Laureato a 28 anni? Per il viceministro Martone sei uno sfigato

25-01-12

Il fatto: il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, il 37enne rampante Michel Martone, durante la sua prima uscita pubblica in occasione del convegno sull’apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha rilasciato una dichiarazione infelice.

“Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa” – ha dichiarato Martone.

Le reazioni non si fanno attendere: ovunque su internet si sprecano commenti di varia natura. C’è chi si dichiara concorde: “Il viceministro ha ragione, Italia paese di bamboccioni”; chi decide di spulciare nel passato di Martone alla ricerca di eventuali scheletri nell’armadio (è questo il caso dell’Espresso, che con grande perizia ricostruisce la storia delle raccomandazioni – vere o presunte – di cui il viceministro pare essersi servito per la sua rapida ascesa); chi si sfoga sul blogdi Martone; chi infine difende il nutrito popolo degli studenti fuori corso, colpito duramente dalla cattiva leglisazione italiana, che di certo non offre incentivi o reali agevolazioni ai giovani che oggi decidono di intraprendere la faticosa (e spesse volte, ahimé, infruttuosa) strada dello studio universitario.

Di seguito qualche commento diffuso su Twitter,piccola emblematica selezione, dacché sul popolare social network i commenti con argomento Martone, sfigato e simili sono già trend topic del giorno :

DodoFantuzzi Francesco Fantuzzi

da: http://www.agoravox.it    

Commento del Dott. Zambello

 Che tristezza. Ancora un Amministratore che pensa di risolvere  i problemi sociali, anche gravi,  etichettando   i bravi ed i meno bravi servendosi addirittura di un aggettivo   fortemente svalutante. E’ evidente che ciò  manifesta un divario tra la società reale e quella politica. Leggo che il  Viceministro ha avuto  delle “fortune” nella sua vita. Non lo so, forse, non lo conosco ma, so di certo che non le sono servite a molto: vive in un mondo parallelo.  Credo sia inutile spiegare al Viceministro che il problema in Italia non è il ritardo a laurearsi di alcuni  studenti ma il modo “borbonico” con cui si premiano  e si assumono le persone.  Le difficoltà che hanno, giovani laureati anche  con 110 e magari  specializzati ad inserirsi nel mondo lavorativo, mentre altri, con molto meno  siedono in Parlamento o in Regione.  Non faccio il politico, a me interessa solo l’aspetto psicologico di questa affermazione che è falsa. Ognuno di noi ha i propri tempi e la Società ci  deve riconoscere, premiare, utilizzare per quello che siamo, non secondo stereotipi.  Ho avuto la  fortuna di avere come professore di Anatomia Patologica il Professore Mosca. Grande Anatomopatologo ed Insegnante.  Lui ci diceva sempre:  ragazzi a me non interessa cosa avete preso prima di me, né quanti anni avete, a me interessa che voi sappiate l’Anatomia Patologica. Grande. Aggiungeva, io ci ho messo undici anni a laurearmi. Mi creda Ministro,  non era uno “sfigato”. Il compito di chi ha delle responsabilità, amministrative o educative,   non è mai quello di bollare e condannare o tanto meno offendere ma, di aiutare, incitare e  vivificare ogni parte positiva e fare il possibile perché ognuno abbia secondo le proprie possibilità.

Una risata ci salverà

03-01-12

di  Renzo Zambello

Un po’ di anni fa, venne da me una signora in uno stato di agitazione psicofisica. Ricordo che riempì i 50 minuti della seduta di un racconto continuo, intervallato solo da singhiozzi che mi impedivano in ogni modo di poter dire una parola. Alla fine dei 50 minuti fui solo capace, come un vigile, di alzare la mano e dire: signora è finito, ci vediamo fra una settimana.

Quando uscì mi sentii come un pungiball . Nella seduta successiva si ripeté la stessa situazione con l’aggravante che non c’è stato neanche il bisogno di fare le presentazioni , la campanella suonò appena si sedette e non smise fino a quando, stremato alzai il braccio: “Big Ben ha detto stop”.

La signora aveva una forza fisica notevole, e le sedute non sembravano proprio stancarla, anzi alla quinta aveva a mio avviso aumentato la sua energia e temevo alla fine di non avere neanche più la forza per alzare il braccio. Decisi così di mandarla da un collega psichiatra ponendo a lui una semplice domanda: c’è la possibilità di lavorare o, è meglio proporre una soluzione farmacologica?

Il collega, uomo saggio e  di grande esperienza mi mandò un bigliettino di risposta: sarà dura ma è dotata di autoironia, è possibile che tu ce la faccia.

Infatti è’ stata dura ma, la signora ora lavora come Operatore Sanitario Olistico. Usa molto il corpo, fa massaggi, riflessologia ma, soprattutto, ascolta molto chi si rivolge a lei. Sono convinto che aiuta realmente chi le chiede aiuto.

Perché vi racconto questo? Perché secondo me, in questo caso sono avvenute alcune cose importanti per il lavoro che faccio. La prima: nonostante lo stato di agitazione emotiva, la confusione psicofisica, nella signora, non tutto si era confuso. C’era ancora una parte solida, ben strutturata dentro di sé che poteva esprimersi attraverso l’autoironia, il motto di spirito di freudiano. Sappiamo che secondo Freud, il motto di spirito segue le leggi del sogno, ci permette di esprimere pubblicamente fantasie e pulsioni sessuali, attenuandole e mascherandole attraverso il complesso codice dei processi primari che sono: analogia, condensazione o metafora, spostamento , equivalenza degli opposti, e così via. L’ironia, il sorriso, il motto di spirito, meglio la risata (di pancia) sono mezzi attraverso i quali da una parte liberiamo energia, dall’altra stimoliamo  l’energia bloccata  negli altri, entrando con loro in contatto e “godendo” assieme. Bellissimo! Un modo semplice, elementare per vivere una esperienza orgiastica, liberatoria. So bene che ultimamente queste teorie di Freud sono state contestate alludendo al fatto che non viviamo più in una società sessuofoba e che quindi questi meccanismi primari non sono più né necessari, né veri. Stupidaggini, non c’è modo migliore per attivare questi meccanismi che vivere in un’apparente libertà sessuale. Ma di questo ne parleremo in un altro momento. Mi interessa invece tornare dalla mia paziente, la quale diventata più capace di fronteggiare la sua istintualità , di  mettere degli argini al suo inconscio, fa comunque i conti con i suoi bisogni primari; non è certo un caso che abbia trovato il modo di realizzarsi facendo massaggi, utilizzando cioè il corpo. Ci sono ancora elementi nevrotici? Si, forse ma che importa. L’importante è che non si faccia totalmente pervadere dal suoi impulsi, anzi, li utilizzi consapevolmente.

Alla signora debbo momenti, in seduta, veramente piacevoli. Era bello stare con lei e per la verità le ho sempre riconosciuto una intelligenza superiore ma, mi chiedo: l’autoironia non è già un segno certo di intelligenza?

Mi piacerebbe ora ricordare gli studi fatti sulla relazione del sistema immunitario, la possibilità di guarigione e la risata, ma preferisco fermarmi qui e invitarvi tutti a sorridere, a proporci all’inizio del nuovo anno di cercare di ridere. Sono sempre più convinto che una risata ci salverà.

Perchè tanto dolore?

26-11-11

Buongiorno, vorrei esporre una domanda per capire di più questa maledetta sensibilità …..dico maledetta perchè mi fa stare malissimo. E nello specifico soffro di eccessiva sensibilità nei confronti di notizie e immagini che riguardano gli animali, specificatamente i cani. Vorrei sapere se è normale che io non riesca più a sentire un telegiornale per paura che ci siano notizie che mi fanno stare male, le porto un esempio: a parte non riuscire a guardare “striscia la notizia” quando fanno la rubrica sugli animali che denunciano il trasporto e la vendida dei cagnolini dall’est e i maltrattamenti e le condizioni disumane in cui vengono tenuti gli animali, la mia paura si estende anche ai giornali o ad internet dove si possono trovare immagini forti e crude o notizie tremende su persone che maltrattano gli animali (come l’ultimo cane sotterrato vivo che poi è stato salvato). Io non reggo più tutto questo, ma soprattutto mi sta venendo una sorta di fobia le spiego, durante i giorni dell’alluvione a Genova o l’ultima a Messina, quando ai tg fanno vedere quelle immagini dell’acqua e fango che spazzano via tutto, io devo girare la testa perchè quello che la mia mente mi porta a pensare è che ci sarà stato qualche animale (cane, gatto ) che sarà stato travolto dalla piena e sarà morto, e magari le telecamere che riprendevano il disatro o la gente che filmava col telefonino me lo mostrano mentre arranca……ecco io sto male…..sto davvero male…ma così tanto da non riuscire più a non pensarci, mi diventa un pensiero fisso, una presenza costante nella mente e mi distrugge. Sta diventando davvero un problema perchè poi la mia tendenza è quella di domandarmi come possano esserci certe cattive persone, come possano succedere certe cose, perchè non si possa fare nulla riguardo a certe violenze, di conseguenza ci penso ancora di più e sto male, ansia allo stomaco, respiro affannoso, e tristezza, tremenda tristezza. Mi aiuti con qualche parola: come faccio a far tornare la mia sensibilità verso gli animali nella giusta dimensione e non un’ossessiva compulsione? Dottore quello che mi fa più male è questo pensiero che ormai è diventato fissazione: se un uomo alza una braccio per colpire un’altro uomo o anche un bambino, questi ultimi sanno a cosa stanno andando incontro, la loro mente elebora ciò, ma se alza il braccio per colpire un cane, quest’ultimo non è consapevole di ciò che gli succederà, anzi penserà ad una carezza magari, ma mai ad un colpo e quindi lo incasserà senza reazione alcuna di difesa perchè per lui non è previsto che gratuitamente si possa colpire. Questo mi fa stare più male che se succedesse ad un essere umano. Grazie. Paola

Risposta del Dott. Zambello

Gent.ma Paola,

sono di ritorno da una visita ad Auschwitz e Birkenau. Una tristezza infinita. La testimonianza di una follia politico-sociale, totale. Eravamo in centinaia dentro quei Blocchi di detenzione ad Auschwitz e in quelle baracche di legno umide di Birkenau ma, c’era un silenzio cupo. La voce rimaneva strozzata dall’emozione. Eppure, mi creda Paola, non un attimo ho pensato, né penso chi stava con me che lì, in quel posto maledetto e sacro, si era concentrata tutta la follia del mondo, lì, casualmente si erano ritrovati tutti i “cattivi” della terra. No, tutti noi capivamo che siamo, possiamo essere, fare quello che è avvenuto lì. Quelle centinaia di migliaia di bambini, donne incinte, vecchi, mandati con l’inganno nelle camere a gas dove morivano soffocati, urlando per un tempo lunghissimo di 15, 20 minuti, non erano più inermi dei suoi gattini e cagnolini. Noi, siamo così: folli e cattivi, diavoli. Però, c’è una parte che non lo è, quella che piange e si commuove.

Se vogliamo salvarci, se vogliamo che non si ripetano queste follie, dobbiamo allearci, far crescere la nostra parte “buona”. E’ questo il compito di noi tutti, sviluppare la nostra parte adulta, allearci con lei, fare scelte personali, politiche, sociali dove questa viene fortificata, valorizzata. Rifiutare, condannare scelte più retrive, di pancia, infantili. Però, mi creda, lo possiamo fare solo nel momento in cui riconosciamo la nostra parte “maligna”, la nostra Ombra direbbe Jung. Fin che ne abbiamo paura, chiudiamo gli occhi o giriamo canale, non cresciamo perché rifiutiamo di riconoscerci

Psicoterapia valore aggiunto nel post-infarto

15-10-11

Uno studio della Cardiologia del S. Filippo Neri di Roma, che verrà presentata al Congresso internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia a Orvieto, dimostra l’efficacia dell’approccio psicologico per il successo della riabilitazione cardiaca

Un sostegno psicoterapeutico può migliorare gli esiti del trattamento medico e chirurgico nell’infarto del miocardio e modificare la storia clinica del paziente.

A questa conclusione è giunto uno studio coordinato da Adriana Roncella, cardiologa e psicoterapeuta del Dipartimento di Malattie cardiovascolari dell’ospedale San Filippo Neri di Roma, che sarà presentato al Congresso internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia che si terrà dal 27 al 30 ottobre prossimi a Orvieto.

La ricerca è stata effettuata su un gruppo di 101 pazienti colpiti da infarto e trattati con angioplastica d’emergenza.

Lo studio è iniziato dopo una sola settimana dal primo infarto. Una parte del gruppo è stato trattato soltanto con terapia medica tradizionale, l’altra con terapia medica e psicoterapia breve, quest’ultima articolata in incontri individuali e di gruppo nell’arco di sei mesi. I due gruppi erano simili per le caratteristiche cliniche e strumentali di base, i fattori di rischio cardiovascolare e le variabili psicometriche. Il follow up ha compreso controlli clinici a sei mesi, un anno e cinque anni, nonché test psicometrici (stress, esaurimento vitale, supporto sociale, depressione e qualità della vita) a un anno.

I risultati sono stati che il gruppo trattato anche con psicoterapia ha evidenziato una minor incidenza di nuove patologie mediche e di nuovi eventi cardiaci (ricorrenza di angina, aritmie ventricolari minacciose, reinfarto, stroke, morte). In particolare, 16 pazienti su 47 del gruppo in trattamento con psicoterapia contro i 27 su 47 del gruppo con solo terapia medica hanno registrato nuovi eventi cardiologici: una differenza statisticamente significativa.

Analoghe differenze si sono registrate tra i due gruppi anche per l’occorrenza di nuove patologie. Al follow-up, inoltre, è stata riscontrata anche una riduzione statisticamente significativa del livello di depressione tra i partecipanti al gruppo della psicoterapia.

In conclusione, i dati preliminari della ricerca suggeriscono che una psicoterapia breve nel post-infarto abbia un effetto positivo aggiuntivo a quello della terapia interventistica e medica.

da: http://www.focussalute.it     

Commento del Dott. Zambello

La ricerca dimostra quello che da anni un approccio psicologico meno dogmatico e schiacciato su un dualismo cartesiano mente-corpo dava per scontato.
D’altra parte il premio Nobel per la medicina Eric R. Kandel, nella sua opera afferma: “Di fatto, se i cambiamenti indotti dalla psicoterapia si mantengono nel tempo, sarebbe ragionevole concludere che essa porti a differenti modificazioni strutturali nel cervello, così come avviene in altre forme di apprendimento” (Kandel, E.R., 2006, pag. 343). Il vero problema siamo noi  operatori,  i Medici da una parte e gli Psicologi dall’altra che tendiamo sempre a semplificare e teorizziamo su poche variabili, quelle che conosciamo, malcelando fantasie onnipotenti.

Fukushima ovvero il crollo del paradigma nucleare

08-04-11

Inviato da:  Antoine Fratini

 Le disastrose implicazioni del terremoto in Giappone impongono una doverosa riflessione sul rapporto dell’uomo con il mondo. In particolare il tema del nucleare torna prepotentemente alla ribalta a seguito dei danni subiti da alcune centrali giapponesi, tra cui quella di Fukushima, che tengono l’intera umanità con il fiato sospeso. La prima domanda a sorgere spontanea è: riuscirà l’uomo a correggere il proprio atteggiamento spericolato e a migliorare la qualità del suo rapporto con il mondo prima che sia troppo tardi? Tale domanda scaturisce da una sana emozione dettata dalla gravità dei fatti. La funzione psicologica dell’emotività, infatti, è quella di collegare la mente al Reale. Nessuno può negare che l’uomo di oggi detiene abbastanza potere per distruggere l’intero pianeta. Il nucleare è appunto uno dei simboli maggiori di quell’enorme potere atto a sfuggirgli di mano. Purtroppo, a giudicare dai suoi comportamenti e dalle sue scelte politiche ed economiche, l’uomo non pare minimamente consapevole di questa situazione. Pertanto, al momento la risposta alla nostra domanda rimane aperta, anche se gli eventi attualmente in corso nell’arcipelago nipponico incrinano radicalmente il giudizio a mio avviso largamente ottimistico rispetto alle nostre capacità di dominare la Natura e di gestire saggiamente le risorse energetiche. L’uomo moderno ha ragione di avere paura del nucleare e quindi di sé stesso. Tale paura non rappresenta il segno di una psicosi collettiva. Danni come quelli riportati dalle centrali giapponesi a seguito del terremoto fanno affiorare ed esaltano una paura assolutamente sana che corrisponde, da punto di vista psicoanalitico, ad un tentativo di compensazione inconscia di un atteggiamento irragionevole, spericolato e a limite dell’autodistruttività.

Razionalmente, quel disastro era prevedibile. Si è giocato a dadi quando in Giappone si è optato per la costruzione di centrali nucleari, negando la probabilità che avvenga un terremoto di simile proporzione in un paese che pure si sapeva ad alto rischio sismico. Lo stesso discorso si applica a tutte le scelte umane mosse da quel velenoso ottimismo legato all’odore del profitto, come per esempio la costruzione di grattacieli e altre strutture vicine alle coste o ai corsi d’acqua. La possessione ad opera di Economia toglie all’uomo la razionalità del Cuore. Il ritenere di essere in grado, grazie alla tecnologia, di sfidare le complessi leggi della Natura sino a sostituirsi ad essa non è ragionevole. Nemmeno se lo si ritiene vantaggioso da un punto di vista economico. Anche un bimbo potrebbe capire queste cose. Sempre però che quel bimbo sia ben disposto ad accogliere la realtà e non faccia capricci. Di fronte alle immagini terrificanti delle centrali giapponesi in fiamme, vi sono esponenti politici ed economici che hanno il coraggio di negare pubblicamente la pericolosità del nucleare. Ma è oltremodo facile stanare il flagrante conflitto di interesse che si cela dietro a questi commentatori. Essi somigliano a clown che scambiano lo spazio pubblico per un circo. Come ho affermato altrove, le fede in Economia non ha colore né odore[1]. Essa è del tutto trasversale e caratterizza la politica di Destra come di Sinistra. Tuttavia, per quanto riguarda il nucleare e le questioni ecologiche si può dire che generalmente la seconda appare maggiormente sensibile e responsabile della prima.

La fede in Economia asservisce la coscienza dell’uomo rendendola nella stessa occasione insensibile a quegli aspetti del Reale i cui valori non si prestano ad essere cifrati. Qualcuno il cui amore per i  numeri non è certo da dimostrare, scrisse: “Non tutto quello che conta si può contare, e non tutto quello che può essere contato conta”[2]. In altri termini, si può affermare che nella nostra cultura il calcolo freddo finisce per sopprimere l’anima, non vedendo in essa che il retaggio di una psicologia infantile o arcaica. La dimensione animistica, che poggia invece sull’immaginazione profonda, non trova spazio. Quel che un Tylor e un Freud chiamavano rispettivamente “credenza nelle anime” e “pensiero magico”, ad uno studio scevro da pregiudizi culturali si rivela invece un’altra modalità di rapporto con sé stessi e con il mondo, modalità dimostratasi per millenni del tutto funzionale alla vita sociale e all’adattamento ambientale. Lo stile di vita dei popoli tribali è perfettamente ecologico. Essi concepiscono la Natura come un mondo da abitare piuttosto che da dominare. Una delle funzioni che più caratterizza la loro psicologia è la percezione e il rispetto di quella dimensione animistica che rende sacri gli esseri, i luoghi e gli eventi. Sento già le solite voci indignarsi per l’offesa recata al loro dio Progresso, come se la società umana non potesse procedere che in una sola direzione: quella tracciata da Economia. Ma gli incidenti alle centrali nucleari giapponesi mettono in crisi il nostro attuale sistema di valori e acquistano, mi sembra, una importante valenza simbolica dal punto di vista psicoanimistico. Da una parte essi richiamano l’irrazionalità del sistema economico diventato un contenitore di credenze irrazionali e speranze esagerate. D’altra parte, viene definitivamente sancita l’inadeguatezza di quell’atteggiamento eroico ossessivo che intendeva dominare la Natura (assieme all’inconscio che da sempre vi è legato)  grazie alla tecnologia.

Così come nessuna economia sarà mai adeguata fintanto che l’uomo non si sarà ripreso dalla sborgna del profitto, nessuna misura di sicurezza sarà mai realmente efficace fintanto che l’uomo non avrà liberato la propria anima a tale punto da consentirgli di percepire i poteri della Natura, quali appunto quelli dell’energia nucleare e del terremoto. I poteri della Natura che presso i popoli animisti sono particolarmente considerati, nella nostra cultura sono del tutto ignorati. L’uomo moderno pensa di potere risolvere i problemi derivanti dalla sua opera di desacralizzazione del mondo mediante espedienti tecnici. Egli non riesce a percepire (e nemmeno a pensare) l’esistenza di una dimensione spirituale complementare a quella fisica. Dissociato dal proprio lato percettivo, tale un Dedalo dei tempi moderni egli non può che confezionare soluzioni tecniche destinate a rivelarsi parziali, inappropriate e fonte di ulteriori problemi[3]. Fino a quando quel macro-organismo tanto complesso quanto incompreso che è Gaia, la Terra, riuscirà a perdonare i suoi errori?

Volendo concludere con una nota positiva, diremo che nonostante il daimon economico e il predominio tecnologico, la percezione piuttosto diffusa (anche se un po’ confusa) di una Natura che si ribella è comunque un segno indicante che l’umanità non ha ancora del tutto perso la propria anima.


[1] A. Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

[2] A. Einstein, citato in R. Louv, L’ultimo bambino dei boschi, Rizzoli 2006 p. 100.

[3] Vedi il mio Dedalo e le radici  mitiche del progresso (www.decrescita.it)

La psicoterapia “fai da te” può essere pericolosa.

13-03-11

La psicoterapia “fai da te” può rivelarsi un pericolo. Marialori Zaccaria, presidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio, infatti, boccia in pieno la tecnica australiana raccontata dall’Economist, che prevede l’uso di un pc e di un particolare software che altera in modo impercettibile le distorsioni del pensiero, senza ricorrere allo psicoterapeuta e ai farmaci. La dottoressa si riferisce alla ricerca della Queensland University of Technology. Il gruppo di ricercatori australiani, infatti, aveva messo a punto una serie di video, da poter scaricare anche su iPad e iPhone, in grado di preparare alla terapia cognitivo-comportamentale per ridurre i disturbi della depressione.

da: http://salute.pourfemme.it

Commento del Dott. Zambello

No, non credo che fare psicoterapia davanti ad un video sia un pericolo. Non ne vedo il motivo se non forse nella mancata occasione di poterla fare veramente. Ma di per se mi sembra un gioco innocuo.  E’ come dire che giocare alla playstation può fare male a qualcuno. Forse al giocatore se invece di studiare o lavorare,  gioca. La psicoterapia è un rapporto reale, serio ed impegnativo che non può avere surrogati. Certo, ci sono tanti e diversi tipi di psicoterapia.

Malati immaginari, le paure costano quattro miliardi

28-01-11

Si fanno diagnosi con web e dottor House. E sono un incubo per medici e conti pubblici

 

Di: MARIA CORBI

Italiani? Un popolo di ipocondriaci. Malati immaginari che cercano su Internet la causa dei loro doloretti, che affollano le anticamere dei medici di base, in fila alle farmacie carichi di prescrizioni, sempre pronti a trasformare una febbriciattola nell’annuncio della fine. E che per questo costano allo Stato 4 miliardi all’anno, come spiega il senatore Antonio Gentile, Pdl, della commissione finanze di Palazzo Madama. «La metà di questi soldi vengono spesi per risonanze magnetiche, Tac, esami di Ecg inutili mentre l’altra metà viene spesa in visite specialistiche convenzionate».

Come Verdone nel film

E tra le patologie più temute ci sono i tumori (38 per cento), le malattie cardiovascolari (34 per cento), le malattie mentali e neurodegenerative (22 per cento). Un problema che causa certamente sofferenza e che annovera tra le sue vittime anche molti nomi noti, a iniziare da Carlo Verdone che proprio in uno dei suoi film più famosi, «Maledetto il giorno che ti ho incontrato», porta sullo schermo una coppia di ipocondriaci (lui e Margherita Buy) destinati a innamorarsi. E la battuta «Copro tutto, fino al delirio schizoide», è ormai diventata un cult tra gli ipocondriaci confessi. E da Wikileaks abbiamo saputo che anche Gheddafi è della partita e che si porta in giro, sempre, un’infermiera oltre a filmare tutti i suoi controlli medici.

Boom di allucinazioni

Ma il problema non è solo italiano, visto che negli Stati Uniti l’ipocondria affligge un americano su 20 e costa 150 miliardi di dollari all’economia. E qualche giorno fa i ricercatori dell’Università di Stanford hanno pubblicato l’esempio delle allucinazioni. Su un campione di 13.057 persone, scelto tra Regno Unito, Germania e Italia, rappresentativo di 150 milioni di europei, ben il 16,3 per cento aveva allucinazioni occasionali. «Eppure – scrivono i ricercatori – ancora oggi molti si attardano a fare diagnosi sulla base solo di questo sintomo che può essere patognomonico (indica cioè la certezza della malattia, ndr), ma può anche non significare nulla, specialmente nelle età di transizione»

E nell’era di Internet essere ipocondriaci è sicuramente più facile, visti gli strumenti a disposizione, come l’applicazione per I-phone che regala diagnosi in base ai sintomi che si digitano. Una ricerca ci dice che oltre 16 milioni di italiani cercano informazioni sanitarie su Internet, e molti di loro, e sempre di più, lo fanno in modo compulsivo, convincendosi, alla fine, di essere malatissimi. E sembra che le serie televisive piene di camici bianchi e ospedali – in testa dottor House, il genio delle diagnosi impossibili – non aiutano a placare l’ansia dei malati immaginari. Continua

Psicoanalisi e consumismo

18-12-10

Il consumismo è la manifestazione del bisogno cronico di acquistare continuamente nuove merci e nuovi servizi, con scarso riguardo all’effettiva necessità che si ha di essi, alla loro durata, alla loro origine o alle conseguenze ambientali della loro produzione e smaltimento. Il consumismo è dovuto ad ingenti somme spese in pubblicità con lo scopo di creare sia il desiderio di seguire una moda, un trend, sia il conseguente sistema di auto-compiacimento che ne deriva. Il materialismo è uno dei risultati finali del consumismo.

Fino a qui niente di nuovo. Siamo ormai abituati a non vedere il consumismo interferire nelle nostre scelte o nella nostra vita sociale, rimpiazzando i bisogni dettati dal buon senso, sostituendo la necessità di una famiglia stabile, di una vita in comunità e di sane relazioni umane con un artificiale ed insaziabile ricerca di denaro necessario a comprare sempre più cose, per lo più inutili, che siamo stati portati a desiderare. Cose progettate per non durare, o per passare di moda in tempi sempre più brevi.

Ma che cosa ci ha portati a tutto questo? Come siamo arrivati a fare in molti lavori che odiamo per comprare cose che non ci servono, a volte per impressionare persone di cui nella maggior parte dei casi non ci importa nulla? Dove ha avuto origine questo meccanismo perverso?

Oltre allo sviluppo dell’industrializzazione e del capitalismo, una delle principali ragioni della diffusione del consumismo di massa è sicuramente attribuibile agli sforzi di Edward Bernays, un nipote americano di Sigmund Freud, il quale ha utilizzato alcune teorie sviluppate dallo zio sugli esseri umani per riuscire a controllare e manipolare le masse in tempo di pace e di democrazia (o presunta tale).

Appurato il fatto che le masse possono essere manipolate, Bernays pensò bene di utilizzare queste “tecniche” per generare e poi incentivare nell’America degli anni Venti il costante bisogno di “beni” di consumo. Di ritorno da una conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1926, infatti, Bernays si rese conto che se la propaganda era riuscita ad ottenere tali livelli di consenso in Europa in tempo di guerra, sicuramente poteva farlo anche in America in tempo di pace. Egli fu il primo a mostrare alle corporation americane come creare nella gente il bisogno di cose di cui non aveva bisogno, semplicemente facendo in modo di associare le merci di consumo di massa ai loro desideri inconsci, soddisfacendo o facendo credere di soddisfare i loro più reconditi ed egoistici desideri, così da renderli “felici” e, quindi, mansueti. Da ciò nacque ovviamente anche l’idea prettamente politica di controllare le masse americane. Continua

Interno Pische. Lo Psicologo: interventi, limiti e falsi miti

10-12-10

di Dott.ssa  Simona Diana   

Malgrado la cultura psicologica si stia costantemente diffondendo nella società, esiste ancora molta confusione sulla figura dello psicologo, su chi sia e cosa fa, e su cosa lo distingua dagli altri specialisti della mente. E’ opportuno mettere un po’ d’ordine perché sono presenti molti luoghi comuni che ancora aleggiano intorno all’immagine dello Psicologo, che da molti viene visto come il medico dei matti, colui che vuole solo farsi gli affari tuoi, una persona buona che ti consiglia, ti ascolta senza dire nulla, ti conforta. Una sorta di via di mezzo tra il medico, il chiromante, il confidente, l’interprete dei sogni, il dispensatore di soluzioni adatte ad ogni situazione etc. In realtà lo Psicologo è un professionista che lavora nel campo della salute con competenze e funzioni specifiche. La sua professione “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito” (Legge 56/89). Le competenze dello Psicologo quindi, riguardano varie aree del ciclo di vita degli individui e le sue attività vanno dalla consulenza, ai colloqui di sostegno, all’uso dei test, alla informazione, la formazione e gestione delle risorse umane, ai gruppi di sostegno psico-educativi, alla didattica, e alla prevenzione e promozione della salute in ambito scolastico. Il lavoro dello psicologo consiste nel favorire un cambiamento a livello psichico e comportamentale, attraverso degli strumenti specifici, di cui i principali sono la relazione, la comunicazione, l’ascolto attivo e la parola.cerli ed analizzarli in profondità per capirne le cause ed i motivi profondi e favorire maggiori consapevolezze che possano portare ad un cambiamento o comunque ad una presa di coscienza…….. Continua

Spese folli e abuso del web

06-11-10

La malattia mentale cambia aspetto: non è più solo evidente stato di alterazione psichica e comportamentale, ma si nasconde dietro a fenomeni sociali molto diffusi e per questo spesso non considerati patologici. E’ quanto emerge dal congresso nazionale “La psichiatria del nuovo millennio: bisogni formativi, competenze cliniche e rischi professionali” organizzato dalla società dei giovani psichiatri della SIP (Società italiana di Psichiatria).

“La nostra specialità sta assistendo a un cambiamento epocale – spiega il prof. Eugenio Aguglia, presidente eletto della SIP – Non più solo schizofrenia, depressione, disturbi bipolari, ma uno scenario più sfumato, diffuso ma non per questo meno preoccupante. Osserviamo nuovi aspetti clinici da trattare come il diffondersi dei casi di gioco d’azzardo patologico, la shopping mania, cioè l’acquisto compulsivo di oggetti di cui non si ha realmente necessità, o ancora l’utilizzo eccessivo del web, persone che ‘vivono’ più su Internet che nella vita reale, mascherati dietro personalità inventate su Facebook”. Le competenze cliniche in psichiatria sono oggi molto diverse e più articolate rispetto al passato e i bisogni formativi delle ‘nuove leve’ notevolmente cambiati. Sono 7.500 gli psichiatri italiani chiamati ogni giorno a interpretare i nuovi disagi e le vulnerabilità che talvolta aprono la strada a vere e proprie patologie psichiatriche. “Siamo in continua evoluzione, con rinnovati obiettivi per la fine del 2010. – spiega ancora il prof. Aguglia – attendiamo importanti innovazioni per la categoria, come l’arrivo del nuovo sistema nosografico DSM V, per una sempre migliore definizione dei quadri clinici, al passo con i cambiamenti sociali. Continua

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