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	<title>Blog di Psicoterapia Dinamica</title>
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	<description>Dr. Renzo Zambello</description>
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		<title>KETAMINA EFFICACE CONTRO DEPRESSIONE</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 09:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[La ketamina, una delle droghe allucinogene piu&#8217; &#8216;in voga&#8217; ora, potrebbe rappresentare il futuro del trattamento della depressione. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Science, secondo cui questa molecola, usata come anestetico per i cavalli, in basse dosi fa effetto in poche ore e per diversi giorni grazie al meccanismo con cui interagisce con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://www.tartaglini.it/wp-content/uploads/2010/03/scala-vertigine-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />La ketamina, una delle droghe allucinogene piu&#8217; &#8216;in voga&#8217; ora, potrebbe rappresentare il futuro del trattamento della depressione. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Science, secondo cui questa molecola, usata come anestetico per i cavalli, in basse dosi fa effetto in poche ore e per diversi giorni grazie al meccanismo con cui interagisce con il cervello. I ricercatori dell&#8217;universita&#8217; di Yale hanno somministrato la droga a dei topi con sintomi di depressione, verificandone la scomparsa poche ore dopo l&#8217;iniezione. Un&#8217;analisi approfondita ha dimostrato che la ketamina riesce velocemente a ristabilire le connessioni cerebrali danneggiate dallo stress: &#8220;L&#8217;efficacia sta proprio nel modo d&#8217;azione &#8211; spiega George Aghajanian, uno degli autori &#8211; se riusciremo a capirlo bene avremo diversi nuovi modi per combattere gli effetti della depressione sul cervello. Per ora comunque sappiamo che riesce a fare effetto in poche ore e per diversi giorni, anche se servono studi piu&#8217; approfonditi per farne un vero e proprio farmaco&#8221;.</p>
<p>da: http://salute.agi.it      </p>
<p><em><strong>Commento del Dott. Zambello</strong></em></p>
<p><em><strong>In un articolo apparso sul  &#8221;Il Sole  24 Ore &#8221; del  26 agosto,  il giornalista sosteneva a proposito di questa notizia sulla Ketamina :&#8221; &#8230;Nonostante molti studi abbiano dimostrato la scarsa efficacia della sola terapia farmacologica per combattere i disturbi dell&#8217;umore, gli americani stanno sempre più abbandonando l&#8217;approccio psicoterapeutico in favore delle pillole della felicità. E saranno quindi forse contenti di sapere che presto potrebbe arrivare un farmaco molto più potente di quelli classici: la ketamina, già usata un veterinaria&#8230;..&#8221;</strong></em></p>
<p><em><strong>E&#8217; uno dei segni che questa generazione ha  rinunciato alla sua funzione genitoriale. Non  siamo più capaci ti sentirci padri, madri dei nostri figli. Non lavoriamo più, come avevano fatto i nostri nonni e genitori, per lasciare una società più libera e  più giusta.  Loro  ci avevano  trasmesso  la speranza di un  futuro  infarcito di   ideali e regolata da ruoli.  Ora, non solo, forse, facciamo fatica a trovare ideali a cui ancorare il  futuro dei nostri figli,   ma soprattutto,  abbiamo  rinunciato al  ruolo di  Padri,  illudendoci che diventando loro  amici,  li avremmo aiutati meglio. Risultato: invece essere loro  ad imitarci, siamo noi a farlo, fino a trasformare le droghe in medicine, per avere,  come loro,  tutto e subito.</strong></em></p>
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		<title>Psicoterapia: “Il buco nero della vergogna”</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 07:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disagio mentale]]></category>

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		<description><![CDATA[  
 Gianni, un ingegnere di trenta anni, chiede una psicoterapia per il profondo disagio che pervade la sua vita: si vergogna di se stesso e soprattutto della sua mascolinità, è convinto che “nessuna ragazza carina”, per citare una sua tipica espressione, potrà mai desiderarlo come maschio.
Questa paura è una vera ossessione che invade i pensieri, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>  </p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.ok-ambiente.com/contenuti/foresta-amazzonica-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /> Gianni, un ingegnere di trenta anni, chiede una psicoterapia per il profondo disagio che pervade la sua vita: si vergogna di se stesso e soprattutto della sua mascolinità, è convinto che “nessuna ragazza carina”, per citare una sua tipica espressione, potrà mai desiderarlo come maschio.</p>
<p>Questa paura è una vera ossessione che invade i pensieri, le fantasie e condiziona gli incontri con le donne e anche con gli uomini che sono sentiti come rivali pericolosi e potenti, certamente più virili e di successo di lui che si considera brutto, inadeguato, una sorta di “calimero-piccolo-e-nero”. E’ un uomo dal fisico possente, ma prova vergogna per il suo corpo che sente danneggiato ferito, repellente; è convinto che gli altri possano riconoscere con la vista le ferite emotive proiettate nelle mostruosità corporee.</p>
<p>E’ immerso nei paradossi: vorrebbe essere riconosciuto ma anche restare invisibile; si sente a disagio quando incontra il temibile sguardo che potrebbe smascherarlo e colpirlo come un fendente nella più segreta intimità, ma allo stesso tempo desidera essere accolto per non soffrire una cocente ed ingiusta esclusione.</p>
<p>L’emozione della vergogna in Gianni spesso si trasforma in rabbia, vissuti paranoici, fantasie ipocondriache, tutte difese per allontanare il momento dell’incontro con l’altro che può cogliere e smascherare la sua intimità danneggiata. Non ha il senso del tempo ogni attimo assume una dimensione intollerabile ed eterna, non ricorda le esperienze positive che sembrano perdersi come l’acqua in un colino. Il suo umore oscilla tra la rabbia che lo spinge a dare pugni nel muro, ad un senso di profonda prostrazione e passività.</p>
<p>Quando è relativamente sereno, non troppo oppresso dai suoi conflitti, dimostra intelligenza e competenza, qualità che gli permettono di realizzare successi lavorativi e sociali e anche di concretizzare e vivere relazioni con le ragazze, ma questi eventi positivi non lo rassicurano, hanno anzi l’effetto paradossale di aumentare i suoi timori ed attivare comportamenti di fuga e di evitamento.</p>
<p>Un altro suo paradosso è quello di svalutare e togliere valore ad ogni esperienza soprattutto di natura affettiva e sessuale, poiché non si riconosce qualità apprezzabili, svaluta e denigra le donne che mostrano interesse ed attrazione verso di lui; trova in loro difetti e limiti fisici o psicologici, in sostanza è convinto che nessun altro uomo potrebbe desiderare le ragazze che lo scelgono.<span id="more-541"></span></p>
<p>Una passione di Gianni è la fotografia, stare nascosto dietro l’obiettivo lo fa sentire autorizzato ad osservare le persone e le situazioni dimostrando notevole sensibilità ed empatia, capacità che gli difettano nelle relazioni interpersonali, è troppo impegnato nelle sue fantasie e autosvalutazioni per accorgersi dell’altro.</p>
<p>Come paziente, Gianni sembra completamente allo scuro dei suoi sentimenti ed emozioni, manca della capacità di sognare è drammaticamente ancorato ad una sorta di iper-realtà piatta senza ombre o prospettiva, immutabile e ripetitiva. Come scrive lo psicoanalista Ogden (2008) “una persona incapace di imparare dall’esperienza e di farne uso, è imprigionata in una condizione infernale di un mondo infinito ed immutevole”.</p>
<p>Molto lentamente, nel corso della psicoterapia psicodinamica, Gianni arriva a riconoscere ed ammettere la sua paura per le donne, è questo terrore soprattutto di fronte ad una ragazza seducente, che lo porta ad assumere atteggiamenti di ritiro: non sono le donne a sfuggirlo, ma è lui che per la paura dell’incontro sabota la possibilità di successo. La sessualità è il campo di battaglia di Gianni, ma il suo problema non è il sesso ma piuttosto un grave difetto d’identità.</p>
<p>E’ profonda e ripetuta la traumatica squalifica narcisistica che il piccolo Gianni.</p>
<p>Ha subito nell’infanzia nella relazione con una madre troppo occupata a curare un marito a lungo e gravemente depresso; tanto che oggi Gianni, da adulto mantiene un copione d’esclusione e d’isolamento affettivo. E’ come se il ripetersi di traumi cumulativi piuttosto che acuti (M. Khan), abbia congelato l’emotività e le capacità affettive, il tempo si è fermato sulla rappresentazione di un’unica scena, esattamente quella in cui è mancato il riconoscimento materno, la sua frase tipica ”nessuna ragazza carina mi vorrà mai” si può tradurre in: “come mia madre non mi ha amato, così nessuna altra donna di valore potrà mai amarmi”.</p>
<p>La spiegazione del disinvestimento materno è cercata nella propria inadeguatezza: “Mia madre nel passato, come le donne che incontro oggi, non mi desiderano perché sono piccolo e repellente nel confronto con altri uomini, così come durante l’infanzia non sono stato all’altezza di mio padre “.</p>
<p>La cocente vergogna provata da Gianni, sembra essere la conseguenza di una prolungata disconferma narcisistica che ha minato e reso fragile quella che lo psicanalista Racamier definisce “l’Idea dell’Io”, eredità del “lutto originario”, ossia il processo psichico fondamentale per il quale l’Io rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta, riconosce le sue origini. “L’incestualità” una condizione molto diffusa nelle famiglie, è un clima, un registro della vita interiore, una condizione d’incesto morale, in cui il genitore, spesso la madre, fa una proiezione narcisistica invasiva sul bambino che si trasforma in “oggetto incestuale”, oggetto-feticcio a cui è proibito avere desideri propri e soprattutto gli è negato il valore narcisistico. Si tratta di una squalifica, di un discredito portato al valore intrinseco delle capacità e delle realizzazioni di un individuo, una profonda ferita narcisistica che fa vivere nella paura e nella vergogna.</p>
<p>L’incestato è squalificato nella sua elaborazione fantasmatica personale, nella capacità di desiderio, nell’integrità dell’Io, nel narcisismo, nel corpo e nella psiche.</p>
<p>L’oggetto incestuato, incarna un ideale assoluto, concentra tutti i poteri è investito come un idolo che illumina l’idolatra ma allo stesso tempo e questo è il paradosso, è deprivato d’ogni valore e riconoscimento personale. L’associazione di Racamier della squalifica narcisistica all’emozione della vergogna, propone una spiegazione della vergogna patologica alla luce della perversione narcisistica sia dal versante di chi subisce la squalifica, che da quello che la infligge.</p>
<p>Il portatore di vergogna, non potrà mai essere all’altezza della sua funzione d’idolo in quando n’è solo un simulacro, uno specchio riflettente del narcisismo altrui. Non ha possibilità di successo, quando scopre l’imbroglio si copre di vergogna e si riempie di rabbia, non potrà mai avvicinarsi all’Ideale dell’Io proiettato dai genitori, inoltre si sentirà in colpa per il suo fallimento.</p>
<p>Gianni si vergogna di non essere stato amato, è convinto che questo derivi da suoi presunti gravissimi difetti. Il distorto ed intermittente investimento narcisistico materno determinato anche da aventi e necessità esterne, hanno causato un’importante deprivazione narcisistica: gli sono mancate la giusta tenerezza e la coerenza materna, ingredienti necessari allo sviluppo della sicurezza e fiducia di base. Egli si sente inadeguato rispetto ad un Ideale dell’Io irraggiungibile che attribuisce in maniera irreale, agli altri uomini.</p>
<p>Quella che è danneggiata è la sua identità, l’Idea dell’Io, egli convive con una sorta di buco nero che assorbe le sue migliori energie e che lo rende avido e insoddisfatto, è proprio l’elaborazione del lutto originario che gli può consentire di tollerare la perdita dell’oggetto senza rischiare di perdere anche il senso e la continuità del Sè (Racalbuto).</p>
<p>Il paziente Gianni ha ripetuto a lungo il tormentone: “nessuna-ragazza-carina-mi-vorrà-mai” accompagnato da un quasi nulla disponibilità ad ascoltare parole nuove, questo ha richiesto alla terapeuta una paziente e fiduciosa accoglienza e discernimento d’ogni sfumatura e diversità nell’apparente inscalfibile ripetizione dei contenuti. Lentamente, l’attenzione è stata spostata alla storia, ai vissuti, ai desideri, ai comportamenti ambivalenti del paziente.</p>
<p>La scoperta dell’esistenza dell’altro così come l’intuizione di uno spazio interiore, sono emerse da una sorta di nebbia fatta d’angoscia e paura. Progressivamente sono migliorate le relazioni interpersonali, ma soprattutto la generica categoria “donne”, si è differenziata per nome, identità, caratteristiche personali e psicologiche, modalità d’incontro, motivazioni ecc.</p>
<p>In questa fase della psicoterapia, la sessualità inizialmente solo immaginata, ha assunto forme e modalità soddisfacenti anche se non ancora pienamente integrate: il paziente riesce ad avere una buona relazione affettiva e sessuale con la sua attuale fidanzata ma seguita a sentirsi frustrato per non aver realizzato il perfetto incontro con “una-vera-ragazza-carina”.</p>
<p>In realtà quello che sta ancora maturando è un’immagine di sé sufficientemente integrata e adulta per poter comprendere la possibilità di tollerare il senso del limite.</p>
<p>Persone come Gianni sono sofferenti per essere stati sottoposti ad un dominio ed essere state asservite al narcisismo altrui, hanno provato angoscia, depressione, per questo è fondamentale ricostruire e scoprire se stai attraverso una rigenerazione narcisistica, il supporto di un involucro qualificante.</p>
<p>Il processo terapeutico, spesso lungo e complesso, secondo Racamier, deve lavorare attorno al nocciolo della riqualificazione della persona, rendere possibile i piaceri libidici e dell’Io, elaborare la vergogna mai digerita, il lutto non fatto per rendere possibile la condizione di sentirsi solo un uomo, ma un uomo tra gli uomini.</p>
<p>Bibliografia</p>
<p>Ogden T. H. L’arte della psicoanalisi. Raffaello Cortina Editore, 2008.</p>
<p>Khan M.(1983)I sé nascosti. Torino: Boringhieri, 1987.</p>
<p>Racamier P.C. Il genio delle origini. Milano: Raffaello Cortina,1993.</p>
<p>Racamier P.C. (1995).Incesto e incestuale. Milano: Franco Angeli, 2003.</p>
<p>Racalbuto A. Tra il fare e il dire. Raffaello Cortina Editore, 1994</p>
<p>Dott.ssa Maria Grazia Antinori</p>
<p>da: http://benessere.guidone.it   </p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><em><strong>La dottoressa Antinori richiama uno dei temi più interessanti e anche difficili della professione dello psicoterapeuta. Riporto,  perché condivido totalmente,  cosa diceva il Prof. Eugenio Gaburri,  Medico Psicoanalista Didatta della SPI: &#8220;La questione delle aree di “indifferenziazione” della personalità pone molti problemi, clinici e teorici che sono stati scarsamente accennati da Freud e, in seguito, hanno preso ramificazioni diverse nella riflessione psicoanalitica. Tendenzialmente si è orientati a pensare che indifferenziato sia il tempo che precede la nascita psichica dove non sono ancora definiti i confini Io/Non Io, dove il rapporto tra madre e neonato si colloca in un area fusionale, in una condizione preambivalente etc. Problemi particolari sono nati in psicoanalisi quando si è presentata la questione dell&#8217;autismo e delle parti autistiche della personalità (Mahler, Tustin, Gaddini etc.).</strong></em><strong><em><br />
<em>Le aree di indifferenziazione hanno a che fare con parti della personalità individuale e con aspetti arcaici del sé, delle difese dell&#8217;Io, dell&#8217;apparato per pensare e altro ancora. Inevitabilmente le aree di indifferenziazione sono connesse con la problematica intersezione sia transgenerazionale sia intergenerazionale tra l&#8217;identità individuale e l&#8217;identità (mentalità) del gruppo di appartenenza: ciò conferisce al rapporto di cura psicoanalitica specifiche caratteristiche . Di queste aree si sono occupati molti AA i cui pareri convergono anche se partono da matrici teoriche diverse: Bleger in Argentina (il nucleo ambiguo), Lowenstein negli Stati Uniti (la densità primaria), Bion in Inghilterra (gli elementi beta) etc.</em><br />
<em>Nella clinica, situazioni di “non contatto” che appaiono come aree cieche, di diniego, o, addirittura aree a cavallo tra biologico e psicologico, possono avere a che fare con l&#8217;indifferenziato (le aree autistiche delle persone nevrotiche per es.); In questi casi non si ha tanto a che fare con “difese” dell&#8217;Io o con conflitti rimossi, ma, piuttosto, con aree la cui nascita psicologica non si è mai del tutto realizzata, oppure con aree che, per varie circostanze traumatiche, si sono disciolte e amalgamate nella impersonalità gruppale. Pensiamo soprattutto a quei pazienti dove il conformismo, l&#8217;identità convenzionale, si è sposata con coazioni di marca tossicodipendente che coesistono con occulti nuclei “psicotici” della personalità.&#8221; (Conferenze SPI 2009). </em></em></strong></p>
<p><em><strong> Il caso clinico della Dott.ssa  Antinori e soprattutto l&#8217;apporto teorico del Prof . Gaburri mettono in evidenza aree della personalità che possono veramente essere causa di sofferenze profonde e che rischiano di non essere mai “guarite”.  Ma l’immagine  dell&#8217; &#8220;indifferenziato, così suggestiva, ha in se tutta l’ambivalenza, la  distruttiva,  l&#8217;abbiamo visto nel caso clinico,   ma anche la potenzialità rigeneratrice. E&#8217; proprio l&#8217;equivalente biologico delle cellule indifferenziate,  quelle che vengono chiamate &#8220;staminali&#8221;. Sono cellule,  come medici lo sappiamo bene che possono degenerare in tumori ma che  sono  l&#8217;humus, la base dove ogni  tessuto prende per crescere e  rigenerarsi. Sono il futuro della terapia.  Veramente qui, il   biologico e lo  psicologico si fondono assieme, nella continua  lotta contro la tentazione all’ autodistruzione e la vittoria della rigenerazione, della vita. </strong></em></p>
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		<title>Recensione del film Il solista (2009)</title>
		<link>http://www.psicoterapiadinamica.it/2010/07/recensione-del-film-il-solista-2009/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 05:54:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Robert Downey Jr. riesce a donare al suo Steve Lopez momenti di assoluta verità fornendo una performance semplicemente perfetta, motivo principale per vedere il film.
 Genio, estro musicale e follia vanno spesso a braccetto. Non sono pochi gli artisti dotati di enorme talento, ma afflitti da gravi turbe psichiche e la storia del cinema non perde [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Robert Downey Jr. riesce a donare al suo Steve Lopez momenti di assoluta verità fornendo una performance semplicemente perfetta, motivo principale per vedere il film.</em></strong></p>
<p><img src="http://media.avclub.com/images/articles/article/27047/jamie-foxx_jpg_300x1000_q85.jpg" alt="" /> Genio, estro musicale e follia vanno spesso a braccetto. Non sono pochi gli artisti dotati di enorme talento, ma afflitti da gravi turbe psichiche e la storia del cinema non perde occasione di fotografarne i ritratti impietosi in pellicole più o meno riuscite. E&#8217; questo il caso de Il solista, storia vera nata dall&#8217;esperienza del giornalista del Los Angeles Times Steve Lopez che, passeggiando per le strade di Los Angeles, si è imbattuto nel talento debordante dello schizofrenico Nathaniel Anthony Ayers. L&#8217;incontro tra i due ha spinto Lopez a usare la sua rubrica per rendere nota la storia del musicista, ex studente della Juilliard che vive e suona per strada, commuovendo gli USA. Quando si affrontano temi delicati come la malattia e l&#8217;emarginazione il rischio di far leva sul ricatto emotivo, mettendo l&#8217;accento sugli aspetti patetici della vicenda, è elevato. Fino a oggi il regista Joe Wright si era distinto per equilibrio e pudore. I suoi primi due lungometraggi, l&#8217;adattamento del capolavoro di Jane Austen Orgoglio e pregiudizio e l&#8217;intenso Espiazione, hanno messo in luce il suo talento nel rappresentare tormentate vicende sentimentali con garbo ed eleganza. Stavolta, però, Wright si spinge troppo oltre e per evitare l&#8217;effetto Shine (pellicola suggestiva e potente, ma priva di misura) costruisce un&#8217;opera che poco o nulla concede sul piano dell&#8217;emotività.<span id="more-533"></span></p>
<p>Il solista si affida interamente alle performance dei suoi due interpreti, il camaleontico Jamie Foxx, capace di immergersi completamente nei personaggi interpretati mutuandone voce, tic e movenze, e l&#8217;immenso Robert Downey Jr., uno dei migliori attori della sua generazione. Se Foxx è in qualche modo favorito nel compito dalla natura del vero Ayers e dal suo essere costantemente sopra le righe, è Downey Jr. a compiere il lavoro più introspettivo e, di fatto, più difficile. L&#8217;attore riesce a donare al suo Steve Lopez momenti di assoluta verità fornendo una performance semplicemente perfetta, motivo principale per vedere il film. Con una storia come quella che si ritrova tra le mani, il londinese Joe Wright avrebbe a disposizione un materiale veramente forte, eppure Il solista non riesce mai a fare breccia nel cuore dello spettatore, mantenendo nei suoi confronti una distanza e una freddezza costanti. L&#8217;opera scorre piacevole ed equilibrata, ma priva di picchi emotivi. In più lo sguardo naturalistico a cui il regista ci ha abituato, a tratti, viene interrotto dalla presenza di artificiosi effetti visivi che fungono da proiezioni mentali di Nathaniel Ayers, tentando di visualizzare le sensazioni scaturite dal piacere dovuto all&#8217;ascolto di un concerto di Beethoven o gli attacchi di schizofrenia. I colori non naturalistici, il montaggio concitato e i voli della cinepresa interrompono momentaneamente il flusso della narrazione alterandone il tono e rischiando di apparire ingenui rispetto al contesto realistico.</p>
<p>Per fortuna a controbilanciare questi artifici vi è la meritevole scelta del regista di ambientare buona parte della pellicola nei sobborghi di Los Angeles, girando numerose scene in un vero ricovero per barboni e facendo uso di veri senzatetto come comparse. Contiene maggior verità la sequenza che accompagna i titoli di coda, di cui non sveliamo il contenuto, di alcuni dei momenti clou della narrazione, momenti che non solo non riescono a commuovere e coinvolgere lo spettatore, ma talvolta generano un senso di vago disagio. Una nota stridente nella suite musicale.</p>
<p>di:  Valentina D&#8217;Amico   </p>
<p>da: http://www.movieplayer.it/articoli/07091/una-nota-stridente/  </p>
<div><strong><em><em><strong>Commento del Dott. Zambello</strong></em></em></strong></div>
<div><strong><em><em><strong>Ho visto ieri sera il film Il solista. Sono d&#8217;accordo con la giornalista,  il film non ti coinvolge mai, rimani  sempre uno  spettatore un po&#8217; staccato, un po&#8217;  curioso e un po&#8217; schifato davanti alle immagini proposte  che  senti   vere. Dice la giornalista: &#8220;…. il regista   costruisce un&#8217;opera che non riesce mai a fare breccia nel cuore dello spettatore, mantenendo nei suoi confronti una distanza e una freddezza costanti. L&#8217;opera scorre piacevole ed equilibrata, ma priva di picchi emotivi &#8220;. E&#8217;  questa la credibilità del film . Il regista  abbandona la tentazione della favola da Hollywood,  dell&#8217;Oscar e  si trasforma il film  in documentario, quasi un  documento clinico.  Egli  capisce, conosce, sa che la &#8220;follia&#8221; non é bellezza, emotività, non c&#8217;é niente di edificante nella malattia mentale. Questa  é dolore, sofferenza,   senza un riscatto finale, un perché.  Quasi  tutto  é brutto e  sporco.  La musica del protagonista: poche note che si ripetono ossessivamente e le  sue emozioni    ad un concerto &#8220;vero&#8221; sono   immagini, ha ragione la D&#8217;Amico, volutamente   ingenue  che disturbano e rompono il racconto. E&#8217; la non bellezza, la non creatività  della follia. L&#8217;esperienza disperante della lotta, umana,  contro il male . </strong></em></em></strong></div>
<div><strong><em> </em></strong></div>
<p><strong><em> </p>
<p></em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Caldo: la psicologa, piu&#8217; rischi ansia e depressione specie per anziani</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 05:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>

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		<description><![CDATA[Non solo malori e colpi di calore. &#8220;L&#8217;afa, infatti, colpisce le cellule cerebrali alterando i livelli di minerali e provocando una leggera ipertensione oltre ad episodi di aritmia. Per non parlare del rischio psicologico, non meno pericoloso. Il caldo e l’estate, infatti, possono causare ansia e depressione, specie negli anziani&#8221;. Parola di Paola Vinciguerra, psicologa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.industriadelturismo.com/wp-content/uploads/2009/05/vacanze-300x225.jpg" alt="" />Non solo malori e colpi di calore. &#8220;L&#8217;afa, infatti, colpisce le cellule cerebrali alterando i livelli di minerali e provocando una leggera ipertensione oltre ad episodi di aritmia. Per non parlare del rischio psicologico, non meno pericoloso. Il caldo e l’estate, infatti, possono causare ansia e depressione, specie negli anziani&#8221;. Parola di Paola Vinciguerra, psicologa e presidente Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che in piena ondata di calore invita a non sottovalutare i pericoli per la psiche.I motivi di questa risposta patologica a un evento che dovrebbe portare soltanto effetti benefici &#8220;sono di varia natura e se questo disagio colpisce gli anziani diviene molto più pericoloso. Il cambiamento dei ritmi di vita, che obbliga ad una permanenza a casa quasi totale, l’assenza dei familiari poiché in ferie, i centri sociali e i negozi di riferimento chiusi, le partenze di alcuni amici più cari &#8211; dice la psicologa &#8211; pongono l’anziano in una situazione d’isolamento e solitudine. Le pareti domestiche che di solito sono protettive e rassicuranti vengono ben presto percepite come schiaccianti ed oppressive&#8221;. Tutto questo provoca stati d’ansia che si manifestano con vari sintomi come tachicardia, vertigini, grave senso di stanchezza, inappetenza, situazioni spesso scambiate per problemi fisici. Sintomi che &#8220;innescano uno stato d’ansia e di paura che le persone tendono a tenere nascosto e che le porta a chiudersi in casa &#8211; prosegue &#8211; cercando di evitare qualsiasi attività che possa scatenare in loro i sintomi, senza rendersi conto che così facendo aumentano il senso di oppressione che inevitabilmente li fa sprofondare in uno stato d&#8217;ansia&#8221;. Ecco dunque i consigli dell&#8217;esperta per chi rimane in città, anziani e non:1) Alzatevi la mattina, preparatevi e vestitevi, avendo comunque cura di voi stessi; non ditevi &#8220;tanto rimarrò in casa&#8221;;2) Uscite la mattina presto: la passeggiata, il giornale ed il caffè, sono piaceri ed abitudini alle quali non dovete rinunciare, anche se i luoghi dove svolgete queste operazioni sono chiusi o vuoti;3) Non poltrite passivamente davanti alla televisione, scegliete voi i programmi che desiderate vedere;4) Rimanete in contatto con le poche persone che non sono partite e se tra di loro c’è qualcuno che può muoversi in auto coinvolgetelo per radunarvi organizzando una qualsiasi cosa piacevole da fare in compagnia nelle ore più fresche;5) Informatevi: sicuramente nel vostro quartiere sono in corso iniziative proprio per voi, luoghi dove si può fare movimento in compagnia o spettacoli serali. Non abbiate paura, non ditevi &#8220;non conosco nessuno&#8221;, di solito vengono organizzate numerose manifestazioni tese proprio a conoscere altre persone che hanno i vostri stessi bisogni. Può essere l’opportunità per farvi nuovi amici. &#8220;Tutto ciò potrà rendere la vostra estate un momento nuovo e divertente, durante il quale mantenervi attivi. Bisogna combattere la falsa idea che, chiudendoci riusciamo a difenderci. Questo comportamento &#8211; assicura la Vinciguerra &#8211; ci porta solo ad abbatterci, a farci sentire soli ed infermi. Essere attivi, anche rispettando le condizioni climatiche &#8211; conclude &#8211; ci farà sentire più vivi&#8221;.</p>
<p>da:  Adnkronos Salute  e : http://www.iltempo.it    </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>Mi piace sempre la Dott.ssa Paola Vinciguerra,  è  una collega di tanta esperienza e buon senso. A leggerla spesso ci si chiede se é una terapeuta che parla o il medico di base o ancora l&#8217;Assistente sociale. Ha ragione, anch&#8217; io in casa ho delle  persone anziane e so quanto delicata sia la situazione.  Credo però, non faremmo il nostro lavoro se analizzassimo la maggior tendenza alla depressione che si registra in questo periodo come qualcosa che é ,solo,  legato al cado e alle sue conseguenze. Se qualcuno ha avuto la bontà di leggere in queste settimane il Guestbook che seguo avrà visto che bel 7 su 10 domande sono sul tema dell&#8217;ipocondria.  Avrà pure un senso tutto questo?  Ci apprestiamo dopo una anno di lavoro ad andare in vacanza e &#8220;temiamo di morire&#8221;.  Non possiamo permetterci di stare bene, sentirci liberi, sani, neanche una settimana.</em></strong></p>
<p><strong><em>E,  non é  neppure  la delusione  leopardiana che sosteneva  che era meglio il sabato, l&#8217;attesa, della domenica: &#8220;&#8230;Questo (il sabato) di sette è il più gradito giorno,  Pien di speme e di gioia: Diman tristezza e noia &#8230;.&#8221; . No, é l&#8217; impossibilità, nevrotica a riconoscerci qualcosa di bello. A riconoscere che c&#8217;é nell&#8217;altro, attorno a noi, qualcosa che  se pur parziale é bello. Meritevole di essere vissuto.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Paura di avere una malattia: che fare, se non è giustificata?</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 05:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>

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		<description><![CDATA[Domanda
Sono 4 mesi circa che soffro di ansia e stress causati dalla paura di avere una malattia e penso a questa quasi 24 ore su 24. Ho effettuato analisi di laboratorio ed esposto le mie paure ad un immunulogo, ad un infettivologo e a 2 medici di base. L&#8217;immunologo mi ha congedato con un certificato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://risposte.guidaconsumatore.com/wp-content/uploads/febbre-300x228.jpg" alt="" />Domanda</p>
<p>Sono 4 mesi circa che soffro di ansia e stress causati dalla paura di avere una malattia e penso a questa quasi 24 ore su 24. Ho effettuato analisi di laboratorio ed esposto le mie paure ad un immunulogo, ad un infettivologo e a 2 medici di base. L&#8217;immunologo mi ha congedato con un certificato che richiedeva urgentemente una psicoterapia e così ha fatto l&#8217;immunologo. Il medico di base ha concordato, prescrivendomi per il momento lo Xanax, che avevo già preso circa 18 anni fa. dopo i primi giorni di assunzione però avverto una sensazione che non saprei ben definire ma comunque riconducibile o ad una debolezza degli arti inferiori oppure ad una irrequietezza o tremore degli stessi. La mia domanda è la seguente:questo descritto è un sintomo riconducibile all&#8217;assunzione di 7 gocce di Xanax la mattina e 7 la sera ( troppo poche ? ) oppure ad esaurimento del fisico dopo 4 mesi di intensa preoccupazione che non si è mai placata, malgrado alla rassicurazione di 4 medici, per i quali nutro rispetto e stima. La risposta che chiedo al momento è soprattutto sulla sensazione descritta agli arti, se sono sulla strada di un esaurimento e se veramente devo avvalermi della collaborazione di una psicoterapia. Vi ringrazio veramente molto in anticipo, in quanto non riesco più a rapportarmi neanche con il pensiero a nessun tipo di attività, esclusa quella lavorativa alla per la quale sto usando tutte le energie residue, soprattutto a livello di concentazione</p>
<p>Risposta</p>
<p>Gentile utente, ritengo di poter affermare con la dovuta sicurezza la necessità di una psicoterapia. Cerchi uno psicoterapeuta nella sua zona, si rimbocchi le maniche di pazienza e collaborazione. Vedrà che i risultati arriveranno assieme ad una maggiore serenità.</p>
<p>Saluti Dr. Delogu</p>
<p>da:  http://espertorisponde.paginemediche.it    </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>La nevrosi  ipocondriaca é una delle sofferenze, disagi psicologici, più devastanti che una persona possa provare.  E&#8217; chiaro che anche in questi casi ciò che fa la differenza,  é quanto la nevrosi invalida la vita normale, quotidiana del paziente. Nel caso sopra riportato era, per il momento, rimasta sufficientemente libera la vita lavorativa, ma per quanto? L&#8217;ipocondria, se non viene curata in tempo e  solo la psicoterapia può modificarne l&#8217;evoluzione , é come una macchia che piano, piano si estende pervadendo tutto l&#8217;Io. Ricordo diversi pazienti ma una in particolare che andava al mattino da uno specialista, al pomeriggio a farsi un esame clinico, quasi sempre invasivo, gastroscopia, endoscopia, biopsia etc e ripartiva il giorno successivo come fosse la prima volta. Un vero inferno. Un altro che passava almeno 20, 25 notti su un mese in Pronto Soccorso. Mi si dirà che questi sono casi limite, si ma, il settanta per cento,  delle persone che  affollano tutti i giorni le sale di attesa del medico curante, hanno una base ipocondriaca.  L&#8217;ipocondriaco, vive non solo con la paura di essere ammalato, ma da ammalato. E&#8217; un ammalato. La psicoanalisi pensa che la genesi di questo bruttissimo disagio sia molto antica, si sia strutturata quando il bambino era molto piccolo, nei primi mesi di vita, nella relazione con la mamma. Ciò  significa che il lavoro terapeutico non é per niente semplice e breve ma, se affrontato adeguatamente porta a sensibili miglioramenti, a volte a delle vere &#8220;rinascite&#8221;.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Omega-3 &#8216;mettono di buon umore&#8217;</title>
		<link>http://www.psicoterapiadinamica.it/2010/07/omega-3-mettono-di-buon-umore/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 06:15:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>

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		<description><![CDATA[Si trovano nel pesce. La depressione si cura anche a tavola
ROMA, 2 LUG- La depressione si cura anche a tavola, ma non mangiando cioccolato o altri &#8216;beni di conforto&#8217;, bensi&#8217; il pesce ricco di grassi omega-3. In particolare salmone e tonno potrebbero essere i nuovi antidepressivi. E&#8217; stato testato l&#8217;effetto di due grassi omega-3 (EPA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Si trovano nel pesce. La depressione si cura anche a tavola</h2>
<p><img src="http://www.lorenzorestaurant.com/blog/wp-content/uploads/2008/10/salmonsampler-500-300x298.jpg" alt="" />ROMA, 2 LUG- La depressione si cura anche a tavola, ma non mangiando cioccolato o altri &#8216;beni di conforto&#8217;, bensi&#8217; il pesce ricco di grassi omega-3. In particolare salmone e tonno potrebbero essere i nuovi antidepressivi. E&#8217; stato testato l&#8217;effetto di due grassi omega-3 (EPA e DHA) su 432 pazienti con depressione. In otto settimane, gli omega-3 hanno ridotto la depressione</p>
<p>da: http://www.ansa.it         </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>Queste notizie ci fanno sempre piacere,  sono antidepressive già per conto loro. Continuo a leggere, cambio giornale,  e: &#8221;Lo studio dimostra l’esistenza di un fenomeno di intossicazione da metalli pesanti e da diossine, in parte determinato dalle “polveri sospese”, emesse dai camini industriali, e per l’altra parte dall’ingestione di sostanze nocive introdotte nella catena alimentare dal consumo di pesce &#8221; (da Il Giornale di Siracusa, 1 luglio 2010). Già passata la poesia.  Forse ha ragione una mia paziente che mi diceva: &#8220;Dottore, la depressione é una cosa seria, la sua soluzione non la voglio delegare a soluzioni empiriche, la devo risolvere affrontandola&#8221;. Come dargli torto.</em></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le pillole dell&#8217;amore, usi e abusi</title>
		<link>http://www.psicoterapiadinamica.it/2010/06/le-pillole-dellamore-usi-e-abusi/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 04:50:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Impotenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Utilizzate in modo scorretto dai giovanissimi che non ne hanno bisogno, sono invece efficaci contro la disfunzione erettile.
Le cosiddette &#8220;pillole dell&#8217;amore&#8221; vengono utilizzate anche da giovanissimi che non ne hanno bisogno. L&#8217;abuso può essere pericoloso, soprattutto se vengono assunte senza controllo medico. E si rischia la dipendenza psicologica. Invece sildenafil (Viagra) n.r. , tadalafil (Cialis)n.r.  e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Utilizzate in modo scorretto dai giovanissimi che non ne hanno bisogno, sono invece efficaci contro la disfunzione erettile.</em></strong></p>
<p><img src="http://www.erbolab.com/it/blog/wp-content/uploads/2010/02/elax-libido-300x282.jpg" alt="" />Le cosiddette &#8220;pillole dell&#8217;amore&#8221; vengono utilizzate anche da giovanissimi che non ne hanno bisogno. L&#8217;abuso può essere pericoloso, soprattutto se vengono assunte senza controllo medico. E si rischia la dipendenza psicologica. Invece sildenafil (Viagra) n.r. , tadalafil (Cialis)n.r.  e vardenafil (Levitra)n.r.  sono un rimedio sicuro contro la disfunzione erettile, ovvero l&#8217;incapacità di raggiungere o mantenere un&#8217;erezione sufficiente ad avere un rapporto sessuale. Si tratta di un disturbo che affligge il 13% della popolazione maschile. E&#8217; spesso correlato all&#8217;età: la percentuale di chi ne soffre, tra gli under 40, è del tutto trascurabile, aumenta tra i 50 enni, diventa il 50% tra gli over 70.</p>
<p>Le cause di tale disfunzione possono essere di due tipi, come spiega il Dott. Alessandro Pizzocaro, andrologo di Humanitas. &#8220;Sì, possono essere due le origini, una organica, l&#8217;altra psicogena. Spesso però, in un individuo, entrano in gioco entrambi gli agenti. Tra i fattori di rischio vi sono senza dubbio le patologie vascolari: l&#8217;infarto, l&#8217;ictus, l&#8217;arteriosclerosi, l&#8217;ipertensione, sono tutti elementi che possono modificare l&#8217;afflusso e il deflusso del sangue nel pene, e provocare una DE. Anche il diabete può danneggiare il sistema nervoso e i vasi sanguigni del pene. Il malato di diabete infatti sviluppa 4 volte di più il rischio di avere disfunzioni erettili rispetto a una persona sana. Se il paziente è poi obeso e fumatore, la percentuale aumenta di dieci volte&#8221;.</p>
<p>I metodi per curare questo disturbo, attualmente disponibili, sono diversi: la psicoterapia, un cambiamento di stile di vita, gli inibitori dell&#8217;enzima PDE-5, trattamenti intra-uretrali, iniezioni nel corpo cavernoso del pene e interventi chirurgici. Tra questi, la pillola rappresenta la terapia meno invasiva. &#8220;I farmaci a base di sildenafil, tadalafil e vardenafil si sono dimostrati efficaci e innocui &#8211; afferma il Dott. Pizzocaro &#8211; I principi attivi contenuti in queste molecole sono inibitori della fosfodiesterasi 5, cioè vanno a inibire un enzima che distrugge una molecola responsabile della dilatazione dei vasi sanguigni. Andando a bloccare questi enzimi, perpetuano la concentrazione di questa molecola nelle cellule muscolari dell&#8217;organo maschile e ne determinano, quindi, la vasodilatazione. La differenza tra i tre farmaci sta nel tempo di assorbimento e nella durata dell&#8217;effetto&#8221;.<span id="more-500"></span></p>
<p>Il sildenafil  (Viagra ) <em>n.r</em>. fu scoperto durante test clinici effettuati nello sviluppo di un farmaco per curare l&#8217;angina pectoris. Da questa molecola sono nate poi le due &#8220;figlie&#8221;, tadalafil (Cialis) <em>n.r.</em>  e vardenafil (Levitra) <em>n.r..</em> Tutti e tre i farmaci funzionano imitando la naturale reazione del corpo: non sono afrodisiaci e aiutano l&#8217;uomo a raggiungere l&#8217;erezione solo in presenza di uno stimolo sessuale. L&#8217;efficacia del sildenafil inizia circa 30-40 minuti dopo l&#8217;assunzione e dura al massimo fino a10 ore. In commercio esistono tre compresse con dosaggio diverso, da 25 mg, 50 mg e 100 mg. Gli effetti positivi di questo trattamento sono stati riscontrati nel 78% di pazienti affetti da DE.</p>
<p>Il vardenafil è una pillola con dosi di 5, 10 e 20 mg. Normalmente si assume almeno 30 minuti prima di avere un rapporto sessuale e il suo effetto può durare come per sildenafil fino a un massimo di 10 ore. L&#8217;80% dei pazienti ha dimostrato miglioramenti nelle capacità erettili dopo l&#8217;assunzione di questo farmaco. Il tadalafil è una pillola di colore giallo e ha la forma di una mandorla. In commercio ci sono pastiglie da 10 o 20 mg. Andrebbe assunta tra mezz&#8217;ora e un&#8217;ora prima del rapporto sessuale e la durata dei suoi effetti è di 36 ore. &#8220;Questo &#8211; afferma Pizzocaro &#8211; significa per il paziente la possibilità di avere una maggiore libertà d&#8217;azione. Non necessitando di alcuna programmazione, non crea alcuna ansia da prestazione&#8221;. Di questa molecola esiste anche un dosaggio ridotto, da 5 mg, da prendersi ogni giorno, come cura per l&#8217;impotenza, eliminando la necessità di pianificare i rapporti sessuali.</p>
<p>Questi farmaci hanno effetti collaterali? Risponde il Dott Pizzocaro: &#8220;In una persona su dieci, al massimo, possono provocare mal di testa, rossore al volto, bruciore allo stomaco, mialgie e dolori alla schiena. Si tratta comunque di medicine del tutto innocue. In un unico caso possono essere pericolose, se somministrate senza controllo medico: qualora il paziente sia cardiopatico e assuma nitrati. La combinazione di questi trattamenti può causare infatti un calo nella pressione del sangue, sino al collasso. I nitrati sono contenuti nei trattamenti per malattie del cuore come la nitroglicerina e nei farmaci usati nel trattamento dell&#8217; angina pectoris. Il sildenafil inoltre è controindicato per chi soffre di retinite pigmentosa&#8221;.</p>
<p>Benchè considerate sicure, queste medicine necessitano di una prescrizione medica. E&#8217; importante infatti che lo specialista verifichi le cause di disfunzione erettile: spesso è possibile risolvere il disturbo naturalmente, per esempio smettendo di fumare o aumentando l&#8217;attività fisica. &#8220;La terapia migliore, per chi soffre di disfunzione erettile &#8211; conclude Pizzocaro &#8211; resta comunque la combinazione di trattamento farmacologico e psicologico. Soltanto così si possono ottenere dei risultati duraturi&#8221;.</p>
<p>A cura di Cristina Gambarini</p>
<p>da:http://www.humanitasalute.it    </p>
<p><strong><em>Commentel Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>Ho più volte detto e scritto che é compito di ogni medico, psicoterapeuta compreso,  fare,  prima  di ogni indicazione terapeutica, una diagnosi differenziale e ciò vale anche per la disfunzione erettile o “ impotenza sessuale”. Vi possono essere cause organiche che limitano o impediscono totalmente la funzione o  cause psicologiche o l’una e l’altra. Lo specialista di riferimento  é l’ andrologo o l’urologo.  Le possibilità che vi sia una causa organica varia dalla fascia di età,   é del 10, 15%  dai  20   ai 35 anni , fino a oltre il 70%  negli ultra 70enni. Purtroppo abbiamo sempre più spesso giovani, anche giovanissimi, come dice l’articolo che soffrono di problemi di erezione. Scegliere,  come spesso viene fatto, la soluzione farmacologica  può essere una scorciatoia veramente pericolosa. Mi riferisco chiaramente a pericoli psicologici e mentali. Spesso in  queste persone,  la defaillance sessuale  é il sintomo di corpo che non “ vuole più”,  soffre uno stato di frammentazione psicologica e l’impotenza  è  l’esito di una vita vissuta all’insegna del tutto e subito,  l’atto finale di un corpo che non ce la fa più ” a muoversi “ senza un progetto. Ancora, la disfunzione erettile potrebbe   essere l’epifenomeno di una forte nevrosi fra l’Es, l’inconscio e il super-io cioè,   una  espressione isterica. E’ possibile,  l’ho visto spesso che si tratti di   una celata azione aggressiva agita,  totalmente in maniera inconscia,  contro fantasmi proiettati di volta in volta dell’amante, moglie etc. Tante, tante altre possono essere le motivazioni psicologiche che sostengono  il disagio dell’impotenza, disfunzione erettile. La psicoterapia  é sicuramente in questi casi, dopo la diagnosi differenziale,  la prima scelta. Possiamo poi discutere su quale  terapia:  psicodinamica,   sessuale o comportamentale. E’ invalsa  una prassi, solitamente viene scelta in prima battuta la terapia sessuale. Questa,   come potete immaginare,  ”insegna” delle tecniche, se funzionano bene, tutti contenti ma  quando,  a volte non funziona,  si è obbligati a pensare  ad un altro tipo di approccio. Mi permetterei a questo punto di suggerire, proprio su una base puramente logica, di evitare una terapia comportamentale.  Se non ha funzionato  quella sessuale, probabilmente ci sono dei  nuclei  nevrotici da  elaborare come condizione “ sine qua non”  e,  solo la psicodinamica può intervenire. </em></strong></p>
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		<title>L’amore può essere una malattia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 12:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Avete mai sentito l’espressione essere malati d’amore o innamorati dell’amore? più o meno hanno lo stesso significato e sono due concetti molto più reali di quanto non si creda. Inizio dall’innamoramento. Si indica di solito una persona che cerca in tutti modi di trovare un partner. Diventa quasi un’ossessione perché il desiderio di provare certi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.google.it/url?source=imgres&amp;ct=tbn&amp;q=http://maturita.scuolazoo.it/wp-content/uploads/2009/01/maturita_amore-300x285.jpg&amp;sa=X&amp;ei=DowgTI69DM6i_Ab7_NEU&amp;ved=0CAUQ8wc4AQ&amp;usg=AFQjCNF_tzbJYICXnbWlX_0rFz5ryt92HA" alt="" />Avete mai sentito l’espressione essere malati d’amore o innamorati dell’amore? più o meno hanno lo stesso significato e sono due concetti molto più reali di quanto non si creda. Inizio dall’innamoramento. Si indica di solito una persona che cerca in tutti modi di trovare un partner. Diventa quasi un’ossessione perché il desiderio di provare certi sentimenti è più importante di tutto, anche della persona amata. Ci si illude di essere innamorati, per la necessità di sentirsi vivi e parte di qualcosa. È tipico degli adolescenti o delle persone un po’ immature, ma non è nulla di grave, mentre essere malati d’amore è molto più serio.</p>
<p>Avviene dopo la fine di una storia importante e capita di sentire questo dolore così forte da crederlo insopportabile e, soprattutto, insuperabile. Ma non è così. Può sembrare assurdo e tremendo, ma nella natura dell’uomo c’è l’istinto di sopravvivenza e prima o poi riusciamo a convivere anche con la più atroce delle perdite.</p>
<p> Secondo Donatella Marazziti, docente di psichiatria all’Università di Pisa, ci vogliono due anni, ma alla fine l’equilibrio perduto viene ripristinato. È lo stesso periodo di tempo necessario perché la delusione sia superata a livello psicologico. Un passaggio che può essere vissuto per una separazione, ma anche per un lutto.</p>
<p> Dopo una trauma di questo genere si può passare alla fase dell’innamoramento: ci si sente immediatamente attratti da una nuova persona, con cui però instaura un rapporto sereno e duraturo. È più un momento di consolazione. Bisogna stare attenti a non trasformarlo in qualcosa di ossessivo, la paura di perderle il compagno, anche se in fondo non ne siamo davvero convinti.<span id="more-487"></span></p>
<p> Si diventa pedanti e ripetitivi. Si sfoga sul partner la frustrazione della delusione precedente e ovviamente si tende a far naufragare anche questa storia, che si soffoca giorno dopo giorno con paure e angosce senza senso.</p>
<p> C’è un limite però che non bisogna mai superare ed è quando il sentimento diventa così doloroso da essere insopportabile, ma soprattutto se non si riesce più ad avere una vita normale. Se gli altri affetti o il lavoro vengono compromessi da questa tempesta di emozioni. In questi casi, è fondamentale intervenire.</p>
<p> Si inizia a vivere una vita di manie e senza il partner sempre accanto è come essere privati di una parte fisica di noi stessi. Un incubo, anche per la persona che ci ama. È bene intraprendere un percorso di psicoterapia che può aiutare a capire i motivi che fanno vivere un rapporto d’amore in modo patologico.</p>
<p>da: http://coppia.pourfemme.it     </p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><strong><em>I due anni a cui  fa riferimento la Professoressa Maraziti, sono il tempo massimo, borderline,  oltre il quale si entra in quello che clinicamente viene definito &#8220;lutto patologico&#8221;.  In realtà, già secondo Freud, i tempi per poter elaborare fisiologicamente un lutto sono  circa sei mesi. Purtroppo, non é raro trovare persone che anche dopo, cinque, sei, dieci anni e oltre ancora sono &#8220;ammalati di amore&#8221;. Cosa succede? perché?  Credo che lo schema teorico  che meglio ci aiuta a capire questo,  sia la teoria della Klein.  E&#8217; lei che ci aveva spiegato che il bambino, naturalmente, nei primi mesi di vita é &#8220;fuso-confuso&#8221; con la mamma,  in una situazione che lei aveva definito &#8220;narcisistica&#8221;. Il bambino non distingue sé dalla mamma, è un tutt&#8217;uno con lei. Seguirà una fase che  la Klein  aveva chiamato &#8220;oggettuale&#8221;, dove il bambino inizia a percepire la madre come  &#8221;un oggetto&#8221; fuori di sé. Due persone che si innamorano, recuperano, inconsciamente dentro di loro la possibilità di rivivere qui momenti &#8220;magici&#8221; dove erano un tutt&#8217;uno con l&#8217;altro,  un &#8220;paradiso terrestre&#8221;. Però, se sono  sufficientemente strutturati, se sono stati capaci di passare alla  fase oggettuale,  utilizzeranno questi momenti come soddisfazione personale e come slancio creativo  ma,  saranno   capaci a modularli nel tempo e a  rinunciarvi, volutamente o per necessità come  ad esempio nella separazione. E&#8217; chiaro che se uno ha parti Sé che sono ancora strutturate in quella fase &#8220;primaria&#8221;,  narcisistica, quella del &#8220;fuso e confuso&#8221;, non sarà mai capace di recuperarsi come un sé indipendente dall&#8217;altro, ad elaborare il lutto.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questo meccanismo di dipendenza patologica dall&#8217;altro  é alla base di tutte le dipendenze: droga, sesso, gioco, alcol.. etc La psicoterapia può aiutare a superare questi meccanismi primari, antichi che possono diventare patologici ma non su una base comportamentale, razionale ma, necessariamente, psicodinamica.</em></strong></p>
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		<title>Quando la psicoterapia fa male</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 14:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Problemi sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Per tutti i tipi di trattamento farmacologico esiste una lunga serie di indicazioni sui loro possibili effetti negativi. Lo stesso non vale per i trattamenti psicoterapici. Si tratta di una &#8220;svista&#8221; o di una caratteristica propria delle terapie psicologiche, di non produrre conseguenze indesiderate, ma solo positive? O invece si ritiene che la terapia della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://blogs.luc.edu/swing/files/2010/01/counseling-300x199.png" alt="" />Per tutti i tipi di trattamento farmacologico esiste una lunga serie di indicazioni sui loro possibili effetti negativi. Lo stesso non vale per i trattamenti psicoterapici. Si tratta di una &#8220;svista&#8221; o di una caratteristica propria delle terapie psicologiche, di non produrre conseguenze indesiderate, ma solo positive? O invece si ritiene che la terapia della paro la si eserciti su una dimensione diversa da quella biologica, cui invece si applicano i presidi neuropsicofarmacologici?</p>
<p>Non si può nemmeno affermare che siano mancate le critiche alla analisi del profondo di Freud, per esempio, basta pensare, alle critiche sollevate da Deleuze e Guattari nell&#8217;Antiedipo, in cui l&#8217; azione terapeutica piuttosto che rivolgersi all&#8217;individuo deve assumersi il compito di critica della società. Ma già lo stesso Freud in Analisi terminabile e interminabile ( 1937) aveva teso a mettere in luce le difficoltà dell&#8217;analisi. Più recentemente, ora che le psicoterapie sono diventale tecniche comunemente accettate è emerso che nel caso di persone esposte a traumi , tra quelle trattate con pratiche di debriefing successivamente ci sono stati più casi di peggioramento rispetto a quelle non trattate. Dal campo degli studi negli neuroscientifici, dove memorabile è l&#8217; impulso dato da Eric Kandel con il suo Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente (2005), provengono le indicazioni più esaurienti per inquadrare teoricamente il problema dell&#8217;efficacia della psicoterapia. Sono stati proprio gli studi sull&#8217;efficacia degli psicofarmaci a dare inizio agli interrogativi sulle</p>
<p>conseguenze dei trattamenti psicologici. Negli anni &#8216;50 e &#8216;80 le prove di efficacia dei nuovi psicofarmaci hanno messo in luce il potente effetto positivo del placebo e così gettato un&#8217;ipoteca sulle conseguenze della psicoterapia che godeva di ottima fama rispetto alle alternative farmacologiche che erano a torto considerate solo mezzi di sedazione. L&#8217;aver potuto ricorrere ad un tipo di spiegazione biologica dei meccanismi mentali alla base dell&#8217;ansia ci permette oggi di sviluppare una migliore comprensione dei fenomeni psicopatologici .<span id="more-474"></span> È così possibile cogliere appieno le potenti potenzialità terapeutiche delle tecniche psicologiche ma è anche giunto il momento di interrogarsi sgombri da pregiudizi quando queste possono essere inappropriate o rivelarsi addirittura dannose. Quanto una terapia non validata secondo gli standard che si usano per i trial farmacologici possa essere nociva o come misurare gli effetti avversi di una psicoterapia condotta in maniera inappropriata.</p>
<p>da:<a href="http://www.aipsimed.org/articolo/quando-la-psicoterapia-fa-male" target="_blank"> http://www.aipsimed.org/articolo/quando-la-psicoterapia-fa-male  </a></p>
<p><strong><em>Commento del Dott. Zambello</em></strong></p>
<p><em><strong>Ho seguito con un certo interesse, da un video integrale pubblicato nel sito sopra indicato,  l&#8217;intervento del </strong></em>  <em><strong>prof. Mario Guazzelli  al XIII Congresso    Nazionale di Psichiatria Forense tenutosi il 29 maggio 2010 ad  Alghero. Condivido con lui l&#8217;affermazione contenuta nel titolo. Ne sono pienamente convinto, come per altro lui afferma,  partendo dal presupposto ormai dimostrato che la psicoterapia fa bene. Ma,  sinceramente, la documentazione che lui porta dei &#8220;mali&#8221; provocati dalla psicoterapia e quali sono le cause,  non mi hanno proprio  convinto. Ad esempio lui elenca le cause che portano al danno in quattro grandi categorie: 1) Psicoterapia inappropriata. 2) Comportamento inappropriato del terapeuta 3) Effetti negativi specifici. 4) Effetti negativi aspecifici. Rispetto alla prima categoria il Professore  ha ricordato che lo stesso Freud riconosceva che nella sua prima paziente era stata applicata una Psicoterapia ipnotica che aveva causato un peggioramento. Bene, passa poi al secondo capitolo e porta i dati, ricavati non so dove, di una psicoterapia, la Rebirthing terapia, applicata ai bambini che ha causato ben 10 morti. (sic!)  e la lettera di una  paziente  che racconta che il suo terapeuta la toccava nelle parti intime tutte le volte che andava in terapia.(sic!) Scusate, cosa centra questo con l&#8217;inadeguatezza del terapeuta? Qua sta parlando di delinquenti, non di terapeuti o di psicoterapia. Elenca poi, dettagliatamente i non vantaggi avuti da ragazzi disadattati rispetto ad interventi di counseling. Ma il counseling non é psicoterapia. Ed in fine, gli affetti negativi sullo stato psicologico del paziente che lui definisce deterioramento. E anche qua  mi sembra faccia una semplificazione che non aiuta proprio. Ad esempio,  ci aspettiamo che il paziente si senta linearmente sempre meglio dal momento in cui entra  in cura? Certamente no. E&#8217; come se noi volessimo che casa nostra sia  ogni giorno sempre più in ordine dal momento in cui accettiamo di ristrutturarla. E&#8217; verosimile che per un po&#8217; di tempo le cose vadano sensibilmente peggio di prima. Ma,  questo é catalogabile come un effetto negativo? Forse si,  ma  da chi si muove solo in un ambito sintomatico.</strong></em></p>
<p><em><strong>Il Professore invece ha ragione quando mette in evidenza che in Italia ci sono centinaia di indirizzi terapeutici, centinaia di scuole di formazione ed il paziente &#8220;sceglie&#8221;,  è indirizzato,  indiscriminatamente verso l&#8217;una o l&#8217;altra,  come fossero tutte eguali. Ha ragione, é un segno che lo Stato, rispetto alla Terapia della Parola,  é assente.</strong></em></p>
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		<title>L&#8217;omosessualità non è una malattia da curare</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 13:14:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (Psicologi, Psichiatri, Picoterapeuti e Psicoanalisti) ha redato il seguente documento che sottoscrivo. Chi volesse aggiungere la sua firma, purchè operatore del settore lo può fare  su:  www.noriparative.it    
Nota: Possono sottoscrivere il comunicato solo professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Un gruppo di clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (Psicologi, Psichiatri, Picoterapeuti e Psicoanalisti) ha redato il seguente documento che sottoscrivo. Chi volesse aggiungere la sua firma, purchè operatore del settore lo può fare  su:  <a href="http://www.noriparative.it">www.noriparative.it</a>    </em></strong></p>
<p>Nota: Possono sottoscrivere il comunicato solo professionisti clinici e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, ecc).</p>
<p><img src="http://www.truthwinsout.org/wp-content/uploads/2009/01/nicolosi-300x190.jpg" alt="" /><em>Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, in occasione della presenza in Italia di Joseph Nicolosi al convegno “Identità di genere e libertà”, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l&#8217;omosessualità, che l&#8217;American Psychological Association definisce una &#8220;variante naturale normale e positiva della sessualità umana&#8221; e l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità una &#8220;variante naturale del comportamento umano&#8221;.</em></p>
<p><em>Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (Associazione per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità), sostiene invece, contro ogni evidenza scientifica, che l&#8217;omosessualità è “un disturbo mentale che può essere curato”, è “un fallimento dell’identificazione di genere” ed è “contraria alla vera identità dell&#8217;individuo”.</em></p>
<p><em>Queste teorie, le terapie “riparative” che su di esse si basano, e ogni teoria filosofica o religiosa che pretenda di definire l’omosessualità come intrinsecamente disordinata o patologica, non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell&#8217;omosessualità.</em></p>
<p><em>Un terapeuta con pregiudizi antiomosessuali può rinforzare i sentimenti negativi di colpa, disistima e vergogna che molti omosessuali provano, e così alimentare l’omofobia interiorizzata e il minority stress, danneggiando spesso irrimediabilmente la salute mentale del soggetto.</em></p>
<p><em>La persona omosessuale che chiede di essere “guarita” (e i familiari spesso coinvolti) va ascoltata ed aiutata a capire le ragioni della sua difficoltà ad accettarsi, ma non va ingannata con la promessa di terapie miracolistiche prive di efficacia dimostrata.</em></p>
<p><em>Ricordiamo che gli psicologi italiani sono tenuti al rispetto degli articoli 3, 4, 5 del Codice Deontologico, che ribadiscono, tra l’altro, come lo psicologo debba lavorare per promuovere il benessere psicologico, astenersi dall’imporre il suo sistema di valori e aggiornare continuamente le sue conoscenze scientifiche.</em></p>
<p><em>Ricordiamo anche che le più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l&#8217;American Psychiatric Association, raccomandano di astenersi dal tentativo di modificare l&#8217;orientamento sessuale di un individuo e (come recentemente ribadito dal Report of the Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation dell’ American Psychological Association, Washington, D.C., 2009) affermano che le terapie di “conversione” o “riparazione” dell&#8217;omosessualità sono basate su teorie prive di validità scientifica e non hanno il sostegno di ricerche empiriche attendibili.</em></p>
<p><em>È nostro dovere affermare con forza che qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico che anima le nostre professioni, e in quanto tale deve essere segnalato agli organi competenti, cioè agli ordini professionali.</em></p>
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