L’omosessualità non è una malattia da curare
31-05-10
Un gruppo di clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (Psicologi, Psichiatri, Picoterapeuti e Psicoanalisti) ha redato il seguente documento che sottoscrivo. Chi volesse aggiungere la sua firma, purchè operatore del settore lo può fare su: www.noriparative.it
Nota: Possono sottoscrivere il comunicato solo professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, ecc).
Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, in occasione della presenza in Italia di Joseph Nicolosi al convegno “Identità di genere e libertà”, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una “variante naturale del comportamento umano”.
Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (Associazione per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità), sostiene invece, contro ogni evidenza scientifica, che l’omosessualità è “un disturbo mentale che può essere curato”, è “un fallimento dell’identificazione di genere” ed è “contraria alla vera identità dell’individuo”.
Queste teorie, le terapie “riparative” che su di esse si basano, e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità.
Un terapeuta con pregiudizi antiomosessuali può rinforzare i sentimenti negativi di colpa, disistima e vergogna che molti omosessuali provano, e così alimentare l’omofobia interiorizzata e il minority stress, danneggiando spesso irrimediabilmente la salute mentale del soggetto.
La persona omosessuale che chiede di essere “guarita” (e i familiari spesso coinvolti) va ascoltata ed aiutata a capire le ragioni della sua difficoltà ad accettarsi, ma non va ingannata con la promessa di terapie miracolistiche prive di efficacia dimostrata.
Ricordiamo che gli psicologi italiani sono tenuti al rispetto degli articoli 3, 4, 5 del Codice Deontologico, che ribadiscono, tra l’altro, come lo psicologo debba lavorare per promuovere il benessere psicologico, astenersi dall’imporre il suo sistema di valori e aggiornare continuamente le sue conoscenze scientifiche.
Ricordiamo anche che le più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, raccomandano di astenersi dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo e (come recentemente ribadito dal Report of the Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation dell’ American Psychological Association, Washington, D.C., 2009) affermano che le terapie di “conversione” o “riparazione” dell’omosessualità sono basate su teorie prive di validità scientifica e non hanno il sostegno di ricerche empiriche attendibili.
È nostro dovere affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni, e in quanto tale deve essere segnalato agli organi competenti, cioè agli ordini professionali.
Le relazioni gay e l’omosessualità in psicoterapia
11-03-10
Omosessualità e relazioni gay
Di relazioni gay continua a parlarsene come di relazioni deviate, così come continua a parlare dell’omosessualità come di una malattia. E’ di questi giorni la dichiarazione di un ministro turco sul fatto che l’omosessualità vada curata, e che occorra continuare a proibire le relazioni gay e a ostacolare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Al di là del diritto delle coppie gay di potersi sposare o meno, la questione a monte sembra essere quella di credere che l’omosessualità necessiti di una cura. Ma è davvero così? Lo scopriamo in questo articolo firmato dal dottor Renzo Zambello, psicoterapeuta e psicoanalista.
Sappiamo tutti che dal 1973 l’omosessualità non è più annoverata tra le parafilie o meglio deviazioni sessuali. Per la verità bisognerà aspettare gli anni ’90 perché l’OMS decidesse di togliere definitivamente l’omosessualità dalle malattie mentali.
Dal 1973, per oltre 20 anni, psichiatri, psicoterapeuti, organizzazioni religiose, morali e politiche hanno fatto di tutto nel tentativo di bloccare l’eliminazione dell’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) poi, finalmente, nel 1993 questo comportamento sessuale scompare dagli elenchi dei disturbi psichici.
Ma, ancora nel 2004, Lingiardi e Capozzi, pubblicavano su Psicoterapia e Scienze Umane una ricerca sul comportamento degli psicoanalisti italiani rispetto all’omosessualità. Il lavoro era il frutto di circa 600 questionari inviati ad altrettanti psicoanalisti delle più importanti Associazioni Psicoanalitiche italiane. Il risultato ha messo in risalto una forte differenza tra gli analisti sulle relazioni gay. Le differenze in tema di omosessualità sembrano legate alla formazione teorica professionale, medici o non medici, alla Società di appartenenza e all’età. I giovani sembrano più “possibilisti” degli anziani. Continua
Grosseto, vescovo Babini contro i gay: “vizio contro natura”
27-01-10
Durissima la condanna dell’omosessualità nelle parole del monsignor Giacomo Babini – E sull’Islam: “È una religione violenta, bisogna difendersi prima di essere colonizzati”«Come vescovo che non cede alle lusinghe della modernità, dico che la pratica conclamata dell’omosessualità è un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora». Si apre con queste durissime parole l’intervento del vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini, su Pontifex Roma, quotidiano online di notizie cattoliche.
Un argomento del quale «mi fa ribrezzo parlare», aggiunge il monsignore, che definisce l’omosessualità “aberrante” e “un vizio contro natura”. Sotto attacco le autorità religiose, che “devono parlare chiaro”, e civili, con l’esempio del comune di Venezia il cui recente regolamento sull’assegnazione delle case popolari equipara coppie omosessuali ed eterosessuali ai fini dell’edilizia residenziale pubblica. Babini scrive: «Penso che dare le case agli omosessuali come avvenuto a Venezia sia uno scandalo, e colui che apertamente rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza».
Secondo Babini gli omosessuali hanno diritto alla misericordia e a non essere discriminati. «Ma colui il quale addirittura ne fa vanto, si mette fuori dalla Chiesa e non merita il sacramento della comunione. Io a Vendola non la darei mai». Continua
Il Dolore della Misura
09-11-09
La psicoterapia ha nuovamente accusato colpi. La sua nuova crisi d’identità é ravvisabile in quelle che sono le due ultime tendenze negli Stati Uniti: da una parte il tentativo di un rifacimento di facciata che pretende un suo inserimento tra le scienze dure, non esitando ad imporle la ricerca di fattori misurabili oggettivamente e procedimenti efficaci standardizzati; dall’altra, la tendenza a giudicare nefasta oltre inutile l’attitudine a pescare nel passato per portarne alla luce traumi ed annessi vari.
Da sempre gli psicoterapeuti sono costretti a misurarsi con il cosiddetto mondo scientifico, in particolare con i loro colleghi medici; i tentativi per dimostrare la propria legittimità come scienza si sprecano e tuttavia non riescono a colmare la diffidenza ed il pregiudizio di cui sono oggetto.
Dalla metà del XIX secolo le societá occidentali sono state divise tra verità
scientifiche e religiose, la psicoterapia ha sempre faticato ad essere annoverata tra di loro e nello stesso tempo nessuna psicoterapia ha mai ambito ad essere una vera religione nonostante la pesantezza dei dogmatismi di certe sue scuole ed il proliferare dei vari guru di turno.
La sua posizione è sempre stata precaria, il suo diritto ad esistere è stato molto spesso messo in discussione. I motivi sono molteplici ma essenzialmente insiti nella fragilità del suo oggetto di studio: la prevedibilità e l’interpretabilità del comportamento umano.
A tale proposito esistono numerose teorie tra loro contrastanti e la voce di Karl Popper (1), può a mio avviso essere considerata una delle più interessanti. Il noto epistemologo pronunciandosi a riguardo della scientificità dell’interpretazione dei comportamenti umani afferma che, una teoria per essere considerata scientifica deve essere verificabile e invalidabile. Nel caso della psicanalisi per esempio, oltre ad affermare l’esistenza del Complesso di Edipo, bisognerebbe che fosse in grado di dimostrare come sarebbe una persona che ne fosse immune. Continua
L’esotico diventa erotico, una teoria sull’omosessualità
27-09-09
di Carlotta Bettazzi
Sono state pubblicate varie opere sul tema dell’omosessualità, nell’eterno dibattito tra patologia/normalità, possibilità/impossibilità di cura, condizione innata/condizione acquisita. Innanzitutto è utile specificare il significato del termine omosessualità, ovvero un comportamento che implica la scelta di un partner sessuale dello stesso genere. A seconda che la si definisca come conseguente ad una preferenza per il medesimo sesso o come un comportamento occasionale, prenderà una connotazione più o meno ampia.Come hanno sostenuto Foucault (1974) ed altri “il concetto di orientamento sessuale è relativamente recente…”.Infatti, finché questo tema non ha avuto la rilevanza che gli viene attribuita oggi, non era considerato un problema e la scelta del proprio orientamento sessuale era vissuta in modo abbastanza normale. Basti pensare che anche il termine omosessualità è nato solo nei primi anni del ‘700 ad opera di alcuni psichiatri tedeschi. Prima di allora venivano normalmente praticate varie forme di omosessualità, come riti iniziatici, non solo in Grecia e in Oriente, ma anche nel mondo indoeuropeo arcaico. In queste civiltà il passaggio dall’età della fanciullezza allo stato di adulto era segnato da un’importante fase, il rito iniziatico, che spesso includeva comportamenti omosessuali.
Dopo un lungo periodo in cui l’omosessualità veniva vista come una patologia, nel 1974 l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) sostenne che “l’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo”. Inizialmente venne considerata ancora patologica l’omosessualità definita “egodistonica”, cioè quella “della quale il soggetto si lamenta”, ma anche questa definizione fu definitivamente abbandonata tredici anni dopo (Ey, Bernard & Brisset, 1989). Solo nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), alla stessa stregua dell’APA, definì l’omosessualità “una variante non patologica del comportamento sessuale”.
La vecchia concezione dell’omosessualità vista come patologia è stata scardinata principalmente da due fattori: la ricerca empirica e l’azione costante dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche. Ciò ha determinato, tra le altre cose, anche l’abbandono di pratiche terapeutiche che talvolta si trasformavano in vere e proprie crudeltà, basti pensare all’elettroshock, alla terapia aversiva, alla lobotomia o all’asportazione del clitoride nelle donne (Katz, 1976).
Vari sono stati i tentativi di formulare una teoria che riuscisse a spiegare l’instaurarsi di un orientamento sessuale omosessuale. Molti autori, Freud (1905) per primo, ipotizzarono che la causa dell’omosessualità risiedesse in particolari dinamiche familiari dovute a specifiche caratteristiche dei genitori, come un padre assente e distante e una madre iperprotettiva. Altri ricercatori, invece, hanno mostrato prove di influenze biologiche come differenti livelli di ormoni durante la vita prenatale che determinerebbero delle alterazioni nella differenziazione del cervello (Dörner, 1976; 1980); o ancora delle cause genetiche, poiché è stato riscontrato che i marcatori presenti su un segmento del cromosoma X, regione Xq28, era condiviso dai fratelli gay con una frequenza superiore al 50% (Hamer et al.,1993). Tutte queste teorie, sebbene siano state supportate da vari esperimenti, non riescono però a spiegare l’omosessualità nella sua interezza.
Per questo motivo, Bem (1996) ha formulato la teoria Exotic-Becomes-Erotic (EBE). Tale teoria, infatti, ha il vantaggio di coinvolgere sia le variabili biologiche, che i fattori esperenziali e socioculturali. Bem critica il fatto che tutti gli studi si focalizzino solamente sulla causa dell’omosessualità, presumendo che l’eterosessualità sia un comportamento così naturale, una così ovvia conseguenza evolutiva del vantaggio riproduttivo, da non necessitare di altre delucidazioni. Soltanto le deviazioni dall’eterosessualità, secondo tale ottica, dovrebbero essere investigate. Bem, al contrario, sostiene che anche l’uso del genere come base per la scelta sessuale è un problema che necessita chiarimenti. Di conseguenza, la teoria EBE cerca di considerare tre osservazioni:
Molti uomini e donne nella nostra cultura hanno una preferenza esclusiva e durevole per maschi o femmine; il genere è, infatti, il criterio più usato per la maggior parte delle scelte erotiche delle persone.
Molti uomini e donne, nella nostra cultura, hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per le persone di sesso opposto.
Una sostanziale minoranza di donne e uomini hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per persone dello stesso sesso.
La teoria EBE fornisce un’unica spiegazione sia per l’attrazione rivolta a persone dello stesso sesso, sia per quella rivolta a persone del sesso opposto, sia nella donna, che nell’uomo. L’ipotesi centrale è che le persone possono essere attratte eroticamente da una classe di individui dai quali si sentono diversi sin dall’infanzia, attraverso vari passaggi:
Le variabili biologiche, come i geni o l’ormone prenatale, non codificano l’orientamento sessuale in sé, ma il carattere del bambino, come l’aggressività e i livelli di attività.
Il temperamento di un bambino lo predispone a preferire certe attività più di altre. Un bimbo preferirà giochi più attivi e sport di squadra competitivi (attività tipiche maschili); un altro preferirà socializzare o, ad esempio, giocare a campana (attività tipiche femminili).
I bambini preferiranno giocare con compagni che hanno le stesse preferenze; per esempio, il bimbo che ama giocare a baseball o a calcio cercherà selettivamente dei maschi come compagni di gioco. I bambini che preferiscono attività tipiche del proprio genere d’appartenenza e compagni di gioco dello stesso sesso sono quindi conformi al genere; quelli che amano intraprendere attività atipiche e cercano bambini del sesso opposto, sono definiti non conformi al genere.
I bambini conformi al genere si sentiranno diversi dai compagni del sesso opposto; mentre quelli non conformi al genere si sentiranno diversi da quelli dello stesso sesso.
I sentimenti di diversità provati producono un’attivazione fisiologica. Per i bambini tipicamente maschi può essere un’antipatia o disprezzo verso le bambine; per queste ultime può tradursi in timidezza o timore in presenza dei bambini. Un esempio particolarmente chiaro è il bambino “femminuccia” deriso dai compagni per la sua non conformità di genere che, come probabile risultato, porterà il bambino a provare una forte attivazione fisiologica di rabbia e paura in loro presenza. La teoria sostiene, quindi, che ogni bambino, conforme o non conforme al genere, provi un aumento non specifico dell’attivazione fisiologica in presenza di compagni dai quali si sente diverso.
Tale attivazione, che per la maggior parte dei bambini non è armonizzata affettivamente, né provata consciamente, viene, a poco a poco, trasformata in attrazione erotica. Le sensazioni di non conformità (di essere “esotico” appunto), vengono così mutate in sentimenti connotati eroticamente.
Naturalmente, questo modello non descrive un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale ma, come scrive Bem (1993): “…è un cammino seguito dalla maggior parte delle donne e degli uomini in una cultura, come la nostra, che polarizza i generi, ed enfatizza le differenze tra i sessi organizzando pervasivamente le percezioni e le realtà della vita comune, intorno alla dicotomia maschile-femminile” (p. 535).
La teoria EBE si avvale dei risultati di molti studi che mostrano un comportamento non conforme al genere nella maggior parte dei soggetti gay (Newman & Muzzonigro, 1993; Savin-Williams, 1998; Telljohann & Price, 1993; Troiden, 1979).
Tra questi è interessante un’intervista condotta dal Kinsey Institute nell’area della Baia di San Francisco (Bell et al., 1981), dove erano stati paragonati circa 1000 omosessuali, tra donne e uomini, e 500 eterosessuali, per provare alcune ipotesi sullo sviluppo dell’orientamento sessuale. Lo studio non ha mostrato prove per le correnti teorie dell’orientamento sessuale basate sull’esperienza, incluso quelle che imputano un ruolo all’apprendimento, al condizionamento, o ai processi psicodinamici familiari. E’ stato constatato, però, che il 71% dei gay e il 70% delle lesbiche raccontano di essersi sentiti diversi, durante l’infanzia, dai compagni dello stesso sesso; un sentimento che, per la maggior parte dei soggetti, è continuato anche nell’adolescenza. Quando veniva chiesto loro in che modo si sentivano diversi, le risposte riguardavano soprattutto ragioni legate al genere: gli uomini tendevano a dire di non aver amato gli sport maschili; mentre le donne tendevano ad essere state più mascoline delle altre bambine. Per contro, meno dell’8% degli eterosessuali, donne e uomini, sosteneva di essersi sentito diverso dai compagni, per ragioni legate al genere. Quelli che si sentivano diversi tendevano a citare ragioni come: essere stato povero, più intelligente, o più introverso.
Sentirsi diversi dai compagni d’infanzia può avere molti antecedenti, alcuni comuni, altri più specifici; l’antecedente più comune è la polarizzazione del genere. Infatti, come sostiene Bem (1993), “virtualmente tutte le società umane polarizzano i sessi in un continuum, promuovendo una divisione del potere basata sul sesso, enfatizzando o esagerando le differenze sessuali e, in generale, imponendo la dicotomia maschile-femminile in ogni aspetto della vita comune” (p. 536). La divisione dei ruoli sessuali, infatti, si configura già nella prima infanzia, quando viene appeso il fiocco blu, o il fiocco rosa secondo il sesso del nuovo nato. Da questo momento in poi, i genitori infonderanno regole e valori diversi rispetto al sesso dei propri figli: i ragazzi saranno educati in modo da eccellere in attività quali lo sport, attività fisiche e manuali che potranno essere d’aiuto nel mondo del lavoro, a tenere nascoste le proprie debolezze ostentando, al contrario, la propria mascolinità; mentre alle bambine verrà insegnato a comportarsi educatamente, a preferire giochi meno dinamici, manifestare le proprie emozioni, etc. Tali pratiche assicurano che la maggior parte di ragazzi e ragazze crescano sentendosi diversi dal sesso opposto e, di conseguenza, sostiene Bem, a divenire sessualmente attratti gli uni dalle altre.
Questo, secondo la teoria EBE, è il motivo per cui il genere diventa la categoria più saliente e, quindi, il criterio più comune per selezionare i partner sessuali ed è anche la ragione per cui l’eterosessualità è l’orientamento preferito nel tempo e nelle varie culture. La teoria fornisce perciò un’alternativa, culturalmente basata, all’assunto che l’evoluzione deve necessariamente aver programmato l’eterosessualità nelle specie per ragioni di vantaggio riproduttivo.
Ovviamente il comportamento eterosessuale è riproduttivamente vantaggioso, ma, secondo Bem, questo non implica che debba essere sostenuto dalla trasmissione dei geni. L’evoluzione naturale potrebbe non aver programmato l’eterosessualità in sé ma un meccanismo di “esotico-diventa-erotico”, sulla base del fatto che la maggior parte delle culture si assicura che i ragazzi e le ragazze si vedano l’un l’altra come esotici.
La teoria EBE, come abbiamo visto, propone che l’esotico divenga erotico perché sentirsi diversi da una classe di compagni nell’infanzia produce un innalzamento non specifico dell’attivazione fisiologica, che viene in seguito trasformato in attrazione sessuale. Tale ipotesi è stata confermata da alcune ricerche. In un gruppo di studi, dei soggetti maschi venivano eccitati fisiologicamente facendoli correre sul posto, facendo ascoltare loro una registrazione di una commedia, o la registrazione di un’orribile uccisione (White et al.,1981). Tutti i soggetti che erano stati eccitati fisiologicamente mostravano in seguito un maggiore interesse sessuale per una donna attraente, rispetto ai soggetti di controllo che non erano stati eccitati. Questo effetto è stato osservato anche a livello fisiologico. In due studi i soggetti, uomini e donne, che erano stati esposti in precedenza ad una videocassetta disturbante (non sessuale), presentavano una maggiore tumescenza del pene, e un aumento di affluenza sanguigna nella vagina, rispetto al gruppo di controllo durante la visione di un video erotico (Hoon et al., 1997; Wolchik, 1980). In altre parole, un arousal fisiologico generalizzato, senza considerare la sorgente o il tono affettivo, può essere esperito in seguito come desiderio erotico. Bem propone, quindi, che l’esperienza di sentirsi diversi dai compagni dello stesso sesso o del sesso opposto, protratta e subita da un individuo durante l’infanzia e l’adolescenza, produca una corrispondente attivazione fisiologica che, attraverso fattori maturativi, cognitivi e situazionali, diviene poi erotizzata.
Bem sostiene inoltre, come abbiamo visto, che non siano le componenti biologiche a determinare di per sé l’orientamento sessuale di un individuo. Fattori come il genotipo, l’ormone prenatale o la neuroanatomia del cervello interverrebbero solo indirettamente sull’orientamento attraverso due fasi: il genotipo influenza in primo luogo il temperamento del bambino; il temperamento, a sua volta, influenza la conformità di genere. Questo implica che la mediazione del temperamento dovrebbe possedere tre caratteristiche: correlazione con quelle attività infantili che definiscono la conformità o non conformità di genere, deve essere diverso nei due sessi, poiché si ipotizza che sia derivato dal genotipo, deve avere un’ereditarietà significativa. Per dimostrare quest’ipotesi, Bem fornisce l’esempio dell’aggressività. I gay hanno punteggi più bassi degli eterosessuali in comportamenti infantili legati all’aggressività (Blanchard et al., 1983) e interviste fatte ai genitori mostrano come i bambini non conformi al genere fossero meno interessati a giochi attivi, rispetto ai bambini conformi (Green, 1976). La differenza nel grado di aggressività mostrato durante l’infanzia è una delle più grandi differenze psicologiche fra i due sessi (Hyde, 1984). I giochi di attività, in particolare, sono più comuni tra i maschi, rispetto alle femmine (DiPietro, 1981; Fry, 1990; Moller et al., 1992). Ci sono prove che le differenze individuali nei livelli di aggressività abbiano una grossa componente ereditaria (Rushton et al., 1986). Come l’aggressività, le differenze nei livelli di attività sembrerebbero caratterizzare le differenze tra le attività tipiche maschili e femminili nell’infanzia. Inoltre, i bambini non conformi al genere mostrano livelli di attività più bassi per i maschi e più alti per le femmine, rispetto ai bambini conformi (Bates et al., 1973, 1979; Zucker & Green, 1993). Già prima della nascita, i bambini ancora all’interno dell’utero si dimostrano più attivi delle bambine (Eaton & Enns, 1986). Studi dimostrano che le differenze individuali nei livelli di attività hanno una forte componente erediataria (Plomin, 1986; Rowe, 1997).
Bem sostiene che alcuni studi possono confermare la teoria EBE, poiché questi mostrano una correlazione tra l’orientamento sessuale di un individuo e il suo genotipo. In uno di questi, in un campione di 115 gay che possedevano un gemello maschio, il 52% dei gemelli identici erano entrambi gay, paragonati al 22% dei gemelli fraterni e al 11% dei fratelli adottati (Bailey & Pillard, 1991). In un campione comparabile di 115 lesbiche, il 48% delle gemelle identiche erano entrambe gay, paragonato al 16% di gemelle fraterne, e al 6% di sorelle adottate (Bailey et al., 1993). Uno studio seguente, di circa 5000 gemelli, ha confermato la significativa ereditarietà dell’orientamento sessuale negli uomini, ma non nelle donne (Bailey & Martin, 1995). Infine, un’analisi delle famiglie che presentavano due figli gay suggerì una correlazione tra l’orientamento omosessuale e l’ereditarietà di marker genetici sul cromosoma X (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Tali studi hanno dimostrato anche un legame tra il genotipo di un individuo e la sua conformità di genere, come sostiene la teoria EBE. Per esempio, lo studio del 1991 presentava una correlazione della non conformità di genere tra gemelli identici pari a 0.76, valore molto alto se paragonato alla correlazione di 0.43 riscontrata nei gemelli eterozigoti (Bailey & Pillard, 1991).
Tale risultato, come sottolinea Bem, implica che, anche quando l’orientamento sessuale è mantenuto costante, c’è una correlazione significativa tra il genotipo e la non conformità di genere. Similmente alcuni studi mostrano che i fratelli omosessuali che condividono lo stesso marcatore genetico sul cromosoma X sono più simili, nella non conformità di genere, di quanto lo siano i fratelli che non condividevano lo stesso marcatore (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Infine, la non conformità di genere nell’infanzia era significativamente ereditaria, sia per gli uomini che per le donne, anche se l’orientamento sessuale in sé non era significativamente ereditario per le donne (Bailey & Martin, 1995).
Come è stato già sottolineato, il modello di Bem non è ritenuto un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale, ma solo il percorso seguito dalla maggioranza delle persone. Secondo Bem, può accadere che alcuni individui entrino nella sequenza EBE a metà del percorso, piuttosto che all’inizio. Ad esempio, spiega l’autore, alcuni bambini possono sentirsi diversi dai compagni non per una preferenza per attività atipiche, indotta dal carattere, ma per fattori più idiosincratici, come un handicap fisico, una malattia, o per un’atipica mancanza di contatto con i compagni.
Alcuni omosessuali intervistati nello Studio di San Francisco (1981) sostenevano che, sebbene fossero stati conformi al genere nell’infanzia, si sentivano ugualmente diversi dai loro compagni per ragioni legate al genere, dimostrando che non è necessario esibire un comportamento atipico per differenziarsi dai pari. Anche i fattori culturali possono contribuire a creare differenze individuali che sembrano essere delle eccezioni al modello EBE. Per esempio, alcuni bambini potrebbero avere una preferenza in attività che sono considerate neutrali rispetto al genere, o anche tipiche per la cultura della maggioranza, ma atipiche per la subcultura dei compagni.
Un’altra prova a sostegno della teoria è riscontrata, secondo Bem, dal fatto che l’orientamento sessuale delle donne è più fluido rispetto a quello degli uomini. Molti studi, infatti, hanno dimostrato che le donne hanno più possibilità di essere bisessuali, piuttosto che esclusivamente omosessuali, mentre per gli uomini è vero il contrario. Le donne, inoltre, tendono a vedere il loro orientamento sessuale come flessibile, addirittura scelto, mentre gli uomini lo ritengono immutabile (Whishamn, 1996). Ad esempio, gli uomini che diventano omosessuali dopo un matrimonio o una relazione eterosessuale, spesso sostengono di aver finalmente realizzato il loro orientamento sessuale. Le lesbiche, in situazioni simili, rigettano l’idea che le loro precedenti relazioni eterosessuali non fossero autentiche, o che non fossero loro stesse, mentre tendono a pensare: “quello è ciò che ero, questo è ciò che sono adesso” (Bem, 2000). Tale maggior fluidità dell’orientamento sessuale femminile è, secondo Bem, in accordo con la teoria. Nella nostra società, infatti, le donne crescono in una cultura meno polarizzante per il genere. Rispetto ai ragazzi, le bambine sono punite in maniera minore per la non conformità di genere, e hanno più probabilità dei bambini di svolgere attività tipiche e atipiche, e di avere amici di entrambi i sessi. Questo implica che le bambine hanno meno probabilità dei maschi di sentirsi diverse dai compagni di sesso opposto e dello stesso sesso e, di conseguenza, hanno meno probabilità di sviluppare orientamenti esclusivamente eterosessuali od omosessuali.
La teoria di Bem, quindi, riesce a coniugare l’azione dei fattori biologici e ambientali nella definizione dell’omosessualità, con il vantaggio di offrire un’unica soluzione per lo stabilirsi di una preferenza sia dell’orientamento eterosessuale, che omosessuale. Restano comunque aperti molti interrogativi, infatti, anche se la teoria riesce a spiegare molti punti della formazione di un orientamento sessuale omosessuale, dobbiamo ancora sapere se le variabili biologiche predisponenti siano realmente rintracciabili in un’alterazione dei livelli ormonali, piuttosto che in fattori genetici.
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da :http://www.vertici.it
Commento del Dott. Zambello
Riporto questo articolo della Dott.ssa Bettazzi che già conoscevo perché é di qualche anno fa ma che continua ad essere illuminante rispetto il tema dell’identità sessuale. La dottoressa dimostra come il tema sia complesso, impossibile da esemplificare e schiacciare su alcune categorie. Per me che faccio prevalentemente clinica, é importante ribadire che il lavoro di ogni uno di noi psicoanalisti, deve essere quello di aiutare i nostri pazienti ad avviarsi verso la “loro” individuazione e non conformarli in schemi pre-confezionati. Si veda ad esempio la domanda di Marco (597) , un ragazzo di 20 anni che mi ha fatto oggi sul guestbook: http://zambellorenzo.it/psicoterapia-domande-guest/guest_.php
L’OMOSESSUALITà IN CERCA D’AIUTO
02-05-09
Le cosiddette “terapie riparative”: recenti studi segnalano assurdità e danni
di Vittorio Lingiardi * e Nicola Nardelli *

Sempre più spesso si sente parlare di interventi mirati a condizionare o modificare l’orientamento da omosessuale a eterosessuale. Sono le cosiddette “terapie riparative”. Ognuno ha detto la sua, dai cantanti ai sacerdoti, troppo spesso bypassando gli addetti ai lavori: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti. Il “dibattito” si è sviluppato in due direzioni: quasi tutti concordano nel dire che, essendo la preferenza omosessuale una normale espressione della sessualità, da anni non classificata tra le malattie mentali o i disturbi del comportamento, sarebbe un grave atto anti-terapeutico e anti-deontologico quello di cercare di “ripararla” (come si cerca di fare con le cose che “non funzionano”) in chiave eterosessuale. Ma c’è chi sostiene che se è il paziente a chiedere di essere aiutato a “cambiare”, allora è giusto che lo psicologo ci provi.
Due ricercatori statunitensi, Shidlo e Schroeder, nel 2002 hanno condotto uno studio su un campione di 202 soggetti per valutare l’efficacia e gli effetti delle terapie di riconversione sessuale. Hanno individuato due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (l’87%, pari a 176 soggetti) e quelli che la ritengono riuscita (il 13%, pari a 26 soggetti). Tra questi ultimi, però, 18 soggetti riferiscono che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso di specifiche tecniche di “gestione del comportamento omosessuale”, optando per il celibato oppure ingaggiando un’incessante lotta contro la propria omosessualità; 8 riferiscono di aver ricevuto un aiuto nella conversione all’eterosessualità (ma queste stesse persone svolgono il ruolo di tutors in gruppi di ex-gay).
Del gruppo rimasto omosessuale, 20 soggetti non riportano danni psicologici a lungo termine e anzi si sentono quasi “fortificati” dalla conferma di essere proprio omosessuali. I restanti 156 soggetti accusano invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti a raggiungere l’obiettivo: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi (fino a tentativi di suicidio).
Il più recente studio è stato appena pubblicato sulla rivista BMC Psychiatry. Durato sette anni e condotto da Annie Bartlett, Glenn Smith e Michael King della St. George University e della University College Medical School di Londra, ha analizzato le risposte di 1328 terapeuti inglesi a un questionario. Anche se solo il 4% degli intervistati riferisce che, su richiesta dell’interessato, proverebbe a modificare l’orientamento sessuale di un paziente, il 17% riconosce però di aver condotto interventi psicologici orientati a modificare le preferenze sessuali di qualche paziente gay o lesbica. Diverse sono le ragioni addotte dai clinici per giustificare il loro intervento “riparativo”. In cima alla classifica troviamo la “confusione del paziente nei confronti del proprio orientamento sessuale”, seguita dalla “pressione sociale e familiare”, dai “problemi di salute mentale” e, infine, dal “credo religioso”. “Le persone con cui ho praticato l’intervento”, risponde uno degli psicologi “riparatori” intervistati, “erano molto infelici a causa della loro sessualità: il loro desiderio era diventare eterosessuali. E questo a causa dalle pressioni degli amici, della famiglia e delle comunità locali”.
Dunque, dicono alcuni, la possibilità di “conversione” dovrebbe essere disponibile a chi ne fa richiesta, nel rispetto della sua volontà e della sua libertà. Ma il paradosso è che sarebbe una libertà cercata in conseguenza di una costrizione: l’omofobia, sia sociale (come nell’esempio riportato), sia “interiorizzata”. “Per molti uomini e donne”, dice Michael King, “scoprire di essere gay è motivo di stress. Per questo alcuni si rivolgono allo psicologo (o ci vengono mandati dai genitori) per essere aiutati a cambiare. Di questi psicologi, alcuni magari sono animati dalle migliori intenzioni. Ma quello che dovrebbero fare è aiutare i loro clienti a fare i conti con la loro condizione, a capire che ad avere un problema è la società, non sono loro. Non esistono ricerche in grado di provare l’efficacia di tali interventi: si tratta di opzioni sconsiderate e spesso dannose”.
* Facoltà di Psicologia 1, Università La Sapienza, Roma
da Repubblica del 16 aprile 2009
e :http://www.gaynews.it
Commento del Dott. Zambello
Non ho mai nascosto che nella mia lunga esperienza professionale, sono vecchiotto, c’é stato un periodo che venendo a contatto con la sofferenza di molte di queste persone che vivevano la loro omosessualità con difficoltà, sono stato tentato di forzare un po’ la mano e a tentare una “terapia riparativa”. In quel tempo usavo ancora l”ipnosi. Che sciocchezza! E’ stato proprio l’incontro con Jung, avvenuto dopo un mio, lungo, approccio freudiano che ho maturato anche teoricamente che star bene vuol dire “essere se stessi”, individuarsi. Che importa se la natura ha deciso con un uomo o con una donna, l’importante é essere capaci di amare e farsi amare. Questo è il compito dello psicoterapeuta: aiutare a diventare se stessi.
Curare l’omosessualità
28-03-09
Dr. Giuliana Proietti
Se non altro la canzone sanremese di Povia un merito ce l’ha avuto: quello di farci riflettere sull’omosessualità e in particolare sulla possibilità di cambiare orientamento sessuale.
Di questo nella comunità scientifica internazionale si parla da anni, dal momento che esistono movimenti molto potenti in America che sostengono di poter trasformare le persone, attraverso una psicoterapia, facendole tornare ad essere eterosessuali.
Ora è uscito in Gran Bretagna uno studio condotto su 1.300 professionisti: psicoterapeuti, psicoanalisti e psichiatri, per capire quanto sia diffusa questa pratica clinica. Si è visto così che 200 di questi terapeuti avevano effettivamente provato almeno una volta a cambiare l’orientamento sessuale dei pazienti e 55 di loro avevano ancora una terapia in corso.
Perché lo fanno? Per loro convinzioni religiose anzitutto, ma anche per aiutare le persone a superare lo stato di discriminazione sociale in cui sentono di vivere: questo almeno è ciò che emerge dallo studio condotto da Michael King, psichiatra presso l’University College di Londra e pubblicato su BMC Psychiatry.
Secondo King lo studio ha messo in luce che nella comunità scientifica britannica vi sono molti professionisti “ignoranti e incauti”, che danno consigli inappropriati, seguendo le loro convinzioni personali, seppure siano regolarmente iscritti alla British Psychological Society.
Lo studio conclude che non vi è alcuna evidenza di successo terapeutico nel cercare di “curare l’omosessualità”, mentre invece è certo che si può procurare danno ai propri pazienti.
Fonte: The Guardian
da:http://blog.donnamoderna.com
Commento del Dott. Zambello
Non c’è un disastro peggiore che possa succedere in psicoterapia che trovare un terapeuta che lavora sul paziente proponendo le sue idee, aspettative, categorie morali e religiose. Diceva Bion che il terapeuta deve stare davanti al paziente “senza memoria e senza desideri”. La memoria cerco di mantenerla e la coltivo. La memoria di ciò che il paziente mi ha raccontato che abbiamo vissuto assieme ma non ho, cerco di non avere, alcuna aspettativa. Lascio che sia lui, attaverso la piccola luce che gli viene dalle mie interpretazioni a trovare la strada, la sua individuazione. Devo dire che quando, con fatica, il paziente riemerge dal suo buio, mi propone cose, soluzioni che spesso mi meravigliano perché non sono solo diverse da me, ma spesso più “creative”, direi molto più grandi e belle di quelle che avrei potuto pensare. Allora trovo conferma che non ho lavorato male ma che soprattutto é quella la strada giusta: non giudicare, non proporre, non avere aspettative ma solo aiutare il paziente a capire cosa sta facendo, come lui funziona. Se poi falliamo rispetto a quella che é l’identità sessuale, etero o omosessuale a poca importanza, il disastro, l’inferno, é assicurato.
ARGOMENTI PROPOSTI DA Gianni TOFFALI: 1) SANREMO PRIMO 2) SANREMO SECONDO
01-03-09

1) SANREMO PRIMO
Sanremo 2009 si sta distinguendo dalle altre edizioni perché una semplice canzonetta ha spaccato l’Italia in due. Sul palcoscenico dell’Ariston sono andate in scena due opposte visione. Da una parte chi come Povia con un pezzo dedicato alla guarigione di un omosessuale ha biasimato la condizione gay, dall’altra chi come Benigni citando Oscar Wilde ha legittimato i “diversamente orientati”. Per capire da che parte stia la ragione occorre porsi alcune elementari domande. Possono generare vita due uomini o due donne? Se il fine della famiglia è procreare, ha senso concedere diritti a coppie incapaci di concepire? L’immagine di due uomini intenti a fare l’”amore”, è romantica o raccapricciante? Perché l’AIDS e altre malattie veneree colpiscono prevalentemente i gay e non le coppie felicemente coniugate e fedeli? Perché qualora un presunto omosessuale tentasse di “guarire” (come ad esempio il Luca della canzone e lo stesso Povia), viene esposto al pubblico ludibrio? E’ democrazia impedire e condannare chi vuole ritrovare se stesso? E ancora, come commentare San Paolo (1 Corinzi 6:9,10) laddove afferma che “né immorali, né effemminati, né sodomiti erediteranno il regno dei cieli”? E infine, che dire della diagnosi “l’omosessualità è contro natura” formulata dal laicissimo padre della psicanalisi Freud? Omofobo pure lui?
Gianni Toffali1) SANREMO SECONDO
Il secondo posto a San Remo di Povia ha sancito che gli italiani non credono alla teoria che omosessuali si nasce. Il pezzo “Luca era gay” tratto da una storia reale, ha spiegato la vera genesi dell’omosessualità: gli errori educativi dei genitori. E’ fuori di dubbio che genitori assenti o incapaci di trasfondere e imprimere ai figli l’identità maschile o femminile, generino nella fase di crescita gravissime patologie identitarie. Privati di uno “specchio genitoriale” in cui riflettersi ed identificarsi, i giovani disorientati si illudono di compensare le loro carenze psico affettive stabilendo relazioni con individui dello stesso sesso. Ma l’errore più grave in cui incappano i presunti omosessuali, è quello di scambiare la libidine sessuale per amore autentico. Ma può dirsi amore ciò che non è apertura alla vita? Non nascondiamocelo, il sesso fine a se stesso, è solo egoistico piacere. I gay, invece di continuare a piangersi addosso e di scaricare la loro infelicità esistenziale sulla solita scusa del pregiudizio omofobo della società e della chiesa, perché non prendono in considerazione la possibilità di farsi”curare”? In Italia e nel mondo grazie ad alcuni esperti specializzati in questa singolare branca della psicologia, molti ex gay e lesbiche hanno ritrovato se stessi. Lo stesso Povia e Luca ce l’hanno fatta. Errare è umano, ma continuare a farsi del male non è insano masochismo?
www.gazzettadisondrio.it
Commento Del Droo. Zambello
Con piacere pubblico l’articolo di Gianni Toffali anche se non ne condivido una sola parola e soprattutto la sintesi, il messaggio: l’omosessualità é una malattia e chi vuole può guarire.
Per la cronaca, la maggior parte di quei signori che dovevano guarire gli altri oggi sono in prigione per stupro. Ma non è questo che mi preoccupa, la miseria umana é per tutti, ciò che mi interessa é ribadire che l’omosessualità non é una malattia, non va curata. L’omosessuale non é uno da salvare. Sulla questione che questa sia contro natura e che non sia “creativa” credo che ormai chi dichiara queste cose o é disinformato o volutamente vuole dire il falso. Molti animali praticano l’omosessualità, é stato più volte documentato. Cosa affermiamo che Leonardo non era creativo? O pensate veramente che la sua immensa creatività fosse disgiunta dalla sua libido? E poi, perchè il piacere sessuale deve essere solo indirizzato alla procreazione? E’ come dire che noi mangiamo solo per incamerare energie. Non è vero, mangiamo perché ci fa piacere. Tutta questa polemica allontana il vero problema di fondo, l’omosessualità, come per altro l’eterosessualità ha bisogno di aiuto per crescere mentre molto spesso é invischiata in comportamenti, pensieri, dolorosi.
MILK: storia di un omosessuale.
26-01-09
Nelle sale, la pellicola candidata agli Oscar di Gus Van Sant
Sean Penn interpreta il primo gay eletto consigliere comunale a San Francisco alla fine degli anni Settanta, che si batté per i diritti degli omosessuali

Ci sono esistenze che possono ispirare delle belle pellicole, se dei bravi registi sanno coglierne l’essenza. E’ il caso di “Milk”, il film realizzato da Gus Van Sant, dedicato alla storia dell’attivista e primo politico americano dichiaratamente gay, che alla fine degli anni Settanta riuscì a dare voce ai diritti degli omosessuali. La sua storia finì tragicamente e prematuramente.
Nel novembre del 1978, alla soglia dei cinquant’anni, dopo essere riuscito a vincere le elezioni per un incarico nella giunta del comune di San Francisco, venne ucciso insieme al sindaco d’allora, George Moscone, da un altro consigliere comunale, il conservatore e cattolico Dan White, il suo più duro antagonista politico. La sua vicenda e la sua onesta e coraggiosa battaglia per i diritti degli omosex ebbe molto risalto nella società americana di allora, che aveva già vissuto delle contrapposizioni molto forti, come quella nei confronti del razzismo e poi la contestazione, infine la guerra del Vietnam, che aveva visto crescere nei giovani la ribellione contro le ingiustizie e contro i saldi valori conservatori e fervidamente cattolici (per non dire reazionari) dei loro genitori.
A dare anima e corpo al personaggio di Harvey Milk, è l’attore Sean Penn, premio Oscar per “Mystic River”, la cui immedesimazione è assolutamente perfetta. Penn interpreta con convincimento e passione questo ebreo omosessuale che, all’età di quarant’anni, da una grigia vita di assicuratore a New York si trasferisce, armi e bagagli, in California, a San Francisco in cerca di fortuna, e dove inizia a farsi interprete della comunità gay. Gus Van Sant, il regista di “Will Hunting – Genio ribelle”, di “Elefant” e di “Paranoid Park”, ha impiegato più di dieci anni per trovare il momento giusto e il copione adatto per raccontare questa storia. La sua sensibilità alla vicenda (è anche lui dichiaratamente omosessuale) raccontata attraverso il soggetto e la sceneggiatura originale di Dustin Lance Black, ci fa ripercorrere in questo “biopic” (spesso sono utilizzate immagini di repertorio) la descrizione di quegli anni molto vivaci nei luoghi frequentati in quegli anni da Milk: le strade del quartiere di Castro, un luogo diventato un vero e proprio crogiuolo multietnico, ma soprattutto dal negozio di sviluppo e stampa di fotografie di Milk, che divenne il vero e proprio cuore pulsante delle sue battaglie politiche.
Il film inizia con l’attivista è seduto nella sua cucina, sul tavolo alcuni appunti e un registratore, al quale affida il suo testamento spirituale, mentre ripercorre le battaglie politiche intraprese insieme ai suoi più validi sostenitori. Tra essi, c’è il suo primo compagno, Scott Smith (interpretato dal giovane attore James Franco) conosciuto a New York, con il quale intraprenderà questo viaggio senza ritorno. A San Francisco incontrerà anche il giovane riccioluto con gli occhiali Cleve Jones (l’attore Emile Hirsch, che era stato il protagonista del film diretto da Sean Penn “Into the Wild”). Col tempo conoscerà quello che diventerà l’ultimo suo compagno di vita, Jack Lira (l’attore Diego Luna) un ragazzo debole e fragile, per il quale Milk avrà sempre molta tenerezza. Il film racconta di un Paese che, attraverso le sue battaglie politiche, prende consapevolezza di alcune realtà e di alcuni cambiamenti che si volevano ancora tenere nell’ombra. Quarant’anni prima di Obama, Milk parla del “coraggio della speranza”, alla ricerca di un mondo migliore e di pari dignità per tutti, come è scritto costituzione americana. Sfidando le ire dei benpensanti e l’odio di molti nemici, tra i quali il consigliere Dan White (l’attore Josh Brolin, somigliante al vero assassino, candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista) il giudizio severo di coloro che vedevano i gay come un male della società, addirittura dei malati, contro i quali invocare il giudizio divino, Milk riuscì a creare una forza nella sua comunità (“Sono Harvey Milk e sono qui perché voglio arruolarvi tutti”) capace di affrontare problematiche diverse per il progresso delle idee e per l’amministrazione della sua città. Il film evita però l’agiografia, fa di Milk il personaggio con i suoi pregi e difetti, ne accentua il lato sensibile e romantico (la passione per la musica lirica) e dimostra che con il coraggio delle proprie idee si può tentare di cambiare il mondo. Vedremo se il prossimo 22 febbraio otterrà qualche Oscar sulle 8 nominations conseguite (miglior film, regia, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora, montaggio e costumi). “Milk” è davvero un film ben riuscito.
di: Andrea Curcione
da: http://www.friulinews.it
Commento del Dott. Zambello
Ho visto il film, non mi é piaciuto. O meglio, preciso, credo che Sean Penn sia bravissimo e che, forse, anche la ricostruzione storica sia attendibile. Quello che non mi piace é la lettura che il film propone degli accadimenti storici. Dice il film: fino al 1970 anche nella democratica America, gli omosessuali erano discriminati e vigeva una strisciante ma attiva omofobia. Questa, negli anni ‘70, ha avuto momenti di riacutizzazione sociale per l’attività di qualche repubblicano o della chiesa cattolica. Finalmente, a fine di questo decennio, grazie all’impegno e al sacrificio fisico di alcuni omosessuali che sono riusciti a sensibilizzare gran parte dei gay in un quartiere di San Francisco e poi ad ottenere l’appoggio dei democratici più illuminati, la popolazione omosessuale si é “liberata”. Non é vero. I problemi degli omosessuali, o gay, come loro vogliono essere chiamati, sono solo in minima parte politici sociali. Il tema vero della loro “libertà” , é psicologico. Nel film, la repressione politica non fa un solo morto, tutti, attorno al protagonista, cadono come mele mature ma per problemi psicologici.
Il film, non so quanto volutamente, lo dice chiaramente ed é per questo penso che sia attendibile storicamente. Intanto, all’interno di quella lettura sociologiaca, non c’é speranza. Il film finisce non con il riscatto della popolazione che si ritrova tutta unita ma emanando un senso di morte. Muore lui, cinque minuti prima era morto il suo amico e nei titoli di coda veniamo informati che anche i suoi compagni precedenti si erano uccisi. Il compagno che lo accompagna per quasi sette anni di lotte politiche, morirà per complicazioni dell’ HIV. Se ci pensate, anche chi lo uccide, non lo uccide per motivi politici o sociali ma per una miserevole storia personale di follia che si concluderà con il suicidio dell’assassino.
Credo sia possibile vivere da adulti e liberamente la propria omosessualità. Ma il raggiungomento di questa “libertà” passa attraverso la lotta contro “fantasmi” che sono prevalentemente psicologici, interni. Lottare contro le ingiustizie esterne può essere, almeno ora, in Italia, forviante. Un po’ come se dicessimo, tenuto conto che nel mondo ci sono miliardi di persone che soffrono la fame, il problema della dieta in Italia é la mancanza di cibo. Chiaro che no, di cibo ne abbiamo anche troppo, quasi per tutti, il problema, come per l’omosessualità, é di come gestire le risorse.
Burundi. Verso abolizione pena di morte ma l’omosessualità diventa reato
28-11-08
L’Assemblea Nazionale del Burundi ha approvato a larga maggioranza una nuova legge penale che abolisce la pena di morte, introducendo tuttavia il reato di omosessualità. Le nuove misure, adottate nel corso di una sessione durata 14 ore, devono ora essere votate dal Senato e promulgate dal presidente Pierre Nkurunziza, passaggi che non dovrebbero presentare sorprese.”Voglio ringraziare i parlamentari del Burundi, che approvando la nuova legge penale con 90 voti a favore, nessun contrario e 10 astensioni, hanno raggiunto un risultato storico”, ha dichiarato il presidente dell’Assemblea Nazionale, Pie Ntavyohanyuma.
“Si tratta di una legge rivoluzionaria, dal momento che abolisce la pena di volte in Burundi per la prima volta”, ha dichiarato il deputato ed ex ministro della giustizia Didace Kiganahe, spiegando che il testo “recepisce la legislazione internazionale relativa al genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, non considerati finora come reati”.
In base alla nuova legge, tutti gli attuali prigionieri del braccio della morte riceveranno la commutazione della pena in ergastolo. “Questo voto ha richiesto coraggio, poiché i parlamentari hanno votato a favore dell’abolizione della pena capitale pur sapendo che il proprio elettorato vorrebbe mantenerla”, ha aggiunto.
Di parere diverso la deputata Catherine Mabobori, che motivando la propria astensione ha dichiarato che “Sfortunatamente questa legge rappresenta un passo indietro poiché rende l’omosessualità un reato penale, mentre finora l’atteggiamento è stato di tolleranza”.
“Come saremo in grado di lottare contro l’AIDS se d’ora in poi gli omosessuali dovranno nascondersi?”, si è chiesto un attivista della Associazione per il Rispetto dei Diritti degli Omosessuali (ARDHO).
L’abolizione della pena di morte è una delle condizioni stabilite dalle Nazioni Unite per la creazione di una Commissione per la verità e la riconciliazione e di un tribunale speciale.
Il Burundi cerca di uscire da una guerra civile che dal 1993 ha causato la morte di almeno 300.000 persone. E’ dal 2001 che non si registrano esecuzioni nel paese.
Estensore del testo approvato, Kiganahe ha detto che la nuova legislazione, composta da 620 articoli, inoltre “introduce delle misure per la protezione di donne e bambini da ogni forma di violenza, in particolare quella di natura sessuale”.
“Viene anche punita la tortura, pratica che le leggi del Burundi non avevano finora sanzionato”.
La nuova legge prevede per il reato di tortura pene detentive da 10 anni all’ergastolo, mentre per lo stupro da 20 anni all’ergastolo.
a cura di Nessuno tocchi Caino
da: http://www.agenziaradicale.com
Commento del dott. Zambello
Sono contento che il Burundi abbia abolito la pena di morte. E’ un insegnamento per quei paesi che si propongono come “insegnanti” di democrazia. Ma, ancora una volta si dimostra come sia più facile raggiungere livelli di consapevolezza, tolleranza, democrazia politica che l’accettazione e il superamento di pregiudizi e preconcetti morali.




