Psicoterapia virtuale: lo strizzacervelli ora è online
30-10-10
La psicoterapia viene guardata da molti con sospetto eppure in tanti vi si affiderebbero, anche solo per testarne l’efficacia, se solo fosse gratuita, a portata di mano, più discreta che mai. Sono tutte caratteristiche che promette di avere la psicoterapia online che si sta piano piano diffondendo, seppure ancora a livello sperimentale, in diversi paesi europei quali Spagna e Regno Unito.
Se n’è parlato anche al Congresso di Psichiatria che negli scorsi giorni si è tenuto a Barcellona: pare che la terapia online possa rivelarsi utile nel trattamento di depressione lieve, sintomi di ansia, piccole fobie, anoressia e bulimia, da supportare eventualmente con le terapie farmacologiche. I dubbi sono d’obbligo: quanto può essere efficace una terapia a distanza affidata alle sole forze del paziente?
Come funziona: il paziente si collega a Internet e riceve via chat o via email da sei a otto sessioni settimanali di 45 minuti l’una a cui si aggiunge una telefonata diretta con il terapeuta di 15 minuti. Pare, dai primi dati disponibili, che questa tecnica si sia rivelata positiva nel trattamento di alcune fobie sociali ma risulta cruciale quindi la voglia di superarle del paziente. Impossibile non lasciarsi prendere dallo scetticismo in tutti gli altri casi.
da: http://www.benessereblog.it
Commento del dott. Zambello
Che esagerazione! E’ come dire: adesso l’amore lo si fa via internet. Purtroppo qualcuno ci crede e lo fa ma, é una “deviazione” , spesso per paura o incapacità. La psicoterapia come l’amore ha bisogno che i due si incontrino con tutto se stessi. Certo, lo so bene, é possibile vivere aspetti dell’amore, preparare l’amore, parlare dell’amore, alias della psicoterapia anche via internet. Siamo qui per questo. Una volta lo si faceva quasi esclusivamente per via telefonica e prima, epistolare. Era grande l’investimento che veniva affidato a quelle lettere. Una voluminosa letteratura lo dimostra ma, mai si é confuso ciò che era mezzo, sogno, fantasia, con la realtà. E’ una confusione che produce solo frustrazione e dolore che lo psicoterapeuta dovrebbe non solo conoscere ma evitare di far vivere alla persona che comunque a lui si affida. Lo aveva già ben capito Leopardi:
“….Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia…” (Il sabato del villaggio.)
KETAMINA EFFICACE CONTRO DEPRESSIONE
03-09-10
La ketamina, una delle droghe allucinogene piu’ ‘in voga’ ora, potrebbe rappresentare il futuro del trattamento della depressione. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Science, secondo cui questa molecola, usata come anestetico per i cavalli, in basse dosi fa effetto in poche ore e per diversi giorni grazie al meccanismo con cui interagisce con il cervello. I ricercatori dell’universita’ di Yale hanno somministrato la droga a dei topi con sintomi di depressione, verificandone la scomparsa poche ore dopo l’iniezione. Un’analisi approfondita ha dimostrato che la ketamina riesce velocemente a ristabilire le connessioni cerebrali danneggiate dallo stress: “L’efficacia sta proprio nel modo d’azione – spiega George Aghajanian, uno degli autori – se riusciremo a capirlo bene avremo diversi nuovi modi per combattere gli effetti della depressione sul cervello. Per ora comunque sappiamo che riesce a fare effetto in poche ore e per diversi giorni, anche se servono studi piu’ approfonditi per farne un vero e proprio farmaco”.
da: http://salute.agi.it
Commento del Dott. Zambello
In un articolo apparso sul ”Il Sole 24 Ore ” del 26 agosto, il giornalista sosteneva a proposito di questa notizia sulla Ketamina :” …Nonostante molti studi abbiano dimostrato la scarsa efficacia della sola terapia farmacologica per combattere i disturbi dell’umore, gli americani stanno sempre più abbandonando l’approccio psicoterapeutico in favore delle pillole della felicità. E saranno quindi forse contenti di sapere che presto potrebbe arrivare un farmaco molto più potente di quelli classici: la ketamina, già usata un veterinaria…..”
E’ uno dei segni che questa generazione ha rinunciato alla sua funzione genitoriale. Non siamo più capaci ti sentirci padri, madri dei nostri figli. Non lavoriamo più, come avevano fatto i nostri nonni e genitori, per lasciare una società più libera e più giusta. Loro ci avevano trasmesso la speranza di un futuro infarcito di ideali e regolata da ruoli. Ora, non solo, forse, facciamo fatica a trovare ideali a cui ancorare il futuro dei nostri figli, ma soprattutto, abbiamo rinunciato al ruolo di Padri, illudendoci che diventando loro amici, li avremmo aiutati meglio. Risultato: invece essere loro ad imitarci, siamo noi a farlo, fino a trasformare le droghe in medicine, per avere, come loro, tutto e subito.
Paura di avere una malattia: che fare, se non è giustificata?
08-07-10
Domanda
Sono 4 mesi circa che soffro di ansia e stress causati dalla paura di avere una malattia e penso a questa quasi 24 ore su 24. Ho effettuato analisi di laboratorio ed esposto le mie paure ad un immunulogo, ad un infettivologo e a 2 medici di base. L’immunologo mi ha congedato con un certificato che richiedeva urgentemente una psicoterapia e così ha fatto l’immunologo. Il medico di base ha concordato, prescrivendomi per il momento lo Xanax, che avevo già preso circa 18 anni fa. dopo i primi giorni di assunzione però avverto una sensazione che non saprei ben definire ma comunque riconducibile o ad una debolezza degli arti inferiori oppure ad una irrequietezza o tremore degli stessi. La mia domanda è la seguente:questo descritto è un sintomo riconducibile all’assunzione di 7 gocce di Xanax la mattina e 7 la sera ( troppo poche ? ) oppure ad esaurimento del fisico dopo 4 mesi di intensa preoccupazione che non si è mai placata, malgrado alla rassicurazione di 4 medici, per i quali nutro rispetto e stima. La risposta che chiedo al momento è soprattutto sulla sensazione descritta agli arti, se sono sulla strada di un esaurimento e se veramente devo avvalermi della collaborazione di una psicoterapia. Vi ringrazio veramente molto in anticipo, in quanto non riesco più a rapportarmi neanche con il pensiero a nessun tipo di attività, esclusa quella lavorativa alla per la quale sto usando tutte le energie residue, soprattutto a livello di concentazione
Risposta
Gentile utente, ritengo di poter affermare con la dovuta sicurezza la necessità di una psicoterapia. Cerchi uno psicoterapeuta nella sua zona, si rimbocchi le maniche di pazienza e collaborazione. Vedrà che i risultati arriveranno assieme ad una maggiore serenità.
Saluti Dr. Delogu
da: http://espertorisponde.paginemediche.it
Commento del Dott. Zambello
La nevrosi ipocondriaca é una delle sofferenze, disagi psicologici, più devastanti che una persona possa provare. E’ chiaro che anche in questi casi ciò che fa la differenza, é quanto la nevrosi invalida la vita normale, quotidiana del paziente. Nel caso sopra riportato era, per il momento, rimasta sufficientemente libera la vita lavorativa, ma per quanto? L’ipocondria, se non viene curata in tempo e solo la psicoterapia può modificarne l’evoluzione , é come una macchia che piano, piano si estende pervadendo tutto l’Io. Ricordo diversi pazienti ma una in particolare che andava al mattino da uno specialista, al pomeriggio a farsi un esame clinico, quasi sempre invasivo, gastroscopia, endoscopia, biopsia etc e ripartiva il giorno successivo come fosse la prima volta. Un vero inferno. Un altro che passava almeno 20, 25 notti su un mese in Pronto Soccorso. Mi si dirà che questi sono casi limite, si ma, il settanta per cento, delle persone che affollano tutti i giorni le sale di attesa del medico curante, hanno una base ipocondriaca. L’ipocondriaco, vive non solo con la paura di essere ammalato, ma da ammalato. E’ un ammalato. La psicoanalisi pensa che la genesi di questo bruttissimo disagio sia molto antica, si sia strutturata quando il bambino era molto piccolo, nei primi mesi di vita, nella relazione con la mamma. Ciò significa che il lavoro terapeutico non é per niente semplice e breve ma, se affrontato adeguatamente porta a sensibili miglioramenti, qualche volta, a delle vere “rinascite”.
Quando la psicoterapia fa male
11-06-10
Per tutti i tipi di trattamento farmacologico esiste una lunga serie di indicazioni sui loro possibili effetti negativi. Lo stesso non vale per i trattamenti psicoterapici. Si tratta di una “svista” o di una caratteristica propria delle terapie psicologiche, di non produrre conseguenze indesiderate, ma solo positive? O invece si ritiene che la terapia della paro la si eserciti su una dimensione diversa da quella biologica, cui invece si applicano i presidi neuropsicofarmacologici?
Non si può nemmeno affermare che siano mancate le critiche alla analisi del profondo di Freud, per esempio, basta pensare, alle critiche sollevate da Deleuze e Guattari nell’Antiedipo, in cui l’ azione terapeutica piuttosto che rivolgersi all’individuo deve assumersi il compito di critica della società. Ma già lo stesso Freud in Analisi terminabile e interminabile ( 1937) aveva teso a mettere in luce le difficoltà dell’analisi. Più recentemente, ora che le psicoterapie sono diventale tecniche comunemente accettate è emerso che nel caso di persone esposte a traumi , tra quelle trattate con pratiche di debriefing successivamente ci sono stati più casi di peggioramento rispetto a quelle non trattate. Dal campo degli studi negli neuroscientifici, dove memorabile è l’ impulso dato da Eric Kandel con il suo Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente (2005), provengono le indicazioni più esaurienti per inquadrare teoricamente il problema dell’efficacia della psicoterapia. Sono stati proprio gli studi sull’efficacia degli psicofarmaci a dare inizio agli interrogativi sulle
conseguenze dei trattamenti psicologici. Negli anni ’50 e ’80 le prove di efficacia dei nuovi psicofarmaci hanno messo in luce il potente effetto positivo del placebo e così gettato un’ipoteca sulle conseguenze della psicoterapia che godeva di ottima fama rispetto alle alternative farmacologiche che erano a torto considerate solo mezzi di sedazione. L’aver potuto ricorrere ad un tipo di spiegazione biologica dei meccanismi mentali alla base dell’ansia ci permette oggi di sviluppare una migliore comprensione dei fenomeni psicopatologici . Continua
Il Web crea dipendenza nei giovani come sesso e gioco d’azzardo
30-05-10
Ogni tanto ritorna questa vicenda: secondo una recente inchiesta condotta ovviamente da una serie di esperti, il web avrebbe raggiunto sesso e gioco d’azzardo come fonte di dipendenza più pericolosa per i più giovani. Di più: “La trasversalità sociale, culturale, generazionale del nuovo trend, testimonia ampiamente la sua pericolosità”
Subito dietro – ma non di molto – troviamo altri focolai come ad esempio l’abuso di tecnologia soprattutto di cellulari e di videogames e per le femminucce (e pure qualche maschietto) dello shopping. Lanciano l’allarme gli esperti della comunità scientifica psicoterapeutica a Firenze.
Nel capoluogo toscano si sono riuniti i massimi esponenti della psicoterapia in occasione del 26esimo Congresso Internazionale del Sepi – acronimo di Society for the Exploration of Psychotherapy Integration – insieme alla Scuola di Psicoterapia Comparata.
Chi abusa del web soffre di problemi sociali e comportamentali, ha difficoltà a relazionarsi e può presentare un rapporto distorto con il mondo reale. Il target più sensibile è quello dei giovanissimi ossia dei teenagers visto che secondo l’Istat il 35.2% dei bambini/ragazzini tra 11 e 13 anni possedeva un cellulare nel 2000, nel 2008 l’83.7%, oggi oltre il 90 di sicuro.
http://www.tecnocino.it
Commento del Dott. Zambello
Una mamma mi diceva l’altro giorno, parlando di suo figlio: “… Sta davanti al cumputer anche otto ore al giorno. Rimane alzato fino a ora tarda. Io non lo so, forse è meglio così che uscire. Chi sa chi troverebbe fuori. Non si droga. Lei cosa dice?” Premesso che non avevo niente da dirle, non eravamo li per lui ma certamente questa donna proiettava su suo figlio la sua difficoltà a diventare grandi, adulti ad uscire dal guscio.
E’ vero che anche la droga, l’alcool e tanto altro possono dare dipendenza. Possono essere surrogati di un mai risolto rapporto con ”una madre ideale”. Ma se questa dipendenza la vivi non solo nel fantasmatico, in una ricerca interna di ideali che trovi mai ma, realmente, vicino ad una madre che mai si stacca, allora la situazione é quasi impossibile da risolvere.
Ad un ragazzo di 35 anni che viveva una situazione simile e che era venuto a chiedermi una analisi, gli dissi: ” Ad una sola condizione, che i suoi genitori rimangano fuori dallo studio. Non solo fisicamente, é ovvio, ma nel senso che non dovrà dare a loro spiegazioni del suo cammino terapeutico”. E’ sparito.
Droghe e Spiritualità
10-04-10
Droga Come Strumento di Spiritualità

L’uso di sostanze psicoattive come stimolatrici di visioni estatiche a scopo religioso, divinatorio o come produttrici di sollievo dalle sindromi dolorose, è antichissimo. Scritti che citano estratti di papavero (oppiati) sono stati ritrovati nella regione abitata dai Sumeri, in Medio Oriente, e si pensa che risalgano al 4000 avanti Cristo.[1] L’oppio veniva usato anche dagli antichi Egizi come calmante per i bambini ed era l’ingrediente principale del pharmakon nepenthes che Elena versa nel vino durante il banchetto con Telemaco alla corte di Menelao, raccontato da Omero nell’Odissea (IV, 219-228). Nella mitologia greca e romana, l’oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il dolore provocatole dal rapimento della figlia Persefone. Per questa ragione, esso veniva usato nel culto ufficiale di tale divinità e il papavero veniva collocato immancabilmente tra le spighe di grano che Demetra tiene in mano nelle raffigurazioni ed usato nelle decorazioni dei suoi altari. Il papavero è spesso presente nelle mani di Morfeo, dio del sonno, mentre Nyx, dea della notte, dispensava papaveri agli uomini. In talune rappresentazioni, anche Hermes si presenta con un papavero, quando arriva a recare il sonno ristoratore e la fantasia dei sogni. Praticamente tutte le culture umane hanno usato lo stato alterato di coscienza, indotto dalle droghe, come ricerca di piacere o come sollievo dall’ansia.[2]
L’uso delle sostanze psicotrope ha avuto una funzione importante nella nascita di intere culture, le visioni e gli effetti fisici derivanti dall’assunzione hanno fornito il substrato su cui molte simbologie condivise hanno preso avvio. Gli Incas fecero della coca la sostanza sacra fondamentale dalla loro religione solare, limitando il suo uso solo ai rituali. Secondo le loro leggende tradizionali, i figli del sole fecero dono della pianta sovrannaturale al primo Inca (Manco Caopac): “per sfamare gli affamati, per dare agli stanchi e agli affaticati nuovo vigore e per far dimenticare agli infelici le loro pene”. Nessuno poteva entrare nei templi senza avere in bocca una foglia di coca, nessuna cerimonia aveva valenza ufficiale se non veniva gettata della coca ai quattro lati cardinali. La coca era parte integrante della vita dell’Inca, dal momento della nascita, al momento della sua morte; per esempio, al culmine della cerimonia d’iniziazione all’età virile, al giovane Inca veniva conferita la fionda del guerriero e la sua borsa di coca personale. Borse di foglie di coca venivano depositate all’interno delle tombe, per nutrire gli spiriti dei morti nel loro viaggio nell’aldilà.[3]
Anche nel Culto del Peyote, o Peyotismo, una religione antichissima, la più diffusa religione tra i nativi del Centro America, l’utilizzo della droga è attuato per scopi religiosi. Il peyote è un cactus molto carnoso e senza pungiglioni, raggiunge una grandezza di 20 cm ed è a forma di sfera. Cresce nelle alture desertiche del Messico Settentrionale e nell’estremo sud-occidentale degli Stati Uniti ed è una pianta dai forti effetti allucinogeni molto simili a quelli dell’Lsd, dati dalla concentrazione di mescalina. La Via del Peyote esorta all’amore fraterno, alla cura per la famiglia, all’auto-sostenersi con il lavoro, e ad astenersi dagli alcolici. Le credenze variano molto da una tribù all’altra fra riferimenti biblici, evangelici, indiani e buddhisti. Caratteristica che accomuna tutte le tribù è la personificazione del peyote con un dio. Il rituale peyote prevede una notte di preghiera e canti, assunzione della droga e contemplazione estatica. La stessa ricerca e raccolta della pianta è un rituale: i partecipanti indossano le vesti di determinate divinità e sono guidati dal dio Tatosi (in azteco: “il nostro avo”), raffigurato come un cervo, dalle cui orme nasceva il peyote. Si ritiene che il rito metta in contatto con gli dei e gli antenati e sia in grado di conferire forza a chi vi partecipa.[4]
In generale, quindi, possiamo dire che l’uso di sostanze psicotrope in queste civiltà fosse, e sia, regolamentato all’interno di processi relazionali legati alle sequenze rituali. In queste realtà culturali, la ricerca della visione trascendente, momento di unione mistica capace di generare sensazioni di affinità estatica, permetteva di “esperire” la totalità del cosmo in cui si collocava l’esperienza collettiva. Tale visione allucinatoria veniva verosimilmente ricercata soprattutto nei riti di passaggio più importanti, come il momento della transizione tra l’adolescenza e l’età adulta, nei rituali di preparazione alla guerra, nei riti divinatori e nei rituali propiziatori legati alle scansioni temporali della comunità. L’esperienza, all’interno di questi riti, con buone probabilità, assumeva una significatività collettiva, in quanto rappresentava unione e condivisione simbolica, atta a ricreare e rinforzare una base di codici comunicativi simbolico-emozionali, condivisi all’interno della cultura.
Le sostanze psicotrope, inoltre, furono per queste civiltà, oltre che strumenti di magia legata alle pratiche religiose, anche le basi delle loro pratiche mediche (nelle concezioni animiste la divisione corpo-mente è inesistente), in quanto la malattia fisica era vista come una malattia dell’anima e il ricongiungimento con l’esperienza del “sacro” era parte integrante della terapia di guarigione, sia individuale che collettiva. Continua
Quando il gioco diventa pericoloso
05-03-10
Difficoltà economiche, bisogno di sensazioni forti e messaggi ingannevoli dei media fanno crescere la febbre del gioco
di Concetta Ruotolo.
La vita di tutti i giorni può essere una vera battaglia a colpi di bollette, affitto, mutui e tasse di ogni genere. La crisi economica, l’inflazione e la disoccupazione non fanno che peggiorare la situazione. Soffocando tra una scadenza e l’altra, chi non ha mai desiderato di vincere la lotteria? Tantissimi, invece, amano le scommesse sportive ed altri ancora sperano nella mano fortunata giocando a poker. Tra tavoli e slot machine, però, c’è chi rischia grosso. Il gioco d’azzardo è ormai uscito dalle bische clandestine ed ha trovato posto nella quotidianità di molti. Brividi ed adrenalina possono però avere gravi conseguenze. Come sempre, il punto di partenza per prevenire e combattere problemi così delicati è informare. A questo scopo è stata promossa una campagna di sensibilizzazione che vede coinvolti Snai ed i Monopoli di Stato. Il famoso fotografo Oliviero Toscani firma il nuovo brand, presente su tutte le campagne di comunicazione di Snai, che avverte i giocatori dei rischi in cui possono imbattersi ed invita ad un gioco prudente e responsabile. Il logo rappresenta un bersaglio bianco su di uno sfondo rosso, con un chiaro richiamo cromatico ai segnali stradali che indicano pericolo. Centrare il bersaglio, in questo caso, vorrà proprio significare allontanarsi dai pericoli di un gioco malato e compulsivo. “Gioca per vincere” è lo slogan utilizzato per dare maggior efficacia al messaggio che i promotori dell’iniziativa vogliono trasmettere. Vincere non vuol dire fare il colpo grosso ed intascare una quantità di denaro che riesca a cambiare la vita; vincere vuol dire molto di più:imparare a giocare. Continua
Mal di schiena, adesso si cura con la psicoterapia di gruppo
03-03-10
Si impara a gestire il dolore e a cambiare atteggiamenti
e comportamenti che possono determinarlo

Il mal di schiena, da oggi, si combatte con la psicoterapia di gruppo. A dimostrarlo è uno studio di Sarah Lamb, dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna, che ha coinvolto oltre 700 persone con mal di schiena acuto e cronico. Gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale di gruppo sono visibili già a breve termine e perdurano un anno. A quattro mesi i benefici sono già comparabili a quelli di trattamenti quali agopuntura, ginnastica posturale, massaggi, manipolazioni della colonna vertebrale. Inoltre la terapia è costo-efficace, cioè determina un risparmio per il sistema sanitario rispetto alle terapie tradizionali.
«Il mal di schiena non è però un problema psicologico – ha sottolineato la psicoterapeuta e coautrice dello studio Zara Hansen – ma una terapia di gruppo mirata a cambiare atteggiamenti e comportamenti del paziente funziona». Il dolore lombare è una delle sei principali voci di costo per il sistema sanitario e, tenendo conto della sua diffusione, è anche la terza malattia più invalidante nei paesi occidentali. Il problema è che chi soffre di mal di schiena, per paura del dolore, invece di rimanere fisicamente attivo in accordo con le linee guida della gestione della patologia, si auto-preclude l’attività fisica.
Gli esperti hanno diviso in due gruppi il campione di 701 persone con dolore acuto e cronico e coinvolto solo uno dei due gruppi in un ciclo di terapia cognitivo-comportamentale. «Se abbiamo schemi di pensiero erronei – ha spiegato Hansen – un intervento di terapia cognitivo-comportamentale mirata verso i pensieri e i comportamenti sbagliati potrà essere utile. Il principale scopo della terapia, conclude, è quello di aiutare chi soffre di mal di schiena a capire che può tornare con tranquillità all’attività fisica che ha interrotto per paura del dolore».
da: http://www.ilmessaggero.it
Commento del Dott. Zambello
Mi capita spesso durante il lavoro analitico che il paziente porti un dolore fisico, a volte anche invalidante. Succede ad esempio che un’ improvvisa lombo-sciatalgia obblighi il paziente a sospendere per uno o due incontri il lavoro psicoterapeutico. Mi guardo bene di dare “al dolore fisico” una eziologia squisitamente psicologica. Se mi viene chiesto suggerisco il nome di un internista, ortopedico o altro specialista del caso. Ma, é chiaro a me e forse lo diventa anche per il paziente che il suo corpo sta “urlando” un dolore che non riesce ad elaborare mentalmente, un dolore che non riesce ad avere voce. Per il “medico”, non c’é organico o psicologico, mentale o fisico, c’é lui, il paziente, nella sua interezza che esprime un disagio. Il compito del medico, quale sia la specializzazione, é di dare voce, senso, a quel ”dolore muto”.
Il viaggio nella cura dell’anima
06-01-10
Il cancro è una patologia in aumento.
In Italia vengono diagnosticati 250.000 nuovi casi di tumore ogni anno. In questi pazienti, le abilità di reazione e di adattamento con cui si affronta il cancro dipendono da numerosi fattori: medici, psicologici, sociali e spirituali. Fattori che costituiscono le dimensioni sulle quali si fonda la qualità di vita di ciascuno. La conoscenza di questi fattori dovrebbe essere tenuta sempre in considerazione nella relazione con il paziente, al fine di cogliere i possibili indicatori predittivi di sofferenza e disadattamento. Negli ultimi anni, in Italia, il processo di umanizzazione delle cure ha portato gli operatori sanitari ad integrare i bisogni psicologici e sociali dei pazienti e dei loro familiari, alla terapia medica. Spiritualità, quindi, come fonte di supporto e di facilitazione nei confronti dell’adattamento agli eventi della vita, incluse le malattie ad alta disabilità ed il cancro in particolare. La spiritualità individuale, che è un fenomeno umano universale, osservato in tutte le culture, usualmente ma non necessariamente associato a credenze religiose, si è dimostrata infatti uno dei principali elementi che consentono di affrontare e gestire con fiducia e dignità la malattia e la sofferenza. La sfera spirituale resta però ancora sottovalutata ed è ipotizzabile che, ad oggi, sia collocabile in un’ampia area di bisogni non riconosciuti e non corrisposti in oncologia. Le terapie di supporto, infatti, dovrebbero iniziare durante la fase attiva del trattamento e gli oncologi dovrebbero essere esperti nella gestione dei sintomi, riuscendo a fornire le terapie di supporto come parte integrante dei servizi per i pazienti. Continua
Psicoterapia: rende più felici dei soldi
02-01-10
Pubblicato da Gianluca Rini in Primo Piano, Psicologia, Ricerca Medica.
Gli effetti della psicoterapia sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui?
A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di stipendio o di una vincita alla lotteria.
I soldi in pratica non fanno la felicità. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.
La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una ricompensa monetaria. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.
Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare bene con noi stessi e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.
http://www.tantasalute.it
Commento Del Dott. Zambello
Di solito non do molto credito a questo tipo di “americanate”, ( Warwick, per la verità, é una cittadina inglese) ma prendo la notizia di buon auspicio e la giro a tutti voi che già fate psicoterapia. Mettiamola così: visto che noi la psicoterapia la facciamo già, vorrà dire che ci arriveranno un sacco di sodi.
Purtroppo non sarà vero ma, é vero che la psicoterapia é un “investimento”, fa star bene, meglio, le persone e spesso si traduce in un rapporto sociale, lavorativo, economico, molto più soddisfacente. Intanto vi auguro di nuovo Un Felice Anno Nuovo a tutti.




