Sincronicità, debolezza dell’Io?

29-01-12

“Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po’ di luce su questa incertezza.” (C. G. Jung)

di Renzo Zambello

Anni fa, molti, seguivo in analisi un ragazzo bordeline. Era un angosciato in una struttura ossessiva con forti caratteri di narcisismo patologico. Viveva continuamente proiettato in fantasie onnipotenti che chiaramente gli creavano frustrazioni e alimentavano la sua angoscia. Tutto ciò nasceva da un Io molto debole che lo mettevano continuamente in contatto con l’inconscio. Era come non esistesse una vera struttura dell’Io. Nonostante ciò, una buona intelligenza ed un Super-Io molto sviluppato gli permetteva di avere una vita sociale apparentemente normale. Volendo semplificare in una metafora, diremmo che quel ragazzo era una corazza, sufficientemente forte entro la quale  si sprofondava quasi direttamente nell’inconscio. Perché vi racconto questo? Perché, proprio quel ragazzo, era continuamente oggetto, testimone, di fenomeni sincronici.

Il suo stesso linguaggio, l’approccio interpersonale che metteva in atto sin dal primo incontro, era un linguaggio prevalentemente empatico: ti entrava dentro, tendeva fortemente alla fusionalità. Quando lo incontrai la prima volta, avvertii immediatamente che mi stava “leggendo dentro” che,  fra me e lui non vi era più spazio. Certamente una situazione di forte sofferenza psichica. E’ stata in effetti una analisi lunga difficile dalla quale peraltro é uscito bene. Durante il periodo in cui l’Io non era ancora sufficientemente strutturato ricordo, direbbe Freud, senza pelle,  mi portò numerosi episodi, a volte anche eclatanti che definiremo: sincronicità. Ne riporto uno: ritornava un giorno, era domenica sera di tardo autunno, quasi le 19, in macchina dal paese della casa paterna, da un’altra Regione d’Italia. Il mio paziente si era trasferito da poco a Milano e oltre a non conoscere bene la città non era neanche molto sicuro nella guida. Mancava poco più di un’ora al momento in cui avrebbe dovuto prendere servizio come portiere di notte in albergo sito in una via a senso unico in zona Porta Romana. Pressoché alle 19 stava percorrendo l’autostrada Venezia Milano e si rende conto di non conoscere la strada ma “voleva assolutamente” arrivare in tempo a prendere servizio alle 20. Capisce che non ce la poteva fare. Decide di uscire a Monza e di ” lasciarsi andare”. Esce dall’Autostrada, ricorda che c’era un po’ di nebbia e comincia ad “andare a caso”. Alle 20 meno qualche minuto é davanti all’albergo. Ho provato più volte fare quel percorso che conosco bene e,  non ci ho mai messo meno di un’ora e mezza. Cosa è presumibilmente successo? Il mio paziente, in quella situazione di ansia, necessità del Super-Io, é sprofondato del suo inconscio, si é lasciato guidare da lui, recuperando tutte le conoscenze che certamente aveva incamerato nei precedenti percorsi e ha ottenuto il risultato voluto. Puro fenomeno sincronico. Esempio direi, clinicamente interessante, di come funzioniamo. Tanto più siamo fragili a livello dell’Io, tanto più  é possibile che si manifestino fenomeni come quello che vi ho appena raccontato. 

Ci sono subito alcune osservazioni da fare. La prima é che non sempre ad una debolezza dell’Io corrisponde una produzione di fenomeni sincronici, la seconda é che al miglioramento clinico, inevitabilmente corrisponde una, momentanea, limitazione di questi. Momentanea, perché é verosimile che nell’evoluzione verso la realizzazione del Sé, quella che Jung chiamava “ Individuazione “, l’uomo,  e per mia  fortuna ne ho incontrati tanti, raggiunge una stato dove l’equilibrio tra Io e l’Inconscio é tale che gli permette di ” utilizzare” i fenomeni sincronici che da quel momento vengono chiamati  “Miracoli“.

Psicoterapia, cosa fare?

11-11-11

Riporto integralmente una domanda e la mia risposta fattami in questi giorni sul Guestbook. Mi sembra  che riproponga anche se  in modo fin troppo ruvido quali sono le domande e le aspettative di chi cerca e chiede una psicoterapia. Per questo credo possa essere di interesse generale.

 

Buongiorno Dr.Zambello vorrei sapere quando potrei fissare un appuntamento, i costi e se già dal primo appuntamento inizia la terapia? Lorena

Risposta del Dott.Zambello:
Gent.ma Lorena,
tempi, costi e modalità quali, la frequenza delle sedute terapeutiche, l’orario, l’uso o meno del divano sono variabili che possono essere discusse e dicise solo in un colloquio personale. Mi creda, non è perchè non voglia risponderle o perchè abbia chi sa quali “segreti” ma perchè, “grazie a Dio”, ognuno di noi è diverso e non ci sono interventi pre-stabiliti.
Colgo l’occasione per dire come lavoro anche da un punto di vista meramente organizzativo. Solitamente vedo quasi esclusivamente persone che prendono il primo appuntamento chiamando direttamente in studio. Molto spesso mi è possibile dare il primo appuntamento dopo alcuni giorni dalla chiamata. Il numero telefonico è nel sito. Quasi sempre, se ci sono le possibilità di lavorare, propongo almeno tre incontri per definire, assieme, le motivazioni, il percorso e le modalità e in linea di massima il tempo previsto.
E’ chiaro che tutti gli incontri, compresi i primi hanno un costo. Sono per me un lavoro ma, credo,una occasione per chi mi contatta di capire un po’ se stesso.

Mons. Rigon: “L’omosessualità va curata”, ma per la Procura non c’è reato

04-09-11

Genova. “Non si nasce omosessuali. Quindi, dal momento che l’omosessualità è indotta, bisogna prenderla dall’inizio, perché così si può superare, attraverso la psicoterapia”. Era con queste parole che monsignor Paolo Rigon, presidente del Tribunale ecclesiastico della Liguria, aveva deciso di inaugurare, lo scorso febbraio, l’anno giudiziario ecclesiasistico. E per queste dichiarazioni era stato prontamento denunciato dalla Casa della Legalità per violenza privata e diffamazione aggravata. Oggi la Procura della Repubblica di Genova ha chiesto l’archiviazione del caso, per infondatezza della notizia di reato.

“Al di là della vicenda giuridica resta comunque l’amarezzza per l’affermazione che era stata fatta, che resta pesante sul piano umano”, dice a Genova24.it Mario Moisio, referente per la Liguria e consigliere nazionale dell’associazione Gay Lib. Nei confronti dell’alto prelato Gaylib, insieme a Arcilesbica e Arcigay, aveva presentato un esposto all’ordine dei medici e degli psicologi. “Putroppo spesso uomini e donne cadono nella trappola delle terapie riparative, o perchè costretti, o perche si pensa di trovare nella ricerca di una presunta normalità un certo sollievo”.

“Noi vorremmo un mondo in cui tutti si possa vivere in armonia al di là del proprio orientamento sessuale – continua Moisio. “Putroppo l’omofobia che circola ogni giorno a livello isituzionale va proprio nella direzione opposta”.

La richiesta di archiviazione “riafferma la possibilità del tribunale ecclesiastico di interloquire su tutte le dinamiche della famiglia, anche su quelle più delicate come l’omosessualità di uno dei due coniugi”. Lo afferma l’alto prelato, che era stato denunciato per alcune dichiarazioni sull’omosessualità.

“Occuparsi delle dinamiche familiari – spiega tramite il suo legale, avvocato Michele Ispodamia – è la funzione precipua del tribunale ecclesiastico”. Monsignor Rigon ha riferito di “non aver avuto dubbi sull’esito processuale che gli era stato garantito dal suo difensore”.

“Ciò che aveva detto Mons Rigon – aggiunge l’avvocato Ispodamia – lo aveva pronunciato come presidente del tribunale ecclesiastico che ha il compito di tutelare la salvaguardia e l’integrità delle famiglie. Non escludiamo che, in seguito, possa esserci un confronto sul piano etico-scientifico”

da: Genova. “Non si nasce omosessuali. Quindi, dal momento che l’omosessualità è indotta, bisogna prenderla dall’inizio, perché così si può superare, attraverso la psicoterapia”. Era con queste parole che monsignor Paolo Rigon, presidente del Tribunale ecclesiastico della Liguria, aveva deciso di inaugurare, lo scorso febbraio, l’anno giudiziario ecclesiasistico. E per queste dichiarazioni era stato prontamento denunciato dalla Casa della Legalità per violenza privata e diffamazione aggravata. Oggi la Procura della Repubblica di Genova ha chiesto l’archiviazione del caso, per infondatezza della notizia di reato.

“Al di là della vicenda giuridica resta comunque l’amarezzza per l’affermazione che era stata fatta, che resta pesante sul piano umano”, dice a Genova24.it Mario Moisio, referente per la Liguria e consigliere nazionale dell’associazione Gay Lib. Nei confronti dell’alto prelato Gaylib, insieme a Arcilesbica e Arcigay, aveva presentato un esposto all’ordine dei medici e degli psicologi. “Putroppo spesso uomini e donne cadono nella trappola delle terapie riparative, o perchè costretti, o perche si pensa di trovare nella ricerca di una presunta normalità un certo sollievo”.

“Noi vorremmo un mondo in cui tutti si possa vivere in armonia al di là del proprio orientamento sessuale – continua Moisio. “Putroppo l’omofobia che circola ogni giorno a livello isituzionale va proprio nella direzione opposta”.

La richiesta di archiviazione “riafferma la possibilità del tribunale ecclesiastico di interloquire su tutte le dinamiche della famiglia, anche su quelle più delicate come l’omosessualità di uno dei due coniugi”. Lo afferma l’alto prelato, che era stato denunciato per alcune dichiarazioni sull’omosessualità.

“Occuparsi delle dinamiche familiari – spiega tramite il suo legale, avvocato Michele Ispodamia – è la funzione precipua del tribunale ecclesiastico”. Monsignor Rigon ha riferito di “non aver avuto dubbi sull’esito processuale che gli era stato garantito dal suo difensore”.

“Ciò che aveva detto Mons Rigon – aggiunge l’avvocato Ispodamia – lo aveva pronunciato come presidente del tribunale ecclesiastico che ha il compito di tutelare la salvaguardia e l’integrità delle famiglie. Non escludiamo che, in seguito, possa esserci un confronto sul piano etico-scientifico”.

da http://www.genova24.it      

 Commento del Dott. Zambello

Da una parte la Chiesa che continua difendere il suo diritto al controllo della psicologia, dell’anima,  sapendo che uno dei tasti più sensibili  é il sesso ed uno dei mezzi più efficaci é la colpevolizzazione.  Lo fa negando ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma é sempre stato così.  Non abbiamo imparato niente nel 1633?  Dall’altra un gruppo, una parte della società che chiede che  la Chiesa, sia diversa da come è. C’è da chiedersi: ma che importa agli omosessuali se la chiesa dice che essi non sono omosessuali?  Eppure, eccoli li, come eterni  adolescenti che vogliono la “benedizione” della “mamma Chiesa” per crescere. Sarebbe quasi comico se dietro tutto questo non ci fosse una sofferenza che ha volte ho conosciuto  e che ho visto trasformarsi  in bisogno d vendetta. Ma non vi sembra che non ciò sia una nota  quasi grottesca, comica che i gay denuncino il Vescovo perché  fa il Vescovo? E’ un delirio che nasce dalla difficoltà di riconoscersi, di crescere.  Pensateci, dietro a tutto questo permane il desiderio, frustrato,  di essere accettati da “mamma Chiesa”.

http://www.youtube.com/watch?v=L9GooDFU_sI

L’ANSIA NON È NOSTRA NEMICA: INTERVISTA A RENZO ZAMBELLO

06-07-11

L’ansia è uno dei disturbi più comuni: come possiamo imparare a gestirla? Come possiamo capire quando è necessario rivolgersi a uno specialista per chiedere aiuto? Lo abbiamo chiesto al dottor Renzo Zambello, psicoterapeuta e psicoanalista

Di Maria Lo Conti

 Il dottor Renzo Zambello è uno psicoterapeuta e psicoanalista di formazione junghiana e specializzato in ipnosi clinica. Ha uno studio a Milano e gestisce due blog e un sito Internet provvisto di un’apposita sezione in cui è possibile rivolgergli delle domande di carattere psicologico. Noi lo abbiamo intervistato su uno dei disturbi più comuni: l’ansia.

L’ansia è sicuramente uno dei disturbi oggi più diffusi. Liberarsi dall’ansia è possibile o è consentito solo imparare a gestirla?

L’ansia è utile. La natura la prevede attraverso un sofisticato meccanismo psicofisico che chiamiamo “attacco e fuga”. Questo si attiva in caso di un pericolo per permetterci di agire con la massima attenzione ed energia. In fondo, senza ansia tutto diventerebbe incolore, insapore. Immaginate un incontro amoroso che non fosse contrappuntato dall’ansia, perderebbe ogni interesse. Il problema non è quindi l’ansia in sé, ma quanta ansia proviamo e per quanto tempo.

All’ansia possono essere associati disturbi di varia natura (depressione, attacchi di panico). Quali sono i più frequenti e in che modo possono essere collegati a degli stati ansiosi?

L’ansia di per sé non è la malattia ma il sintomo di un disagio, molto spesso profondo e le cui cause sono totalmente sconosciute al soggetto ansioso. Molti sono i disturbi che si presentano correlati ad ansia, dai gravi stati psicotici o depressioni maggiori a nevrosi quali comportamenti ossessivi compulsivi e soprattutto attacchi di panico. Quest’ultimi sono definiti un disturbo d’ansia e il sintomo definisce il disagio ma ripeto, io sono uno psicoanalista, può essere fuorviante individuare nell’ansia il disagio. Essa è sempre un sintomo come il mal di denti o il mal di testa o la febbre. Credo non ci sia alcun dubbio che se uno ha mal di denti, ci si deve porre il problema di far passare il male ma, poi, capire il perché di quel male. Così per l’ansia.

Prima di rivolgersi a uno specialista quali piccoli accorgimenti può mettere in pratica una persona ansiosa per non incorrere in uno stato d’ansia?

Ci sono diverse tecniche di autocontrollo che vanno dal pensiero positivo, all’autoipnosi al rilassamento etc. Vanno tutte bene ma il problema è che lavorano sull’epifenomeno, sulla parte più superficiale. Guardi, è mia esperienza che molto spesso le cose col tempo si sistemano e questi interventi sono sufficienti. Ma se l’ansia continua e la nostra qualità di vita ne risente, bisogna trovare il coraggio di chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta. 

Come fare a capire quando diventa necessario consultare uno specialista?

Quando da soli non ce la facciamo. Un’ansia che si cronicizza provoca danni fisici e psicologici. Molto spesso, somatizzazioni quali disturbi gastroenterici, cardiovascolari o l’emicrania, sono conversioni somatiche dell’ansia.

Come può l’ansia diventare una risorsa per affrontare un percorso di crescita personale?

È mia esperienza, ormai pluridecennale, che molto spesso anche un attacco di panico può diventare per il paziente una grande occasione. Sono tanti i pazienti che alla fine del loro percorso psicoterapeutico mi dicono: sono stato fortunato ad avere avuto l’attacco. Ed è proprio così. Evidentemente nel loro inconscio avevano problemi, tematiche, energie che non riuscivano ad elaborare, capire, utilizzare. L’attacco di panico è stato il modo, l’occasione per venire a conoscenza di queste loro parti rimosse. Alla fine, si sentono molto più forti e più ricchi di prima.

http://www.crescita-personale.it/l-ansia/2085/ansia-intervista-renzo-zambello/1071/a

Il sesso dell’analista

17-06-11

Gli stereotipi e il ruolo della fiducia

GLI hanno insegnato a tenersi tutto dentro. Non si fa. Non si mostra. Soprattutto non si dice. Gli hanno spiegato che per essere un “vero uomo” deve sempre mostrarsi sicuro di sé e forte. E che le proprie debolezze e le proprie fragilità non le deve confidare proprio a nessuno. Certo, quando le cose vanno veramente male, si può scherzare con gli amici. Al limite, si può anche domandare un consiglio. Tanto tra uomini ci si capisce…

Ma andarne a parlare con una donna, è tutta un’altra cosa! Come si fa a dirle che ci si sveglia la notte strangolati dall’angoscia, che la mattina si fa fatica ad alzarsi per andare al lavoro, che il senso della vita sfugge, che quello che si è vissuto da bambini continua a tormentarci? Eppure gli uomini che stanno male sono tanti. E sono sempre più numerose le donne che decidono di diventare terapeute. Che fare allora? Abbandonare gli atavici pregiudizi sulla virilità e sull’inferiorità delle donne e cercare un aiuto femminile, o rinunciare ancora prima di aver provato, perché di una donna non ci si può fidare?

È difficile cominciare una psicoterapia. Per chiunque. Anche quando si sta veramente male. Perché, nonostante tutto, c’è sempre la tentazione di credere che ce la si può fare da soli. Che non serve a nulla andare a raccontare i fatti propri a qualcun altro e che, con uno sforzo di volontà, ci si deve poter rimettere in piedi.

Non è facile ammettere che qualcosa possa un giorno sfuggire al proprio controllo e che, talvolta, ci sia bisogno di rimettersi completamente in discussione. Tanto più che, durante una psicoterapia, tutto può accadere. Soprattutto rendersi conto che si è imboccata una strada cieca e che ci si è incastrati, fin da piccoli, in dinamiche familiari complesse e tortuose. È allora che interviene la figura dell’analista, angelo tutelare dei propri segreti più reconditi, che dovrebbe poterci aiutare a ricominciare tutto da capo. Ma come fare se non ci si fida?

Quando si comincia una psicoterapia, spesso si arriva con una serie infinita di “perché” cui si vorrebbe avere una risposta il più velocemente possibile. Solo che, strada facendo, ci si rende conto che alcune risposte non arriveranno mai. E che il ruolo del terapeuta è soprattutto quello di prenderci per la mano e accompagnarci in un lungo viaggio all’interno di noi stessi.

È per questo che ci si deve poter fidare della persona cui si affidano le proprie angosce, i propri dubbi, i propri tormenti. Ed è per questo che è tanto difficile “guarire”. Perché quella che quasi tutti chiamano guarigione, in realtà, è un cambiamento talvolta impercettibile del proprio modo di osservare il mondo. Anche se è proprio questo cambiamento che può poi aiutarci a non riprodurre sempre gli stessi errori.

Allora è inutile dire che il sesso del terapeuta o dell’analista non conta. Non perché le competenze o le capacità abbiano un sesso, ma perché quando si comincia una psicoterapia si proiettano sull’analista tutta una serie di fantasmi e di aspettative che dipendono necessariamente anche dal sesso di colui o di colei con cui si parla. È il famoso gioco del transfert e del contro-transfert.

Quando nella relazione analitica “accade” qualcosa che va oltre la semplice comunicazione razionale. Quando ci si rende conto che è proprio perché si ha fiducia nella persona che ci sta di fronte che ci lascia andare, si capiscono le dinamiche ingarbugliate da cui non si riesce ad uscire da soli e si cerca di cambiare.

Non esistono regole universalmente valide. Non è vero che per una donna sia sempre meglio una terapeuta e che per uomo, invece, sarebbe meglio un altro uomo. Tutto dipende da quello che si vuole “riparare” o anche semplicemente “capire”. Certo, bisognerebbe poter avere la scelta. Ed è un peccato che siamo sempre meno gli uomini che decidano di fare i terapeuti.

Ma è assurdo credere che una terapeuta non vada bene per uomo, solo perché si tratta di una donna. Pensarlo, significa solo essere prigionieri degli stereotipi. Quegli stessi stereotipi che talvolta sono all’origine del malessere che si cerca di sormontare. Quegli stessi stereotipi che troppo a lungo hanno impedito agli uomini di riconoscere le proprie debolezze, di domandare un aiuto, e eventualmente di imparare a stare meglio con se stessi. Come chiunque. Visto che ognuno di noi, nella vita, deve prima o poi fare i conti con la propria interiorità, ammettere di non essere onnipotente e accettare di convivere con le proprie fragilità.

di Michela Marzano

da: http://www.lavocedifiore.org

 Commento del Dott. Zambello

Scrive Fachinelli:  «Al momento di diventare sciamani, si dice, gli uomini cambiano sesso. È così posta in rilievo la profondità del mutamento necessario. Il femminile come atteggiamento recettivo non abolisce però il maschile, gli propone un mutamento parallelo» (E. Fachinelli, La mente estatica, 1989).

Nella mia esperienza, la vera variabile ai fini di una buona pasicoanalisi è la formazione del terapeuta, la sua capacità di utilizzare le due parti maschili e femminili per capire il transfert e gestire il proprio contro-transfert. Il resto è l’ Effetto Alone di Thorndike,  cioè la tendenza preconscia  ad associare ad una qualità  che noi riteniamo positiva,  altri aspetti positivi privi di reali correlazioni con quella qualità, come la simpatia, l’intelligenza, la competenza o l’affidabilità.

Separazione e divorzio: le festività e il Natale dei bambini nelle famiglie allargate

30-12-10

Il Natale è indubbiamente la festa della famiglia in cui i bambini sono i veri protagonisti.

La tradizione vuole una famiglia ad hoc che si riunisca e festeggi insieme con gioia ed armonia. Questo non sempre è possibile. In Italia ci sono circa 2 milioni di genitori separati con un aumento esponenziale di divorzi. I bambini subiscono le decisioni dei genitori trovandosi ad affrontare dolori per la divisione di mamma e papà, affrontando un dualismo di vita che è difficile da digerire e metabolizzare.

Le ricorrenze come i compleanni, le feste comandate e dunque anche quelle natalizie possono essere vissute con sentimenti discordanti, spesso negativi, tristezza, ansia, senso di incompletezza e inadeguatezza, senso di colpa nei confronti del genitore con cui non si è al momento dei festeggiamenti; il figlio si sente responsabile di una discriminazione imposta dall’amore a turno verso mamma o papà. L’unità dei genitori alimenta un senso di sicurezza nel bambino che viene un pò a perdersi quando papà e mamma si separano.

La speranza di vedere mamma e papà tornare insieme è diffusa nella quasi totalità dei bambini. Alcuni genitori separati, così come consigliano molti psicoterapeuti, decidono di condividere momenti importanti della vita del figlio; se da una parte questo è positivo perché dà l’idea di un’unità genitoriale al di là della separazione, i genitori continuano ad esercitare il proprio ruolo insieme anche quando decidono di separarsi come marito e moglie, dall’altra parte questo atteggiamento alimenta nel bambino la speranza che i genitori tornino insieme, aspettativa che disattesa può creare non poca frustrazione.

….è già difficile essere dei buoni genitori anche quando l’impegno e la volontà sono massimi, ma quando si è separati, questa ansia da prestazione aumenta ancora di più, ci si interroga continuamente sulla correttezza delle decisioni e la mancanza di confronto porta inevitabilmente insicurezza, che viene percepita dai figli, tanto attenti a ogni piccolo segnale sia esso verbale o di altra espressione, col risultato di creare in tutti tanta ansia e stress emotivo.

Il successo di una buona organizzazione, felice e serena, per le feste Natalizie quando si è separati è un’impresa ardua e difficile….

Purtroppo l’armonia non si può imporre, è il risultato di una serie di dinamiche, di presupposti, che se non esistono, non possono renderla realizzabile. Fingere accordo è ipocrisia. Il figlio se ne accorge e il risultato è la destabilizzazione, la confusione. Meglio l’onestà, la chiarezza, la coerenza che pongono il bambino davanti a sicurezze belle o brutte che siano ma che delimitano confini certi e sicuri entro i quali il bambino si sentirà libero di muoversi e dunque più sereno. Continua

Psicoterapia e cambiamento personale

10-04-10

La Dott.ssa Silvia Tarsi e la Dott.ssa Federica Maffia rispondono alle domande frequenti fatte da chi vorrebbe intraprendere un percorso di psicoterapia.

•Perché scegliere la psicoterapia?

La psicoterapia può essere intrapresa quando si desidera avere maggior chiarezza rispetto a quello che capita nella propria vita; non occorre essere una persona disturbata, emarginata, invalida, ma occorre desiderare un miglioramento e la possibilità di sentirsi soddisfatti della propria vita.

• Come scegliere lo psicoterapeuta?

Intanto sottolineiamo che lo psicoterapeuta va scelto! Così come il/la professionista sceglierà di lavorare con il cliente! Per contattare uno psicoterapeuta consigliamo di chiedere informazioni a conoscenti che hanno già intrapreso un percorso di psicoterapia o al proprio medico di riferimento. Quando si ha un nominativo è fondamentale conoscere l’approccio psicoterapeutico adottato. Essere informato significa iniziare fin da subito a collaborare assieme al proprio psicoterapeuta in direzione del proprio benessere psicologico.

• Cos’è il cambiamento?

Intanto per parlare di cambiamento personale dobbiamo fare qualche premessa. Credere nel cambiamento significa per noi partire dal presupposto che l’essere umano è libero, responsabile, capace di costruire il proprio benessere e che, a qualsiasi età, si protegge nel modo migliore possibile secondo le risorse a sua disposizione e in vista dei contesti nei quali si trova. In tale ambito la psicologia può dare aiuto nel prendere coscienza di tali ricchezze per trovare nuove opzioni, darsi nuovi permessi e nuove possibilità. Il cambiamento personale non si esaurisce con il raggiungimento della consapevolezza, ma tale comprensione viene utilizzata nel prendere la decisione di agire diversamente e nel procedere a farlo. Ciascuno di noi durante l’infanzia, impara comportamenti specifici e prende decisioni su di sé, sugli altri e sul mondo e nel corso della sua crescita può darsi la possibilità, avendone il potere e messo nelle condizioni di poterlo fare, di imparare strategie nuove a favore del suo benessere. Continua

Le relazioni gay e l’omosessualità in psicoterapia

11-03-10

 Omosessualità e relazioni gay

Di relazioni gay si continua a parlarsene come di relazioni deviate, così come continua a parlare dell’omosessualità come di una malattia. E’ di questi giorni la dichiarazione di un ministro turco sul fatto che l’omosessualità vada curata, e che occorra continuare a proibire le relazioni gay e a ostacolare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Al di là del diritto delle coppie gay di potersi sposare o meno, la questione a monte sembra essere quella di credere che l’omosessualità necessiti di una cura. Ma è davvero così? Lo scopriamo in questo articolo firmato dal dottor Renzo Zambello, psicoterapeuta e psicoanalista.

Sappiamo tutti che dal 1973 l’omosessualità non è più annoverata tra le parafilie o meglio deviazioni sessuali. Per la verità bisognerà aspettare gli anni ’90 perché l’OMS decidesse di togliere definitivamente l’omosessualità dalle malattie mentali.

Dal 1973, per oltre 20 anni, psichiatri, psicoterapeuti, organizzazioni religiose, morali e politiche hanno fatto di tutto nel tentativo di bloccare l’eliminazione dell’omosessualità dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) poi, finalmente, nel 1993 questo comportamento sessuale scompare dagli elenchi dei disturbi psichici.

Ma, ancora nel 2004, Lingiardi e Capozzi, pubblicavano su Psicoterapia e Scienze Umane una ricerca sul comportamento degli psicoanalisti italiani rispetto all’omosessualità. Il lavoro era il frutto di circa 600 questionari inviati ad altrettanti psicoanalisti delle più importanti Associazioni Psicoanalitiche italiane. Il risultato ha messo in risalto una forte differenza tra gli analisti sulle relazioni gay. Le differenze in tema di omosessualità sembrano legate alla formazione teorica professionale, medici o non medici, alla Società di appartenenza e all’età. I giovani sembrano più “possibilisti” degli anziani. Continua

La valutazione della psicoterapia, conversazione con Maurizio Ricciardi

28-12-09

di MAURIZIO MOTTOLA

Il 27 novembre ed il 4 e 11 dicembre 2009 si è svolto al Distretto 31 dell’Azienda Sanitaria Locale (ASL) Napoli 1 Centro il corso La valutazione dell’intervento psicologico-clinico e psicoterapeutico nelle Unità Operative di Psicologia Clinica, promosso dal Dipartimento di Psicologia. Allo psicologo e psicoterapeuta Maurizio Ricciardi, Referente del Dipartimento di Psicologia dell’ASL Napoli 1 Centro e tra gli organizzatori del corso, abbiamo posto alcune domande.

Che ruolo ha l’assistenza psicologica e psicoterapeutica nel servizio pubblico?

La crescita culturale degli ultimi decenni, rispetto alla quale il contributo delle scienze umane ed in particolare della psicologia non è stato e non è irrilevante, ha portato al cambiamento di prospettiva per quanto riguarda il concetto di salute. Questa infatti non è più appiattita sul concetto di salute come assenza di malattia, ma si allarga ad indicare lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e la qualità di vita della persona diventa parametro di riferimento per la valutazione di un sistema sanitario (OMS, 1995). E così la figura del paziente oggetto di cure ha lasciato il campo a quella di persona, che nella sua dignità di soggetto relazionale e autodeterminantesi collabora attivamente al proprio processo di cura. Continua

La valutazione dell’efficacia delle psicoterapie: conversazione con Fabrizio Starace

01-05-09

Nel corso del convegno “Terapia familiare: un update” (Napoli, 8 aprile 2009) è stato tra l’altro svolta la relazione “La valutazione dell’efficacia delle psicoterapie” da parte dello psichiatra Fabrizio Starace – direttore dell’Unità Operativa Complessa Psichiatria di Consultazione dell’Azienda Ospedaliera D. Cotugno di Napoli e docente di Psichiatria Sociale all’Università di Napoli – a cui abbiamo posto alcune domande.

Dato il carattere intersoggettivo, confidenziale, difficilmente narrabile a terzi delle psicoterapie, quali criteri e metodologie vanno utilizzati per valutarne l’efficacia?

L’intersoggettività e la confidenzialità sono caratteristica di tutti gli atti terapeutici; la difficile narrabilità dell’esperienza psicoterapica deve essere oggetto di riflessione e non alibi per escludere la psicoterapia dalle necessarie verifiche di efficacia, efficienza ed economicità. Nei confronti del problema vi sono due scuole di pensiero: quella di chi considera inapplicabili al campo psicoterapico le metodologie applicate in tutti gli altri interventi terapeutici (lasciando quindi ampio spazio alla autoreferenzialità) e quella invece di chi, pur consapevole delle difficoltà metodologiche, si impegna nel faticoso lavoro di comprensione dei fattori terapeutici comuni e specifici che distinguono i diversi approcci. Vorrei qui chiarire un aspetto cruciale del dibattito: ciascuno è libero di sperimentare i percorsi di crescita e maturazione individuale in cui crede se ciò avviene per iniziativa individuale e a spese proprie; ciò che non è accettabile è impegnare risorse pubbliche – quelle del sistema sanitario – senza avere ragionevole chiarezza di cosa venga fatto, per quale problema (di salute, evidentemente, anzi di salute mentale), per quale paziente, in quanto tempo e soprattutto con quali risultati. E’ proprio dall’area delle psicoterapie che ci si aspetta un contributo innovativo sui temi elencati. E tuttavia una recente revisione delle riviste di psicoterapia elenca almeno 1430 fattori di esito (!) individuati dalle diverse scuole di pensiero: un po’ troppi per consentire il sia pur minimo tentativo di razionalizzazione. Continua

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