Salute mentale: i giovani vittime della crisi del quarto di vita
06-05-11
In tema di salute mentale si è potuto constatare che i giovani sono sempre più vittime di quella che viene chiamata crisi del quarto di vita. Una volta si parlava più che altro di crisi di mezza età, che interessava soprattutto la fascia di età tra i 40 e i 50 anni. Adesso invece i primi segnali di crisi iniziano già a 20 o a 30 anni. Ad affermarlo sono stati gli studiosi della Greenwich University.
Ma quali sono i campanelli d’allarme, che dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione? In primo piano ci sono ansia da prestazione, evidente soprattutto per ciò che riguarda il lavoro e il senso di soffocamento, in relazione alle scelte lavorative o a quelle della vita privata. A volte si può arrivare anche alla depressione. Alcune ricerche scientifiche precedenti hanno dimostrato che il rischio depressione diminuisce con un sonno adeguato. Ma ci sono vari fattori che devono essere tenuti in considerazione.
Infatti non va dimenticato che oggi esiste una maggiore fluidità sia nel lavoro che nelle scelte sentimentali. Tutto ciò non fa altro che favorire il cambiamento, il quale comunque può essere anche causa di crisi in relazione alle numerose scelte che un mnodo in continuo cambiamento implica. Ad influire è anche l’ansia di trovare lavoro, di fare successo e soldi in modo veloce. Ed è certo in ogni caso che, soprattutto per gli adolescenti, l’ottimismo va a vantaggio della salute.
da: http://www.tantasalute.it
Commento del Dott. Zambello
Da più di quindici anni il 40 % dei miei pazienti ha meno di trenta anni. I loro disagi sono nella quasi totalità legati a manifestazioni ansiose che si esprimono con attacchi di panico ma anche problemi legati al sesso quali: eiaculazione precoce o impotenza. Inutile dire che nessuno di loro ha problemi organici. La loro necessità è di essere “contenuti”. Hanno bisogno di una “madre” di un ”padre” che li ascolti, accetti tutto ciò che “hanno dentro” aiutandoli a capire ciò che è buono da quello che non lo è. Spesso sono cresciuti con l’illusione di poter far tutto, si sono riempiti di onnipotenza e poi, improvvisamente al contatto con la prima realtà: il lavoro, l’impegno familiare, la perdita del supporto del gruppo, il cambio di città etc, all’improvviso, il terrore, la percezione di non avere nulla, di non essere nessuno.
E’ chiaro che non è così, non sono dei superman ma neanche delle nullità. Hanno bisogno di vivere nella realtà, la loro realtà e a contatto con le loro capacità e deficienze. E’ un lavoro che solitamente nelle generazioni passate veniva fatto prima dalla mamma e poi dalla scuola e dalle altre agenzie sociali: oratori e ogni altro tipo di gruppo di formazione. Ho l’impressione che famiglia ma anche la scuola, abbiano perso quel ruolo fondamentale che faceva dire a mia nonna, “la saggia”: “passo la maggior parte del tempo a dire di no”. Se ci pensiamo, questo dovrebbe essere il ruolo dei genitori con i figli adolescenti: contenere le loro fantasie onnipotenti, dicendo di no, mettendo dei paletti. Purtroppo, troppo spesso, conosco genitori che non hanno “la voglia”, il tempo a volte anche le capacità di farsi carico della crescita del figlio accollandosi la frustrazione, la reazione che viene dopo il no.
La pecora nera
10-10-10
Nicola ha trentacinque anni e vive rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove lo hanno dimenticato una mamma impazzita, una nonna “ovarola”, un padre prepotente e due zii inadeguati. Le sue giornate sono scandite dalla spesa e accompagnate da una suora che prega e paga il conto e da un amico immaginario che conta le puzze della sorella e sogna di riviste per uomini senza parole. Al supermercato c’è Marinella, il suo amore infantile che offre caffè in cialde a clienti svogliati e ride ascoltando le sue cronache marziane. Nicola è un “povero scemo” che la guerra non l’ha mai fatta, che mangia ragni e beve l’acqua di mare, che crede ai santi ma non in dio, che distribuisce pasticche e torna sempre indietro al novantanovesimo cancello perché è stanco, perché il mondo fuori è come dentro, soltanto più ordinato. Nicola è la pecora nera, il diverso che diventa poesia da declamare, storia da raccontare, canzone da cantare, pio pio pio.
Dopo il teatro (tanto teatro) e due documentari per la Fandango, Ascanio Celestini gira il suo primo film di finzione, che affonda il dito nella ferita più dolorosa del corpo sociale: la malattia mentale. La pecora nera, già realizzato per il palcoscenico e già pubblicato nella forma del libro, non compie un’indagine sulla situazione della salute mentale in Italia, piuttosto parte da un’indagine condotta negli ospedali psichiatrici per approdare a un film lirico su una biografia disgraziata e un’emarginazione inespressa. Le “parole sante” dei santi matti da (s)legare le trova e le incarna il Nicola di Ascanio Celestini, personaggio di sconcertante bellezza dimenticato sotto le macerie della struttura familiare, esempio di coscienza nella parabola di un rifiuto.
Sensibile e in ascolto degli umori della natura umana (e sociale), l’autore e attore romano svolge il racconto del suo “scemo di guerra” in tempo di pace sul volto innocente del suo personaggio, specchio di pensieri poveri e puri ma vertiginosamente profondi. Nicola è nato nei “favolosi anni Sessanta”, quelli che avevano il sapore del sale ed erano ancora troppo lontani dalla riforma di Franco Basaglia, psichiatra illuminato che promosse la progressiva eliminazione del sistema manicomiale e il reinserimento nel corpo della società dei pazienti con disturbi mentali. Nicola è uno dei tanti, troppi bambini che ha visto confluire il suo disagio in un istituto religioso per persone definite “subnormali”, un luogo dove ha comunque continuato a sognare, incapace di entrare in rapporto attivo col mondo al di là del muro, inesplicabile e terrorizzante orizzonte di non-senso accomodato ordinatamente lungo le corsie di un supermercato. Continua
Psicoterapia: “Il buco nero della vergogna”
01-08-10
Gianni, un ingegnere di trenta anni, chiede una psicoterapia per il profondo disagio che pervade la sua vita: si vergogna di se stesso e soprattutto della sua mascolinità, è convinto che “nessuna ragazza carina”, per citare una sua tipica espressione, potrà mai desiderarlo come maschio.
Questa paura è una vera ossessione che invade i pensieri, le fantasie e condiziona gli incontri con le donne e anche con gli uomini che sono sentiti come rivali pericolosi e potenti, certamente più virili e di successo di lui che si considera brutto, inadeguato, una sorta di “calimero-piccolo-e-nero”. E’ un uomo dal fisico possente, ma prova vergogna per il suo corpo che sente danneggiato ferito, repellente; è convinto che gli altri possano riconoscere con la vista le ferite emotive proiettate nelle mostruosità corporee.
E’ immerso nei paradossi: vorrebbe essere riconosciuto ma anche restare invisibile; si sente a disagio quando incontra il temibile sguardo che potrebbe smascherarlo e colpirlo come un fendente nella più segreta intimità, ma allo stesso tempo desidera essere accolto per non soffrire una cocente ed ingiusta esclusione.
L’emozione della vergogna in Gianni spesso si trasforma in rabbia, vissuti paranoici, fantasie ipocondriache, tutte difese per allontanare il momento dell’incontro con l’altro che può cogliere e smascherare la sua intimità danneggiata. Non ha il senso del tempo ogni attimo assume una dimensione intollerabile ed eterna, non ricorda le esperienze positive che sembrano perdersi come l’acqua in un colino. Il suo umore oscilla tra la rabbia che lo spinge a dare pugni nel muro, ad un senso di profonda prostrazione e passività.
Quando è relativamente sereno, non troppo oppresso dai suoi conflitti, dimostra intelligenza e competenza, qualità che gli permettono di realizzare successi lavorativi e sociali e anche di concretizzare e vivere relazioni con le ragazze, ma questi eventi positivi non lo rassicurano, hanno anzi l’effetto paradossale di aumentare i suoi timori ed attivare comportamenti di fuga e di evitamento.
Un altro suo paradosso è quello di svalutare e togliere valore ad ogni esperienza soprattutto di natura affettiva e sessuale, poiché non si riconosce qualità apprezzabili, svaluta e denigra le donne che mostrano interesse ed attrazione verso di lui; trova in loro difetti e limiti fisici o psicologici, in sostanza è convinto che nessun altro uomo potrebbe desiderare le ragazze che lo scelgono. Continua
È morto Slavich, l’uomo che aprì le porte dei manicomi
23-03-09
Collaboratore di Basaglia, diresse i servizi psichiatrici a Ferrara negli anni ‘70
“Artefice di una vera rivoluzione sanitaria e di un nuovo approccio alla malattia psichiatrica, è stato protagonista a Ferrara di una straordinaria stagione di fermenti culturali e civili”. Così sindaco, giunta e presidente del consiglio comunale ricordano Antonio Slavich, lo psichiatra nato a Fiume nel 1935, collaboratore di Franco Basaglia e direttore dei servizi psichiatrici a Ferrara dal 1971 al 1978 e scomparso ieri all’età di 73 anni.
Il prof. Slavich è stato allievo e collaboratore del padre della legge 180 a Padova, a Gorizia e a Parma; insieme hanno avviato la prima esperienza anti-istituzionale nella cura dei malati di mente dando inizio ad una riflessione sociopolitica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze alternative e di rinnovamento nel trattamento della follia che hanno portato alla costituzione della prima “comunità terapeutica” italiana. La sua azione lo ha visto attivo anche nel movimento di psichiatria democratica, promuovendo attivamente l’applicazione della legge n. 180 del 1978 sulla soppressione dei manicomi e a distanza di 30 anni questa legge, nata dall’esperienza italiana, si è diffusa in varie parti del mondo e viene ancora considerata come la più avanzata.
Noto psichiatra, Slavich è approdato nel territorio ferrarese nel 1971 in seguito alla decisione dell’allora assessore provinciale alla Sanità Carmen Capatti – che voleva come direttore del Centro di Igiene Mentale un “goriziano” per avviare la riforma dei Servizi Psichiatrici a Ferrara, percorso che si realizzò fra il 1971 e il 1978. In qualità di direttore del Centro di Igiene Mentale, negli anni ferraresi ha introdotto un metodo di lavoro innovativo basato sul coinvolgimento di tutti i collaboratori, medici, infermieri, assistenti e operatori sociali, dei pazienti e di tutta la società civile; questo metodo di lavoro ha significato un ripensamento complessivo della psichiatria e della cura delle persone con disturbi mentali, spostando sempre più gli interventi dalla Istituzione Chiusa (manicomio) ai Servizi Territoriali.
Il professor Slavich ha raccontato l’esperienza ferrarese nel libro “La Scopa Meravigliante”, un volume in cui, fra l’altro, descrive e cita tutte le azioni messe in atto e tutte le persone (operatori, politici, volontari) che insieme a lui, in qualità di direttore del Centro di Igiene Mentale, diedero avvio al processo di preparazione e di attuazione della riforma psichiatrica a Ferrara e della “dissoluzione” del manicomio di via Ghiara. Il contenuto del libro rappresenta la testimonianza di un percorso per tutti coloro che lo hanno vissuto, per quelli oggi che lavorano nella sanità, in particolar modo nella psichiatria, ma soprattutto uno strumento utile a tutti i cittadini perché possano vigilare affinché non si ritorni a pensare alla cura delle problematiche psichiatriche esclusivamente nei luoghi di segregazione che lo stesso Slavich ha contribuito a demolire.
Per questo suo ruolo lo scorso anno il Comune gli conferì il premio Ippogrifo, a testimoniare la gratitudine della città. “La sua scomparsa ci addolora profondamente – prosegue la nota del municipio -. Lo ricorderemo sempre come colui che seppe umanizzare i luoghi di cura e il rapporto con i malati e che in ogni circostanza, nella professione e nella vita, rifiutò le sbarre come soluzione ai problemi e si oppose ai ghetti come luoghi in cui rinchiudere il disagio e la sofferenza”.
da: http://www.estense.com
Commento del Dott. Zambello
Ho provato un profondo senso di tristezza quando ho saputo che alcuni giorni fa era morto Slavich. Non mi é mai stato particolarmente simpatico né penso di esserlo stato io per lui ma, abbiamo lavorato assieme per oltre due anni nei servizi psichiatrici di Ferrara e ci siamo conosciuti. Ora, a distanza di oltre trenta anni posso dire con certezza che lui per molti pazienti, operatori, politici, simpatizzanti e certamente per me é stato una delle “persone importanti” della mia vita. Con la sua essenzialità a volte spigolosità che rischiava di sembrare rozzezza, non di animo ma nei modi, permetteva, stimolava in noi tutti un processo di individuazione. Grazie Antonio.
Disagio psichico: 45mila persone hanno chiesto aiuto
29-11-08
Aumenteranno di circa 20mila unità nel prossimo futuro
«Necessario un impegno della Regione Lombardia per trovare delle soluzioni condivise»
A Milano la domanda per ricevere un aiuto psicologico negli ultimi 12 mesi ha riguardato 45mila persone, che si pensa aumenteranno di circa 20mila unità nel prossimo futuro. Di queste 45mila persone, il 44% esprime bisogni personali relativi ad ansia, stress e depressione. Dai dati della letteratura internazionale, resi noti in occasione della presentazione dello spettacolo «Amica Follia», risulta che il 9-13% dei bambini e ragazzi può presentare disturbi di rilevanza psichiatrica.
Milano circa il 20% della popolazione tra 0 e 18 anni si troverà a dover affrontare disturbi psichici (36mila bambini e ragazzi) nel proprio percorso di vita. Il tutto confermato dal costante aumento di consumo di psicofarmaci, soprattutto ansiolitici e antidepressivi. Ogni anno si valuta un incremento del 3,6% e i maggiori consumatori, in un rapporto di 2 a 1, sono donne.
Il disagio mentale dell’individuo è un problema che tocca non solo il diretto interessato ma anche la famiglia, che troppo spesso si trova a dovergli prestare assistenza senza averne le possibilità. E’, invece, il presidio socio-sanitario territoriale la struttura preposta al delicato compito di realizzare la presa in carico delle persone che hanno problemi di salute mentale, la sede dove vengono formulati i programmi terapeutici-riabilitativi e di risocializzazione della singola persona.
Molte famiglie del capoluogo lombardo segnalano l’inadeguatezza dei Centri Psico Sociali del loro territorio e la carenza degli operatori impiegati nel settore. Lamentano di essere lasciate sole, anche nel caso di famigliari violenti, e di dover sorreggere il peso della malattia mentale unicamente con le proprie forze.
Per questo la Responsabile di Codici di Milano Maria Barroccu chiede un incontro al governatore della Regione Lombardia per istituire una commissione di verifica dei servizi erogati presso tutti i CPS operanti.
da:http://www.diariodelweb.it
Commento del Dott. Zambello
I dati sopra riportati sono impressionanti. Teniamo conto che riguardano solo il Servizio Sanitario Pubblico. Ma, a Milano, in Lombardia lavorano migliaia di psicoterapeuti e psichiatri privatamente. Mi chiedo come la Regione possa ancora demandare di riconoscere il “ruolo” dello Psicoterapeuta.
Video: Depressione e Psicoterapia http://youtu.be/nRbevPsh5_I
RECORD DI SUICIDI TRA I MEDICI, E’ ALLARME
01-11-08
Un elevatissimo numero di medici tedeschi non regge allo stress professionale e decide di togliersi la vita. A lanciare l’allarme sono il quotidiano ‘Bild’ ed il settimanale ‘Der Spiegel’ che attribuiscono la causa di fondo all’eccessivo lavoro a cui sono sottoposti i sanitari tedeschi. “I nostri medici sono troppo malati”, titola a caratteri cubitali ‘Bild’, che sottolinea come ad aver bisogno di cure e’ proprio la categoria professionale chiamata ad occuparsi della salute degli altri. Il settimanale di Amburgo rivela invece che sono 200 i camici bianchi tedeschi che ogni anno si suicidano, mentre il presidente dell’associazione di categoria (Baek), Dietrich Hoppe, spiega che “i problemi economici ed un disumano carico di lavoro fanno ammalare un numero sempre piu’ elevato di sanitari”. Lo ‘Spiegel’ scrive che i medici di famiglia sono costretti a lavorare 55 ore per settimana, impiegando un quinto del loro tempo a svolgere mansioni burocratiche e amministrative, causate dal complicato sistema sanitario tedesco. Una percentuale tra il 10 ed il 15 per cento dei sanitari finisce per cadere preda della dipendenza dall’alcol e dai medicinali, mentre le statistiche rivelano che il numero di suicidi tra i medici donna e’ tre volte piu’ elevato di quello dei loro colleghi maschi. Il professor Stephan Ahrens, direttore del centro per malattie psicosomatiche di Amburgo, dichiara a ‘Bild’ che tra i suoi pazienti ci sono “sempre piu’ medici, uno su nove malati. Dopo i manager, si tratta della categoria professionale che fa piu’ spesso ricorso alle nostre cure”. Ad essere piu’ colpiti da depressioni, stress e attacchi di panico sono gli psichiatri e gli anestesisti. Secondo le stime degli esperti, un medico tedesco su dieci soffre della sindrome del “burn-out”, il logoramento da eccesso di lavoro, mentre negli ospedali il fenomeno riguarda un sanitario su tre. Per molti camici bianchi, che alla fine non riescono a reggere allo stress professionale, la tragica via d’uscita sembra essere proprio il suicidio, come conferma il professor Ahrens, che aggiunge laconico: “quando un medico decide di togliersi la vita, sa come fare”. (AGI) -
da: http://salute.agi.it
Commento del Dott. Zambello
Questa triste notizia da ragione, spiega almeno in parte perche agli psicoanalisti è richiesta una formazione prima della professione che dura minimo quindici anni. Ma, forse, anche ai medici, organicisti o meno dovrebbe essere richiesto un training psicologico personale. Credo però che a tutti gli operatori che operano quotidianamente a contatto con l’ammalato dovrebbe essere offerta la possibilità di verificare le proprie motivazioni interne, il proprio operato, penso ad esempio ai Gruppi Balint.
Milano/ Sos suicidi: ogni giorno due giovani ci provano
31-07-08
Dopo il suicidio del 16enne che si è gettato dalla finestra perché lasciato dalla ragazza e bocciato a scuola ci si interroga una volta di più sul disagio degli adolescenti. Le statistiche non lasciano tranquilli: tra Milano e provincia i giovani, fra i 10 e i 25 anni, attraversati almeno una volta dall’idea di togliersi la vita sono circa 20mila. Di questi, almeno mille provano a farlo e ogni giorno a Milano 2 ragazzi tentano di uccidersi. E nelle zone della Valtellina e Valseriana è ancora peggio. Continua
Tra Psicologia Clinica e Psichiatria
01-07-08
di: DANILO DI MATTEO
Si è svolta venerdì mattina all’Auditorium del Rettorato dell’Università di Chieti la seconda sessione del convegno “Filosofia, Psicologia Clinica, Psichiatria e Neuroscienze”, promosso dal professor Giovanni Stanghellini, docente di Psicologia Dinamica, e dal professor Mario Fulcheri, docente di Psicologia Clinica.
Il professor Mario Reda e il professor Adolfo Pazzagli hanno sottolineato l’importanza di un approccio umanistico al disagio psichico. La diagnosi non potrà limitarsi alla descrizione di un disturbo, ma dovrà consistere nella ricerca compiuta dal paziente con l’aiuto del terapeuta volta a spiegarlo; cioè, innanzitutto, a dargli un senso.
E l’empatia non è solo la capacità di partecipare emotivamente alle vicende altrui, ma anche quella di coglierne i significati. Più in generale, poi, è un formidabile strumento terapeutico il gioco di rimandi emotivi fra paziente e terapeuta; o, in termini psicoanalitici, la dinamica del transfert e del controtransfert. Oggi, invece, si tende troppo spesso a vedere nelle emozioni un tratto abnorme e patologico presente anche nei sani, quando invece la salute è proprio nella capacità di modularle e di goderne.
La tentazione della psichiatria di oggettivare la persona è forte, proprio mentre, paradossalmente, la medicina interna si sforza oggi di valorizzare la dimensione soggettiva e dialogico-relazionale dei disturbi. Così è anche per la biografia, che non può ridursi alla storia clinica del soggetto, tralasciandone i vissuti e ignorando la sua “corresponsabilità” in ciò che gli accade.
Il professor Mario Rossi Monti, a propria volta, ha ricordato le diverse matrici della psicologia clinica: la psicoanalisi, la psicologia sperimentale, il comportamentismo. E la psicoanalisi e la fenomenologia sono nate proprio dal rapporto umano col paziente. Egli ha poi passato in rassegna alcune “ovvietà”: luoghi comuni che, pur avendo un fondo di verità, non possono esaurire la comprensione del disagio mentale.
E oggi persino autorevoli psichiatri di indirizzo biologico evidenziano l’importanza del “fattore umano” e del contesto al fine di un valido atteggiamento terapeutico. Può essere talora opportuno, per orientarsi, semplificare il quadro, senza però mai ignorarne la complessità. Anche perché la stessa ricerca scientifica non è solo quantitativa; talora, anzi, è proprio qualitativa.
La psicopatologia, così, nell’equilibrio fra i tre aspetti nei quali si declina – generale, clinica e antropofenomenologica – può fornire una preziosa bussola alla psicologia clinica e alla psichiatria, ponendosi per così dire come loro interfaccia. Basti pensare agli organizzatori psicopatologici, in grado di gettare un po’ di luce su situazioni anche gravi di sofferenza.
Al termine della mattinata vi è stato un vivace scambio di pareri fra il pubblico e i relatori. Nel pomeriggio si è svolta l’ultima sessione del convegno, dedicata al rapporto fra Psicologia Clinica, Psichiatria e Neuroscienze.
(Tratto dal quotidiano “Cronaca d’Abruzzo” di domenica 29 giugno 2008)
da: http://www.agenziaradicale.com
Formazione in psicoterapia ed assistenza psicologica nell’ASL Napoli 1
25-06-08
di: MAURIZIO MOTTOLA
Martedì 24 giugno 2008 si è svolto a Napoli il convegno La prima scuola italiana di specializzazione in psicoterapia istituita da una azienda sanitaria e riconosciuta dal ministero dell’università, nel corso del quale sono stati consegnati i primi titoli di specializzazione in psicoterapia agli allievi -che hanno terminato l’iter formativo- della Scuola Sperimentale per la Formazione in Psicoterapia dell’Azienda Sanitaria Locale (ASL) Napoli 1.
Infatti venerdì 11 luglio 2003, presso il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR), la Commissione per la valutazione dell’idoneità delle scuole di formazione in psicoterapia approvò la Scuola sperimentale per la formazione alla psicoterapia e alla ricerca nel campo delle scienze umane applicate (G.U. n. 201 del 30/8/ 2003), promossa dall’ASL Napoli 1.
E’ stata la prima scuola di formazione in psicoterapia promossa da una Azienda Sanitaria Locale, che -oltre ad essere la più grande d’Italia per bacino di utenza- ha acquisito anche la caratteristica di essere la prima d’Italia ad avere promosso una scuola di formazione in psicoterapia e ad averne acquisito il relativo riconoscimento ministeriale.
Tale scuola è scaturita da anni ed anni di sperimentazione didattica nel campo delle scienze umane -con particolare riguardo alle discipline psicologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche-, avviata dall’iniziale scuola fondata dallo psichiatra Sergio Piro , chiamata semantico connessionale -fino al 1988-, antropologico trasformazionale -fino al 1999- e scuola sperimentale per la formazione alla psicoterapia e alla ricerca nel campo delle scienze umane applicate -dal 2001-.
Questi i principali assunti di riferimento:
- non vi è possibilità di una nuova operatività senza una nuova didattica;
- il sapere e la conoscenza non appartengono alle singolarità autosufficienti e ripiegate su se stesse, ma sono un fatto sociale e comunitario ed un mettere in comune, che solo nello scambio vivo e partecipato/partecipante con l’altro acquistano il loro valore ed il loro senso.
Pertanto la cura ad orientamento antropologico trasformazionale -nel riconoscersi come filiazione epistemologica del mutamento operazionale determinato dalla legge 180 di riforma psichiatrica- individua un inedito dispositivo di cura: il soggetto collettivo curante.
La differenza fondamentale tra questo approccio e quello delle psicoterapie storiche ed attuali è tutta in questo punto: per le psicoterapie in genere il terapeuta è l’unico titolare della terapeuticità del processo di cura, mentre l’orientamento antropologico trasformazionale -che discende direttamente dal lavoro di pratica sociale e di ricerca clinica all’interno dei servizi di salute mentale- utilizza una terapeuticità diffusa, collettiva, transindividuale. Soprattutto il processo di deospedalizzazione scaturito dalla legge 180 di riforma psichiatrica ha evidenziato l’importanza di strategie terapeutiche non meramente duali, ma appunto fondate sui paradigmi conoscitivi ed applicativi della intersoggettività dell’incontro interpersonale allargato al discorso comunitario.
Dunque con l’approccio antropologico trasformazionale si intende affrontare tutto ciò che è volto alla descrizione ed alla ricerca scientifica sulle trasformazioni dell’orizzonte conoscitivo ed emozionale delle collettività e delle singole persone. Ne scaturisce una modalità operazionale che direttamente deriva dalla consapevolezza fenomenologica della complessità del reale.
Comunque nell’ASL Napoli 1 è funzionante il Dipartimento di Psicologia, che secondo l’Atto Aziendale dell’ASL Napoli 1 svolge le seguenti funzioni:
“Il Dipartimento di Psicologia realizza l’integrazione delle attività psicologiche svolte dalle Unità Operative di psicologia territoriale ed ospedaliere allo scopo di: -costituire reti di servizi come offerta integrata alla complessità della domanda psicologica nelle sue componenti di prevenzione, diagnosi e terapia del disagio psichico, nonché la formazione degli operatori;
- favorire, attivando idonee modalità di comunicazione ed interrelazione, il coordinamento delle attività svolte dalle Unità operative di Psicologia Territoriali e ospedaliere e le altre Unità Operative; -allocare le risorse umane in modo dinamico e flessibile;
- programmare attività di formazione che sostengano le motivazione degli operatori al fine di migliorare qualitativamente le prestazioni offerte; -definire gli ambiti territoriali attribuiti alle singole Unità operative di Psicologia. Il Dipartimento di Psicologia ha inoltre la funzione di assicurare:
- la collaborazione interistituzionale a livello locale, nazionale e sopranazionale per la promozione della salute psichica;
- la rivelazione dei flussi informativi anche al fine di individuare specifici fattori di rischio;
- livelli uniformi di assistenza psicologica curando in particolare la semplificazione delle procedure di accesso dei cittadini alle prestazioni richieste accogliendo e decodificando la complessità della domanda relativa al disagio psichico;
- l’elaborazione di linee guida volte all’accoglimento ed al soddisfacimento della richiesta di aiuto relativa alla complessità del disagio psichico proveniente dal territorio, alla definizione ed attivazione di percorsi terapeutici, privilegiando interventi per progetti;
- il rispetto dell’equità e continuità nell’erogazione delle prestazioni attraverso la modulazione di interventi idonei a raggiungere le fasce di popolazione più a rischio;
- il coordinamento delle attività di tirocinio per gli studenti, laureati e specializzandi in psicologia; -la promozione della partecipazione dei cittadini individuando programmi di informazione e attività di prevenzione rivolte alla Comunità.”.
Il Dipartimento di Psicologia dell’ASL Napoli 1 è così articolato:
- Unità Operativa di Psicologia Clinica, Psicoterapia e Formazione Psicodinamica, presso il Distretto 51;
- Unità Operativa di Psicologia Clinica e Psicoterapia, presso il Distretto 47;
- Unità Operativa di Psicologia Clinica e Prevenzione Salute Mentale Donna e Centro Clinico per il
Maltrattamento in Famiglia, presso il Distretto 46;
- Unità Operativa di Psicologia Clinica e dell’Età Evolutiva, presso il Distretto 51.
Vi lavorano 3 direttori e 25 dirigenti (17 psicologi e 8 medici), che erogano le seguenti prestazioni ed effettuano le seguenti attività:
- colloqui di consulenza psicologica;
- diagnosi di valutazione psicologico-clinica;
- psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo;
- consulenze per disturbi psicosomatici e delle condotte alimentari;
- consulenze psicosessuologiche;
- consulenze psicologiche per lo sport;
- prevenzione, diagnosi e cura del disagio psicologico dei bambini, degli adolescenti e dei loro familiari;
- consulenze e interventi psicosociali per operatori di istituzioni (scuola, Comune, eccetera);
- consulenze e informazioni per operatori di istituzioni e associazioni;
- interventi di prevenzione individuale e collettiva dei rischi per la salute psicologica, in particolare attraverso attività di counselling negli istituti scolastici.
Essendo l’accessibilità uno dei fattori della qualità ottimale, in quanto esprime il massimo che un sistema sanitario può mettere a disposizione dei cittadini, incrementandone così la propria efficienza, è auspicabile che tale Dipartimento di Psicologia sia potenziato nelle sue articolazioni territoriali che sono le Unità Operative di Psicologia Clinica: in tal modo fasce della popolazione non abbiente e non in grado quindi di sostenere i costi di una psicoterapia (o comunque di un sostegno psicologico) a livello libero professionale e che rivolgendosi ai servizi sanitari pubblici spesso ricevono solo dei trattamenti di urgenza ed emergenza non sarebbero dunque più precluse di fatto all’accesso alla psicoterapia (o comunque al sostegno psicologico).
Poiché prevenire è far sì che i disagi ed i disturbi non si trasformino in conclamate malattie, ecco che la psicoterapia ed il sostegno psicologico si rivelano uno strumento efficace in tal senso ed attualizzano una concreta prevenzione, purché se ne potenzi per davvero l’accessibilità.
da: http://www.agenziaradicale.com
Commento del Dott. Zambello
L’Asl N° 1 di Napoli é stata la prima e una delle poche a mettere a bando ancora diversi anni fa posti per psicoterapeuti, poi ha fatto una Scuola riconosciuta dal Ministero per la specializzazione in psicoterapia. Questo é far prevenzione. E’ incredibile però come tutti i giorni, giornali e telegiornali ci ammorbino con le notizie dei rifiuti e passa l’idea che Napoli sia solo quel problema, quando invece dimostrano di avere una sensibilità ed una genialità che però conviene tacere, magari per poter investire in un’altra clinica privata .
Mente in Pace: dai manicomi al territorio, lo stigma odierno
04-06-08
Dai manicomi al territorio: lo stigma odierno
di Rosetta Serratore, Associazione MenteInPace
Abbiamo finora evidenziato come la follia in un contesto o in un altro da sempre viene allontanata dal mondo civile. I malati mentali furono reclusi nei manicomi in modo da non poter nuocere né dare scandalo. L’art.1 della legge n. 36 del 14 febbraio 1904 sanciva che: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualsiasi causa da alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi”. Alla base di questa legge così come del pensiero comune vi erano i pregiudizi legati alla figura del disagiato psichico quali la violenza, l’irrecuperabilità, la pericolosità, l’incomprensibilità. Evidentemente nella coscienza collettiva il malato mentale continuava ad essere senza soggettività, considerato completamente succube del suo male e di conseguenza soggetto da soggiogare.
Intorno al 1930 avvenne un cambiamento. Ai malati mentali vennero applicate delle nuove terapie di shock (insulinico, malarico, elettro convulsivo). Queste da un lato annichilivano le coscienze di chi vi veniva sottoposto, ma dall’altro diedero l’occasione di guardare a queste persone come soggetti non solo da custodire ma anche da curare (anche se, ancora una volta, sempre e solo all’interno del manicomio). Una ulteriore spinta in questo senso fu data dall’introduzione degli psicofarmaci negli anni ’50. Contemporaneamente a questi cominciarono a diffondersi anche le teorie psicanalitiche che non consideravano più la malattia mentale come solo fatto organico ma strettamente legata alla situazione esperienziale del soggetto che la manifestava. Fu così che nel 1962 in America si arrivò ad aprire i primi Centri di Igiene Mentale che però con quel termine ‘igiene’ rammentavano ancora attributi poco ‘puliti’ nelle menti dei malati, come se ci fosse qualcosa di sporco. Intanto in Italia bisognerà aspettare il 13 maggio 1978 per abolire la normativa del 1904 con la legge 180 grazie al direttore dell’Ospedale di Gorizia Franco Basaglia. Con la sua determinazione e le sue battaglie si è giunti ad un completo riassetto della psichiatria passando attraverso lo smantellamento dei manicomi e la restituzione alla società dei suoi ‘fratelli minori’. Ma la società è pronta ad accoglierli?
Come disse il patriota Massimo D’Azeglio dopo le conquiste di Garibaldi: ‘Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani’ così ora che le leggi favoriscono il reinserimento in società dei sofferenti psichici bisogna fare in modo che questo possa avvenire realmente e sotto tutti i punti di vista. Non basta infatti togliere dall’isolamento del manicomio una persona se poi la si isola stigmatizzandola. Ancora oggi il pregiudizio intorno alle malattie mentali è molto resistente tanto da considerare lo stigma la malattia secondaria di chi soffre di disturbi psichici. A questo proposito l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 7 aprile 2001 in occasione della giornata della salute mentale ha lanciato lo slogan ‘Stop exclusion, Dare to care’ (Contro lo stigma, il Coraggio delle cure) evidenziando i pregiudizi più diffusi e chiedendo a tutti i governi di intervenire nel concreto per superarli. Quali sono tali pregiudizi? Vediamo uno per uno i maggiormente diffusi.
‘I malati mentali sono pericolosi per sé e per gli altri’: sì, certamente qualcuno lo è ma guardando le statistiche si evince che solo lo 0,2% dei malati in un anno incorre in atti perseguibili penalmente. In questo senso molto della responsabilità del rinforzo di tale pregiudizio va attribuita ai media che, a fini di lucro e senza porsi il minimo scrupolo sulle conseguenze di chi soffre tali disturbi, mettono in ampio risalto (dove deliberatamente non esagerano), fatti di cronaca relativi a persone con disturbi psichici comprovati. Oppure se chi compie gesti efferati non aveva mai accusato tali disturbi, si appellano comunque al ‘raptus di follia’ da essi stessi inventato, con la precisa volontà di ignorare che in realtà ognuno di noi potrebbe commettere qualsiasi gesto del genere.
“E’ inutile starli ad ascoltare, tanto non dicono niente di sensato”: certamente trovandoci di fronte ad una persona in crisi delirante tutto ciò che dice ci può apparire senza logica, incomprensibile. Non sarebbe lo stesso se trovandoci di fronte la stessa persona nella stessa situazione adottassimo un atteggiamento di disponibilità e voglia di leggere tra le righe di ciò che ci dice, anzi, scopriremmo che spesso può esistere un terreno comune su cui costruire un dialogo funzionale.
“I malati mentali non possono guarire”: oggi come oggi non c’è niente di più falso (così come lo è sempre stato d’altronde), eppure risulta essere il più invalidante tra i pregiudizi in quanto genera un senso di perdita di speranza sia nella persona malata che in chi ha vicino.
“Sono un peso per la società perché non lavorano”: sì, a volte non riescono davvero a lavorare, così come non ci riusciamo noi quando ad esempio abbiamo l’influenza. Se fossero persone non in grado di lavorare come avrebbero potuto auto sostenersi nei secoli nelle loro ‘città fuori dalle città’? Oggi più che negli anni passati si grida a gran voce il loro diritto al lavoro che è condizione essenziale per il raggiungimento di una reale autonomia.
Potremmo continuare ancora per un bel po’ ma il succo del discorso è che bisogna eviscerare le motivazioni infondate a sostegno dei pregiudizi. E’ importante avere gli strumenti e i metodi giusti per arrivare alla coscienza delle persone e combattere lo stigma. Molto si è fatto soprattutto in questi ultimi trenta anni ma moltissimo è rimasto da fare.
da: http://www.targatocn.it




