Il diavolo, probabilmente…

28-05-08

I fenomeni che alcuni interpretano come malattia mentale e altri come possessione diabolica sono ancora oggi oggetto di studi che tentano di fare luce su una millenaria zona d’ombra dell’esistenza umana

Deliri, allucinazioni, visioni diaboliche: per molti psichiatri sono sintomi inequivocabili di malattia mentale. Ma non per tutti: il dibattito su fenomeni che alcuni interpretano come patologia e altri come possessione diabolica è tutt’altro che esaurito. E dal confronto tra Chiesa e mondo della scienza stanno nascendo anche inedite opportunità di collaborazione. Abbiamo scelto il titolo di un film di Robert Bresson, per accompagnarci in una riflessione su un tema complesso in cui molti individuano ancora zone d’ombra.
Poche le certezze sull’argomento, ma tra queste c’è senz’altro un’attenzione crescente per il problema, la richiesta continua di esorcisti, la proposta sempre più frequente di corsi di formazione in cui gli psichiatri insegnano ad aspiranti esorcisti o ad altri religiosi a interpretare fenomeni proposti come possessione e che invece nella maggior parte dei casi sembrano rientrare nell’ambito della patologia. «Quello della possessione diabolica è un iceberg al contrario. Sembra un fenomeno diffusissimo, e invece i casi veri sono pochi», osserva lo psichiatra Vincenzo Mastronardi, che all’Università «La Sapienza» di Roma dirige un corso di alta formazione in possessione diabolica e demonologia.
Nel terzo millennio, insomma, il diavolo è ancora oggetto di studi universitari. In Italia e non solo, dato che il fenomeno della possessione diabolica sembra non avere confini di cultura o di religione «la figura dei demoni, del diavolo, fa comunque parte del nostro immaginario, tanto che in ogni cultura le allucinazioni dei pazienti psichiatrici sono in qualche modo collegate a immagini divine o demoniache», prosegue Mastronardi. Un fenomeno soprattutto italiano sembra essere invece «il boom dell’esorcismo» di cui parla Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.
«Tecnicamente un esorcista è un sacerdote incaricato dal vescovo per questo ministero all’interno di una diocesi», spiega Padre Gabriele Nanni, sacerdote che ha esercitato l’esorcismo e anche insegnato a corsi per esorcisti presso l’Ateneo Pontificio «Regina Apostolorum» e in altre sedi. «L’esorcismo – prosegue il religioso – è un rito pubblico per sconfiggere la possessione: non un atto momentaneo, ma un percorso che può richiedere mesi o anche anni: un confronto con un interlocutore che reagisce e a cui bisogna contrapporre una risposta adeguata». Un interlocutore, ossia il demonio: se apparentemente il percorso per liberarsi dalla possessione – «che può avere fasi alterne e durare mesi o anche anni» – ci appare come la versione ecclesiastica di una psicoterapia – «e in effetti c’è chi fa il giro degli esorcisti come altri degli psicoterapeuti» – il cuore del processo è profondamente radicato nell’essenza stessa della religione, e richiede un atto di fede.

 da: http://lescienze.espresso.repubblica.it

Commento del Dott. Zambello.

Scrive Jung in “Ricordi, sogni, riflessioni”:
 ”Una volta mentre ero nel mio laboratorio e riflettevo questi problemi il diavolo mi suggerì che sarei stato giustificato se avessi pubblicato i risultati dei miei esperimenti senza citare Freud”. Jung Credeva veramente nell’esistenza del diavolo, lo aveva veramente incontrato?
Jung ha fama di essere stato un  ”religioso” e spiritualista. In realtà era un empirico e psichiatra, come lui si definiva.  Conosceva,  per averlo “visto” e “conosciuto”,  il Diavolo: é dentro tutti noi come lo è Dio.
Lui pensava  che noi conviviamo con tante  parti opposte: il femminile e il maschile, l’introverso e l’estroverso, il bianco ed il nero,  oscurità e luce, lo yin e yang,  fino al diavolo e dio. Il nostro equilibrio è un continuo  colloquiare con tutte queste parti  senza  farne prevalerne alcuna.


 

Con la depressione i mali peggiorano

23-05-08

Come i disturbi psichici influiscono sulle malattie: più rischi, cure irregolari. Parla lo psichiatra Mario Maj

di Giuseppe Del Bello

“Non c’è buona salute (fisica) senza buona salute della mente”. La versione anglosassone dell’adagio latino “mens sana in corpore sano” non è altro che il titolo (No health without mental health) con cui Lancet ha recentemente pubblicato uno studio condotto da un gruppo congiunto di ricercatori europei sulle conseguenze fisiche dei disturbi psichici e, in particolare, della depressione sull’incidenza di alcune patologie. Per l’Italia ha partecipato il team che fa capo a Mario Maj, direttore del dipartimento di Psichiatria del II Ateneo di Napoli. “La depressione è in assoluto la malattia che contribuisce maggiormente alla disabilità della popolazione mondiale”, premette Maj, “Un contributo che si identifica nel 10 per cento di tutte le patologie non infettive”.

Più vulnerabili
Insomma, oltre a essere disabilitante di per sé, la depressione e le sue manifestazioni rendono le persone più vulnerabili a numerose malattie fisiche e, spesso, determinandone anche un decorso peggiore.
Il primo esempio arriva dal diabete mellito: chi soffre di sindrome depressiva corre un rischio di svilupparlo del 37 per cento in più rispetto a un soggetto sano. Non solo. I diabetici depressi hanno maggiori probabilità di essere colpiti dalle principali complicanze: retinopatia, nefropatia, neuropatia, disfunzione sessuale e complicanze macrovascolari. “Sia nei soggetti diabetici che in quelli con infarto del miocardio recente la presenza di una depressione maggiore si associa a una mortalità due volte più elevata”, continua il docente, “e va ancora peggio se si sottovaluta il protocollo terapeutico: in quelli che hanno avuto un infarto e sono pure depressi, l’incidenza di nuovi eventi cardiaci dopo 18 mesi è del 7.4 per cento se la depressione viene curata e risponde alla terapia, mentre è del 25.6 per cento se la si ignora oppure se è refrattaria al trattamento.
Come si spiegano questi dati?
“La maggiore incidenza di alcune patologie fisiche nelle persone depresse”, risponde Maj “dipende innanzitutto dal fatto che queste persone presentano più frequentemente fattori di rischio come obesità, fumo, abuso di alcool, ridotto esercizio fisico e abitudini dietetiche poco corrette. Inoltre, i pazienti depressi possono presentare alterazioni biologiche che predispongono alle cardiopatie ischemiche o che interferiscono con il metabolismo glicidico. Tra le prime vanno ricordate l’aumentata attivazione piastrinica, la ridotta variabilità della frequenza cardiaca, la disfunzione endoteliale, l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e l’aumento dei livelli della proteina C reattiva e di altri markers infiammatori. Nel metabolismo glicidico abbiamo l’attivazione simpatico-adrenergica, l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, l’iperattività dell’asse ipotalamo-GH e l’aumentata secrezione di citochine pro-infiammatorie”.

Aderenza alle terapie
L’influenza della depressione sul decorso e sulla prognosi di alcune malattie fisiche è anche la conseguenza del minor ricorso alle cure mediche e/o dell’assunzione irregolare dei farmaci prescritti. La conferma arriva da una meta-analisi secondo cui i depressi affetti da patologie fisiche hanno una probabilità più che doppia rispetto agli altri pazienti (non depressi) di non aderire alle terapie mediche. Ancora. Un altro recente studio condotto su soggetti con patologie cardiovascolari rivela che i depressi hanno una probabilità significativamente più elevata di non attenersi al protocollo terapeutico prescritto, di dimenticare di assumere i farmaci o di decidere di non prenderli del tutto. Cosa fare in queste situazioni? “Tutti i medici dovrebbero rendersi conto dell’importanza della componente psichica nella genesi, nel decorso e nella prognosi di alcune delle patologie di loro competenza”, conclude Maj, “serve una collaborazione quotidiana tra specialisti e psichiatri in ospedale anchei in Italia”.

da:http://www.repubblica.it

Psichiatria: 8% italiani con disturbi, 10 volte più a rischio suicidio

22-05-08

 Ansia, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia. Fra il 5% e l’8% degli italiani soffre di malattie mentali e corre un rischio 10 volte maggiore di suicidio, rispetto a chi non ha invece problemi di questo genere. A ‘fotografare’ il fenomeno è stato Angelo Picardi del Reparto salute mentale del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità, intervenendo al convegno ‘La psichiatria nel nuovo millennio: progressi e innovazioni’, oggi a Roma. “Per quanto riguarda la schizofrenia – ha ricordato l’esperto – si stima che quattro italiani su mille ne siano colpiti. Il disturbo bipolare insidia invece l’1% dei nostri connazionali e la depressione, secondo lo studio Esemed (European Study of the Epidemiology of Mental Disorders), ha colpito nell’ultimo mese di osservazione l’1,5% delle persone, due volte di più le donne”.

Anche l’ansia miete molte ‘vittime’: “sempre nell’ultimo mese di analisi dell’Esemed – precisa Picardi – l’ansia ha colpito il 2,2% degli italiani, quattro volte di più le donne, gli attacchi di panico lo 0,3%, l’agorafobia lo 0,2%. Mentre invece i disturbi alimentari fanno penare almeno un volta nella vita l’1,2% degli italiani, in particolare lo 0,4% per anoressia, lo 0,3% per bulimia e lo 0,3% per il ‘binge eating’, le abbuffate di cibo”.

L’esperto ha ricordato che “i disturbi mentali aumentano di dieci volte il pericolo di pensieri e comportamenti suicidi: in Europa ogni anno 58 mila persone si tolgono la vita, un numero superiore a quelle che muoiono per incidenti stradali, omicidi e persino infezioni da Hiv. Gli studi ci confermano che il 10% dei malati di schizofrenia tenta il suicidio, mentre la depressione, in particolare, fa crescere di 22 volte il pericolo di togliersi la vita ed è la quarta causa di disabilità al mondo per l’adozione di stili di vita non sani o pericolosi, che conseguono a stato patologico. E proprio le abitudini che si adottano quando si è depressi – ha concluso Picardi – aumentano il rischio di altre malattie come tumori, diabete o obesità”.

da: http://www.adnkronos.com

Non esiste una psichiatria di destra e una di sinistra

21-05-08

 Non credo che sia “la legge 180″ ad essere la causa del deterioramento attuale della psichiatria ma l’ideologizzazione sfrenata che viene fatta attorno al problema legato alla salute mentale e alla sua gestione globale.
La legge 180 di per sé è un’ottima legge, perfettibile ovviamente, ma sostanzialmente precisa nel mettere bene i paletti rispetto alle necessità di cure. Cerca di superare la mentalità manicomiale ma di per sé non solo non demonizza la residenzialità, ma la prevede a livelli di protezione via via sempre meno stretti allo scopo di restituire al contesto sociale la persona affetta da patologia mentale.
E’ la legge 180 che ha previsto gli S.P.D.C., è la legge 180 che ha regolamentato i Trattamenti Sanitari Obbligatori con tutto l’apparato dolorosamente coercitivo necessario purtroppo in alcune fasi della malattia. La legge 180 deve essere applicata IN TOTO, anche in quegli aspetti mal visti dalle ideologizzazioni che da sempre si vede fiorire attorno.
Chi sta compiendo le azioni efferate a Cagliari sta SNATURANDO totalmente una legge complessivamente ben fatta ma molto male applicata in nome di assiomi completamente sbagliati:

1. la malattia mentale non esiste (NON E’ VERO! esiste eccome ed è una malattia FISICA)

2. il “disagio mentale” è causato dalla società (NON E’ VERO! i disturbi mentali sono presenti ovunque in tutte le società e in tutte le classi sociali)

3. Si può sempre recuperare la persona affetta da “disagio mentale” (NON é VERO! Purtroppo è esperienza comune per chi fa il nostro mestiere osservare pazienti che non recupereranno mai l’insight e che rimarranno nello stato di malattia anche nelle fasi intercritiche)

4. I farmaci rincoglioniscono il paziente e non devono essere usati (NON E’ VERO! senza i farmaci la legge 180 sarebbe stata impensabile. L’unica possibilità per molti pazienti di condurre una vita sufficientemente dignitosa è data proprio dalle terapie farmacologiche continuative e croniche)

Il grosso problema è proprio la politica. Non esiste una psichiatria di destra e una di sinistra. Non PUO’ esistere, non DEVE esistere. Nel momento in cui la facciamo esistere eliminiamo i pazienti per sostituirli con la politica, condannandoli e condannando le famiglie al silenzio, all’annullamento, perché i bisogni delle persone vanno ascoltati senza filtri ideologici (di nessun tipo di ideologia).
Restituiamo una volta per tutte la psichiatria alla MEDICINA, alla scienza, all’arte, ne gioveremo tutti quanti.
In questo è indispensabile che siamo uniti al di là di qualunque formazione politica e al di là di qualunque ideologia perché non deve accadere quello che sta succedendo a Cagliari, mai, chiunque sia il “personaggio” che vuole che accada.

Donatella Lai
CSM S. Gavino
Sardegna

da: http://www.aipsimed.org

Commento del Dott. Zambello
A cosa si riferisce la Dott. ssa Lai?   Ecco i fatti: Il 22 giugno 2006  muore nel reparto psichiatrico DELL’OSPEDALE S.S. TRINITA’DI CAGLIARI  Giuseppe Casu, ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio e tenuto in contenzione per una settimana. Aperta l’inchiesta,  la magistratura  dispone il rinvio a giudizio dello Psichiatra Gian Paolo Turri,  sospeso il  3 marzo scorso dalla Asl  sino a quando non si concluderà il processo e comunque per un periodo non superiore ai cinque anni.  Assieme al primario, alla sbarra, con l’accusa di omicidio colposo è finita anche la collega Maria Rosaria Cantone, medico che aveva in cura dopo il ricovero  un  ambulante quartese deceduto per una tromboembolia una settimana dopo il ricovero. Per l’intero periodo, ha poi accertato una commissione d’inchiesta interna della Asl,  l’uomo è sempre rimasto legato al letto,  contenuto fisicamente con lacci alle braccia e alle caviglie. 
Purtroppo a distanza di 30 anni dalla legge 180, succedono ancora fatti del genere. Mi associo alla collega per condannarli , ma non è vero quello che la Dott.ssa Lai scrive, in  particolare non è vero  che la psichiatria sia una “realtà” oltre alla società: “la malattia mentale non è di destra né di sinistra”.  Certo che è così, o meglio a volte è così, ma la gestione, la cura ed anche la prevenzione è un fatto politico. Senza strutture, finanziamenti,  volontà politica, non si fa né cura né  prevenzione.

In Italia manca una vera assistenza ai malati mentali

14-05-08

Continuiamo  a proporre contributi diversi sulla tematica della legge 180, o meglio: la gestione della malattia mentale in Italia che compie oggi trent’ anni. E’ un tema che a noi sembra importantissimo perchè oltre lo specifico mette in risalto tutta una serie di problemi che coinvolgono direttamente ogni cittadino: la  salute che è sempre  fisica  e  psichica.

di Antonio Gaspari

Trent’anni fa, il 13 maggio 1978, il Parlamento Italiano, sotto la minaccia di un referendum abrogativo, ha approvato la legge 180, ispirata dallo psichiatra veneziano Franco Basaglia.

Insieme alla chiusura dei manicomi, però, non sono state sviluppati quei centri di assistenza che avrebbero dovuto aiutare le famiglie nella cura dei malati.

Intervistato da ZENIT, Felice Previte, Presidente dell’associazione “Cristiani per Servire”, ha denunciato trent’anni di “disinteresse delle Istituzioni”.

Secondo Previte: “La legge 180 è stata emanata priva del Regolamento d’Applicazione, e non ha previsto strutture alternative ed adeguate né l’organizzazione dei servizi”, ma soprattutto non ha compreso “che la malattia mentale è un problema sociale”.

A questo proposito, ha ricordato che nel 2005 il Senato ha compiuto una Indagine parlamentare le cui conclusioni hanno stabilito e rilevato come “essenzialmente fallimentare lo stato di assistenza dei malati psichici in Italia”.

Il rappresentante di Cristiani per Servire ha commentato che “la politica non ha provveduto a ritenere questo problema come prioritario” ed ha lasciato i malati psichicamente gravi, “nella dimenticanza e nel disinteresse spingendoli verso forme di eutanasia”.

Il Presidente dell’associazione ha spiegato che “il problema è stato ‘scaricato’ sulle famiglie, le quali ricevono un contributo ridicolo di 246,73 al mese, che consente a questi malati solo di sopravvivere, con l’angoscia del futuro, cioè di quando verrà a mancare il sostegno familiare”.

“Così – ha aggiunto Previte – le famiglie lasciate nella loro solitudine rischiano di crollare di fronte al problema, per cui a volte si assiste ad estremi rimedi, tragedie che quasi quotidianamente apprendiamo dai mass media increduli e sbigottiti”.

Per questi motivi, Cristiani per Servire chiede che “la legge venga rivista e rimodernata in una proposizione che renda ragione e giustizia e che rispetti la dignità dei malati psichici”.

Circa il richiamo morale al rispetto della dignità dell’uomo malato psichicamente, Previte ha ricordato che l’8 gennaio 2004, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger inviò un Messaggio al Simposio Internazionale “Dignità e diritti della persona con handicap mentale” in cui richiese “le tutele giuridiche capaci di rispondere ai bisogno ed alle dinamiche di crescita delle persone handicappate e di coloro che condividono la sua situazione a partire dai suoi familiari”

“Impegnarsi verso forme concrete ed efficaci di solidarietà verso la persona umana specie quella che comporta un disagio psichico” è stato l’invito dei Vescovi alla 55° Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana nel novembre 2005.

Il Presidente di Cristiani per Servire ha quindi espresso la propria riconoscenza a Benedetto XVI che, nel Messaggio del 16 dicembre 2005 per la “14° Giornata del malato mentale”, ha riconosciuto la cura della salute mentale come “una vera e propria emergenza socio-sanitaria”.

In quel messaggio il Pontefice Benedetto XVI ha voluto richiamare tutti quei Paesi (compresa l’Italia) dove non esiste o è parzialmente in vigore “una legislazione definita per la salute mentale” o dove “ risultano carenti i servizi insufficienti od in stato di disfacimento”, auspicando che crescano “leggi adeguate e piani sanitari che prevedano sufficienti risorse per la loro completa applicazione“.

da: http://www.zenit.org

Salute mentale: ansia da debiti colpisce 91% di chi e’ in rosso

13-05-08

Roma, 12 mag. (Adnkronos Salute) – Destreggiarsi fra conti e bollette e faticare a mettere insieme pranzo e cena, rischia di avere pesanti ripercussioni sulla salute mentale della gente. Così lo spettro della Grande Depressione potrebbe scatenare una maxi-depressione. A lanciare l’allarme è l’associazione britannica ‘Mind’, che pubblica uno studio sull’effetto della pesante congiuntura economica per la psiche. Un rapporto shock, che sottolinea come ormai l’ansia da debiti sia diffusissima: il 50% degli intervistati (1.800 cittadini britannici) ha problemi a far quadrare i conti, e il 91% degli indebitati confessa che l’ansia da debiti ha influito negativamente sulla propria salute mentale. Non solo. Dal rapporto emerge anche che i pazienti psichici, dai depressi agli ansiosi, agli ossessivo-compulsivi, sono tre volte più a rischio di contrarre debiti. Spesso perché hanno un basso reddito, non possono lavorare a causa delle proprie condizioni o non trovano un impiego proprio per via dello stigma ancora legato alle malattie psichiche.

Insomma, se in Italia si moltiplicano gli allarmi sulle famiglie in difficoltà, sembra che oltremanica non si stia meglio: il denaro è diventato un problema per molti cittadini britannici, dal momento che oltre il 50% degli intervistati vive con un reddito settimanale che il Governo di sua maestà giudica ‘sulla soglia della povertà’. E in alcuni casi (51%) c’è chi è già stato costretto a digiuni forzati per colpa dei debiti. Ma cosa fare per aiutare i cittadini in questi momenti di magra? Da Mind suggeriscono tre misure utili a non lasciare sole le vittime dell’ansia da debiti. Per prima cosa, gli operatori di banche e agenzie di credito dovrebbero essere sottoposti a una speciale formazione, che consenta loro di gestire situazioni delicate dal punto di vista della salute mentale. Le banche, poi, dovrebbero offrire a chi lo richiede dei sistemi di monitoraggio del conto corrente, per rilevare e segnalare le spese fuori controllo e proteggere al meglio le finanze dei cittadini. Infine, si suggeriscono speciali indagini nel caso in cui le pratiche dell’ufficiale giudiziario chiamino in causa persone con difficoltà psichiche. Proprio per aiutare i tanti cittadini con problemi di debiti, l’associazione ha lanciato anche uno spazio apposito sul web.

“Oggi i debiti personali in Gran Bretagna hanno raggiunto quote astronomiche, ma il costo più salato è quello pagato dalla nostra salute mentale – dice il direttore esecutivo di Mind, Paul Farmer – Il denaro non tiene solo sveglia la gente di notte, ma causa anche alti livelli di stress, depressione, e in alcuni casi pensieri di morte e azioni contro se stessi. Il legame fra debiti e depressione è una preoccupazione reale e crescente”. E non è tutto. “Chi soffre di problemi mentali è particolarmente vulnerabile: rischia di essere intrappolato in un circolo vizioso che finisce nella povertà”, aggiunge Farmer, convinto che esistano sistemi pratici per tutelare le finanze delle persone più a rischio e aiutarle a non finire strangolate dai debiti. La parola d’ordine, conclude l’esperto, è chiedere aiuto. “Il 34% di chi è in rosso – ricorda Farmer – non cerca consigli e aiuti per risolvere i propri problemi, spesso perché non sa a chi rivolgersi”.

da: http://www.adnkronos.com

Le corsie diventano manicomi

12-05-08

Legge Basaglia, 30 anni dopo. Pochi servizi, ricoveri in ospedali e cliniche. Oltre due milioni i malati di mente gravi

Sono passati trent’anni da quel 13 maggio 1978 che portò tra mille polemiche alla chiusura dei manicomi. Ma solo otto dalla dismissione dell’ultimo, il Santa Maria della Pietà di Roma. Fallimento? Riforma incompiuta? Superate le barricate tra psichiatria tradizionale e antipsichiatria, il mondo della medicina concorda su un unico punto: indietro non si torna. Su come migliorare la situazione, invece, molti hanno le loro ricette. Continua

La salute mentale: questa legge dà più diritti.

09-05-08

A distanza di 30 anni  della legge Basaglia, legge 180 che regolamentava in maniera diversa il problema della malattia mentale, ci sono sicuramente tantissimi problemi che non sono ancora risolti. Pensiamo di proporre diversi interventi, iniziamo con quello del Dr. Dell’Acqua che è Psichiatra a Trieste, la dove Basaglia lavorava ed aveva iniziato a “chiudere” i manicomi.

Tu cosa ne pensi? Quale è la tua esperienza?

di Giuseppe Dell’Acqua *

Era il 1968 quando il governo di centro sinistra sulla spinta delle prime aperture dei manicomi a Gorizia, Perugia e Materdomini (SA) metteva mano alla legge del 1904 sui “frenocomi e gli alienati” e introduceva il ricovero volontario, creava un’alternativa alla pesantezza dell’internamento coatto e alla sottrazione dei diritti civili. Avviava un processo di radicale cambiamento che si concluderà dieci anni dopo, con la legge 180. In quegli anni nel campo della salute mentale si sono prodotte accelerazioni, innovazioni, cambiamenti inconfrontabili col resto degli altri paesi occidentali. Cambiamenti che cominciavano a restituire possibilità. Possibilità di restare cittadini, di essere titolari dei propri diritti, di avere la speranza di rimontare il corso delle proprie esistenze, perfino di guarire. La legge 180 non ha fatto altro che questo. Il legislatore si è chiesto se anche per gli internati, i malati di mente, dovesse valere l’articolo 32 della Costituzione: “…diritto alla cura e alla salute nel rispetto della libertà e della dignità…” e ha risposto che sì. Da allora non più lo Stato che costringe alla cura, che interna, che interdice per difendere l’ordine e la morale; non più il malato di mente “pericoloso per sé e per gli altri e di pubblico scandalo”, ma una persona bisognosa di cure. A partire da quegli anni siamo stati in grado di vedere e ascoltare le persone che vivono il dolore della mente in quanto persone e non diagnosi, malattie, oggetti.
Ma proviamo a fare il punto della situazione. Dati raccolti negli ultimi 6 anni dall’Istituto Superiore della Sanità confermano clamorosamente il percorso di cambiamento avviato nel ’78: le strutture per la salute mentale sono diffuse, ovunque sono presenti servizi ospedalieri per acuti e strutture residenziali. Questa rete di servizi si è sviluppata assieme alle associazioni di persone che hanno vissuto l’esperienza del disturbo mentale, che rivendicano la propria storia, che ci raccontano le loro svolte, che ci dicono come è possibile vivere malgrado la malattia; associazioni di familiari che fino all’altro ieri erano condannati alla vergogna, all’isolamento, a sentirsi colpevoli della malattia o di presunte relazioni malate covate all’interno della famiglia. Nuove figure sono entrate sulla scena, ora risorse e incredibili opportunità per tessere reti, strategie, alleanze. Tanto che il campo del lavoro terapeutico è realmente cambiato. Pensando alla grande esplosione italiana della cooperazione sociale impossibile non vedere le infinite opportunità che, proprio a partire dai manicomi, si sono offerte alle persone con disturbo mentale per formarsi, entrare nel mondo del lavoro, riprendere un ruolo sociale e familiare. In 30 anni sono nati e cresciuti i servizi ospedalieri per il ricovero degli acuti (circa 280 per quasi 4.000 posti letto), è rimasto invariato il numero delle strutture convenzionate (55 cliniche per circa 4.800 posti letto) che si occupano di persone con patologie meno severe. Sono circa 20.000 i posti nelle strutture residenziali di varie dimensioni, qualità degli ambienti e intensità di programmi riabilitativi. Infine un Centro di salute mentale (CSM) ogni 80.000 abitanti è presente nel territorio con orari di apertura e modalità di lavoro e programmi diversi da Regione a Regione. Tuttavia, per quanto sviluppati e presenti i servizi di salute mentale rispondono ancora con difficoltà, e in alcuni casi veramente male, alle domande di sostegno e di guarigione che i cittadini ormai consapevoli fanno. La mancata risposta, quando accade, è dovuta all’estrema fragilità di programmi e risorse investite nei CSM che dovrebbero rappresentare, funzionando sulle 24 ore (solo 50 in Italia operano così), il punto di ascolto, di elaborazione, di presa in carico e di continuità del lavoro terapeutico. Tutto il sistema, invece, conta sui luoghi di ricovero (per gli acuti), sui luoghi di lunga ospitalità (residenze, per i cronici) a conferma di un modo di operare che poco si discosta dal modello medico ospedaliero. E questo anche per la mancata trasformazione culturale non dei cittadini, ma della psichiatria che con fatica si dispone a diventare “salute mentale nella comunità”. Salvo alcune eccellenti eccezioni (Verona, per esempio), le Università poco hanno fatto per promuovere ricerca e formazione nel senso del cambiamento avviato 30 anni fa. C’è ancora, così, chi propone che il Governo modifichi la legge 180, sopravvissuta in questi 30 anni a ben 29 proposte di cambiamento. È con le Regioni e le amministrazioni locali che il Governo deve intervenire, formulando standard, livelli essenziali e, nel caso, commissariando. Mettere mano alla legge 180 significa soltanto ridurre diritti, libertà e possibilità. Ha scritto Susan Sontag: “La malattia è il lato più oscuro della vita, una cittadinanza gravosa. Tutti noi abbiamo una doppia cittadinanza: nel regno dei sani ma anche nel regno dei malati. E anche se tutti preferiremmo usare il passaporto buono, prima o poi ognuno è costretto a diventare, almeno per un poco, cittadino dell’altro regno”. La malattia mentale costringeva al solo passaporto cattivo. La 180 ha restituito a tutti la possibilità di usare il passaporto buono.

* Resp. Dip. Salute Mentale, Trieste

Pedofilia: psicopatologia con componente organica?

08-05-08

Gli eventi di questi giorni che hanno visto il Professore Carlo Marcelletti indagato  per pedopornografia, chiaramente non sappiamo ancora la verità ma ci ripropongono drammaticamente il problema della pedofila. 

di:  emanuela grasso

I pedofili sono soggetti con problemi psicologici. Ma ci può essere una componente organica che causa questo tipo di devianza? La domanda si ripropone spesso nelle discussioni sull’argomento sia tra la società civile che tra i medici e gli psicologi. Secondo una ricerca condotta presso il Centre for Addiction and Mental Health di Toronto i pedofili avrebbero una quantità di materia bianca nel cervello minore rispetto a coloro che manifestano una sessualità ritenuta regolare; il lavoro sarà pubblicato sull’ultimo numero della rivista Journal of Psychiatric Research.
Questa mancanza strutturale, la materia bianca infatti è costituita dalle fibre assoniche dei neuroni che decorrono dal midollo spinale al cervello, potrebbe incidere nel generare o sostenere la patologia perché potrebbe alterare la funzionalità del sistema nervoso.

La pedofilia è attualmente definita dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) come una parafilia, ossia uno tra i disturbi sessuali e della identità di genere. Dallo stesso manuale è definita come un disturbo caratterizzato da fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente, che riguardano bambini in età prepuberale (prima dello sviluppo fisico delle caratteristiche sessuali di genere). Il pedofilo, infatti, è un soggetto che non ha sviluppato una identità sessuale adulta, per cui è rimasto sostanzialmente indifferenziato (per questo non distingue tra vittima maschile o femminile).
Non vi è modo di fare una diagnosi preventiva; i pedofili arrivano in contatto con un’istituzione psichiatrica solo dopo essere stati scoperti. La cura di questo disturbo, ritenuto cronico, passa oggi esclusivamente per la psicoterapia.

Fonte: Press release Centre for Addiction and Mental Health, University of Toronto

da: http://it.health.yahoo.net

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