“Sono omosessuale”: come dirlo agli amici
18-12-11
“Sono omosessuale” non è una frase semplice da dire per molti, e non solo perché si ha paura del giudizio degli altri, ma anche perché il più delle volte la non accettazione viene da dentro, fino a trasformarsi, in alcuni casi, e purtroppo, in omofobia interiorizzata. Non tutti si confidano prima con gli amici: dipende dalla compagnia, dai rapporti che si creano, da una serie quasi infinita di variabili; c’è anche chi preferisce dirlo prima ai genitori, per esempio. Le possibilità, insomma, sono tante. Ma qui vogliamo parlare solo ed esclusivamente del rapporto con la propria comitiva e con i compagni di sempre, quelli veri, che restano, quelli che vi “prendono” così come siete, senza pregiudizi (e giudizi) di sorta.
Anzitutto, partite dal presupposto che la sincerità, strano ma vero, paga sempre: così come un buon amico non vi escluderebbe mai dalla sua vita perché siete omosessuali, allo stesso tempo dovreste pensare a come reagirebbe se non gli confessaste il vostro orientamento. Sono cose private, certo, e il coming-out tutto è fuorché qualcosa di obbligatorio, ma se il rapporto di amicizia è vero e profondo, prima o poi sentirete voi stessi il bisogno di venire fuori.
Se siete sicuri dell’affetto del vostro amico, ma sapete che ha molte riserve nei confronti dell’omosessuale, la prima cosa da fare è fugare i suoi dubbi. Molti, infatti, vedono il mondo gay come qualcosa di sporco, trasgressivo; in alcuni casi, pensano si tratti di una vera e propria malattia, ipotesi assurda, questa, visto che è stato ribadito più volte dalla scienza che non esistono cause genetiche. Cercate, insomma, di far capire all’amico di sempre cosa significa essere gay e, soprattutto, perché lo si è: l’omosessualità non è una scelta, né un gusto; è bene che lo sottolineiate, senza cadere nel vittimismo, però: siamo gay, siamo portati ad amare altri uomini; non abbiamo avuto la sfortuna di nascere orfani. Sangue freddo, insomma.
Facile a dirsi, starete pensando. E non avete tutti i torti. Ricordate, però, che dovete rispettare i vostri tempi: cercate prima di scoprire voi stessi, di superare le vostre paure e la vostra ansia, non correte troppo; ogni cosa va fatta a suo tempo. Se siete timorosi di dirlo o credete che non sia il caso per una serie di ragioni, non ditelo (anche perché potrebbe essere che il vostro amico, che vi conosce da una vita, lo sappia già). Non rimandate neanche a domani, però, cose che potreste fare oggi: la paura non deve guidare le vostre giornate; i sensi di colpa, altrettanto. La vita è la vostra, ricordatelo.
Se sono veri amici – ha scritto un utente a un ragazzino in cerca di aiuto – continueranno a vederti come sempre e con lo stesso affetto di sempre. Non starci male se qualcuno dovesse deluderti. Di certo non saresti tu causa di delusione.
Detto questo, detto tutto.
da:http://www.gaywave.it
Commento del Dott. Zambello
Trovo l’articolo sopra, simpatico e di buon senso. Credo siano riflessioni fatte dall’ interno che portano ad una serie di buoni consigli comportamentali. Però, io che guardo dall’esterno, non foss’altro per l’età, non posso fare a meno di vedere oltre al tono leggero che si insinua, ancora, dentro tra le righe, la colpa. Intanto ci si potrebbe chiedere, ma perché il coming-out è una operazione degli omosessuali? Perchè non lo fanno o meglio non ci si aspetta che lo facciano gli eterosessuali? E’ evidente, c’è un’antica “colpa” magari negata o esorcizzata, ma che spinge sotto e, spunta fuori. Il termine “gay” mi ha sempre insospettito un po’. Molto spesso dietro ad un comportamento sfavillante, c’è insicurezza e paura. Non è un caso che parlino, ancora, di “confessione”. Penso, se proprio lo devi dire, dichiaralo, urlalo, imponilo ma, non ”confessarti”. D’altro canto è di questi giorni la notizia che Navi Pillay, alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, ha spinto tutti i Paesi del mondo ad abolire le discriminazioni legali contro i gay a partire dalla pena di morte (avete letto bene: pena di morte) per sesso consensuale tra omosessuali. La realtà è questa.
Marco: omosessuale?
22-10-11
UN CASO CLINICO.
Riporto questo caso perché è emblematico di come spesso, molto spesso, noi tendiamo a spostare la nostra sofferenza su alcuni aspetti della nostra vita, alterandone la comprensione e la possibilità di risolverla. I disagi sessuali, in particolare l’omosessualità diventa troppo spesso la causa e la focalizzazione di tutte le energie. Sono convinto che tutte le tematiche della sessualità ed in particolare quelle che riguardanti l’identità sessuale, siano motivo di grandi fatiche a a volte sofferenze ma, possono essere anche un pretesto dal nostro inconscio per non evolvere e crescere. Il compito del terapeuta , a volte molto difficile, è di non colludere con queste fantasie manipolatorie e narcisistiche del paziente. Il caso di Marco mi sembra illuminante.
Marco, il nome è inventato ma la sua storia è vera, mi telefonò circa quattro mesi fa in studio per chiedermi un appuntamento. Dopo essersi presentato mi disse che aveva bisogno di vedermi, di un colloquio. Guardai istintivamente l’agenda della settimana successiva e proposi un giorno che rifiutò. Mi disse che era libero un martedì, dopo 20 giorni. La cosa mi sembrò un po’ strana ma non feci domande e acconsentii per l’appuntamento proposto.

Dopo 20 giorni, puntualissimo, si presentò un giovane uomo vestito sportivamente con lo zainetto dietro le spalle, alto, biondo, cappelli corti a spazzola , occhiali tondi senza montatura di una apparente età di 27, 28 anni. Salutandomi mi diede la mano abbassando leggermente la testa e intanto guardava da un’altra parte. Gli chiesi di aspettare alcuni minuti in sala da attesa e quando andai a prenderlo lo trovai in piedi davanti alla finestra mentre fissava fuori.
Io: Prego si accomodi….Prego si…..
Marco: Chi io?
Feci fatica a trattenere un sorriso, non c’era nessun altro.
Gli feci strada in studio e lo invitai a sedersi sulla sedia davanti alla scrivania.
Si sedette dopo aver appoggiato lo zaino vicino alla sedia senza togliersi niente di dosso e abbasso la testa.
Io: Se si vuole togliere il giaccone. Qui, mi sembra, faccia caldo….si sta bene.
Marco mi guardò… sospirò e poi si tolse il giubbotto appoggiandolo sulla poltrona, nel punto più vicino a me.
Marco: Le da fastidio?
Io: No, no…lasci pure.
Mi guardò dritto negli occhi e accennò ad un sorriso e stette a lungo in silenzio.
Io: Mi racconti qualcosa….quello che vuole.
Marco mi guardava, gli occhi gli si erano riempiti di lacrime, si stringeva in se stesso come cercasse la forza per poter aprire le labbra. Si contorse quasi in uno spasmo di dolore, poi allungò lentamente il braccio con la mano aperta verso di me e arrivato in fondo all’estensione la chiuse nervosamente in un pugno chiuso che riportò con uno scatto alla fronte, quasi ad appoggiarsi.
Guardavo in silenzio e provavo un profondo senso di compassione. Mi chiedevo quali pensieri gli bruciassero dentro. Mi mostrava il suo dolore ma non potevo far altro che aspettare che avesse il coraggio di dargli un nome.
Marco: Io, balbettò…sono un omosessuale.
Silenzio
Marco: Le ho detto che sono un omosessuale, sono gay. Continua
Mons. Rigon: “L’omosessualità va curata”, ma per la Procura non c’è reato
04-09-11

Genova. “Non si nasce omosessuali. Quindi, dal momento che l’omosessualità è indotta, bisogna prenderla dall’inizio, perché così si può superare, attraverso la psicoterapia”. Era con queste parole che monsignor Paolo Rigon, presidente del Tribunale ecclesiastico della Liguria, aveva deciso di inaugurare, lo scorso febbraio, l’anno giudiziario ecclesiasistico. E per queste dichiarazioni era stato prontamento denunciato dalla Casa della Legalità per violenza privata e diffamazione aggravata. Oggi la Procura della Repubblica di Genova ha chiesto l’archiviazione del caso, per infondatezza della notizia di reato.
“Al di là della vicenda giuridica resta comunque l’amarezzza per l’affermazione che era stata fatta, che resta pesante sul piano umano”, dice a Genova24.it Mario Moisio, referente per la Liguria e consigliere nazionale dell’associazione Gay Lib. Nei confronti dell’alto prelato Gaylib, insieme a Arcilesbica e Arcigay, aveva presentato un esposto all’ordine dei medici e degli psicologi. “Putroppo spesso uomini e donne cadono nella trappola delle terapie riparative, o perchè costretti, o perche si pensa di trovare nella ricerca di una presunta normalità un certo sollievo”.
“Noi vorremmo un mondo in cui tutti si possa vivere in armonia al di là del proprio orientamento sessuale – continua Moisio. “Putroppo l’omofobia che circola ogni giorno a livello isituzionale va proprio nella direzione opposta”.
La richiesta di archiviazione “riafferma la possibilità del tribunale ecclesiastico di interloquire su tutte le dinamiche della famiglia, anche su quelle più delicate come l’omosessualità di uno dei due coniugi”. Lo afferma l’alto prelato, che era stato denunciato per alcune dichiarazioni sull’omosessualità.
“Occuparsi delle dinamiche familiari – spiega tramite il suo legale, avvocato Michele Ispodamia – è la funzione precipua del tribunale ecclesiastico”. Monsignor Rigon ha riferito di “non aver avuto dubbi sull’esito processuale che gli era stato garantito dal suo difensore”.
“Ciò che aveva detto Mons Rigon – aggiunge l’avvocato Ispodamia – lo aveva pronunciato come presidente del tribunale ecclesiastico che ha il compito di tutelare la salvaguardia e l’integrità delle famiglie. Non escludiamo che, in seguito, possa esserci un confronto sul piano etico-scientifico”
da: Genova. “Non si nasce omosessuali. Quindi, dal momento che l’omosessualità è indotta, bisogna prenderla dall’inizio, perché così si può superare, attraverso la psicoterapia”. Era con queste parole che monsignor Paolo Rigon, presidente del Tribunale ecclesiastico della Liguria, aveva deciso di inaugurare, lo scorso febbraio, l’anno giudiziario ecclesiasistico. E per queste dichiarazioni era stato prontamento denunciato dalla Casa della Legalità per violenza privata e diffamazione aggravata. Oggi la Procura della Repubblica di Genova ha chiesto l’archiviazione del caso, per infondatezza della notizia di reato.
“Al di là della vicenda giuridica resta comunque l’amarezzza per l’affermazione che era stata fatta, che resta pesante sul piano umano”, dice a Genova24.it Mario Moisio, referente per la Liguria e consigliere nazionale dell’associazione Gay Lib. Nei confronti dell’alto prelato Gaylib, insieme a Arcilesbica e Arcigay, aveva presentato un esposto all’ordine dei medici e degli psicologi. “Putroppo spesso uomini e donne cadono nella trappola delle terapie riparative, o perchè costretti, o perche si pensa di trovare nella ricerca di una presunta normalità un certo sollievo”.
“Noi vorremmo un mondo in cui tutti si possa vivere in armonia al di là del proprio orientamento sessuale – continua Moisio. “Putroppo l’omofobia che circola ogni giorno a livello isituzionale va proprio nella direzione opposta”.
La richiesta di archiviazione “riafferma la possibilità del tribunale ecclesiastico di interloquire su tutte le dinamiche della famiglia, anche su quelle più delicate come l’omosessualità di uno dei due coniugi”. Lo afferma l’alto prelato, che era stato denunciato per alcune dichiarazioni sull’omosessualità.
“Occuparsi delle dinamiche familiari – spiega tramite il suo legale, avvocato Michele Ispodamia – è la funzione precipua del tribunale ecclesiastico”. Monsignor Rigon ha riferito di “non aver avuto dubbi sull’esito processuale che gli era stato garantito dal suo difensore”.
“Ciò che aveva detto Mons Rigon – aggiunge l’avvocato Ispodamia – lo aveva pronunciato come presidente del tribunale ecclesiastico che ha il compito di tutelare la salvaguardia e l’integrità delle famiglie. Non escludiamo che, in seguito, possa esserci un confronto sul piano etico-scientifico”.
da http://www.genova24.it
Commento del Dott. Zambello
Da una parte la Chiesa che continua difendere il suo diritto al controllo della psicologia, dell’anima, sapendo che uno dei tasti più sensibili é il sesso ed uno dei mezzi più efficaci é la colpevolizzazione. Lo fa negando ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma é sempre stato così. Non abbiamo imparato niente nel 1633? Dall’altra un gruppo, una parte della società che chiede che la Chiesa, sia diversa da come è. C’è da chiedersi: ma che importa agli omosessuali se la chiesa dice che essi non sono omosessuali? Eppure, eccoli li, come eterni adolescenti che vogliono la “benedizione” della “mamma Chiesa” per crescere. Sarebbe quasi comico se dietro tutto questo non ci fosse una sofferenza che ha volte ho conosciuto e che ho visto trasformarsi in bisogno d vendetta. Ma non vi sembra che in tutto ciò non vi sia una nota quasi grottesca, comica? Gay che denunciano il Vescovo perché questo fa il Vescovo. E’ un delirio che nasce dalla difficoltà di riconoscersi, di crescere. Pensateci, dietro a tutto questo permane il desiderio, frustrato, di essere accettati da “mamma Chiesa”.
P.S. Visto che qualcuno un po’ distratto mi ha chiesto: ma cosa è successo nel 1633? Ricordo che il 12 aprile 1633 iniziò il processo a Galileo Galilei che si concluse il 22 giugno 1633 con la sua condanna per eresia e con l’abiura delle sue concezioni astronomiche.
http://www.youtube.com/watch?v=L9GooDFU_sI
L’omosessualità non è una malattia ma non tutti gli psicologi lo sanno
28-04-11
Un buon 20% dei professionisti interpellati dichiarano di poter “togliere la spina”, “curare la ferita”, “riparare il “disagio”
di Luana De Vita
«L’omosessualità è una malattia che abbisogna di cure!». Questo dichiarò il professor Giorgio Coda, psichiatra di Torino, durante il processo che lo vide sotto accusa per aver trattato “terapeuticamente” i pazienti ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Collegno somministrando più di cinquemila “elettroshock. «Nei malati di mente, anche omosessuali o divenuti omosessuali, è stato usato l’elettroshock lombopubico».
Queste ed altre dichiarazioni gli valsero una condanna, era il 1974 e nello stesso anno l’omosessualità venne cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) pubblicato dall’American Psychiatric Association (APA). Nella prima versione del 1952 risultava condizione psicopatologica tra i “Disturbi sociopatici di Personalità”, nel 1968 rientrò nelle deviazioni sessuali, come la pedofilia, trovando posto tra i “Disturbi Mentali non Psicotici”, nel 1974 venne rimossa ma spuntò l’”omosessualità egodistonica”, ovvero quella condizione in cui una persona omosessuale non accetta il proprio orientamento sessuale e non lo vive con serenità. Anche questa voce sparirà dal Dsm nel 1987 ed effettivamente dal 1990 anche l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) depennerà l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali definendola “una variante naturale del comportamento sessuale umano”.
E se una persona dovesse vivere con disagio il proprio orientamento sessuale omosessuale o eterosessuale? Un buon intervento, oggi, in ambito di salute mentale, non dovrebbe certo agire nel senso del cambiamento della tendenza sessuale, piuttosto dovrebbe tentare di armonizzare in modo “sintonico” tutti gli aspetti della personalità del paziente, con un percorso di supporto che lo aiuti a comprendere e superare la sua difficoltà ad accettare il proprio orientamento sessuale.
Dal processo al Prof. Coda sono passati più di trent’anni e si potrebbe pensare che la questione “omosessualità e malattia” sia un capitolo definitivamente chiuso ma la cronaca, la scienza e la Chiesa ancora scrivono pagine sconcertanti che vale la pena di leggere. Continua
“Accompagnare versus curare” le persone omosessuali
23-10-10
L’Ordine degli Psicologi della Lombardia prende posizione su questioni socialmente rilevanti
Non è così scontato né tanto facile che un Ordine professionale agisca concretamente di fronte a fatti socialmente rilevanti nella nostra società. Si sa che le prese di posizione sono spesso “scomode” perché rischiano di accontentare alcuni ma di scontentare altri. Pertanto, soprattutto nel nostro Paese, la prudenza non è mai troppa. La politica nazionale è di fatto generalista e spesso includente sui temi di rilevanza sociale e la politica professionale non è mai stata troppo diversa.Ma che fare quando c’è in gioco l’interesse di cittadini vulnerabili in cerca di aiuto che si rivolgono ad uno Psicologo? E quando, con la loro prassi professionale, alcuni colleghi rischiano di violare gli articoli del codice deontologico?
Mi riferisco, in particolare, allo scottante tema dell’omosessualità che ancora oggi divide la società italiana da un punto di vista valoriale (siamo uno degli ultimi Paesi rimasti, in Europa, senza leggi a tutela delle coppie omosessuali nonostante i continui richiami del Parlamento Europeo).
Tuttavia, tale tema non dovrebbe più dividere la comunità scientifica internazionale da quando l’omosessualità è stata rimossa dall’elenco delle malattie mentali, nel 1973, e soprattutto da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita, nel 1990, una “variante naturale del comportamento umano”.
Pertanto uno specifico articolo del codice deontologico degli Psicologi italiani (art.4) afferma: “Nell’esercizio della professione, lo Psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. (…)”
Eppure basta digitare “omosessualità” su un motore di ricerca in internet e si rimarrà sorpresi dal numero di siti , molti in lingua italiana e spesso di matrice religiosa, che Continua
L’omosessualità non è una malattia da curare
31-05-10
Un gruppo di clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (Psicologi, Psichiatri, Picoterapeuti e Psicoanalisti) ha redato il seguente documento che sottoscrivo. Chi volesse aggiungere la sua firma, purchè operatore del settore lo può fare su: www.noriparative.it
Nota: Possono sottoscrivere il comunicato solo professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicologi)
Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, in occasione della presenza in Italia di Joseph Nicolosi al convegno “Identità di genere e libertà”, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una “variante naturale del comportamento umano”.
Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (Associazione per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità), sostiene invece, contro ogni evidenza scientifica, che l’omosessualità è “un disturbo mentale che può essere curato”, è “un fallimento dell’identificazione di genere” ed è “contraria alla vera identità dell’individuo”.
Queste teorie, le terapie “riparative” che su di esse si basano, e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità.
Un terapeuta con pregiudizi antiomosessuali può rinforzare i sentimenti negativi di colpa, disistima e vergogna che molti omosessuali provano, e così alimentare l’omofobia interiorizzata e il minority stress, danneggiando spesso irrimediabilmente la salute mentale del soggetto.
La persona omosessuale che chiede di essere “guarita” (e i familiari spesso coinvolti) va ascoltata ed aiutata a capire le ragioni della sua difficoltà ad accettarsi, ma non va ingannata con la promessa di terapie miracolistiche prive di efficacia dimostrata.
Ricordiamo che gli psicologi italiani sono tenuti al rispetto degli articoli 3, 4, 5 del Codice Deontologico, che ribadiscono, tra l’altro, come lo psicologo debba lavorare per promuovere il benessere psicologico, astenersi dall’imporre il suo sistema di valori e aggiornare continuamente le sue conoscenze scientifiche.
Ricordiamo anche che le più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, raccomandano di astenersi dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo e (come recentemente ribadito dal Report of the Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation dell’ American Psychological Association, Washington, D.C., 2009) affermano che le terapie di “conversione” o “riparazione” dell’omosessualità sono basate su teorie prive di validità scientifica e non hanno il sostegno di ricerche empiriche attendibili.
È nostro dovere affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni, e in quanto tale deve essere segnalato agli organi competenti, cioè agli ordini professionali.
Le relazioni gay e l’omosessualità in psicoterapia
11-03-10
Omosessualità e relazioni gay
Di relazioni gay si continua a parlarsene come di relazioni deviate, così come continua a parlare dell’omosessualità come di una malattia. E’ di questi giorni la dichiarazione di un ministro turco sul fatto che l’omosessualità vada curata, e che occorra continuare a proibire le relazioni gay e a ostacolare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Al di là del diritto delle coppie gay di potersi sposare o meno, la questione a monte sembra essere quella di credere che l’omosessualità necessiti di una cura. Ma è davvero così? Lo scopriamo in questo articolo firmato dal dottor Renzo Zambello, psicoterapeuta e psicoanalista.
Sappiamo tutti che dal 1973 l’omosessualità non è più annoverata tra le parafilie o meglio deviazioni sessuali. Per la verità bisognerà aspettare gli anni ’90 perché l’OMS decidesse di togliere definitivamente l’omosessualità dalle malattie mentali.
Dal 1973, per oltre 20 anni, psichiatri, psicoterapeuti, organizzazioni religiose, morali e politiche hanno fatto di tutto nel tentativo di bloccare l’eliminazione dell’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) poi, finalmente, nel 1993 questo comportamento sessuale scompare dagli elenchi dei disturbi psichici.
Ma, ancora nel 2004, Lingiardi e Capozzi, pubblicavano su Psicoterapia e Scienze Umane una ricerca sul comportamento degli psicoanalisti italiani rispetto all’omosessualità. Il lavoro era il frutto di circa 600 questionari inviati ad altrettanti psicoanalisti delle più importanti Associazioni Psicoanalitiche italiane. Il risultato ha messo in risalto una forte differenza tra gli analisti sulle relazioni gay. Le differenze in tema di omosessualità sembrano legate alla formazione teorica professionale, medici o non medici, alla Società di appartenenza e all’età. I giovani sembrano più “possibilisti” degli anziani. Continua
Grosseto, vescovo Babini contro i gay: “vizio contro natura”
27-01-10
Durissima la condanna dell’omosessualità nelle parole del monsignor Giacomo Babini – E sull’Islam: “È una religione violenta, bisogna difendersi prima di essere colonizzati”«Come vescovo che non cede alle lusinghe della modernità, dico che la pratica conclamata dell’omosessualità è un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora». Si apre con queste durissime parole l’intervento del vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini, su Pontifex Roma, quotidiano online di notizie cattoliche.
Un argomento del quale «mi fa ribrezzo parlare», aggiunge il monsignore, che definisce l’omosessualità “aberrante” e “un vizio contro natura”. Sotto attacco le autorità religiose, che “devono parlare chiaro”, e civili, con l’esempio del comune di Venezia il cui recente regolamento sull’assegnazione delle case popolari equipara coppie omosessuali ed eterosessuali ai fini dell’edilizia residenziale pubblica. Babini scrive: «Penso che dare le case agli omosessuali come avvenuto a Venezia sia uno scandalo, e colui che apertamente rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza».
Secondo Babini gli omosessuali hanno diritto alla misericordia e a non essere discriminati. «Ma colui il quale addirittura ne fa vanto, si mette fuori dalla Chiesa e non merita il sacramento della comunione. Io a Vendola non la darei mai». Continua
Il Dolore della Misura
09-11-09
La psicoterapia ha nuovamente accusato colpi. La sua nuova crisi d’identità é ravvisabile in quelle che sono le due ultime tendenze negli Stati Uniti: da una parte il tentativo di un rifacimento di facciata che pretende un suo inserimento tra le scienze dure, non esitando ad imporle la ricerca di fattori misurabili oggettivamente e procedimenti efficaci standardizzati; dall’altra, la tendenza a giudicare nefasta oltre inutile l’attitudine a pescare nel passato per portarne alla luce traumi ed annessi vari.
Da sempre gli psicoterapeuti sono costretti a misurarsi con il cosiddetto mondo scientifico, in particolare con i loro colleghi medici; i tentativi per dimostrare la propria legittimità come scienza si sprecano e tuttavia non riescono a colmare la diffidenza ed il pregiudizio di cui sono oggetto.
Dalla metà del XIX secolo le societá occidentali sono state divise tra verità
scientifiche e religiose, la psicoterapia ha sempre faticato ad essere annoverata tra di loro e nello stesso tempo nessuna psicoterapia ha mai ambito ad essere una vera religione nonostante la pesantezza dei dogmatismi di certe sue scuole ed il proliferare dei vari guru di turno.
La sua posizione è sempre stata precaria, il suo diritto ad esistere è stato molto spesso messo in discussione. I motivi sono molteplici ma essenzialmente insiti nella fragilità del suo oggetto di studio: la prevedibilità e l’interpretabilità del comportamento umano.
A tale proposito esistono numerose teorie tra loro contrastanti e la voce di Karl Popper (1), può a mio avviso essere considerata una delle più interessanti. Il noto epistemologo pronunciandosi a riguardo della scientificità dell’interpretazione dei comportamenti umani afferma che, una teoria per essere considerata scientifica deve essere verificabile e invalidabile. Nel caso della psicanalisi per esempio, oltre ad affermare l’esistenza del Complesso di Edipo, bisognerebbe che fosse in grado di dimostrare come sarebbe una persona che ne fosse immune. Continua
L’esotico diventa erotico, una teoria sull’omosessualità
27-09-09
di Carlotta Bettazzi
Sono state pubblicate varie opere sul tema dell’omosessualità, nell’eterno dibattito tra patologia/normalità, possibilità/impossibilità di cura, condizione innata/condizione acquisita. Innanzitutto è utile specificare il significato del termine omosessualità, ovvero un comportamento che implica la scelta di un partner sessuale dello stesso genere. A seconda che la si definisca come conseguente ad una preferenza per il medesimo sesso o come un comportamento occasionale, prenderà una connotazione più o meno ampia.Come hanno sostenuto Foucault (1974) ed altri “il concetto di orientamento sessuale è relativamente recente…”.Infatti, finché questo tema non ha avuto la rilevanza che gli viene attribuita oggi, non era considerato un problema e la scelta del proprio orientamento sessuale era vissuta in modo abbastanza normale. Basti pensare che anche il termine omosessualità è nato solo nei primi anni del ‘700 ad opera di alcuni psichiatri tedeschi. Prima di allora venivano normalmente praticate varie forme di omosessualità, come riti iniziatici, non solo in Grecia e in Oriente, ma anche nel mondo indoeuropeo arcaico. In queste civiltà il passaggio dall’età della fanciullezza allo stato di adulto era segnato da un’importante fase, il rito iniziatico, che spesso includeva comportamenti omosessuali.
Dopo un lungo periodo in cui l’omosessualità veniva vista come una patologia, nel 1974 l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) sostenne che “l’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo”. Inizialmente venne considerata ancora patologica l’omosessualità definita “egodistonica”, cioè quella “della quale il soggetto si lamenta”, ma anche questa definizione fu definitivamente abbandonata tredici anni dopo (Ey, Bernard & Brisset, 1989). Solo nel 1993 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), alla stessa stregua dell’APA, definì l’omosessualità “una variante non patologica del comportamento sessuale”.
La vecchia concezione dell’omosessualità vista come patologia è stata scardinata principalmente da due fattori: la ricerca empirica e l’azione costante dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche. Ciò ha determinato, tra le altre cose, anche l’abbandono di pratiche terapeutiche che talvolta si trasformavano in vere e proprie crudeltà, basti pensare all’elettroshock, alla terapia aversiva, alla lobotomia o all’asportazione del clitoride nelle donne (Katz, 1976).
Vari sono stati i tentativi di formulare una teoria che riuscisse a spiegare l’instaurarsi di un orientamento sessuale omosessuale. Molti autori, Freud (1905) per primo, ipotizzarono che la causa dell’omosessualità risiedesse in particolari dinamiche familiari dovute a specifiche caratteristiche dei genitori, come un padre assente e distante e una madre iperprotettiva. Altri ricercatori, invece, hanno mostrato prove di influenze biologiche come differenti livelli di ormoni durante la vita prenatale che determinerebbero delle alterazioni nella differenziazione del cervello (Dörner, 1976; 1980); o ancora delle cause genetiche, poiché è stato riscontrato che i marcatori presenti su un segmento del cromosoma X, regione Xq28, era condiviso dai fratelli gay con una frequenza superiore al 50% (Hamer et al.,1993). Tutte queste teorie, sebbene siano state supportate da vari esperimenti, non riescono però a spiegare l’omosessualità nella sua interezza.
Per questo motivo, Bem (1996) ha formulato la teoria Exotic-Becomes-Erotic (EBE). Tale teoria, infatti, ha il vantaggio di coinvolgere sia le variabili biologiche, che i fattori esperenziali e socioculturali. Bem critica il fatto che tutti gli studi si focalizzino solamente sulla causa dell’omosessualità, presumendo che l’eterosessualità sia un comportamento così naturale, una così ovvia conseguenza evolutiva del vantaggio riproduttivo, da non necessitare di altre delucidazioni. Soltanto le deviazioni dall’eterosessualità, secondo tale ottica, dovrebbero essere investigate. Bem, al contrario, sostiene che anche l’uso del genere come base per la scelta sessuale è un problema che necessita chiarimenti. Di conseguenza, la teoria EBE cerca di considerare tre osservazioni:
Molti uomini e donne nella nostra cultura hanno una preferenza esclusiva e durevole per maschi o femmine; il genere è, infatti, il criterio più usato per la maggior parte delle scelte erotiche delle persone.
Molti uomini e donne, nella nostra cultura, hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per le persone di sesso opposto.
Una sostanziale minoranza di donne e uomini hanno una preferenza erotica esclusiva e durevole per persone dello stesso sesso.
La teoria EBE fornisce un’unica spiegazione sia per l’attrazione rivolta a persone dello stesso sesso, sia per quella rivolta a persone del sesso opposto, sia nella donna, che nell’uomo. L’ipotesi centrale è che le persone possono essere attratte eroticamente da una classe di individui dai quali si sentono diversi sin dall’infanzia, attraverso vari passaggi:
Le variabili biologiche, come i geni o l’ormone prenatale, non codificano l’orientamento sessuale in sé, ma il carattere del bambino, come l’aggressività e i livelli di attività.
Il temperamento di un bambino lo predispone a preferire certe attività più di altre. Un bimbo preferirà giochi più attivi e sport di squadra competitivi (attività tipiche maschili); un altro preferirà socializzare o, ad esempio, giocare a campana (attività tipiche femminili).
I bambini preferiranno giocare con compagni che hanno le stesse preferenze; per esempio, il bimbo che ama giocare a baseball o a calcio cercherà selettivamente dei maschi come compagni di gioco. I bambini che preferiscono attività tipiche del proprio genere d’appartenenza e compagni di gioco dello stesso sesso sono quindi conformi al genere; quelli che amano intraprendere attività atipiche e cercano bambini del sesso opposto, sono definiti non conformi al genere.
I bambini conformi al genere si sentiranno diversi dai compagni del sesso opposto; mentre quelli non conformi al genere si sentiranno diversi da quelli dello stesso sesso.
I sentimenti di diversità provati producono un’attivazione fisiologica. Per i bambini tipicamente maschi può essere un’antipatia o disprezzo verso le bambine; per queste ultime può tradursi in timidezza o timore in presenza dei bambini. Un esempio particolarmente chiaro è il bambino “femminuccia” deriso dai compagni per la sua non conformità di genere che, come probabile risultato, porterà il bambino a provare una forte attivazione fisiologica di rabbia e paura in loro presenza. La teoria sostiene, quindi, che ogni bambino, conforme o non conforme al genere, provi un aumento non specifico dell’attivazione fisiologica in presenza di compagni dai quali si sente diverso.
Tale attivazione, che per la maggior parte dei bambini non è armonizzata affettivamente, né provata consciamente, viene, a poco a poco, trasformata in attrazione erotica. Le sensazioni di non conformità (di essere “esotico” appunto), vengono così mutate in sentimenti connotati eroticamente.
Naturalmente, questo modello non descrive un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale ma, come scrive Bem (1993): “…è un cammino seguito dalla maggior parte delle donne e degli uomini in una cultura, come la nostra, che polarizza i generi, ed enfatizza le differenze tra i sessi organizzando pervasivamente le percezioni e le realtà della vita comune, intorno alla dicotomia maschile-femminile” (p. 535).
La teoria EBE si avvale dei risultati di molti studi che mostrano un comportamento non conforme al genere nella maggior parte dei soggetti gay (Newman & Muzzonigro, 1993; Savin-Williams, 1998; Telljohann & Price, 1993; Troiden, 1979).
Tra questi è interessante un’intervista condotta dal Kinsey Institute nell’area della Baia di San Francisco (Bell et al., 1981), dove erano stati paragonati circa 1000 omosessuali, tra donne e uomini, e 500 eterosessuali, per provare alcune ipotesi sullo sviluppo dell’orientamento sessuale. Lo studio non ha mostrato prove per le correnti teorie dell’orientamento sessuale basate sull’esperienza, incluso quelle che imputano un ruolo all’apprendimento, al condizionamento, o ai processi psicodinamici familiari. E’ stato constatato, però, che il 71% dei gay e il 70% delle lesbiche raccontano di essersi sentiti diversi, durante l’infanzia, dai compagni dello stesso sesso; un sentimento che, per la maggior parte dei soggetti, è continuato anche nell’adolescenza. Quando veniva chiesto loro in che modo si sentivano diversi, le risposte riguardavano soprattutto ragioni legate al genere: gli uomini tendevano a dire di non aver amato gli sport maschili; mentre le donne tendevano ad essere state più mascoline delle altre bambine. Per contro, meno dell’8% degli eterosessuali, donne e uomini, sosteneva di essersi sentito diverso dai compagni, per ragioni legate al genere. Quelli che si sentivano diversi tendevano a citare ragioni come: essere stato povero, più intelligente, o più introverso.
Sentirsi diversi dai compagni d’infanzia può avere molti antecedenti, alcuni comuni, altri più specifici; l’antecedente più comune è la polarizzazione del genere. Infatti, come sostiene Bem (1993), “virtualmente tutte le società umane polarizzano i sessi in un continuum, promuovendo una divisione del potere basata sul sesso, enfatizzando o esagerando le differenze sessuali e, in generale, imponendo la dicotomia maschile-femminile in ogni aspetto della vita comune” (p. 536). La divisione dei ruoli sessuali, infatti, si configura già nella prima infanzia, quando viene appeso il fiocco blu, o il fiocco rosa secondo il sesso del nuovo nato. Da questo momento in poi, i genitori infonderanno regole e valori diversi rispetto al sesso dei propri figli: i ragazzi saranno educati in modo da eccellere in attività quali lo sport, attività fisiche e manuali che potranno essere d’aiuto nel mondo del lavoro, a tenere nascoste le proprie debolezze ostentando, al contrario, la propria mascolinità; mentre alle bambine verrà insegnato a comportarsi educatamente, a preferire giochi meno dinamici, manifestare le proprie emozioni, etc. Tali pratiche assicurano che la maggior parte di ragazzi e ragazze crescano sentendosi diversi dal sesso opposto e, di conseguenza, sostiene Bem, a divenire sessualmente attratti gli uni dalle altre.
Questo, secondo la teoria EBE, è il motivo per cui il genere diventa la categoria più saliente e, quindi, il criterio più comune per selezionare i partner sessuali ed è anche la ragione per cui l’eterosessualità è l’orientamento preferito nel tempo e nelle varie culture. La teoria fornisce perciò un’alternativa, culturalmente basata, all’assunto che l’evoluzione deve necessariamente aver programmato l’eterosessualità nelle specie per ragioni di vantaggio riproduttivo.
Ovviamente il comportamento eterosessuale è riproduttivamente vantaggioso, ma, secondo Bem, questo non implica che debba essere sostenuto dalla trasmissione dei geni. L’evoluzione naturale potrebbe non aver programmato l’eterosessualità in sé ma un meccanismo di “esotico-diventa-erotico”, sulla base del fatto che la maggior parte delle culture si assicura che i ragazzi e le ragazze si vedano l’un l’altra come esotici.
La teoria EBE, come abbiamo visto, propone che l’esotico divenga erotico perché sentirsi diversi da una classe di compagni nell’infanzia produce un innalzamento non specifico dell’attivazione fisiologica, che viene in seguito trasformato in attrazione sessuale. Tale ipotesi è stata confermata da alcune ricerche. In un gruppo di studi, dei soggetti maschi venivano eccitati fisiologicamente facendoli correre sul posto, facendo ascoltare loro una registrazione di una commedia, o la registrazione di un’orribile uccisione (White et al.,1981). Tutti i soggetti che erano stati eccitati fisiologicamente mostravano in seguito un maggiore interesse sessuale per una donna attraente, rispetto ai soggetti di controllo che non erano stati eccitati. Questo effetto è stato osservato anche a livello fisiologico. In due studi i soggetti, uomini e donne, che erano stati esposti in precedenza ad una videocassetta disturbante (non sessuale), presentavano una maggiore tumescenza del pene, e un aumento di affluenza sanguigna nella vagina, rispetto al gruppo di controllo durante la visione di un video erotico (Hoon et al., 1997; Wolchik, 1980). In altre parole, un arousal fisiologico generalizzato, senza considerare la sorgente o il tono affettivo, può essere esperito in seguito come desiderio erotico. Bem propone, quindi, che l’esperienza di sentirsi diversi dai compagni dello stesso sesso o del sesso opposto, protratta e subita da un individuo durante l’infanzia e l’adolescenza, produca una corrispondente attivazione fisiologica che, attraverso fattori maturativi, cognitivi e situazionali, diviene poi erotizzata.
Bem sostiene inoltre, come abbiamo visto, che non siano le componenti biologiche a determinare di per sé l’orientamento sessuale di un individuo. Fattori come il genotipo, l’ormone prenatale o la neuroanatomia del cervello interverrebbero solo indirettamente sull’orientamento attraverso due fasi: il genotipo influenza in primo luogo il temperamento del bambino; il temperamento, a sua volta, influenza la conformità di genere. Questo implica che la mediazione del temperamento dovrebbe possedere tre caratteristiche: correlazione con quelle attività infantili che definiscono la conformità o non conformità di genere, deve essere diverso nei due sessi, poiché si ipotizza che sia derivato dal genotipo, deve avere un’ereditarietà significativa. Per dimostrare quest’ipotesi, Bem fornisce l’esempio dell’aggressività. I gay hanno punteggi più bassi degli eterosessuali in comportamenti infantili legati all’aggressività (Blanchard et al., 1983) e interviste fatte ai genitori mostrano come i bambini non conformi al genere fossero meno interessati a giochi attivi, rispetto ai bambini conformi (Green, 1976). La differenza nel grado di aggressività mostrato durante l’infanzia è una delle più grandi differenze psicologiche fra i due sessi (Hyde, 1984). I giochi di attività, in particolare, sono più comuni tra i maschi, rispetto alle femmine (DiPietro, 1981; Fry, 1990; Moller et al., 1992). Ci sono prove che le differenze individuali nei livelli di aggressività abbiano una grossa componente ereditaria (Rushton et al., 1986). Come l’aggressività, le differenze nei livelli di attività sembrerebbero caratterizzare le differenze tra le attività tipiche maschili e femminili nell’infanzia. Inoltre, i bambini non conformi al genere mostrano livelli di attività più bassi per i maschi e più alti per le femmine, rispetto ai bambini conformi (Bates et al., 1973, 1979; Zucker & Green, 1993). Già prima della nascita, i bambini ancora all’interno dell’utero si dimostrano più attivi delle bambine (Eaton & Enns, 1986). Studi dimostrano che le differenze individuali nei livelli di attività hanno una forte componente erediataria (Plomin, 1986; Rowe, 1997).
Bem sostiene che alcuni studi possono confermare la teoria EBE, poiché questi mostrano una correlazione tra l’orientamento sessuale di un individuo e il suo genotipo. In uno di questi, in un campione di 115 gay che possedevano un gemello maschio, il 52% dei gemelli identici erano entrambi gay, paragonati al 22% dei gemelli fraterni e al 11% dei fratelli adottati (Bailey & Pillard, 1991). In un campione comparabile di 115 lesbiche, il 48% delle gemelle identiche erano entrambe gay, paragonato al 16% di gemelle fraterne, e al 6% di sorelle adottate (Bailey et al., 1993). Uno studio seguente, di circa 5000 gemelli, ha confermato la significativa ereditarietà dell’orientamento sessuale negli uomini, ma non nelle donne (Bailey & Martin, 1995). Infine, un’analisi delle famiglie che presentavano due figli gay suggerì una correlazione tra l’orientamento omosessuale e l’ereditarietà di marker genetici sul cromosoma X (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Tali studi hanno dimostrato anche un legame tra il genotipo di un individuo e la sua conformità di genere, come sostiene la teoria EBE. Per esempio, lo studio del 1991 presentava una correlazione della non conformità di genere tra gemelli identici pari a 0.76, valore molto alto se paragonato alla correlazione di 0.43 riscontrata nei gemelli eterozigoti (Bailey & Pillard, 1991).
Tale risultato, come sottolinea Bem, implica che, anche quando l’orientamento sessuale è mantenuto costante, c’è una correlazione significativa tra il genotipo e la non conformità di genere. Similmente alcuni studi mostrano che i fratelli omosessuali che condividono lo stesso marcatore genetico sul cromosoma X sono più simili, nella non conformità di genere, di quanto lo siano i fratelli che non condividevano lo stesso marcatore (Hamer & Copeland, 1994; Hamer et al., 1993). Infine, la non conformità di genere nell’infanzia era significativamente ereditaria, sia per gli uomini che per le donne, anche se l’orientamento sessuale in sé non era significativamente ereditario per le donne (Bailey & Martin, 1995).
Come è stato già sottolineato, il modello di Bem non è ritenuto un cammino inevitabile e universale dell’orientamento sessuale, ma solo il percorso seguito dalla maggioranza delle persone. Secondo Bem, può accadere che alcuni individui entrino nella sequenza EBE a metà del percorso, piuttosto che all’inizio. Ad esempio, spiega l’autore, alcuni bambini possono sentirsi diversi dai compagni non per una preferenza per attività atipiche, indotta dal carattere, ma per fattori più idiosincratici, come un handicap fisico, una malattia, o per un’atipica mancanza di contatto con i compagni.
Alcuni omosessuali intervistati nello Studio di San Francisco (1981) sostenevano che, sebbene fossero stati conformi al genere nell’infanzia, si sentivano ugualmente diversi dai loro compagni per ragioni legate al genere, dimostrando che non è necessario esibire un comportamento atipico per differenziarsi dai pari. Anche i fattori culturali possono contribuire a creare differenze individuali che sembrano essere delle eccezioni al modello EBE. Per esempio, alcuni bambini potrebbero avere una preferenza in attività che sono considerate neutrali rispetto al genere, o anche tipiche per la cultura della maggioranza, ma atipiche per la subcultura dei compagni.
Un’altra prova a sostegno della teoria è riscontrata, secondo Bem, dal fatto che l’orientamento sessuale delle donne è più fluido rispetto a quello degli uomini. Molti studi, infatti, hanno dimostrato che le donne hanno più possibilità di essere bisessuali, piuttosto che esclusivamente omosessuali, mentre per gli uomini è vero il contrario. Le donne, inoltre, tendono a vedere il loro orientamento sessuale come flessibile, addirittura scelto, mentre gli uomini lo ritengono immutabile (Whishamn, 1996). Ad esempio, gli uomini che diventano omosessuali dopo un matrimonio o una relazione eterosessuale, spesso sostengono di aver finalmente realizzato il loro orientamento sessuale. Le lesbiche, in situazioni simili, rigettano l’idea che le loro precedenti relazioni eterosessuali non fossero autentiche, o che non fossero loro stesse, mentre tendono a pensare: “quello è ciò che ero, questo è ciò che sono adesso” (Bem, 2000). Tale maggior fluidità dell’orientamento sessuale femminile è, secondo Bem, in accordo con la teoria. Nella nostra società, infatti, le donne crescono in una cultura meno polarizzante per il genere. Rispetto ai ragazzi, le bambine sono punite in maniera minore per la non conformità di genere, e hanno più probabilità dei bambini di svolgere attività tipiche e atipiche, e di avere amici di entrambi i sessi. Questo implica che le bambine hanno meno probabilità dei maschi di sentirsi diverse dai compagni di sesso opposto e dello stesso sesso e, di conseguenza, hanno meno probabilità di sviluppare orientamenti esclusivamente eterosessuali od omosessuali.
La teoria di Bem, quindi, riesce a coniugare l’azione dei fattori biologici e ambientali nella definizione dell’omosessualità, con il vantaggio di offrire un’unica soluzione per lo stabilirsi di una preferenza sia dell’orientamento eterosessuale, che omosessuale. Restano comunque aperti molti interrogativi, infatti, anche se la teoria riesce a spiegare molti punti della formazione di un orientamento sessuale omosessuale, dobbiamo ancora sapere se le variabili biologiche predisponenti siano realmente rintracciabili in un’alterazione dei livelli ormonali, piuttosto che in fattori genetici.
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da :http://www.vertici.it
Commento del Dott. Zambello
Riporto questo articolo della Dott.ssa Bettazzi che già conoscevo perché é di qualche anno fa ma che continua ad essere illuminante rispetto il tema dell’identità sessuale. La dottoressa dimostra come il tema sia complesso, impossibile da esemplificare e schiacciare su alcune categorie. Per me che faccio prevalentemente clinica, é importante ribadire che il lavoro di ogni uno di noi psicoanalisti, deve essere quello di aiutare i nostri pazienti ad avviarsi verso la “loro” individuazione e non conformarli in schemi pre-confezionati. Si veda ad esempio la domanda di Marco (597) , un ragazzo di 20 anni che mi ha fatto oggi sul guestbook: http://zambellorenzo.it/psicoterapia-domande-guest/guest_.php




