Quando la psicoterapia fa male

11-06-10

Per tutti i tipi di trattamento farmacologico esiste una lunga serie di indicazioni sui loro possibili effetti negativi. Lo stesso non vale per i trattamenti psicoterapici. Si tratta di una “svista” o di una caratteristica propria delle terapie psicologiche, di non produrre conseguenze indesiderate, ma solo positive? O invece si ritiene che la terapia della paro la si eserciti su una dimensione diversa da quella biologica, cui invece si applicano i presidi neuropsicofarmacologici?

Non si può nemmeno affermare che siano mancate le critiche alla analisi del profondo di Freud, per esempio, basta pensare, alle critiche sollevate da Deleuze e Guattari nell’Antiedipo, in cui l’ azione terapeutica piuttosto che rivolgersi all’individuo deve assumersi il compito di critica della società. Ma già lo stesso Freud in Analisi terminabile e interminabile ( 1937) aveva teso a mettere in luce le difficoltà dell’analisi. Più recentemente, ora che le psicoterapie sono diventale tecniche comunemente accettate è emerso che nel caso di persone esposte a traumi , tra quelle trattate con pratiche di debriefing successivamente ci sono stati più casi di peggioramento rispetto a quelle non trattate. Dal campo degli studi negli neuroscientifici, dove memorabile è l’ impulso dato da Eric Kandel con il suo Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente (2005), provengono le indicazioni più esaurienti per inquadrare teoricamente il problema dell’efficacia della psicoterapia. Sono stati proprio gli studi sull’efficacia degli psicofarmaci a dare inizio agli interrogativi sulle

conseguenze dei trattamenti psicologici. Negli anni ‘50 e ‘80 le prove di efficacia dei nuovi psicofarmaci hanno messo in luce il potente effetto positivo del placebo e così gettato un’ipoteca sulle conseguenze della psicoterapia che godeva di ottima fama rispetto alle alternative farmacologiche che erano a torto considerate solo mezzi di sedazione. L’aver potuto ricorrere ad un tipo di spiegazione biologica dei meccanismi mentali alla base dell’ansia ci permette oggi di sviluppare una migliore comprensione dei fenomeni psicopatologici . Continua

Il Web crea dipendenza nei giovani come sesso e gioco d’azzardo

30-05-10

Ogni tanto ritorna questa vicenda: secondo una recente inchiesta condotta ovviamente da una serie di esperti, il web avrebbe raggiunto sesso e gioco d’azzardo come fonte di dipendenza più pericolosa per i più giovani. Di più: “La trasversalità sociale, culturale, generazionale del nuovo trend, testimonia ampiamente la sua pericolosità
 
Subito dietro – ma non di molto – troviamo altri focolai come ad esempio l’abuso di tecnologia soprattutto di cellulari e di videogames e per le femminucce (e pure qualche maschietto) dello shopping. Lanciano l’allarme gli esperti della comunità scientifica psicoterapeutica a Firenze.

Nel capoluogo toscano si sono riuniti i massimi esponenti della psicoterapia in occasione del 26esimo Congresso Internazionale del Sepi – acronimo di Society for the Exploration of Psychotherapy Integration – insieme alla Scuola di Psicoterapia Comparata.  
Chi abusa del web soffre di problemi sociali e comportamentali, ha difficoltà a relazionarsi e può presentare un rapporto distorto con il mondo reale. Il target più sensibile è quello dei giovanissimi ossia dei teenagers visto che secondo l’Istat il 35.2% dei bambini/ragazzini tra 11 e 13 anni possedeva un cellulare nel 2000, nel 2008 l’83.7%, oggi oltre il 90 di sicuro.

http://www.tecnocino.it         

Commento del Dott. Zambello

Una mamma mi diceva l’altro giorno, parlando di suo figlio: “… Sta  davanti al cumputer anche otto ore al giorno. Rimane alzato fino a ora tarda. Io non lo so, forse è meglio così che uscire. Chi sa chi troverebbe  fuori.  Non si droga. Lei cosa dice?” Premesso che non avevo niente da dirle, non eravamo li per lui  ma certamente questa donna proiettava su suo figlio la sua difficoltà a diventare grandi, adulti  ad uscire dal guscio.

E’ vero che anche la droga, l’alcool e tanto altro possono dare dipendenza. Possono essere surrogati di un  mai risolto rapporto con ”una madre ideale”. Ma se questa dipendenza la vivi non solo nel  fantasmatico, in una ricerca interna di ideali che trovi mai ma,  realmente,  vicino ad una madre che mai si stacca, allora la situazione é quasi impossibile da risolvere.

Ad un ragazzo di 35 anni che viveva una situazione simile e che era  venuto a chiedermi  una analisi,   gli dissi: ” Ad una sola condizione, che i suoi genitori rimangano   fuori dallo studio. Non solo fisicamente, é ovvio,  ma nel senso che non dovrà  dare a loro  spiegazioni  del suo cammino terapeutico”. E’ sparito.

Droghe e Spiritualità

10-04-10

Droga Come Strumento di Spiritualità

L’uso di sostanze psicoattive come stimolatrici di visioni estatiche a scopo religioso, divinatorio o come produttrici di sollievo dalle sindromi dolorose, è antichissimo. Scritti che citano estratti di papavero (oppiati) sono stati ritrovati nella regione abitata dai Sumeri, in Medio Oriente, e si pensa che risalgano al 4000 avanti Cristo.[1] L’oppio veniva usato anche dagli antichi Egizi come calmante per i bambini ed era l’ingrediente principale del pharmakon nepenthes che Elena versa nel vino durante il banchetto con Telemaco alla corte di Menelao, raccontato da Omero nell’Odissea (IV, 219-228). Nella mitologia greca e romana, l’oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il dolore provocatole dal rapimento della figlia Persefone. Per questa ragione, esso veniva usato nel culto ufficiale di tale divinità e il papavero veniva collocato immancabilmente tra le spighe di grano che Demetra tiene in mano nelle raffigurazioni ed usato nelle decorazioni dei suoi altari. Il papavero è spesso presente nelle mani di Morfeo, dio del sonno, mentre Nyx, dea della notte, dispensava papaveri agli uomini. In talune rappresentazioni, anche Hermes si presenta con un papavero, quando arriva a recare il sonno ristoratore e la fantasia dei sogni. Praticamente tutte le culture umane hanno usato lo stato alterato di coscienza, indotto dalle droghe, come ricerca di piacere o come sollievo dall’ansia.[2]

L’uso delle sostanze psicotrope ha avuto una funzione importante nella nascita di intere culture, le visioni e gli effetti fisici derivanti dall’assunzione hanno fornito il substrato su cui molte simbologie condivise hanno preso avvio. Gli Incas fecero della coca la sostanza sacra fondamentale dalla loro religione solare, limitando il suo uso solo ai rituali. Secondo le loro leggende tradizionali, i figli del sole fecero dono della pianta sovrannaturale al primo Inca (Manco Caopac): “per sfamare gli affamati, per dare agli stanchi e agli affaticati nuovo vigore e per far dimenticare agli infelici le loro pene”. Nessuno poteva entrare nei templi senza avere in bocca una foglia di coca, nessuna cerimonia aveva valenza ufficiale se non veniva gettata della coca ai quattro lati cardinali. La coca era parte integrante della vita dell’Inca, dal momento della nascita, al momento della sua morte; per esempio, al culmine della cerimonia d’iniziazione all’età virile, al giovane Inca veniva conferita la fionda del guerriero e la sua borsa di coca personale. Borse di foglie di coca venivano depositate all’interno delle tombe, per nutrire gli spiriti dei morti nel loro viaggio nell’aldilà.[3]

Anche nel Culto del Peyote, o Peyotismo, una religione antichissima, la più diffusa religione tra i nativi del Centro America, l’utilizzo della droga è attuato per scopi religiosi. Il peyote è un cactus molto carnoso e senza pungiglioni, raggiunge una grandezza di 20 cm ed è a forma di sfera. Cresce nelle alture desertiche del Messico Settentrionale e nell’estremo sud-occidentale degli Stati Uniti ed è una pianta dai forti effetti allucinogeni molto simili a quelli dell’Lsd, dati dalla concentrazione di mescalina. La Via del Peyote esorta all’amore fraterno, alla cura per la famiglia, all’auto-sostenersi con il lavoro, e ad astenersi dagli alcolici. Le credenze variano molto da una tribù all’altra fra riferimenti biblici, evangelici, indiani e buddhisti. Caratteristica che accomuna tutte le tribù è la personificazione del peyote con un dio. Il rituale peyote prevede una notte di preghiera e canti, assunzione della droga e contemplazione estatica. La stessa ricerca e raccolta della pianta è un rituale: i partecipanti indossano le vesti di determinate divinità e sono guidati dal dio Tatosi (in azteco: “il nostro avo”), raffigurato come un cervo, dalle cui orme nasceva il peyote. Si ritiene che il rito metta in contatto con gli dei e gli antenati e sia in grado di conferire forza a chi vi partecipa.[4]

In generale, quindi, possiamo dire che l’uso di sostanze psicotrope in queste civiltà fosse, e sia, regolamentato all’interno di processi relazionali legati alle sequenze rituali. In queste realtà culturali, la ricerca della visione trascendente, momento di unione mistica capace di generare sensazioni di affinità estatica, permetteva di “esperire” la totalità del cosmo in cui si collocava l’esperienza collettiva. Tale visione allucinatoria veniva verosimilmente ricercata soprattutto nei riti di passaggio più importanti, come il momento della transizione tra l’adolescenza e l’età adulta, nei rituali di preparazione alla guerra, nei riti divinatori e nei rituali propiziatori legati alle scansioni temporali della comunità. L’esperienza, all’interno di questi riti, con buone probabilità, assumeva una significatività collettiva, in quanto rappresentava unione e condivisione simbolica, atta a ricreare e rinforzare una base di codici comunicativi simbolico-emozionali, condivisi all’interno della cultura.

Le sostanze psicotrope, inoltre, furono per queste civiltà, oltre che strumenti di magia legata alle pratiche religiose, anche le basi delle loro pratiche mediche (nelle concezioni animiste la divisione corpo-mente è inesistente), in quanto la malattia fisica era vista come una malattia dell’anima e il ricongiungimento con l’esperienza del “sacro” era parte integrante della terapia di guarigione, sia individuale che collettiva. Continua

Quando il gioco diventa pericoloso

05-03-10

Difficoltà economiche, bisogno di sensazioni forti e messaggi ingannevoli dei media fanno crescere la febbre del gioco

di Concetta Ruotolo.

La vita di tutti i giorni può essere una vera battaglia a colpi di bollette, affitto, mutui e tasse di ogni genere. La crisi economica, l’inflazione e la disoccupazione non fanno che peggiorare la situazione. Soffocando tra una scadenza e l’altra, chi non ha mai desiderato di vincere la lotteria? Tantissimi, invece, amano le scommesse sportive ed altri ancora sperano nella mano fortunata giocando a poker. Tra tavoli e slot machine, però, c’è chi rischia grosso. Il gioco d’azzardo è ormai uscito dalle bische clandestine ed ha trovato posto nella quotidianità di molti. Brividi ed adrenalina possono però avere gravi conseguenze. Come sempre, il punto di partenza per prevenire e combattere problemi così delicati è informare. A questo scopo è stata promossa una campagna di sensibilizzazione che vede coinvolti Snai ed i Monopoli di Stato. Il famoso fotografo Oliviero Toscani firma il nuovo brand, presente su tutte le campagne di comunicazione di Snai, che avverte i giocatori dei rischi in cui possono imbattersi ed invita ad un gioco prudente e responsabile. Il logo rappresenta un bersaglio bianco su di uno sfondo rosso, con un chiaro richiamo cromatico ai segnali stradali che indicano pericolo. Centrare il bersaglio, in questo caso, vorrà proprio significare allontanarsi dai pericoli di un gioco malato e compulsivo. “Gioca per vincere” è lo slogan utilizzato per dare maggior efficacia al messaggio che i promotori dell’iniziativa vogliono trasmettere. Vincere non vuol dire fare il colpo grosso ed intascare una quantità di denaro che riesca a cambiare la vita; vincere vuol dire molto di più:imparare a giocare. Continua

Mal di schiena, adesso si cura con la psicoterapia di gruppo

03-03-10

 

Si impara a gestire il dolore e a cambiare atteggiamenti
e comportamenti che possono determinarlo

 

Il mal di schiena, da oggi, si combatte con la psicoterapia di gruppo. A dimostrarlo è uno studio di Sarah Lamb, dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna, che ha coinvolto oltre 700 persone con mal di schiena acuto e cronico. Gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale di gruppo sono visibili già a breve termine e perdurano un anno. A quattro mesi i benefici sono già comparabili a quelli di trattamenti quali agopuntura, ginnastica posturale, massaggi, manipolazioni della colonna vertebrale. Inoltre la terapia è costo-efficace, cioè determina un risparmio per il sistema sanitario rispetto alle terapie tradizionali.

«Il mal di schiena non è però un problema psicologico – ha sottolineato la psicoterapeuta e coautrice dello studio Zara Hansen – ma una terapia di gruppo mirata a cambiare atteggiamenti e comportamenti del paziente funziona». Il dolore lombare è una delle sei principali voci di costo per il sistema sanitario e, tenendo conto della sua diffusione, è anche la terza malattia più invalidante nei paesi occidentali. Il problema è che chi soffre di mal di schiena, per paura del dolore, invece di rimanere fisicamente attivo in accordo con le linee guida della gestione della patologia, si auto-preclude l’attività fisica.

Gli esperti hanno diviso in due gruppi il campione di 701 persone con dolore acuto e cronico e coinvolto solo uno dei due gruppi in un ciclo di terapia cognitivo-comportamentale. «Se abbiamo schemi di pensiero erronei – ha spiegato Hansen – un intervento di terapia cognitivo-comportamentale mirata verso i pensieri e i comportamenti sbagliati potrà essere utile. Il principale scopo della terapia, conclude, è quello di aiutare chi soffre di mal di schiena a capire che può tornare con tranquillità all’attività fisica che ha interrotto per paura del dolore».

da: http://www.ilmessaggero.it    

Commento del Dott. Zambello

Mi capita spesso durante il  lavoro analitico che il paziente porti un dolore fisico,  a volte anche invalidante. Succede ad esempio  che un’ improvvisa lombo-sciatalgia  obblighi il paziente a sospendere per uno o due incontri il lavoro psicoterapeutico. Mi guardo bene di dare “al dolore fisico” una eziologia squisitamente psicologica. Se mi viene chiesto suggerisco il nome di un internista, ortopedico o altro specialista del caso. Ma, é chiaro a me e forse lo diventa anche per il paziente che il suo corpo sta  “urlando” un dolore che non riesce ad elaborare mentalmente, un dolore che non riesce ad avere voce. Per il  “medico”, non c’é organico o psicologico, mentale o fisico, c’é lui,  il paziente, nella sua interezza che esprime  un disagio. Il   compito del medico, quale sia la  specializzazione,  é di dare voce, senso,  a quel ”dolore muto”.   

Il viaggio nella cura dell’anima

06-01-10

Il cancro è una patologia in aumento.

In Italia vengono diagnosticati 250.000 nuovi casi di tumore ogni anno. In questi pazienti, le abilità di reazione e di adattamento con cui si affronta il cancro dipendono da numerosi fattori: medici, psicologici, sociali e spirituali. Fattori che costituiscono le dimensioni sulle quali si fonda la qualità di vita di ciascuno. La conoscenza di questi fattori dovrebbe essere tenuta sempre in considerazione nella relazione con il paziente, al fine di cogliere i possibili indicatori predittivi di sofferenza e disadattamento. Negli ultimi anni, in Italia, il processo di umanizzazione delle cure ha portato gli operatori sanitari ad integrare i bisogni psicologici e sociali dei pazienti e dei loro familiari, alla terapia medica. Spiritualità, quindi, come fonte di supporto e di facilitazione nei confronti dell’adattamento agli eventi della vita, incluse le malattie ad alta disabilità ed il cancro in particolare. La spiritualità individuale, che è un fenomeno umano universale, osservato in tutte le culture, usualmente ma non necessariamente associato a credenze religiose, si è dimostrata infatti uno dei principali elementi che consentono di affrontare e gestire con fiducia e dignità la malattia e la sofferenza. La sfera spirituale resta però ancora sottovalutata ed è ipotizzabile che, ad oggi, sia collocabile in un’ampia area di bisogni non riconosciuti e non corrisposti in oncologia. Le terapie di supporto, infatti, dovrebbero iniziare durante la fase attiva del trattamento e gli oncologi dovrebbero essere esperti nella gestione dei sintomi, riuscendo a fornire le terapie di supporto come parte integrante dei servizi per i pazienti. Continua

Psicoterapia: rende più felici dei soldi

02-01-10

Pubblicato da Gianluca Rini in Primo Piano, Psicologia, Ricerca Medica.

Gli effetti della psicoterapia sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui?
A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di stipendio o di una vincita alla lotteria.

I soldi in pratica non fanno la felicità. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.

La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una ricompensa monetaria. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.

Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare bene con noi stessi e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.

http://www.tantasalute.it

 

 Commento Del Dott. Zambello

Di solito non do molto credito a questo tipo di “americanate”,  ( Warwick, per la verità, é una cittadina inglese) ma  prendo la notizia  di buon auspicio e la giro  a tutti voi che già fate psicoterapia. Mettiamola così: visto che noi la psicoterapia la facciamo già, vorrà dire che ci arriveranno un sacco di sodi.

Purtroppo non sarà vero ma,  é vero  che  la psicoterapia é un  “investimento”, fa star bene, meglio,  le persone e spesso si traduce in un rapporto sociale, lavorativo, economico, molto più soddisfacente. Intanto vi auguro di nuovo Un Felice Anno Nuovo a tutti.

 

 

Pedofilia: la sottile linea tra psicopatologia e desideri aberranti

14-11-09

Sul «Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali» – per molti libro sacro della diagnostica in ambito psichiatrico, alla voce “pedofilia” si legge: “persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi. Non si considera pedofilia il caso di persone maggiorenni quando la differenza di età rispetto al minore è meno di 7 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 12 anni circa, purché abbiano già raggiunto lo sviluppo puberale”.Comprendiamo quindi: che il pedofilo è una persona affetta da squilibrio mentale scientificamente riconosciuto, ma anche che vi sono alcuni parametri da prendere in seria considerazione per ciò che riguarda l’età del minore e la tipologia di menifestazione pedofila. Ad esempio, esistono pedofili di Tipo Esclusivo (attratti solo da bambini/e) o pedofili di Tipo non Esclusivo (attratti da adulti e minori). Ma anche pedofili differenziati (attratti da uno dei due sessi nei minori) ed indifferenziati (attratti da entrambi i sessi).

La pedofilia rientra oggi nelle parafilie, quelle malattie di origine mentale che un tempo venivano chioamate “deviazioni” o “perversioni” in cui rientrava addirittura l’omosessualità, oggi ormai accettata come tendenza sessuale e non più devianza.

Le parafilie, a loro volta, possono essere descritte come una serie di atteggiamenti – in campo sessuale – che riportano ad un comportamento compulsivo. In poche parole: se l’oggetto del desiderio sessuale rientra in alcune categorie riconosciute come “non accettabili” e se il soggetto non può fare a meno di replicare l’atteggiamento o l’attrazione sessuale verso persone, fatti oppure oggetti, ecco che si rientra nella lista delle parafilie. Continua

Ipnosi, a Roma il congresso mondiale Loriedo: «E’ una psicoterapia efficace»

04-10-09

di Luana De Vita*
ROMA (21 settembre) – La cronaca italiana ha rilanciato i primi di settembre il tema dell’Ipnosi, non quella da spettacolo ma quella clinica. Qualcuno ha parlato di numeri straordinari, 8 milioni di italiani avrebbero richiesto un intervento d’ipnosi, altri, forse a ragione, negano non solo questi numeri sparati un po’ a caso ma anche l’attualità dell’Ipnosi clinica, definendola sostanzialmente una “tecnica” desueta.Eppure esistono scuole di specializzazione in Ipnosi e Psicoterapia e sono riconosciute dal Miur, esiste una Società Italiana di Ipnosi e addirittura una Internazionale che si incontreranno a Roma, dal 22 al 29 settembre. Non lo faranno in un luogo segreto o nascosto ma all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, nel cuore pulsante della scienza accademica italiana. L’occasione è il XVIII Convegno Mondiale di Ipnosi e l’evento per l’Italia è doppiamente ghiotto: per la prima volta il Congresso è ospitato a Roma e per la prima volta sarà eletto Presidente di questo organismo internazionale un professore italiano, un docente di Psichiatria della Facoltà di Medicina, Camillo Loriedo.

Dunque l’Ipnosi terapeutica è ben radicata nella cultura clinica italiana e non ha niente a che vedere con le pazienti isteriche di Freud o con le galline degli spettacoli televisivi. Milton Erickson, psichiatra e psicoterapeuta americano, negli anni ‘50 ha dato un impulso formidabile allo sviluppo delle moderna Ipnosi in psicoterapia, non per analizzare le cause dei problemi psicologici dei pazienti ma per trovare una soluzione pratica, immediata. Un soluzione che non può mai essere standardizzata, perché ogni individuo, ogni paziente e ogni storia di vita è unica, la psicoterapia ericksoniana sottolinea proprio l’individualità di ogni singola persona utilizzando le risorse individuali, le sue capacità personali. Continua

Psicoterapia per l’artrosi

12-09-09

L’approccio cognitivo-comportamentale riduce il dolore e risolve i problemi del sonno

MILANO – Le notti agitate vanno spesso di pari passo con l’artrosi. Per trovare sollievo dall’insonnia e dai dolori articolari potrebbe essere utile una psicoterapia cognitivo-comportamentale: lo dimostrano i risultati di una ricerca uscita sul Journal of Clinical Sleep Medicine.

ANZIANI – Lo studio è stato condotto da ricercatori dell’università di Seattle su una cinquantina di ultrasessantacinquenni con artrosi che soffrivano anche di insonnia da almeno sei mesi: metà di loro ha seguito corsi generici di gruppo per ridurre lo stress e migliorare il benessere, l’altra metà è stata assegnata a un programma di psicoterapia cognitivo-comportamentale che prevedeva 8 incontri settimanali di circa due ore, a gruppetti di 4-8 partecipanti. Prima di cominciare, tutti sono stati valutati per i problemi del sonno per escludere ad esempio chi aveva apnee notturne; fra le altre cose, gli autori hanno misurato la qualità del sonno, il tempo impiegato ad addormentarsi, i risvegli notturni prima e dopo l’intervento e a un anno di distanza. Stessa tempistica anche per l’analisi del dolore dei pazienti, quantificato attraverso questionari specifici. Stando ai risultati ottenuti, pare proprio che la psicoterapia aiuti su entrambi i fronti: si riduce di circa 15 minuti il tempo necessario ad addormentarsi e di oltre mezz’ora quello passato svegli, migliora di circa il 10 per cento la qualità del sonno e si riduce significativamente il dolore. Con un effetto che si mantiene anche dopo un anno dal termine delle sedute. Continua

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