L’OMOSESSUALITà IN CERCA D’AIUTO

02-05-09

Le cosiddette “terapie riparative”: recenti studi segnalano assurdità e danni

di Vittorio Lingiardi * e Nicola Nardelli *

 

 

 

 

 

 

 

Sempre più spesso si sente parlare di interventi mirati a condizionare o modificare l’orientamento da omosessuale a eterosessuale. Sono le cosiddette “terapie riparative”. Ognuno ha detto la sua, dai cantanti ai sacerdoti, troppo spesso bypassando gli addetti ai lavori: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti. Il “dibattito” si è sviluppato in due direzioni: quasi tutti concordano nel dire che, essendo la preferenza omosessuale una normale espressione della sessualità, da anni non classificata tra le malattie mentali o i disturbi del comportamento, sarebbe un grave atto anti-terapeutico e anti-deontologico quello di cercare di “ripararla” (come si cerca di fare con le cose che “non funzionano”) in chiave eterosessuale. Ma c’è chi sostiene che se è il paziente a chiedere di essere aiutato a “cambiare”, allora è giusto che lo psicologo ci provi.

Due ricercatori statunitensi, Shidlo e Schroeder, nel 2002 hanno condotto uno studio su un campione di 202 soggetti per valutare l’efficacia e gli effetti delle terapie di riconversione sessuale. Hanno individuato due gruppi di pazienti: quelli che considerano fallita la terapia (l’87%, pari a 176 soggetti) e quelli che la ritengono riuscita (il 13%, pari a 26 soggetti). Tra questi ultimi, però, 18 soggetti riferiscono che i benefici sono stati ottenuti grazie all’uso di specifiche tecniche di “gestione del comportamento omosessuale”, optando per il celibato oppure ingaggiando un’incessante lotta contro la propria omosessualità; 8 riferiscono di aver ricevuto un aiuto nella conversione all’eterosessualità (ma queste stesse persone svolgono il ruolo di tutors in gruppi di ex-gay).

Del gruppo rimasto omosessuale, 20 soggetti non riportano danni psicologici a lungo termine e anzi si sentono quasi “fortificati” dalla conferma di essere proprio omosessuali. I restanti 156 soggetti accusano invece effetti collaterali negativi derivati dalla frustrazione di non essere riusciti a raggiungere l’obiettivo: depressione, ansia, dissociazione, abuso di sostanze, comportamenti compulsivi e autolesivi (fino a tentativi di suicidio).

Il più recente studio è stato appena pubblicato sulla rivista BMC Psychiatry. Durato sette anni e condotto da Annie Bartlett, Glenn Smith e Michael King della St. George University e della University College Medical School di Londra, ha analizzato le risposte di 1328 terapeuti inglesi a un questionario. Anche se solo il 4% degli intervistati riferisce che, su richiesta dell’interessato, proverebbe a modificare l’orientamento sessuale di un paziente, il 17% riconosce però di aver condotto interventi psicologici orientati a modificare le preferenze sessuali di qualche paziente gay o lesbica. Diverse sono le ragioni addotte dai clinici per giustificare il loro intervento “riparativo”. In cima alla classifica troviamo la “confusione del paziente nei confronti del proprio orientamento sessuale”, seguita dalla “pressione sociale e familiare”, dai “problemi di salute mentale” e, infine, dal “credo religioso”. “Le persone con cui ho praticato l’intervento”, risponde uno degli psicologi “riparatori” intervistati, “erano molto infelici a causa della loro sessualità: il loro desiderio era diventare eterosessuali. E questo a causa dalle pressioni degli amici, della famiglia e delle comunità locali”.

Dunque, dicono alcuni, la possibilità di “conversione” dovrebbe essere disponibile a chi ne fa richiesta, nel rispetto della sua volontà e della sua libertà. Ma il paradosso è che sarebbe una libertà cercata in conseguenza di una costrizione: l’omofobia, sia sociale (come nell’esempio riportato), sia “interiorizzata”. “Per molti uomini e donne”, dice Michael King, “scoprire di essere gay è motivo di stress. Per questo alcuni si rivolgono allo psicologo (o ci vengono mandati dai genitori) per essere aiutati a cambiare. Di questi psicologi, alcuni magari sono animati dalle migliori intenzioni. Ma quello che dovrebbero fare è aiutare i loro clienti a fare i conti con la loro condizione, a capire che ad avere un problema è la società, non sono loro. Non esistono ricerche in grado di provare l’efficacia di tali interventi: si tratta di opzioni sconsiderate e spesso dannose”.

* Facoltà di Psicologia 1, Università La Sapienza, Roma

da Repubblica del 16 aprile 2009
e :http://www.gaynews.it

Commento del Dott. Zambello

Non ho mai nascosto che nella mia lunga esperienza professionale, sono vecchiotto,  c’é stato un periodo che venendo a contatto con la sofferenza di molte di queste persone che vivevano la loro omosessualità con difficoltà, sono stato tentato di forzare un po’ la mano e a tentare una “terapia riparativa”. In quel tempo usavo ancora l”ipnosi. Che sciocchezza! E’ stato proprio l’incontro con Jung, avvenuto dopo un mio, lungo, approccio freudiano che ho maturato anche teoricamente che star bene vuol dire “essere se stessi”, individuarsi. Che importa se la natura ha deciso con un uomo o con una donna, l’importante é essere capaci di amare e farsi amare.  Questo è il compito dello psicoterapeuta: aiutare a diventare se stessi.

Curare l’omosessualità

28-03-09

Dr. Giuliana Proietti

Se non altro la canzone sanremese di Povia un merito ce l’ha avuto: quello di farci riflettere sull’omosessualità e in particolare sulla possibilità di cambiare orientamento sessuale.

Di questo nella comunità scientifica internazionale si parla da anni, dal momento che esistono movimenti molto potenti in America che sostengono di poter trasformare le persone, attraverso una psicoterapia, facendole tornare ad essere eterosessuali.

Ora è uscito in Gran Bretagna uno studio condotto su 1.300 professionisti: psicoterapeuti, psicoanalisti e psichiatri, per capire quanto sia diffusa questa pratica clinica. Si è visto così che 200 di questi terapeuti avevano effettivamente provato almeno una volta a cambiare l’orientamento sessuale dei pazienti e 55 di loro avevano ancora una terapia in corso.

Perché lo fanno? Per loro convinzioni religiose anzitutto, ma anche per aiutare le persone a superare lo stato di discriminazione sociale in cui sentono di vivere: questo almeno è ciò che emerge dallo studio condotto da Michael King, psichiatra presso l’University College di Londra e pubblicato su BMC Psychiatry.

Secondo King lo studio ha messo in luce che nella comunità scientifica britannica vi sono molti professionisti “ignoranti e incauti”, che danno consigli inappropriati, seguendo le loro convinzioni personali, seppure siano regolarmente iscritti alla British Psychological Society.

Lo studio conclude che non vi è alcuna evidenza di successo terapeutico nel cercare di “curare l’omosessualità”, mentre invece è certo che si può procurare danno ai propri pazienti.

Fonte: The Guardian

da:http://blog.donnamoderna.com

Commento del Dott. Zambello

Non c’è un disastro peggiore che possa succedere in psicoterapia che trovare un terapeuta che lavora  sul paziente proponendo le sue idee, aspettative, categorie morali e religiose. Diceva Bion che il terapeuta deve stare davanti al paziente “senza memoria e senza desideri”.  La memoria cerco di mantenerla e la coltivo. La memoria di ciò che il paziente mi ha raccontato che abbiamo vissuto assieme  ma non ho, cerco di non avere,  alcuna aspettativa. Lascio che sia lui, attaverso la piccola luce che gli viene dalle mie interpretazioni a trovare la strada, la sua individuazione. Devo dire che quando, con fatica,  il paziente riemerge dal suo buio,  mi propone cose, soluzioni che spesso mi meravigliano perché non sono  solo diverse da me, ma spesso più “creative”, direi  molto più grandi e  belle di quelle che avrei potuto pensare. Allora trovo conferma che non ho lavorato male ma che soprattutto  é quella la strada giusta: non giudicare, non proporre, non avere aspettative ma solo aiutare il paziente a capire cosa sta facendo, come lui funziona. Se poi falliamo rispetto a quella che é l’identità sessuale, etero o omosessuale a poca importanza, il disastro, l’inferno,  é assicurato.

 

 

 

ARGOMENTI PROPOSTI DA Gianni TOFFALI: 1) SANREMO PRIMO 2) SANREMO SECONDO

01-03-09

1) SANREMO PRIMO
Sanremo 2009 si sta distinguendo dalle altre edizioni perché una semplice canzonetta ha spaccato l’Italia in due. Sul palcoscenico dell’Ariston sono andate in scena due opposte visione. Da una parte chi come Povia con un pezzo dedicato alla guarigione di un omosessuale ha biasimato la condizione gay, dall’altra chi come Benigni citando Oscar Wilde ha legittimato i “diversamente orientati”. Per capire da che parte stia la ragione occorre porsi alcune elementari domande. Possono generare vita due uomini o due donne? Se il fine della famiglia è procreare, ha senso concedere diritti a coppie incapaci di concepire? L’immagine di due uomini intenti a fare l’”amore”, è romantica o raccapricciante? Perché l’AIDS e altre malattie veneree colpiscono prevalentemente i gay e non le coppie felicemente coniugate e fedeli? Perché qualora un presunto omosessuale tentasse di “guarire” (come ad esempio il Luca della canzone e lo stesso Povia), viene esposto al pubblico ludibrio? E’ democrazia impedire e condannare chi vuole ritrovare se stesso? E ancora, come commentare San Paolo (1 Corinzi 6:9,10) laddove afferma che “né immorali, né effemminati, né sodomiti erediteranno il regno dei cieli”? E infine, che dire della diagnosi “l’omosessualità è contro natura” formulata dal laicissimo padre della psicanalisi Freud? Omofobo pure lui?
Gianni Toffali1) SANREMO SECONDO
Il secondo posto a San Remo di Povia ha sancito che gli italiani non credono alla teoria che omosessuali si nasce. Il pezzo “Luca era gay” tratto da una storia reale, ha spiegato la vera genesi dell’omosessualità: gli errori educativi dei genitori. E’ fuori di dubbio che genitori assenti o incapaci di trasfondere e imprimere ai figli l’identità maschile o femminile, generino nella fase di crescita gravissime patologie identitarie. Privati di uno “specchio genitoriale” in cui riflettersi ed identificarsi, i giovani disorientati si illudono di compensare le loro carenze psico affettive stabilendo relazioni con individui dello stesso sesso. Ma l’errore più grave in cui incappano i presunti omosessuali, è quello di scambiare la libidine sessuale per amore autentico. Ma può dirsi amore ciò che non è apertura alla vita? Non nascondiamocelo, il sesso fine a se stesso, è solo egoistico piacere. I gay, invece di continuare a piangersi addosso e di scaricare la loro infelicità esistenziale sulla solita scusa del pregiudizio omofobo della società e della chiesa, perché non prendono in considerazione la possibilità di farsi”curare”? In Italia e nel mondo grazie ad alcuni esperti specializzati in questa singolare branca della psicologia, molti ex gay e lesbiche hanno ritrovato se stessi. Lo stesso Povia e Luca ce l’hanno fatta. Errare è umano, ma continuare a farsi del male non è insano masochismo?

www.gazzettadisondrio.it  

 

Commento Del Droo. Zambello   

Con piacere pubblico l’articolo  di Gianni Toffali  anche se non ne condivido una sola parola e soprattutto la sintesi, il messaggio: l’omosessualità é una malattia e chi vuole può guarire.

Per la cronaca, la maggior parte di quei signori che dovevano guarire gli altri oggi sono in prigione per stupro. Ma non è questo che mi preoccupa, la miseria umana é per tutti, ciò che mi interessa é ribadire  che l’omosessualità non é una malattia, non va curata. L’omosessuale non é uno da salvare. Sulla questione che questa sia contro natura e che non sia “creativa” credo che ormai chi dichiara queste cose o é disinformato o volutamente vuole dire il falso. Molti animali praticano l’omosessualità, é stato più volte documentato. Cosa affermiamo che Leonardo non era creativo?  O pensate veramente che la sua  immensa creatività fosse disgiunta dalla sua libido?  E poi, perchè il piacere sessuale deve essere solo indirizzato alla procreazione?  E’ come dire che noi mangiamo solo per incamerare energie. Non è vero, mangiamo perché ci fa piacere. Tutta questa polemica allontana  il vero problema di fondo, l’omosessualità, come per altro l’eterosessualità ha bisogno di aiuto per crescere mentre molto spesso é invischiata in comportamenti, pensieri, dolorosi.

MILK: storia di un omosessuale.

26-01-09

Nelle sale, la pellicola candidata agli Oscar di Gus Van Sant
Sean Penn interpreta il primo gay eletto consigliere comunale a San Francisco alla fine degli anni Settanta, che si batté per i diritti degli omosessuali


Ci sono esistenze che possono ispirare delle belle pellicole, se dei bravi registi sanno coglierne l’essenza. E’ il caso di “Milk”, il film realizzato da Gus Van Sant, dedicato alla storia dell’attivista e primo politico americano dichiaratamente gay, che alla fine degli anni Settanta riuscì a dare voce ai diritti degli omosessuali. La sua storia finì tragicamente e prematuramente.

Nel novembre del 1978, alla soglia dei cinquant’anni, dopo essere riuscito a vincere le elezioni per un incarico nella giunta del comune di San Francisco, venne ucciso insieme al sindaco d’allora, George Moscone, da un altro consigliere comunale, il conservatore e cattolico Dan White, il suo più duro antagonista politico. La sua vicenda e la sua onesta e coraggiosa battaglia per i diritti degli omosex ebbe molto risalto nella società americana di allora, che aveva già vissuto delle contrapposizioni molto forti, come quella nei confronti del razzismo e poi la contestazione, infine la guerra del Vietnam, che aveva visto crescere nei giovani la ribellione contro le ingiustizie e contro i saldi valori conservatori e fervidamente cattolici (per non dire reazionari) dei loro genitori.
A dare anima e corpo al personaggio di Harvey Milk, è l’attore Sean Penn, premio Oscar per “Mystic River”, la cui immedesimazione è assolutamente perfetta. Penn interpreta con convincimento e passione questo ebreo omosessuale che, all’età di quarant’anni, da una grigia vita di assicuratore a New York si trasferisce, armi e bagagli, in California, a San Francisco in cerca di fortuna, e dove inizia a farsi interprete della comunità gay. Gus Van Sant, il regista di “Will Hunting – Genio ribelle”, di “Elefant” e di “Paranoid Park”, ha impiegato più di dieci anni per trovare il momento giusto e il copione adatto per raccontare questa storia. La sua sensibilità alla vicenda (è anche lui dichiaratamente omosessuale) raccontata attraverso il soggetto e la sceneggiatura originale di Dustin Lance Black, ci fa ripercorrere in questo “biopic” (spesso sono utilizzate immagini di repertorio) la descrizione di quegli anni molto vivaci nei luoghi frequentati in quegli anni da Milk: le strade del quartiere di Castro, un luogo diventato un vero e proprio crogiuolo multietnico, ma soprattutto dal negozio di sviluppo e stampa di fotografie di Milk, che divenne il vero e proprio cuore pulsante delle sue battaglie politiche.
Il film inizia con l’attivista è seduto nella sua cucina, sul tavolo alcuni appunti e un registratore, al quale affida il suo testamento spirituale, mentre ripercorre le battaglie politiche intraprese insieme ai suoi più validi sostenitori. Tra essi, c’è il suo primo compagno, Scott Smith (interpretato dal giovane attore James Franco) conosciuto a New York, con il quale intraprenderà questo viaggio senza ritorno. A San Francisco incontrerà anche il giovane riccioluto con gli occhiali Cleve Jones (l’attore Emile Hirsch, che era stato il protagonista del film diretto da Sean Penn “Into the Wild”). Col tempo conoscerà quello che diventerà l’ultimo suo compagno di vita, Jack Lira (l’attore Diego Luna) un ragazzo debole e fragile, per il quale Milk avrà sempre molta tenerezza. Il film racconta di un Paese che, attraverso le sue battaglie politiche, prende consapevolezza di alcune realtà e di alcuni cambiamenti che si volevano ancora tenere nell’ombra. Quarant’anni prima di Obama, Milk parla del “coraggio della speranza”, alla ricerca di un mondo migliore e di pari dignità per tutti, come è scritto costituzione americana. Sfidando le ire dei benpensanti e l’odio di molti nemici, tra i quali il consigliere Dan White (l’attore Josh Brolin, somigliante al vero assassino, candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista) il giudizio severo di coloro che vedevano i gay come un male della società, addirittura dei malati, contro i quali invocare il giudizio divino, Milk riuscì a creare una forza nella sua comunità (“Sono Harvey Milk e sono qui perché voglio arruolarvi tutti”) capace di affrontare problematiche diverse per il progresso delle idee e per l’amministrazione della sua città. Il film evita però l’agiografia, fa di Milk il personaggio con i suoi pregi e difetti, ne accentua il lato sensibile e romantico (la passione per la musica lirica) e dimostra che con il coraggio delle proprie idee si può tentare di cambiare il mondo. Vedremo se il prossimo 22 febbraio otterrà qualche Oscar sulle 8 nominations conseguite (miglior film, regia, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora, montaggio e costumi). “Milk” è davvero un film ben riuscito.

di: Andrea Curcione

da: http://www.friulinews.it    

 

Commento del Dott. Zambello

Ho visto il film, non mi é piaciuto. O meglio, preciso, credo che Sean Penn sia bravissimo e che, forse,  anche la ricostruzione storica sia attendibile. Quello che non mi piace é la  lettura che il film propone degli accadimenti storici. Dice il film: fino al 1970 anche nella democratica America, gli omosessuali erano discriminati e vigeva una strisciante ma attiva omofobia. Questa, negli anni ’70,  ha avuto momenti di riacutizzazione sociale per l’attività di qualche repubblicano o della chiesa cattolica. Finalmente, a fine di questo decennio, grazie all’impegno e al sacrificio fisico di alcuni omosessuali che sono riusciti  a sensibilizzare gran parte dei gay in un quartiere di San Francisco  e poi ad ottenere l’appoggio dei democratici più illuminati, la popolazione omosessuale si é “liberata”. Non é vero. I problemi degli omosessuali, o gay, come loro vogliono essere chiamati, sono solo in minima parte politici sociali. Il tema vero della loro “libertà” , é psicologico.  Nel film, la repressione politica non fa un solo morto, tutti,  attorno  al protagonista, cadono come mele mature ma per problemi psicologici.
Il film, non so quanto volutamente, lo dice chiaramente ed é per questo penso che sia attendibile storicamente. Intanto, all’interno di quella lettura sociologiaca, non c’é speranza. Il film finisce  non con il riscatto della popolazione che si ritrova tutta unita ma  emanando un senso di morte. Muore lui, cinque minuti prima era morto il suo amico e nei titoli di coda veniamo informati che anche i suoi compagni precedenti si erano uccisi. Il compagno che lo accompagna per quasi sette anni di lotte politiche, morirà per complicazioni dell’ HIV. Se ci pensate, anche chi lo uccide, non lo uccide per motivi politici o sociali ma per una miserevole storia personale di follia che si concluderà con il suicidio dell’assassino.

Credo sia possibile vivere da adulti e liberamente la propria omosessualità. Ma il raggiungomento di questa “libertà” passa attraverso la lotta contro “fantasmi”  che sono prevalentemente psicologici, interni. Lottare contro le ingiustizie esterne può essere, almeno ora, in Italia, forviante.  Un po’ come se dicessimo, tenuto conto che nel mondo ci sono miliardi di persone che soffrono la fame, il problema della dieta in Italia é la mancanza di cibo. Chiaro che no, di cibo ne abbiamo anche troppo, quasi per tutti,  il problema, come per l’omosessualità, é di come gestire le  risorse.

Burundi. Verso abolizione pena di morte ma l’omosessualità diventa reato

28-11-08

L’Assemblea Nazionale del Burundi ha approvato a larga maggioranza una nuova legge penale che abolisce la pena di morte, introducendo tuttavia il reato di omosessualità. Le nuove misure, adottate nel corso di una sessione durata 14 ore, devono ora essere votate dal Senato e promulgate dal presidente Pierre Nkurunziza, passaggi che non dovrebbero presentare sorprese.”Voglio ringraziare i parlamentari del Burundi, che approvando la nuova legge penale con 90 voti a favore, nessun contrario e 10 astensioni, hanno raggiunto un risultato storico”, ha dichiarato il presidente dell’Assemblea Nazionale, Pie Ntavyohanyuma.

“Si tratta di una legge rivoluzionaria, dal momento che abolisce la pena di volte in Burundi per la prima volta”, ha dichiarato il deputato ed ex ministro della giustizia Didace Kiganahe, spiegando che il testo “recepisce la legislazione internazionale relativa al genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, non considerati finora come reati”.

In base alla nuova legge, tutti gli attuali prigionieri del braccio della morte riceveranno la commutazione della pena in ergastolo. “Questo voto ha richiesto coraggio, poiché i parlamentari hanno votato a favore dell’abolizione della pena capitale pur sapendo che il proprio elettorato vorrebbe mantenerla”, ha aggiunto.

Di parere diverso la deputata Catherine Mabobori, che motivando la propria astensione ha dichiarato che “Sfortunatamente questa legge rappresenta un passo indietro poiché rende l’omosessualità un reato penale, mentre finora l’atteggiamento è stato di tolleranza”.

“Come saremo in grado di lottare contro l’AIDS se d’ora in poi gli omosessuali dovranno nascondersi?”, si è chiesto un attivista della Associazione per il Rispetto dei Diritti degli Omosessuali (ARDHO).

L’abolizione della pena di morte è una delle condizioni stabilite dalle Nazioni Unite per la creazione di una Commissione per la verità e la riconciliazione e di un tribunale speciale.

Il Burundi cerca di uscire da una guerra civile che dal 1993 ha causato la morte di almeno 300.000 persone. E’ dal 2001 che non si registrano esecuzioni nel paese.

Estensore del testo approvato, Kiganahe ha detto che la nuova legislazione, composta da 620 articoli, inoltre “introduce delle misure per la protezione di donne e bambini da ogni forma di violenza, in particolare quella di natura sessuale”.

“Viene anche punita la tortura, pratica che le leggi del Burundi non avevano finora sanzionato”.

La nuova legge prevede per il reato di tortura pene detentive da 10 anni all’ergastolo, mentre per lo stupro da 20 anni all’ergastolo.

a cura di Nessuno tocchi Caino

da: http://www.agenziaradicale.com

Commento del dott. Zambello

Sono contento che il Burundi abbia abolito la pena di morte.  E’ un insegnamento per quei paesi che si propongono come “insegnanti” di democrazia. Ma, ancora una volta si dimostra come sia più facile  raggiungere livelli di consapevolezza, tolleranza, democrazia politica che l’accettazione e il superamento di pregiudizi  e preconcetti morali.

Il parere contrario alle terapie riparative della psicoterapeuta Margherita Graglia

30-10-08

Per dovere di cronaca informiamo i nostri lettori che Il Giornale, contestualmente all’intervista a Luca Di Tolve ha anche pubblicato il parere contrario alle terapie riparative della psicoterapeuta Margherita Graglia. Pubblichiamo di seguito il suo contributo.

«Una teoria scientificamente infondata». Addirittura «dannosa». Margherita Graglia da anni si occupa di omosessualità nel suo ruolo di psicoterapeuta e collaboratrice dell’Arcigay. Sull’argomento ha già curato un libro Gay e lesbiche in psicoterapia e sta per pubblicare Psicoterapia e omosessualità.
Non crede alla teoria riparativa?
«Assolutamente no. E sono in buona compagnia. La mia è la stessa posizione dell’American Psychological Association e dell’American Psychiatric Association. Anche l’Ordine degli psicologi italiani ha invitato i suoi membri a non prestarsi a questo tipo di terapie».
Cosa non funziona?
«È una teoria basata su premesse prive di validità scientifica: parlano di difetto di mascolinità, arresto dello sviluppo e passano dall’idea che l’omosessualità non sia naturale al pari dell’eterosessualità».
Dunque la terapia è inutile?
«Non solo è inutile perché promette ciò che non riesce a mantenere, cioè il cambio dell’orientamento sessuale. Ma è anche dannosa perché le persone che vi si sottopongono possono sviluppare forti disagi, disfunzioni sessuali, anche tentativi di suicidio».
Noi abbiamo raccolto la storia di un ragazzo che dice di aver ritrovato la serenità.
«Alcuni dei “guariti” spesso sono bisessuali, persone che avevano già un’attrazione per l’altro sesso. La terapia può incidere sui comportamenti, ma non sul desiderio o sulle fantasie».
Deve essere difficile però costringersi ad atteggiamenti sessuali non spontanei.
«Molte delle persone che si rivolgono a una terapia di orientamento sono parecchio motivate, spesso provengono da un background familiare molto religioso e ricevono forti pressioni per cambiare».
Vuole dire che sono condizionate?
«Voglio dire che sono motivate a cambiare per essere accettate».
Però ci sono suoi colleghi che credono nella terapia e la applicano.
«Ma rinunciano alla propria neutralità e trattano l’omosessualità come una malattia. Per me se il paziente è gay o etero non cambia».
Qual è il disagio più diffuso tra i gay che si rivolgono a lei?
«Le tematiche sono le stesse che riguardano gli etero: problemi col partner o sul lavoro. Se invece parliamo di tematiche specifiche l’ostacolo più grande è il coming out, come riferire della propria omosessualità a parenti e amici».

 

da: http://www.digayproject.org    

 

Usa, Exodus: la via per ‘guarire’ da omosessualità passa per Gesù

08-10-08

Una settimana di terapia “Ssa”, riunisce ex gay in Carolina Nord

La via per ‘guarire’ dall’omosessualità passa per Gesù Cristo. A salvare le “pecorelle smarrite” ci pensa Exodus International, un’organizzazione cristiana che organizza campi di rieducazione per far riflettere gli ex gay e prepararli a una vita “normale”. “L’opposto dell’omosessualità non è l’eterosessualità – avverte Alan Chambers, leader di Exodus – ma la santità”.

“Quanti di voi cercano un po’ di speranza qui questa sera?”. Un mormorio attraversa la sala dell’auditorium mentre Chambers, con indosso un pantalone color cachi e una maglietta bianca, parla al microfono. I presenti fanno un cenno con il capo. Promette loro la “libertà dall’omosessualità attraverso l’amore di Gesù Cristo”, scrive Timesonline in un reportage.

Exodus è uno dei ministeri sacerdotali del movimento degli ex gay, una campagna cristiana fondamentalista – aggiunge il quotidiano britannico – che incoraggia gli omosessuali a rinunciare alla loro sessualità.

Alla sua conferenza annuale, al “Ridgecrest Retreat”, un luogo antisettico nelle Smoky Mountains dello Stato americano della Carolina del Nord, si è intrufolata anche la giornalista britannica Lucy Bannerman, la quale si è presentata mascherata da una delle centinaia di partecipanti “che si battono contro la loro omosessualità” dopo aver prenotato su internet sei giorni di psicoterapia evangelica.

“Vivo una vita di rifiuti e la amo – continua Chambers – Non ho scelto i miei sentimenti per lo stesso sesso, ma ora scelgo di amministrarli. La libertà è possibile”. Qui le persone non sono “gay”,bensì “lottano contro l’attrazione per lo stesso sesso” (“same sex attraction”, Ssa, sempre tre lettere sono). Chamers, oggi padre di due bambini e sposato, dice di non voler giudicare gli omosessuali, anche se le Chiese lo fanno, perchè in passato lo è stato anche lui.

La conferenza annuale promette “una sorprendente settimana di svolte, trasformazioni e guarigioni”. Una rockband cristiana comincia a suonare, mentre i circa 800 uomini e donne, uniti inizialmente solo dall’imbarazzo comune, cantano e battono le mani all’unisono. Gli occhi chiusi, le mani alzate al cielo, nella speranza di rinascere.

 

da: http://www.parmaok.it      

Commento del Dott. Zambello

Ho sempre fatto una certa fatica a capire il perchè di una pervicace sessofobia ed ostentata omofobia della Chiesa. Gli Apostoli erano quasi tutti sposati, né mai, mi sembra, che Gesù  abbia detto loro di non farlo. Né mi sembra che nel Vangelo ci siano delle invettive contro l’omosessualità, anzi, é probabile che qualche  Apostolo  fosse omosessuale. Lo dico per un calcolo statistico.  La vita è così.  Mi sembra che  sia questo  il significato della risposta a Paolo che si lamentava dei suoi limiti: ” Ti basta la mia Grazia….” rispose Dio. E’ comunque un fatto reale e purtroppo con gravi conseguenze sociologiche e psicologiche  che la Chiesa continua ad opporsi ai rapporti omosessuali, tacciandoli come peccati gravi ed intervenendo politicamente impedendo le unioni omosessuali.

La psicoanalisi  e la medicina da tempo hanno capito che  l’omosessualità non è una malattia e tanto meno va curata. E’ una delle tappe maturative possibile all’uomo alla donna. Il compito della psicoterapia non può essere quello di far “cambiare” ma di aiutare ad essere se stessi. Ai limiti della bizzarria mi appare la proposta, sostenuta anche da questi gruppi fondamentalisti, della astensione forzata dal sesso. Vogliamo  fare dei nevrotici a tutti i costi?  Delle “bombe” che quando esplodono fanno danni a se stessi e agli altri. Possibile che l’esperienza dei preti pedofili e  centinaia di migliaia di casi di preti, religiosi, religiose che continuano ad abbandonare la vita religiosa  non abbiano insegnato niente.

CRISTIANESIMO E OMOSESSUALITA’. IL CASO DEL CARDINALE NEWMAN.

04-09-08

Per farlo santo, il vaticano tenta di occultarne l’omosessualità.

di: Federico la Sala

Per farlo santo, il vaticano tenta di occultare l’omosessualità del card. Newman

Era stata la sua “ultima e imperativa volontà”: essere sepolto nella stessa tomba dove riposava il suo amico e compagno di una vita, p. Ambrose St. John. E così era avvenuto: nel 1890 il card. John Henry Newman, figura monumentale della teologia cattolica nell’Inghilterra vittoriana, convertitosi dall’anglicanesimo a 44 anni, fu tumulato nel piccolo cimitero degli Oratoriani, congregazione a cui apparteneva, nella città di Rednal. Ora però la sua pace viene turbata dal Vaticano che, in vista della prossima beatificazione – il cui annuncio è previsto per la fine di quest’anno – intende traslarne le spoglie a Birmingham, in una tomba, si dice, che sia più adeguata alla dignità di un beato.

Immediata è stata la protesta dei movimenti per i diritti gay. Lo spostamento della tomba sarebbe “un atto di profanazione religiosa e di vandalismo morale” per l’attivista Peter Tatchell, che all’Ecumenical News International ha ribadito che “Newman ha ripetutamente detto che voleva essere sepolto accanto al suo partner di una vita, Ambrose St. John. Nessuno ha dato il permesso di opporsi ai desideri di Newman”. Lo scopo reale dell’operazione, afferma, è di “coprire l’omosessualità di Newman e ripudiare il suo amore per un uomo. È un atto di vergognosa disonestà e un tradimento personale da parte della Chiesa cattolica omofoba”. Continua

Se omosessualità fa rima con papà

02-08-08

QUANDO i piccoli fatti della vita quotidiana si scontrano con i grandi temi morali. Può un padre separato, dichiaratamente gay, portare la figlia in vacanza nell’isola greca di Samos, meta prediletta dalla comunità omosessuale di tutt’Europa? Può, lo ha stabilito il tribunale di Bologna decretando per padre e madre l’affidamento congiunto della bambina. E’ uno dei primi provvedimenti del genere in Italia.

 

Legittime le ragioni della madre: teme che la figlia, che non ha ancora l’età per capire la scelta sessuale (tormentata) del padre, possa andare in un luogo dove persone dello stesso sesso si scambiano tenerezze. Legittime le ragioni del padre, che oltretutto ha dimostrato di aver scelto per la vacanza un ‘villaggio per famiglie’. Questo padre non è inadeguato, anzi vuole passare più tempo con la figlia. Il vero problema – e non sfugge ai giudici che hanno scritto la sentenza – è quando e con quali parole spiegare alla bimba l’omosessualità del padre. E farle capire che la ‘non normalità’ (quasi sempre) non è amoralità.

di Nicoletta Rossi

da: http://quotidianonet.ilsole24ore.com

GAY: RICERCA, PER FAMIGLIE FIGLIO OMOSESSUALE NON E’ TRAGEDIA

09-07-08

Firenze. La maggior parte dei genitori reagisce con amore nei confronti del figlio o della figlia che rivelano la propria omosessualita’. E’ quanto emerge da uno studio condotto su circa 200 famiglie da due ricercatrici dell’Universita’ del Piemonte orientale, Chiara Bertone e Marina Franchi, che é stato  presentato a Firenze il 20 e 21 giugno scorsi, nel corso della conferenza internazionale ”Family matters. Sostenere le famiglie per prevenire la violenza contro giovani gay e lesbiche’, organizzata da un gruppo di associazioni tra cui l’Agedo (Associazione genitori di omosessuali), con il sostegno della Regione Toscana.

Al questionario hanno risposto 119 madri e 53 padri. Le interviste sono state realizzate anche con fratelli e sorelle.

Nel 64% dei casi la scoperta e’ avvenuta in modo diretto, con un esplicito coming out del figlio/a. Negli altri casi, lo si e’ saputo da un’altra persona, lo si e’ scoperto leggendo il diario del figlio, trovando una lettera o del materiale sull’omosessualita’. Centrale la figura della madre, che spesso e’ stata la prima tra i familiari ad averlo saputo, ed ha avuto poi un ruolo di mediazione nel rapporto con il padre. Un ruolo importante lo giocano anche fratelli e sorelle, che in molti casi sanno prima dei genitori, ed esprimono complicita’ e condivisione.

Per molti genitori (53% dei padri e 44% delle madri) la scoperta arriva inaspettata. Negli altri casi, raccontano di aver gia’ avuto dei sospetti. La prima reazione alla scoperta e’ di smarrimento, paura, dolore. Ma solo una minima percentuale confessa di aver avuto reazioni violente: tre madri hanno dato uno schiaffo, altre due hanno cacciato il figlio di casa. Un padre ha detto al figlio maschio: ”Non sei piu’ mio figlio”;.

Due madri hanno definito i figli maschi dei ”pervertiti”.

Qualcuno ha avuto una reazione ricattatoria: ”Perche’ mi dai questo dolore’?”, altri hanno ritenuto che il figlio/a fossa stato ”traviato” da qualcuno. Quasi tutti, comunque (161 su 168) rifiutano il concetto di omosessualita’ come malattia.

Dopo la crisi, la forte emozione della scoperta, a prevalere sono comunque sentimenti di amore incondizionato, solidarieta’, protezione, talvolta complicita’. Il legame col figlio non viene mai messo in discussione, non viene spezzato dalla scoperta della sua omosessualita’. Le frasi in cui la maggioranza dei genitori si riconoscono sono ”l’importante e’ che tu sia felice” (88%), e ”mi dispiace non esserti stato vicino quando ne avevi bisogno” (69%).

”Per qualita’, dimensione europea, argomenti trattati e campo di indagine – dice Agostino Fragai, assessore alle riforme istituzionali e alla partecipazione della Regione Toscana – questa ricerca contribuira’ non poco ad una maggiore conoscenza, anche per le istituzioni, dei problemi connessi con l’accettazione dell’omosessualita’. L’impegno a costruire un contesto sociale rispettoso di ogni orientamento sessuale e’ presente nell’azione della Regione Toscana, la quale, peraltro, dispone di una legge specifica la cui attuazione e’ affidata a una task force”.

afe/mcc/bra

da: http://www.asca.it

Commento del Dott. Zambello

Avevamo pubblicato  un po’ di tempo fa, lo studio fatto dall’Università del Piemonte,  ora la politica, ameno una parte,  se ne fa carico. Mi sembra una buona notizia.

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