservato a pochi.
La psicanalisi è una psicoterapia?
Ma il manifesto auspica davvero questo epilogo per la psicanalisi, ovvero è in buona fede o difende solo l’interesse di un drappello di nostalgici abusivi? Di fatto appare strano che il documento si ostini a non considerare la funzione assolta delle leggi che istituiscono le professioni, che non è affatto quella di definirle sul piano scientifico, teorico o tecnico (aspetto epistemologico, questo, rispetto al quale la Legge è muta) ma di tutelare la collettività dall’esercizio fuori-norma di quell’attività (aspetto funzionale). Il paziente che va da uno psicanalista non abusivo ha oggi alcune garanzie rispetto alla sua laurea, alla sua specializzazione, ad un percorso minimo che quel soggetto ha fatto. In cambio, lo Stato si fa garante presso il cittadino che quel soggetto sia un professionista autorizzato.
Le conseguenze della psicanalisi “laica” oggi
Un’adesione in massa all’idea di una psicanalisi “abusiva” vedrebbe costretti gli psicanalisti ad una scelta: presentare la pratica della psicanalisi come prassi formativa affascinante ma sostanzialmente inutile a fini di cura ovvero come pratica abusiva di cura similmente ad altre attività spesso contraddistinte da nomi anglosassoni che l’inventiva soprattutto italiana affastella l’una all’altra come illusorie soluzioni al problema di chi vuole essere tutto senza più avere coscienza del limite costituito dal tempo, dalle risorse o dal proprio desiderio.
………….
La psicanalisi laica, dal punto di vista degli Ordini degli Psicologi non è altro che una variante “colta” dei fenomeni di abusivismo che circondano il mondo della cura della psiche.
Dott. Mauro Vittorio Grimoldi
Presidente Ordine Psicologi della Lombardia
Da: http://brainfactor.it
Risposta del Dott. Zambello
L’intervento del Dott. Grimoldi, molto più articolato di quanto riporto per motivi di sintesi, pone un’annosa questione che ha da sempre lacerato le Società Psicoanalitiche: dentro o fuori la legge che ha istituito e regolamentato l’esercizio della Psicoterapia? La Psicoanalisi è o non è terapeutica? Sono tematiche che sono state presenti fin dall’inizio. Personalmente ritengo che questo sia ancora il frutto di una visione fortemente cartesiana che superato il dualismo corpo mente, pone nuove artificiose categorie: terapeutico o analitico?
Per quanto mi concerne la Psicoanalisi è il luogo della rinascita, della ricerca della “individuazione” junghiana ed è qualcosa di molto distante dal concetto di malattia ed anche di terapia.
Mi si dirà, si ma, chi la può fare? Jung aveva dato indicazioni ben precise su questo: chi ha fatto una analisi personale, una didattica ed è considerato idoneo da una Società di Psicoanalisti. In mezzo a tutto questo ci sta anche il percorso per diventare Psicoterapeuti, bene. Non limita e non ci si confonde con quello. Continua
A proposito del rapporto tra la Spielrein Jung e Freud.
09-10-11
“A Dangerous Method”. Storia di un rapporto o meglio, della Psicoanalisi.
di Renzo Zambello

Ho visto il film “A Dangerous Method”. E’ la storia del rapporto tra Sabina Spielrein e Jung e tra Jung e Freud. Mi è piaciuto. Al di là del linguaggio cinematografico e forse, della verità storica c’è il tentativo, la ricerca, la riuscita di raccontare cos’è la Psicoanalisi. Essa é il frutto, ciò che resta delle relazioni. La Psicoanalisi è il prodotto di una relazione.
Il film racconta che la Spielrein, paziente gravemente disturbata arriva alla clinica psichiatrica dove lavora Jung. Si sofferma ad evidenziare come la crescita teorica del genio ma anche della paziente sia passata attraverso il rapporto sofferto, doloroso di questi due che vengono a contatto con le loro fragilità, le riconoscono, le superano per poi usarle come strumento di lettura e di terapia.
Il regista non lo dice ma, anche Freud aveva iniziato allo stesso modo. Quando incontrò la paziente Anna O, una isterica, praticava l’ipnosi e, all’inizio cerca di usarla anche con Anna. Ben presto si accorse che la ragazza aveva bisogno, cercava “altro”: il sesso. La storia racconta di come anche Freud barcollò sotto il massiccio transfert di Anna, ma “la parola” compensò e sostituì. Permise ad Anna di dare un nome al suo bisogno, di elaborarlo, di guarire. Sicuramente Freud in quel caso seppe leggere il suo contro-transfert e lo gestì meglio di quanto saprà poi fare Jung con Sabrina.
Il film però non è la storia del rapporto di Jung con la Spielrein o per lo meno non solo questo, é la storia della Psicoanalisi che anzitutto è anzitutto il frutto del rapporto tra Freud e Jung.
Due uomini, due geni sofferenti che si incontrano e per sei anni lavorano assieme producono assieme e poi, naufragano sugli iceberg delle rispettive nevrosi. Appunto, come il Titanic che si infrange sul ghiaccio, anche loro sbatteranno contro le rispettive nevrosi e di fatto, come dice Jung nel film , interromperanno il loro viaggio assieme proprio mentre stavano andando in nave a New York.
La verità è, Sabrina ce lo dice, che noi cresciamo attraverso continui incontri e dolorose separazioni. Cresciamo attraverso un continuo morire e rinascere dove le relazioni segnano il tempo.
Certo, la Psicoanalisi è, o dovrebbe essere il teatro dove questo avviene e dove il paziente “vive” le sue morti e resurrezioni, difeso dal suo mondo esterno come un attore è protetto dalle quinte: il setting analitico. Se ciò ora avviene é perché si conoscono le forze in gioco, abbiamo una teoria, una tecnica. Freud e Jung non ce l’avevano erano esploratori e spesso si trovarono disarmati davanti a mostri voraci. Continua
Psicoterapia e parole largo all’autobiografia
25-09-11
Le teorie della narratizzazione in psicoterapia e i punti di contatto con la medicina narrativa. L’idea di un sé narratore e delle storie sempre in evoluzione attraverso cui ci si definisce e si comunica

di MAURIZIO PAGANELLI, MARIA TERESA TOSI *
La parola, orale o scritta, è stata al centro della cura fin dagli albori della psicoanalisi. E non diversamente nella medicina, l’ascolto e il racconto della malattia sono stati alla base della diagnosi medica. Ogni persona ha una storia autobiografica (o meglio, molteplici storie in movimento, anche legate alle diverse fasi della propria esistenza) attraverso cui si definisce, comunica e si mette in relazione con gli altri.
La teoria di Jerome Bruner sul pensiero narrativo rappresenta un significativo punto di contatto tra la medicina narrativa e l’approccio narrativo in psicoterapia. In ambedue gli ambiti si sostiene una visione dell’uomo come elaboratore di informazioni e creatore di significati, in relazione a contesti culturali, e si riconosce che le narrazioni hanno un ruolo centrale in tutte le interazioni umane e nelle situazioni in cui si voglia dare significato alle esperienze.
Bruner, psicologo americano ex direttore del Centro studi cognitivi ad Harvard ed ex presidente della potente American Psychology Association, proponeva più di venti anni fa una psicologia culturale, in cui elemento essenziale è appunto il “pensiero narrativo”, (quello che si occupa dell’intenzione, dell’azione e delle vicissitudini che segnano il loro corso) contrapposto al “pensiero scientifico” (quello che corrisponde a un sistema formale e astratto di descrizione e spiegazione). Naturalmente tutti e due i tipi di pensiero sono necessari per conoscere l’uomo, considerando che il pensiero narrativo ci avvicina alla comprensione del percorso di significato che ogni individuo intraprende all’interno di una certa cultura e dei diversi campi di relazione in cui è inserito.
…………
L’idea di un “sé narratore” ha fatto la sua comparsa in psicoterapia circa trenta anni fa, avendo un forte impatto su modelli e tecniche terapeutiche. Un’idea centrale nella terapia narrativa è che le persone definiscono chi sono, sia per sé stesse che per gli altri, attraverso storie autobiografiche.
Le narrazioni hanno lo scopo primario di integrare le esperienze della persona in una storia coerente, compatibile con la cultura a cui il narratore appartiene.
L’atto stesso del narrare ha una funzione di “cura” perché permette agli individui di creare nessi e scoprire o ricostruire sequenze che diano ordine e senso anche a vissuti o esperienze incomprensibili o traumatici. La costruzione, o ricostruzione, delle storie avviene in contesti sociali e culturali che ne influenzano forme e contenuti. Le storie narrate in psicoterapia si riferiscono ad un soggetto con delle intenzioni (scopi, obiettivi, desideri…) ed il narratore può sempre ricostruire la propria storia in maniera da aprire nuove opzioni per la propria vita.
Le teorie narrative utilizzate nei modelli psicoterapeutici possono essere raggruppate, molto sinteticamente, in due grandi filoni. Un filone è collegato a quegli autori che hanno studiato le narrazioni spontanee dei pazienti per avere accesso ai processi psicologici nascosti o inconsci, che possono riguardare, per esempio, i principali conflitti vissuti dalla persona. Un esempio fra i tanti: le ricerche di Luborsky e collaboratori sul transfert hanno “scoperto” che le narrazioni spontanee dei pazienti cambiano in alcune componenti relative alla percezione degli altri o di sé come conseguenza di una processo terapeutico efficace. Potremmo far rientrare in questo filone anche gli studi di Main che hanno collegato la qualità delle narrazioni autobiografiche al tipo di attaccamento che la persona ha sviluppato. Un risvolto interessante di queste ricerche riguarda la possibilità di prevedere il tipo di attaccamento che i genitori svilupperanno col figlio a partire dall’analisi delle narrazioni sui propri legami nell’infanzia. Infatti, sono state riscontrate forti correlazioni tra la capacità dei genitori di narrare le proprie esperienze infantili di attaccamento con coerenza e integrazione degli aspetti positivi e negativi e il tipo di rapporto sicuro che instaureranno con il figlio.
L’altro filone narrativo, più recente, è invece rappresentato dalla cosiddetta terapia post-psicologica, sviluppatasi alla fine del ventesimo secolo, che vede la terapia soprattutto come un processo sociale. In questi modelli le narrazioni hanno un ruolo centrale nella terapia perché comprendono diverse dimensioni:
- una dimensione individuale, espressa dalla storia autobiografica unica e speciale creata dalla persona;
- una dimensione interpersonale, perché narrare una storia implica avere un ascoltatore le cui risposte daranno forma allo sviluppo di una storia ulteriore;
- una dimensione culturale, perché le storie fanno sempre riferimento alle risorse e ai limiti offerti dalla cultura di appartenenza.
Questo filone mette più in luce il ruolo continuativo e trasformativo delle relazioni nella costruzione della vita mentale, tanto che si può parlare di una relazione analitica o psicoterapeutica co-creata, una narrazione a due che, con le dovute differenze e asimmetrie tra paziente e terapeuta, avrà un impatto sull’esperienza profonda di tutti e due i partecipanti alla relazione.
Di fatto, e per concludere, quando si parla di “narrazione” (sia in medicina che in psicoterapia), si è di fronte ad un sistema complesso, inscindibile dalla relazione. Anche per questo va affrontato, studiato ed “utilizzato” con particolare attenzione e rispetto.
* Psicoterapeuta, analista transazionale didatta, docente Scuola Superiore in Psicologia clinica SSPC-IFREP: http://www.repubblica.it
Commento del Dott. Zambello
La psicoterapia come la terapia della parola dove la “parola” sta al posto dei farmaci, bisturi ed ogni altro sussidio medico. Il risultato quindi dipende dalla “qualità” delle parole e da come vengono somministrate. Ancor più, il racconto, l’autobiografia diventa specchio, possibilità di vedersi e quindi terapeutico. Suggestivo ma, non vero. E’ vero, alla fine c’è il ricordo, il racconto ma, non concordo affatto che questo possa essere la via da scegliere fin dall’inizio della terapia ma il finale, ciò che uno riesce a raccontarsi della sua storia ed anche della terapia stessa. Continua
Psicologo e psicoterapeuta: un po’ di chiarezza
29-08-11
Che cos’è una psicoterapia? Cosa fa lo psicologo? E lo psichiatra? Risposta alle domande più comuni su una materia molto affascinante. E che riguarda la nostra psiche.
Domande e risposte sulle professioni della psiche.

Chi è lo psicologo?
È un laureato in psicologia che, dopo la maturità, superata una selezione, si è iscritto alla facoltà di psicologia.
Qual è il suo ambito di applicazione?
Al livello clinico: consultazioni, test psicoattitudinali, valutazioni sulla condizione psicologica del soggetto che lo consulta.
Chi è lo psichiatra?
E’ un medico specializzato in psichiatria che cura le malattie della psiche sia attraverso parole che attraverso un trattamento farmacologico. E’ l’unico che, essendo medico, può prescrivere farmaci. Se diventa però psicoterapeuta, per esempio psicoanalista, per non confliggere con la cura psichica non dovrebbe prescrivere farmaci, ma in caso di severità dei sintomi, dovrebbe inviare il paziente ad un altro medico per prescrizioni farmacologiche.
Chi è lo psicoterapeuta?
E’ un medico o uno psicologo, iscritti al rispettivo ordine professionale, che si è specializzato in uno specifico indirizzo di psicoterapia. Lo psicoterapeuta, che ha seguito l’adeguata formazione in psicoterapia, è abilitato ad esercitare la psicoterapia.
Quali sono le principali psicoterapie?
Sono: la psicoterapia psicoanalitica, quella comportamentistica, relazionale, gestaltica e tantissime altre come ad esempio la danzoterapia e la musicoterapia.
Quali sono le psicoterapie più utili?
Se la persona ha una buona introspezione (insight), cioè ha una capacità di lavorare in modo intrapsichico, nel senso che è in grado di riconoscere le connessioni simboliche tra la propria vita reale e l’esperienza passata, in questo caso la psicoanalisi rappresenta il metodo di eccellenza.
Se invece la persona non è interessata a conoscere come funziona il proprio interno e, di conseguenza, a “guarire” in base a questo livello di consapevolezza, le terapie comportamentistica e gestaltica sono più indicate, perché non richiedono introspezione. Al contrario della psicoanalisi, si tratta di un metodo basato fondamentalmente su stimolo-risposta, cioè apprendere tecniche strategiche per eliminare i sintomi.
Invece la psicoanalisi consiste in un percorso (spesso non breve) che consente di impadronirsi del proprio sé e di mirare alla propria indipendenza e autonomia.
Che significa impadronirsi del proprio Sé?
Significa digerire, assimilare, metabolizzare alcuni fantasmi che derivano dal passato e che bloccano la crescita e la libertà di desiderare e di attuare nella concretezza i propri desideri, il proprio sentire.
Quali sono le patologie più indicate ad essere trattate con la psicoterapia psicoanalitica?
Le patologie variano dai piccoli disturbi ansiosi e depressivi alle patologie gravi come alcune patologie psicotiche.
Il criterio di distinzione dipende soprattutto dal desiderio introspettivo di migliorare la propria vita.
La psicoanalisi garantisce maggiormente una stabilità della personalità e della propria immagine di sé.
Le terapie comportamentali possono essere molto più brevi, ma non possono garantire quella ristrutturazione della propria personalità, garanzia di stabilità. Può essere più adatta a persone che non hanno interesse e motivazione a conoscere il proprio mondo interno, a migliorare sulla base di questa conoscenza.
Molti pazienti immaginano che la psicoanalisi assomigli a una chirurgia dolorosa, in realtà è un percorso che si accompagna ad un compagno di viaggio, che aiuta ad essere sereni e autentici: l’autenticità, più che la verità, penso sia l’unica vera forza dell’essere umano.
La maggior parte dei pazienti sperimenta impegno e non tanto dolore nel fare questo percorso. A mano a mano che progredisce, il soggetto diventa più attivo oltre che cosciente di come funziona.
Nelle altre terapie comportamentiste, il paziente tende invece a rimanere passivo e a non rendersi conto perché sta migliorando. L’aspetto suggestivo non è indifferente a tali terapie. Continua
I Guardiani del Destino.
26-06-11

Il destino è tuo.
di Renzo Zambello
Giovane brillante e promettente politico inciampa su una sua goliardata e rischia di rovinare per sempre la sua carriera. Lui è testardo, decide il giorno stesso della sconfitta che avrebbe ricominciato. Si capisce che alla fine vincerà. E’ lui il fautore del suo destino ma, non è così. Nel bagno degli uomini trova una bella ragazza e se ne innamora immediatamente, poi, apre una porta di un ufficio e vede quello che non dovrebbe vedere: collaboratori, conoscenti, amici, futuri soci, tutti dormono mentre strani individui vestiti di nero e con il cappello in testa stanno maneggiando attorno a loro. Scappa, viene bloccato e gli dicono che tutti gli uomini da secoli, non sono liberi ma fanno quello che un “deus ex machina”, presidente, ha deciso. Tutti da secoli seguono a loro insaputa il disegno, del presidente. Tutti, hanno solo la libertà di seguire la strada già da altri decisa. Lui dovrà fare altrettanto e per cominciare, non pensare alla ragazza che ha incontrato per sbaglio in bagno. Neanche per sogno. Il giovane non ci pensa proprio a seguire le indicazioni che vengono dall’alto e segue il suo cuore. Tutto il film è un susseguirsi incalzante fra il bisogno irrinunciabile del protagonista di seguire il suo istinto e il tentativo di boicottaggio del deus che agisce tramite i suoi pretoriani con il cappello. La trama è esile, il tema del libero arbitrio già ampiamente sviscerato. Ciò nonostante il film regge. Il protagonista, Matt Damon, quello di Hereafter è bravo, riesce a trasmette questa la forza dell’istinto, dell’amore, della pancia. Alla fine, ci importa poco di capire, svelare le incongruenze del film, come quelle mappe indecifrabili che i pretoriani con il cappello si portavano dietro. Il messaggio è che noi abbiamo un unico modo per scoprire, fare il nostro destino: ascoltare il cuore. Ci riesce.
Mr. Beaver
22-05-11
Commeto al film di Jodie Foster. Con Mel Gibson, Jodie Foster,
Soluzione: tagliare.

Di: Renzo Zambello
Sembra che Mel Gibson non riesca a sottrarsi alla fascinazione della Bibbia. La interpreta a suo modo e così, dopo essersi inventato una sua passione di Cristo in “Passion”, cita nuovamente il Vangelo proponendolo letteralmente: “ Se la tua mano ti fa cadere in peccato, tagliala; meglio è per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andartene nella geenna, nel fuoco inestinguibile”. Marco 9, 43. Certo, il personaggio Walter Black, ha dei problemini e forse anche lo stesso Gibson, visto quello che la cronaca racconta. Il film è volutamente autobiografico ma propone anche un’analisi di una società che si risveglia incapace di sognare di scrivere, creare. E’ l’esito di un sogno americano che si è infranto. Però, la soluzione proposta non convince, è in fondo noiosa, puzza ancora una volta di onnipotenza infantile.
Ad esempio, Gibson o la Foster, la sceneggiatura è di entrambi, fanno dire alla ragazza che si diploma che il sogno americano è finito e che non si sono soluzioni miracolistiche, peccato che tutto il film sottenda se non ad un miracolo, ad un capovolgimento radicale della realtà. Soluzione finale: spaccarsi la testa ed eliminare letteralmente, le parti di noi che per natura, questioni personali e sociali ci fanno male e ci limitano. Riconosco, è vero, il film trasmette bene, quasi si sentono, si toccano, le difficoltà personali e di una società che fa sempre più fatica ad integrare aspetti personali e caratteriali antitetici. Però, se peccassero un po’ meno di un fastidioso narcisismo, si sarebbero accorti che la psicoanalisi che loro snobbano ci aveva già da tanto tempo insegnato che solo l’integrazione, non l’eliminazione di ogni nostra parte, è la via della guarigione e della libertà. Lo sa Gibson e la Forest che la trovata di “seppellire” le parti che non ci servono più fu teorizzata ed é stata clinicamente praticata ancora negli anni ’80 da una famosa psicoterapeuta italiana Mara Palazzoli Salvini in “Psicoterapia dell’assurdo” e, la trovata della marionetta castoro non è altro che l’oggetto transazionale di Winnicott, medico psicoanalista inglese nato ben nel 1896? Evidentemente Gibson e la Foster proferiscono ignorare e fantasticare soluzioni deliranti. E’ difficile rinunciare alle proprie fantasie di essere i primi e, se non è più possibile nel positivo, allora, primi nella follia, nella malattia. No, semplicemente bambini onnipotenti.
LA PSICOANALISI JUNGHIANA
12-05-11
LA PSICANALISI Junghiana

Quando parliamo di psicanalisi, fondamentalmente ci riferiamo a tre fondamentali scuole di pensiero psicanalitico quella di Freud , Adler e di Jung.
E’ importante sapere che sia Adler che Jung furono allievi di Freud e per circa dieci anni, dall’inizio del 1900, lavorarono assieme, in una forte sintonia culturale e di ricerca.
Nel 1911 Adler fu allontanato in malo modo dal gruppo psicanalitico, quasi come un indegno mentre Jung continuò a collaborare con Freud per alcuni anni, finchè nel 1913 abbandonò il maestro come conseguenza della frattura creatasi alla pubblicazione del suo libro: Libido:simboli e trasformazione.
Contrariamente a quanto generalmente si pensa, Jung non ha mai censurato né il lavoro di Adler né tanto meno quello di Freud, anzi, si è sempre posto il problema di dimostrarne la loro validità.
Ciò che contestava era il presupposto teorico, l’idea che ciò che si era fin allora scoperto sulle dinamiche psicologiche, fosse universale ed unico; fosse la Verità.
Scrisse in ” Psicologia dell’inconscio” (1942), è vero ciò che dice Freud a proposito della rimozione dell’Eros, ma l’attività psichica non è solo quello, anzi ciò è solo una piccola parte.
Il pensiero Junghiano è caratterizzato fondamentalmente da tre elementi: il rapporto paziente terapeuta, l’individuazione e il concetto di simbolo e archetipo.
Una delle immagini che per tanto tempo ha caratterizzato l’attività psicanalitica freudiana fu quella di paragonare lo psicanalista ad un telo bianco dove il paziente proiettava i suoi pensieri, emozioni e l’analista li rifletteva, li rimandava al paziente rimanendone totalmente neutro. Jung parla invece di co-infettarsi, farsi infettare dal paziente e in “Psicologia e alchimia” descrive in maniera metaforica, utilizzando i miti dell’alchimia, il processo analitico proprio come una co-fusione paziente-terapeuta, all’interno dello stesso crogiolo come condizione prima ed essenziale per la ricerca della verità del paziente, della sua realizzazione del se, che chiama “individuazione”.
Dice più volte nei suo scritti, io sono un empirico, non un filosofo, né un teologo, ma un medico psichiatra che lavora con i suoi pazienti ed osserva e sperimenta.
Tale modo di procedere, scrive in “psicologia dell’inconscio”, non ha niente a che vedere con la scientificità di Galileo.
L’oggetto: il paziente, non può mai essere staccato da chi osserva, ma tra l’uno e l’altro c’è inevitabilmente una interazione Per arrivare all’individuazione, processo a cui tende l’analisi junghiana e vocazione che impegna l’uomo per tutta la vita, indipendentemente dal rapporto terapeutico.
Jung ha in mente, dentro di se una struttura psicologica molto più complessa di quella di Freud e per descriverla parte proprio dall’osservazione di Freud ed Adler e di ciò che fino ad allora avevano scritto e dice: vedete sia quello che dice Freud ed Adler è fondamentalmente vero eppure uno parla di rimozione dell’ eros e l’altro di volontà di affermazione: Ma sono veri entrambi perché sono complementari.
Freud è complementare ad Adler, perché il primo è un estroverso, l’altro, un introverso. Jung fece un lungo studio sui tipi psicologici, con lo scopo, come dice Trevi, “di liberare il più possibile dalla qualifica di patologico un vasto settore della fenomenologia dell’umano”. Introduce così il concetto della dualità, del doppio, del chiaro e dell’ombra, del maschile e del femminile, dell’introverso e dell’estroverso, del bene e del male. Non siamo mai tutto maschio o tutta femmina, santi o diavoli, introversi o estroversi.
C’è sempre dentro di noi, nell’inconscio, l’altra parte del manifesto, del conosciuto: “l’ombra”.
Fin tanto che questa rimane non conosciuta, rimossa, anche una parte della nostra energia vitale, ciò che lui chiama libido, non può esprimersi ed é la nevrosi Il medico ha il compito di stabilire con il paziente un rapporto non tanto con la parte esposta ma con quella rimossa, e solo una comunicazione tra preconscio a preconscio (come dice Lopez),o meglio come direbbe Jung , tra preconscio del terapeuta e l’ombra del paziente, favorirà l’individuazione.
Un altro dei cardini fondamentali della psicanalisi Junghiana è la dottrina del simbolo. Il simbolo é la sintesi di elementi culturali, personali consci e inconsci, opposti altrimenti non conciliabili.
Per Jung il simbolo è il vero motore del divenire psichico dell’uomo. Pensiamo ad esempio ai simboli religiosi, al simbolo della madre, del padre, della patria e ancora ai simboli sessuali.
Dice Entwurf, il simbolo è il progetto che, ri-assumendo in una unità il passato, permette l’apertura dell’esistente nel suo futuro.
Scriveva Cassirer (1923): Mito, arte, linguaggio e conoscenza divengono simbolo, non come immagini o allegorie che spieghino una realtà precedente, ma nel senso che ciascuna di tali forme crei o faccia emergere da se stessa un proprio mondo. Continua
“Habemus Papam”: La mancanza della “Speranza”
18-04-11

So di essere contro corrente, ho letto ottime critiche all’ultimo film di Moretti: “Habemus Papam” ma, a me non è piaciuto.
Ciò che mi ha disturbato non è tanto il gioco del paradosso, l’improbabile partita a pallavolo dei Cardinali, né il sottostante parallelismo tra la “chiesa” cattolica e quella psicoanalitica, né il coraggio, diritto di evidenziarne i rispettivi limiti, i tic, le banalità, l’ umanità. Ciò che mi ha disturbato é che racconta tutto questo per sostenere una bugia che l’analista, Moretti, sostiene essere la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato: “Nulla ha un senso”.
Non c’è “La Speranza” nel film di Moretti. Certo, c’è la “Carità”, la comprensione e anche il rispetto dei limiti dell’uomo, ma manca, viene negata la speranza che invece é nella scienza, nella storia ma soprattutto connaturata all’animo unano.
Non è questione di avere “la Fede”, quella è un dono ma, leggere la realtà senza pregiudizi, senza la voglia di buttare tutto in un gioco che sfiora il qualunquismo.
L’esperimento che Jung fece su di sé
12-01-11

, così come lo era stata l’anno scorso, a livello internazionale, l’edizione inglese – anticipata su queste pagine il 18 ottobre 2009 – divenuta un best-seller a dispetto della mole e del prezzo. Non è solo un libro splendido, strano, commovente, unico – è scritto in caratteri miniati e corredato di illustrazioni immaginifiche alla William Blake – ma è anche un documento cruciale per la storia delle idee. Non è solo un dialogo serrato con la propria anima, i cui modelli sono il Faust di Goethe e lo Zarathustra di Nietzsche, un’autoanalisi svolta sull’orlo di un autentico naufragio esistenziale, ma è soprattutto il lavoro che segna il distacco da Freud.
Jung era entrato in contatto col padre della psicoanalisi nel 1906 per poi diventare presidente della Società psicoanalitica. Il rapporto tra i due è ampiamente mitologizzato e il Libro rosso chiarisce che la fonte primaria dell’opera junghiana non può essere rintracciata in Freud e nella psicoanalisi. Concetti come quello dei tipi psicologici (introverso e estroverso per esempio), il processo di individuazione e l’inconscio collettivo vengono elaborati qui per la prima volta e sono distanti dall’impronta freudiana.
L’interesse del Libro rosso va anche al di là del mito e dell’aura di mistero alimentati dal divieto di pubblicazione imposto a lungo dagli eredi, superato grazie al paziente lavoro di persuasione dell’infaticabile e acutissimo curatore, lo storico della psicologia indiano Sonu Shamdasani. Perché in realtà questo testo, tenuto “segreto” dallo stesso Jung, non contiene nulla di pruriginoso o di scandaloso. Il suo carattere messianico e allucinatorio non ha a che fare con l’uso di droghe. Le immersioni nel sogno, nel mito e nello spirito religioso non sono i sintomi di una conversione, o concessioni a un’idea di superiorità dell’irrazionale o a pensieri in stile New Age, benché tutto ciò sia la testimonianza di un processo di rinnovamento e di rinascita di sé, elaborato nel contesto di una personale riflessione cosmologica. Qui si gettano piuttosto le basi per lo studio dei meccanismi universali dell’animo umano, andando alla ricerca di quei modelli di comportamento di carattere istintuale e culturale che Jung definirà come «archetipi» e che oggi si suggerisce di approfondire e verificare a partire dalle neuroscienze e in particolare dagli studi sulle emozioni di Antonio Damasio e di Vilayanur S. Ramachandran. Continua




