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	<title>Psicoterapia Dinamica</title>
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	<description>Psicoterapeuta Dr. Renzo Zambello</description>
	<lastBuildDate>Sat, 12 May 2012 13:25:59 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Bugia o verità  inconscia?</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 07:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[di: Renzo Zambello Gentile  Dottore, sono la  mamma di  un bambino di 6 anni che è sempre stato bravo in casa ed ora anche a scuola,  ma c’è una cosa che mi preoccupa di lui, dice tantissime bugie e nega diventando rosso quando glielo facciamo notare. Io e suo padre non sappiamo come comportarci, non vorremmo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di: Renzo Zambello</p>
<p><em><strong>Gentile  Dottore, sono la  mamma di  un bambino di 6 anni che è sempre stato bravo in casa ed ora anche a scuola,  ma c’è una cosa che mi preoccupa di lui, dice tantissime bugie e nega diventando rosso quando glielo facciamo notare. Io e suo padre non sappiamo come comportarci, non vorremmo punirlo ma temiamo che questa cosa possa dargli dei problemi crescendo. Lei cosa mi suggerisce?</strong></em></p>
<p><img id="il_fi" src="http://immagini.disegnidacolorareonline.com/cache/data/disegni-colorati/serie-tv/disegno-di-pinocchio-fatina-bugia-colorato-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>Gentile Signora,</p>
<p>alcune settimane fa, Federico Rampini, grande giornalista e inviato della Repubblica, scriveva un artico dal titolo: “ Bugie, piccole menzogne fin dall’asilo come farli smettere”.  Egli con la fluidità di scrittura che gli è propria riportava  gli studi di due Università,  una di Montreal in Canada e l’altra di New York dai quali emergeva  che il ricorso alla bugia è molto più diffuso di quanto crediamo ed è una tappa obbligatoria  nella crescita psicologica del bambino.  Infatti, uno sviluppo psicologico normale prevede che all’età di due anni il bambino cominci a mentire. Il suo pensiero si sviluppa in un mondo di  &#8221;come se fosse&#8221;  che gli permette di creare astrazioni  e spesso con grande coinvolgimento il bambino  finge, gioca  di essere  una persona  differente da ciò che è.  Al terzo anno di età, secondo gli studi riportati da Rampini, il 33%  dei bambini mente  “per evitare guai”. Dai quattro ai sette anni di età, oltre alla classica bugia per sottrarsi ad una punizione appaiono altre tipologie quali la menzogna che serve ad attirare l’attenzione oppure a conquistare l’approvazione degli adulti. Da questi studi   si scopre  poi che la tendenza a mentire è costante in ogni parte del mondo ed i genitori sono poco capaci di scoprire le bugie dei loro figli. Fino all’età pre-scolastica i genitori riconoscono il 53% delle bugie dei loro figli ma la percentuale si abbassa al 33% con figli tra i 6 e gli 8 anni e al 25% nell’età adolescenziale.  Credo possa alleviare un po’ la preuccupazione dei genitori  sapere che secondo l’Università di  New York la menzogna è tanto più raffinata nei ragazzi che hanno “capacità di concentrazione e talenti di socializzazione”.</p>
<p>Ora ci si può chiedere perché i bambini mentono. Credo che dagli studi emerga in modo chiaro quali siano le motivazioni interne soprattutto nei primi anni.  A due tre anni il mondo del bambino è ancora un mondo onnipotente, dove magia e realtà si confondono ma,  questo non è un problema, anzi il genitore alimenta quel mondo, raccontando  favole e stimolando  il bambino a “sognare”. Poi, verso i quattro cinque anni, questo mondo piano, piano si riduce. Il genitore ed  i primi impegni fuori dalla famiglia,  lo limitano. Aiutano il bambino ad acquisire un rapporto con la realtà sempre più corrispondente, fino ad imparare a rispettare orari e compiti prefissati nell’età scolastica.</p>
<p>E allora, perché continuano a mentire? Ci potremmo dire ma perché non  lo dovrebbero fare. Vivono con adulti che mentono in continuazione.  Forse non ci rendiamo conto ma noi adulti mentiamo continuamente anche davanti ai bambini. Pensiamo di farlo a fin di bene ma in realtà raccontiamo tante bugie davanti al bambino. E&#8217; così strano che un genitore si dia ammalato con il suo datore di lavoro  per poter assistere  un figlio?</p>
<p>Però,  se ci incamminiamo su questo percorso, quello della “verità” sempre e ad ogni costo diventa  una via pericolosa e a mio avviso questa si veramente “falsa”. Pensiamo ad esempio al nonno ammalato grave, perché il bambino dovrebbe sentire che gli viene detto  a lui e anche al nonno che la situazione  è grave e  senza speranze? Perché il bambino dovrebbe sentire  i genitori,  ospiti a casa di amici,  affermare che il cibo non è buono e l’ospitalità è scarsa anche se avverte che è questo quello  che loro pensano?  Ma c’è un motivo in più per noi adulti che ci spinge  a non avere la pretesa di essere “veri” sempre: la consapevolezza che molto di quello che facciamo e diciamo e sotto l’influsso di una parte inconscia che non conosciamo e che molto spesso “la pensa in maniera diversa”.</p>
<p>Ricordo un paziente che venne da me un po’ agitato, si era sposato da pochi mesi e prima del matrimonio aveva &#8220;fatto voto&#8221; alla sua futura sposa che non l&#8217;avrebbe mai  tradita  ed  evangelicamente neanche mai  pensato  ad altre donne. Bene, giorno di nozze, arriva sera, vanno a dormire e lui sogna di fare l’amore con sua cognata. Il poveretto, si sveglia al mattino pieno di sensi di colpa: “aveva mentito!”.  Ma è vero? Certo che no,  se  diamo credito all’azione dell’inconscio.</p>
<p>E allora che fare con i nostri bambini che mentono?</p>
<p>Credo che il compito dei genitori sia proprio quello non di valutare il giusto e lo sbagliato secondo categorie rigide ma cercare di capire il significato di quella bugia. Ad esempio un bambino che mente raccontando che il padre fa il Manager mentre magari è un operaio in fabbrica, avrà pure un significato in quella famiglia.  Magari il padre vive malamente la sua condizione, magari ciò che è importante in famiglia non è tanto quello che si è ma quello che  appare. Oppure, il bambino che torna a casa e racconta di avere preso 9 in matematica, magari è  uno scarso da 6, dovrebbe far persare i genitori sulla incapacità che ha il figlio a riconoscere i suoi limiti. Certo, nel caso della signora della lettera prenderei un po’ sul serio il fatto che il bambino arrossisca. E&#8217; evidente che si sente in colpa, ma per cosa? Per la bugia o per non essere quello che ha raccontato di essere?</p>
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		<title>Il vuoto narcisistico</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 15:28:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>

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		<description><![CDATA[In una società che sempre più spinge verso l&#8217;apparire a scapito dell&#8217;essere, dilaga  il Narcisismo come disturbo della personalità. di Renzo Zambello Gent.mo Dottore, sono una mamma di un 17enne.  Mio figlio è un bravo ragazzo, a scuola va bene e spero che nella vita riesca a fare veramente quello che desidera. Noi come genitori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In una società che sempre più spinge verso l&#8217;apparire a scapito dell&#8217;essere, dilaga  il Narcisismo come disturbo della personalità</strong>.</p>
<p>di Renzo Zambello</p>
<p><img id="rg_hi" src="https://encrypted-tbn1.google.com/images?q=tbn:ANd9GcROOo0tM0koRP7nJkK-dyGOo-nmRkZFOcfSRxr4VLFS3EnBXydBxg" alt="" width="222" height="227" data-width="222" data-height="227" /></p>
<p><em><strong>Gent.mo Dottore,</strong></em></p>
<p><em><strong>sono una mamma di un 17enne.  Mio figlio è un bravo ragazzo, a scuola va bene e spero che nella vita riesca a fare veramente quello che desidera. Noi come genitori  faremo tutti gli sforzi che potremo per aiutarlo. C’è però un problema, mio figlio mi sembra un ragazzo infelice. Lo vedo spesso da solo, non riesce ad avere rapporti stabili né con i suoi compagni e tanto meno con le ragazzine. Mi sembra che si “infiammi” facilmente,  per alcuni giorni  il ragazzo  sembra il più innamorato del mondo e dopo un po’ lo rivedo triste e  deluso. Anche le sue prospettive  per l’università  sono troppo altalenanti, un giorno vuol fare l’Ingegnere, il giorno dopo il giornalista, il giorno dopo qualcosa di diverso. Con noi si arrabbia spesso ed  è eccessivamente  scontroso. Il padre ogni tanto non lo sopporta. Alcuni mesi fa avevo chiesto aiuto allo psicologo della scuola. Ho convinto mio figlio ad andarci. Mi sembra che gli abbia fatto dei test e poi ci ha chiamato tutti. Siamo andati sia io che suo padre che lui e lo psicologo ha detto che dai test e dai colloqui è emerso che mio figlio soffre di narcisismo patologico. Per la verità io non ho capito bene e non mi sembra neanche troppo vero, mi figlio non è uno “sbruffone”, anzi lo trovo un po’ insicuro per la sua età. Io l’ho detto allo psicologo ma lui ha risposto che non centrava niente che fosse si o non fosse sbruffone ma che era un disturbo di personalità e che aveva bisogno di aiuto da  uno psicoterapeuta. Non le nascondo che ci siamo un po’ offesi  ma, ora a distanza di alcuni mesi mi rendo conto che mio figlio non sta tanto bene. Dottore mi aiuta a capire che dobbiamo fare? Grazie</strong></em></p>
<p>Gent.le Signora,</p>
<p>il Narcisismo come disturbo della personalità nulla ha che vedere con l’aggettivo narcisista così come noi  comunemente lo usiamo. In questo caso intendiamo una persona vanitosa, presuntuosa fino a  quasi a rendersi  ridicola. Nel caso  del disturbo di  personalità ci troviamo difronte ad una sofferenza  seria che va compresa  nelle sue dinamiche e possibilmente curata</p>
<p>Per capire questo disturbo ci dobbiamo rifare al mito di Narciso. Esistono diverse versioni,   la più nota  è  la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi. Narciso  figlio di una  ninfa  e del dio fluviale Cefiso  famoso per la sua bellezza, cresce  incredibilmente crudele e incapace di provare amore.  A seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua.  Resosi conto dell&#8217;impossibilità del suo amore si  lascerà infine   morire incapace di dare una risposta ad  Eco la ninfa dei monti che si era innamorata di lui.</p>
<p> Ciò che si legge nel mito è la tragedia che affligge queste persone che spasmano nell’attesa di trovare amore  che   contrasta con  la loro impossibilità ad amare.</p>
<p>Innamorati dell’amore sono condannati a rimanere soli.</p>
<p>Le persone  con disturbo narcisistico si accostano agli altri non cogliendoli per quello che sono ma come “proiezioni” si sé. Gli altri vengono investiti del proprio sé, dalla propria immagine, amati, molto spesso idealizzati non per quello che sono ma come “immagine di sé”. Pensate a Narciso sullo specchio d’acqua, vede solo se stesso, ama se stesso.</p>
<p>Ben preso l’altro, ma anche le cose,  i progetti, presentando la loro dimensione reale che non è, non può essere quella idealizzata e proiettata, il narcisista   si sente così tradito ed abbandona ogni persona, oggetto o  progetto senza il minimo senso di disagio per l’altro. Gli altri sono oggetti da usare o abbandonare incuranti dei loro sentimenti.</p>
<p>Spesso il narcisista investe in progetti  grandiosi e se è vero che avverte  gli altri, nella fase proiettiva,  come  degli “dei”, persone perfette, lui stesso  è   assorbito da fantasie di successo e potere. Crede di essere uno speciale ed unico. Ma tutto questo però lo rende  fortemente instabile ed ha bisogno di controllare gli altri che avverte come pericolosi perché lo possono deludere. Vive in un mondo “fantasticato” che però sa di essere falso ed  avverte che in ogni momento potrebbe crollare.</p>
<p>Lui che si sente l’Unto”  nutre in verità forti sentimenti di invidia per gli altri. Il paradosso di tutto questo è che  sotto questi pensieri di perfezione,  megalomanici c’è una sensazione di sé molto fragile, un vuoto interno che non si colma mai ma che anzi, ogni giorno diventa sempre più profondo.</p>
<p>Il Narcisista sente di esistere  solo nella sua immagine e  vive in uno stato di povertà emotiva e vitale che avverte come mortifera. La terapia deve  essere necessariamente psicodinamica. Non sono terapie brevi e  a volte molto dolorose ma che permettono al paziente di  rinascere  e vivere finalmente libero</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La vergogna in psicoterapia.</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 13:42:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Renzo Zambello Sempre più spesso mi capita in terapia  di venire in contatto  con “nuclei  bui” della personalità del paziente che non hanno la carica rigenerante della  nevrosi, né il freddo del nucleo psicotico. Sono zone  amorfe che il paziente etichetta con un’unica parola: vergogna.  Tutti i pazienti in cui ho trovato questi nuclei   esprimono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://www.vip.it/wp-content/uploads/2011/11/oliviero-toscani-nudo-ulivo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<p>di Renzo Zambello</p>
<p>Sempre più spesso mi capita in terapia  di venire in contatto  con “nuclei  bui” della personalità del paziente che non hanno la carica rigenerante della  nevrosi, né il freddo del nucleo psicotico. Sono zone  amorfe che il paziente etichetta con un’unica parola: vergogna.  Tutti i pazienti in cui ho trovato questi nuclei   esprimono all’unisono questa gradevole sensazione: “provo vergogna”.  Essi  non sanno di cosa si vergognino, né da quando. Si sentono  contaminati,  da sempre.  </p>
<p>In letteratura non c’è molto su questo tema  e condivido quello che diceva Eugenio Gaburri,  Medico Psicoanalista Didatta della SPI: “La questione delle aree di “indifferenziazione” della personalità pone molti problemi, clinici e teorici che sono stati scarsamente accennati da Freud “.   Scrive ancora Gaburri: “Nella clinica, situazioni di “non contatto” che appaiono come aree cieche, di diniego, o, addirittura aree a cavallo tra biologico e psicologico, possono avere a che fare con l’indifferenziato.  In questi casi non si ha tanto a che fare con “difese” dell’Io o con conflitti rimossi, ma, piuttosto, con aree la cui nascita psicologica non si è mai del tutto realizzata.” (Conferenze SPI 2009).</p>
<p>L’immagine  “dell’ indifferenziato” che è  così suggestiva, ha in sé  tutta la forza dell’ambivalenza. E’  infatti  distruttiva  ma anche potenzialmente sede del nuovo e del  rigenerato.  Lo possiamo capire se pensiamo all’equivalente biologico, alle  cellule indifferenziate,  quelle che vengono chiamate “staminali”.  Sono cellule,  i medici lo  sanno bene  che possono degenerare in tumori ma che  sono    “l’humus”, la base dove ogni  tessuto prende per crescere e  rigenerarsi.</p>
<p>Qui, il   biologico e lo  psicologico si fondono assieme, nella continua  lotta contro la tentazione all’autodistruzione e la vittoria della rigenerazione, della vita.</p>
<p>Forse Bion si era avvicinato più di ogni altro alla comprensione. Egli infatti ci ha spiegato   di come la  madre sia continuamente chiamata ad elaborare  ciò che il figlio “vomita” come cattivo a ridarglielo come cibo buono. Mi ha sempre affascinato guardare queste madri che la natura ha fornito di una pazienza quasi inesauribile, raccogliere una, due, cento volte il giocattolo che il bambino butta e ridarglielo. Raccogliere il piatto che il figlio ha fatto volare, pulire e con un sorriso continuare a farlo mangiare. Nulla sembra poter  interrompere questo ciclo virtuoso: il bambino butta fuori, agisce “cose cattive” e la madre gli ritorna “cibo buono”.</p>
<p> Pensate all’analogia con la funzione di “ madre terra” che prende le nostre “scorie” e le trasforma in cibo buono: piante, fiori, frutti.   </p>
<p>Ma,  il ciclo di elaborazione figlio-madre-figlio ad un certo punto si può interrompe, così per lo meno  percepisce   il bambino. Egli sente che qualcosa di “cattivo”  gli  è rimasto dentro, non è stato buttato fuori.</p>
<p>I clinici vedono in questo la genesi di alcuni comportamenti autistici ma, a mio avviso, senza entrare nel psichiatrico e possibile reperirlo nella genesi   di  alcune  nevrosi  strutturate come l’ipocondria. L’ipocondriaco è uno che teme, sente di essere ammalato, cioè di avere qualcosa dentro di sé che” non va bene”.  Molto spesso la nevrosi ipocondriaca è una difesa dell’Io rispetto a qualcosa di più antico, profondo e temibile: l’indifferenziato.</p>
<p>Il terapeuta che si confronta con questi  nuclei non ha nessun strumento verbale per aiutare il paziente ad  elaborarli. Sono nuclei pre-verbali  che richiedono solo un  approccio empatico.  Deve imparare dalle “madri”:  farsi semplice  e  in armonia con la natura.</p>
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		<title>Aggressività: impulso vitale.</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 06:18:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Problemi sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[di: Renzo Zambello Domanda:  Carissimo Dottore, l&#8217;ansia la fa da padrona per buona parte della mia giornata. Siccome molte volte mi tengo tutto dentro, potrebbe essere utile e di sollievo &#8220;mandare a quel paese&#8221; chi se lo merita? Oppure deve sempre vincere la diplomazia e far finta che va tutto bene SEMPRE! Grazie per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="il_fi" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/04/Le-due-facce-dellaggressivit%C3%A0-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p>di: Renzo Zambello</p>
<p><strong><em>Domanda:</em>  Carissimo Dottore, l&#8217;ansia la fa da padrona per buona parte della mia giornata. Siccome molte volte mi tengo tutto dentro, potrebbe essere utile e di sollievo &#8220;mandare a quel paese&#8221; chi se lo merita? Oppure deve sempre vincere la diplomazia e far finta che va tutto bene SEMPRE! Grazie per la cortese risposta! A presto!</strong></p>
<p>Riprendo  la  domanda di Francesco che mi è stata fatta in questi giorni sul Guestbook. Essa pone in maniera chiara il tema dell’aggressività e della sua gestione. Pensavo mentre rispondevo a Francesco di come, anche se non vorremmo, siamo intrisi di “moralismo”, non solo perché il contenuto della domanda me lo suggerisce ma soprattutto per la mancanza di informazione, quasi di silenzio che c’è attorno a questa pulsione vitale. Essenzialmente sono due le pulsioni che la natura ci mette a disposizione: la libido e l’aggressività. Sono i pilasti sui quali costruiamo la nostra vita. Pensate però a quanta attenzione per la gestione della prima e come invece siamo sommari per la seconda. Eppure non possiamo vivere senza aggressività e,  se la neghiamo o la schiacciamo dentro di noi, come già avevano capito Freud e la Klein, andiamo sicuramente incontro alla depressione.</p>
<p>Intanto  faremmo bene a non pensare che noi staremmo meglio se non ci fosse.   Essa non solo è  uno dei due motori  propulsivi  che ci spinge in avanti, ci fa crescere ma ha una base organica.  Leonardo Ancona fin dagli anni 20 sperimentando in questo  campo aveva identificato una regione della base encefalica, il  nucleo niger come la “sede della collera” e  studi successivi  hanno   dimostrato come vi siano formazioni neurologiche multiple che opportunamente  stimolate determinano lo stato aggressivo. Ad esempio,  la natura ci ha fornito di un sistema di vigilanza rispetto ai pericoli esterni che prescinde dalla nostra coscienza e ci permette di difenderci in maniera istintiva: il sistema limbico e l’amigdala, sede dei meccanismi di “attacco e fuga” e anche per la verità, dei nostri traumi e paure. Li pare abbiano la loro sede le fobie che costellano gli attacchi di panico.</p>
<p>Dicevamo di un impulso vitale, parallelo a quello libidico. Ma forse non è proprio così, già tanti psicoanalisti lo sostenevano, questa separazione avviene più tardi, all’inizio queste due pulsioni sono un tutt’uno.  Nel bambino fino ad un anno, questi due impulsi sono sicuramente uniti non fosse altro che il bambino fino ad un anno è solo fisicità. Dobbiamo aspettare i nove,  dieci mesi perché si presenti un proto-pensiero e che il mentale si separi dal fisico.  Prima   è un tutt’uno fisico e l’aggressività si esprime legata ancora alla libido. Pensiamo alla fase orale dove il bambino  “morde”,  divora il capezzolo della madre e poi si  ritrae in uno stato “depressivo”,  terrorizzato  che la madre risponda “pan per focaccia” come diceva la Klein.  Chiaramente questo non avviene e la madre contiene amorevolmente l’aggressività distruttiva del  figlio, aiutandolo a conoscerla e a  non spaventarsi.  E’ questo spavento, paura distruttiva,  onnipotente del bambino che poi, in età adulta continua a farsi sentire. L’adulto, sente, teme che ancora la sua aggressività, se liberata espressa possa diventare distruttiva come nel bambino. “<em>E’ meglio che stia zitto, perché se ti dico tutto quello che penso…”</em> Un’espressione comune che rivela due cose: la prima è il pensiero “onnipotente”  distruttivo  della propria aggressività  il secondo, non meno importante, la svalutazione, questa si aggressiva,  dell’altro. Non ti considero in grado di sopportare il mio attacco, sei un debole.</p>
<p>Ricordo un episodio che ripeteva il Prof. Bertolini, uomo che non era certo deficitario in questo campo. Egli, Neuropsichiatra infantile  e stimato Professore universitario, raccontava che un giorno davanti all’ennesima intemperanza di un suo giovane paziente, 12 anni,  rispose con una sberla. Il messaggio, contestabile quanto si vuole, era diretto e facilmente leggibile: Ti stimo e so che non sei debole  ma  responsabile di quello che fai, per questo ti dico che non accetto la tua aggressività distruttiva. Lui raccontava che dopo quella sberla il ragazzo attivò  un transfert  positivo che gli permise di crescere. Non lo so, conoscevo il personaggio e so di certo che qualche vittima la fece.</p>
<p>Mi ha sempre affascinato questa storiella. Mi sembra la sintesi di tutte le nostre difficoltà rispetto a questo impulso vitale. Lasciato a se stesso diventa distruttivo o implosivo. Freud pensava fosse l’espressione dell’Istinto di morte. Contenuto, elaborato come fa  la mamma nei primi mesi di vita e poi i genitori come seppe leggere e fare Bertolini,  diventa lo strumento che ci permette di identificarci nel padre e superare, attivamente l’Edipo. Non sottovaluto il compito  difficile e delicato dei genitori che se inizialmente la natura aiuta, vedi la pazienza delle madri, poi, soprattutto in età adolescenziale diventa veramente difficile discernere il giusto comportamento.</p>
<p>Dalla lettera di Francesco si evince un  dato certo:  questi temi non si concludono nella adolescenza ma, spessissimo ce li portiamo dietro come nuclei nevrotici non risolti fino alla maturità e oltre.   Sono  nevrosi costosissime che ci fanno vivere male e ad un livello inferiore alle nostre potenzialità. Se ne abbiamo percezione o,  una sintomatologia ci avverte, vedi  alcuni tipi di depressione o disagi sessuali, diventa un vero investimento cercare di risolverli.</p>
<p>Video: Rabbia e Psicoterapia  <a href="http://youtu.be/tHeLePN6PbM">http://youtu.be/tHeLePN6PbM</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Attacchi di panico: difesa dalla frammentazione psicologica.</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 06:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attacchi di Panico]]></category>

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		<description><![CDATA[  Le numerosissime domande che mi arrivano tutti i giorni sul Guestbook e direttamente a livello professionale mi suggeriscono di riproporre  alcune mie riflessioni e un video  sugli Attacchi di Panico. Mi sembra che mai come in questo periodo che risente forse anche di una incertezza economica e sociale si sia acutizzato questo disagio che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong></strong></em> </p>
<p><em><strong>Le numerosissime domande che mi arrivano tutti i giorni sul Guestbook e direttamente a livello professionale mi suggeriscono di riproporre  alcune mie riflessioni e un video  sugli Attacchi di Panico. Mi sembra che mai come in questo periodo che risente forse anche di una incertezza economica e sociale si sia acutizzato questo disagio che ripeto, è per me un sintomo e non la malattia</strong></em></p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.luiss.it/giano/wp-content/uploads/2009/01/ansia-e-stress-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p>di: Renzo Zambello</p>
<p>E’ indubbio che negli ultimi decenni è cambiata la tipologia della sofferenza psicologica. Agli inizi del novecento  i neuropsichiatri vedevano  oltre alle forme congenite, croniche di deficit  mentale, psicotici in delirio produttivo o casi di isteria. Ora,  quest’ultima sembra essere quasi totalmente scomparsa, per la verità non è proprio così ma, è certamente cambiata la sintomatologia prevalente. Dati credibili dicono  che il 10, 15% della popolazione di pazienti  che affolla tutti i giorni gli ambulatori dei medici di base e,  il 40,45% di quelli che chiedono aiuto ad uno psicoterapeuta, soffrono di attacchi di panico.</p>
<p>Sappiamo bene che questi attacchi si presentano al paziente come un’ esperienza improvvisa e drammatica  che coinvolge completamente  mente e corpo.  E’ come se improvvisamente tutto andasse in corto-circuito,  il paziente prova  tremore,  sudore, nausea, vertigini, iperventilazione, parestesie (sensazione di formicolio), tachicardia, sensazione di soffocamento o asfissia. La maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico riferisce la paura di <a title="Morte" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Morte">morire</a> o di  perdere il controllo delle proprie  <a title="Emozioni" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Emozioni">emozioni</a> e comportamenti, cioè di <a title="Follia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Follia">impazzire</a>. E tutto ciò avviene improvvisamente, apparentemente senza alcun preavviso e alcun  motivo.</p>
<p>Le sequela prevede il correre a chiedere aiuto ad un  medico, spesso il ricovero in un pronto soccorso, poi la diagnosi: nessun problema fisico, è un  attacco di panico.</p>
<p>Seguono le indicazioni terapeutiche: farmaci, ansiolitici, antidepressivi e forse, non sempre, l’indicazione ad intraprendere  una psicoterapia comportamentale che dovrebbe aiutare il paziente a superare le ferite psicologiche lasciate   dall’attacco di panico. Ferite a volte non di poco conto, infatti il paziente tende a non andare più nei luoghi dove ha avuto l’attacco, a chiudersi piano, piano in se stesso, ad isolarsi. </p>
<p>Personalmente non credo affatto che tutto ciò dipenda da “errori” organici, del nostro “computer cervello”  che improvvisamente va in tilt e credo anche poco che la terapia passi attraverso un tentativo di superare le micro e macro-fratture che si sono formate dentro,  in seguito al terremoto emotivo e fisico quale è l’attacco di panico.</p>
<p><span id="more-419"></span></p>
<p>Sono  convinto che esso sia in realtà, solo il sintomo di un disagio profondo di cui il paziente non  aveva consapevolezza e inconsciamente negava. L’attacco di panico è in realtà l’occasione che l’inconscio si da per cambiare,  prendendo contatto con problemi negati  e,  forse, con le vere istanze del  sé. </p>
<p>Se sono verosimili le percentuali che riferivo prima circa gli attacchi di panico, è altrettanto verosimile che oggi le manifestazione  psicopatologiche più comuni che vediamo in terapia,  sono “stati” di frammentazione del sé.</p>
<p>Non sono più le grandi patologie, quelle che una volta venivano chiamate personalità multiple ma, stati al limite, dove il paziente agisce su più livelli, in più ruoli, su più stati emotivi  poco comunicabili tra loro. Chi qualche volta è stato in un grande aeroporto, dove ci sono una serie di gates che si distaccano a raggiera dal corpo centrale, capisce cosa intendo.</p>
<p>E’ come se il paziente vivesse separatamente di volta in volta,  queste “bolle” esperienziali che si staccano dal corpo centrale e pur rimanendo collegate ad esso, sono in realtà a se stanti e tra loro difficilmente comunicabili.</p>
<p>La sintomatologia è l’incapacità del paziente a provare vere soddisfazioni o dolori, qualunque cosa faccia, ottenga o succeda è continuamente in preda ad una ansia generalizzata e aspecifica.</p>
<p>Il corpo è allora diventato l’elemento unificatore, centrale, il più antico del sé.</p>
<p>E’ lui che trasmette, che racconta il disagio. Se siamo capaci di coglierne il simbolo, possiamo  leggere  nel racconto della sofferenza che segue l’attacco di panico, la realtà  di un sé spaccato che teme di frammentarsi ulteriormente,  di perdersi.</p>
<p>E’ però  un Sé ancora vitale, sofferente, ma  potenzialmente capace di rinnovarsi.</p>
<p>Temo che spesso la “pastiglia” sia come  il silenziatore. Come se mettessimo un bavaglio alle urla di un bambino. Urla che ci infastidiscono perché non le capiamo,  o perché  pensiamo di aver altro di cui occuparci.</p>
<p> Video: Attacchi di panico e psicoterapia   </p>
<p><a href="http://youtu.be/NPv-QP8BTYQ">http://youtu.be/NPv-QP8BTYQ</a></p>
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		<title>Il colore del bacio è rosso</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 17:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze. E’ sentire il fremito del corpo là dove sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Un bacio soffice, lento e profondo può sconvolgere più di un focoso amplesso di Paola Cerana &#160; L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze. E’ sentire il fremito del corpo là dove sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Un bacio soffice, lento e profondo può sconvolgere più di un focoso amplesso</h3>
<p>di Paola Cerana</p>
<p><img id="il_fi" src="http://images.corriere.it/Primo_Piano/Cultura/2011/07/28/img/rodin-il-bacio_300x350.jpg" alt="" width="300" height="350" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo   ha suscitato parecchie curiosità. Alcune persone mi hanno scritto chiedendomi se anche le coccole e, soprattutto, i baci potessero avere la stessa atavica origine e derivassero, quindi, dall’evoluzione dell’uomo.</p>
<p>Ebbene, sollecitata da questi interrogativi, mi sono informata e ho imparato qualcosa d’interessante che spero affascini anche voi. Premetto che mentre c’è concordanza tra gli scienziati sul fatto che carezze e coccole appaghino i bisogni primari di appartenenza e familiarità &#8211; sia nei primati, sia negli umani &#8211; più complesso è il significato sociale del bacio.</p>
<p>Da un punto di vista evolutivo, non è chiaro se noi umani ci baciamo per puro istinto o per apprendimento culturale. Si sa solo che ci piace farlo. Lo stesso Darwin, nel suo trattato “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, del 1872, era molto incuriosito da questo comportamento affettivo. Notava che il bacio, in varie parti del mondo, era espresso con lo strofinamento dei nasi, anziché con l’unione delle labbra e fosse comunque qualcosa di molto antico. Il coinvolgimento del naso gli fece pensare che l’annusare fosse legato alla necessità di stabilire un rapporto con gli altri. Tuttavia, riconobbe anche un evidente desiderio di scambiarsi piacere attraverso questo contatto ravvicinato. Darwin concluse, dunque, che il bacio, sia labiale che nasale, fosse un comportamento innato ed ereditario, rinforzato dal piacere.</p>
<p>Oggi, alcuni antropologi cercano di mettere in discussione quest’ipotesi, considerando il bacio come un’espressione puramente appresa e culturalmente diversificata. Tuttavia, il buon vecchio Darwin resiste, anche perché la sua accezione originaria di bacio comprende una vastissima gamma di atteggiamenti, comuni sia agli umani sia ai primati: accostare le guance, strofinarsi, darsi colpetti sulle braccia, sul petto o sullo stomaco o portarsi al viso le mani o i piedi altrui. Probabilmente, il bacio labiale come lo concepiamo noi, è frutto sia dell’esperienza della nutrizione durante la primissima infanzia, sia dell’annusare un altro individuo per riconoscerlo o misconoscerlo (cosa che facciamo normalmente tutti i giorni, anche se inconsapevolmente).</p>
<p>Entrambe le esperienze – nutrizione e annusamento &#8211; sarebbero a loro volta intrecciate nell’interconnessione tra visione dei colori, desiderio sessuale ed estroflessione delle labbra, assai accentuate negli umani rispetto ai primati. Milioni d’anni fa, infatti, i nostri antenati frugivori dovettero affinare i sensi per sopravvivere. L’olfatto non bastò più a un certo punto e la vista prese il sopravvento: imparare a individuare a distanza le diverse sfumature di rosso fu indispensabile per scoprire tra i cespugli i frutti più maturi e le bacche più nutrienti. Il segnale ‘rosso’, nel corso dell’evoluzione, ha significato quindi ‘ricompensa’ e tale corrispondenza si è fissata nei circuiti neurali degli ominidi trasferendosi fino a noi. Si sa, infatti, che il rosso accelera i battiti cardiaci e le pulsazioni, creando uno stato d’eccitazione e aspettativa. Secondo uno dei più autorevoli neuroscienziati, Vilayanur Ramachandran, i nostri antenati condizionati al ‘rosso = cibo’, hanno spostato la stessa attenzione sulle parti del corpo di colore rosso, trovandole altrettanto attraenti delle bacche e dei frutti. In pratica, il colore rosso è diventato il segnale di ottenimento del piacere non solo dal comportamento di ‘mangiare’ ma anche di ‘fare sesso’. Basta pensare al ‘di dietro’ delle femmine di certe scimmie quando sono in estro per capirlo: sembrano dei cuscini prêt-à-porter gonfi e rossi come il fuoco, segnale del momento buono per accoppiarsi. In senso traslato, è lo stesso richiamo sessuale che le donne umane lanciano attraverso le labbra.<span id="more-1283"></span></p>
<p>Ma come s’è spostata l’attenzione dalle parti basse alle labbra? L’evoluzione sarebbe avvenuta con il passaggio dalle quattro zampe alla postura eretta, un’elevazione che ha trasferito i segnali sessuali femminili più vistosi dal basso all’alto, col conseguente spostamento dello sguardo maschile. Le labbra sarebbero, dunque, un’eco genitale, come ben lo definisce lo zoologo britannico Desmond Morris: la bocca femminile somiglia alle labbra intime, per consistenza, spessore e colore. Infatti, con l’eccitazione, anche le labbra della bocca s’inturgidiscono e s’arrossano, diventando più gonfie, sensibili e attraenti. In fin dei conti, noi donne utilizziamo i rossetti proprio per accentuare questo atavico messaggio, anche se lo facciamo inconsapevolmente, mascherandolo dietro effimera vanità.</p>
<p>Pensate che i primi rossetti sembrano risalire a cinquemila anni fa, ai Sumeri, mentre le donne egizie, greche e romane usavano bacche e vino rosso per rosseggiare le labbra e invogliare gli amanti a voluttuosi baci.</p>
<p>Un’ipotesi ulteriore, proposta sempre dal genio di Morris, è che l’eco genitale della femmina appaia anche di foggia perfetta per suggere il capezzolo, altro richiamo sessuale necessario all’evoluzione. Ebbene, con la postura eretta, le labbra rosse non furono il solo segnale migrato dal basso all’alto, poiché anche il seno divenne gradualmente più vistoso e nudo di peli, per evocare la tonda morbidezza delle natiche. Non sorprenderebbe, seguendo Morris, che l’evoluzione abbia plasmato capezzolo e labbra in modo da stare bene insieme per nutrire e dare piacere, dato che l’allattamento soddisfa anche il bisogno ancestrale di sicurezza, fiducia e amore, con la conseguente cascata chimica che inebria il cervello.</p>
<p>Visto così, il bacio è senz’altro rosso e anche se s’allontana un po’ dalla visione romantica che ne abbiamo, ci fa capire quanto sia intimamente connesso con la nostra natura primordiale. Lo dimostrerebbe anche il fatto che non solo noi umani ci scambiamo labbra, lingua, alito e saliva. Lo fanno anche gli animali, a modo loro. I bonobo, per esempio, si baciano esattamente come noi, spessissimo e con evidente godimento. Lo fanno, però, per ragioni non necessariamente legate al sesso e alla riproduzione: si baciano per risolvere conflitti nel gruppo, per consolidare relazioni, per calmarsi dopo uno spavento o per sfogare ansie troppo intense. Ma anche tanti altri animali si baciano: i gatti si scambiano delicate leccatine sulla testa; i cani, le mucche e i cavalli si leccano con avidità da ogni parte del corpo tecnicamente raggiungibile; i criceti aderiscono muso a muso; gli scoiattoli si strofinano i nasi come gli eschimesi; le tartarughe si danno piccoli colpi con le teste; le giraffe intrecciano i colli; gli elefanti si esplorano con le proboscidi; e persino certi pesci tropicali (i gourami) aderiscono bocca a bocca spesso e volentieri. Sono tutti comportamenti di scambio olfattivo, gustativo e tattile che somigliano molto a quello che per noi rappresenta il bacio e, pur non avendo nulla a che fare con l’innamoramento, soddisfano gli stessi nostri bisogni primari.</p>
<p>Insomma, probabilmente il bacio fa parte del nostro retaggio evolutivo ed è quindi imparentato con lo spulciamento, il linguaggio e il pettegolezzo. Di certo, quest’appassionato comportamento sociale è molto più piacevole di altre eredità e nei secoli s’è diffuso ovunque, modificandosi con le mode e le culture, contagiando anche i popoli più refrattari. In qualsiasi maniera si manifesti e lo si chiami –alla francese, all’eschimese, con la lingua, sulle guance – il bacio è un meraviglioso istinto che non mente, un linguaggio universale che allaccia visceralmente due anime trascendendo i corpi. Con il bacio si conosce l’altro raggirando tutte le sovrastrutture razionali e logiche che l&#8217;essere umano ha sviluppato, trovandosene suo malgrado spesso prigioniero.</p>
<p>Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze, è sentire il fremito del corpo là dove esso sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Ammettiamolo: un bacio soffice, lento e profondo scioglie le pieghe più intime del nostro essere e può sconvolgere più di un focoso amplesso.</p>
<p>In conclusione, è affascinante riscoprire ogni tanto la scimmia che c’è in noi. E se non è il bacio in sé a renderci creature speciali sulla Terra, ci resta sempre il privilegio di poter descrivere questa magica alchimia. Personalmente, ritengo che il bacio sia un’arte animata dalla complicità e che nessuno meglio degli innamorati possa esprimerne l’essenza. Forse, solo i poeti rasentano i sospiri degli amanti e possono prestar loro le liriche adatte a ricamare la passione.</p>
<p>Una delle definizioni più belle e originali del bacio, a mio parere, è stata scritta proprio da un poeta e drammaturgo francese, Edmond Rostand, che nel suo Cyrano de Bergerac lo colora così:</p>
<p>“Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, una promessa più precisa, una confessione che si vuol confermare … un apostrofo rosa messo tra le parole T’amo.”</p>
<p>da: http://www.teatronaturale.it      </p>
<p><em><strong>Commento del Dott. Zambello</strong></em></p>
<p><em><strong>Leggo sempre volentieri   la scrittrice e  giornalista    Paola Cerana che trovo  brava, informata e dotata di una particolare   leggerezza.  La Cerana è capace di raccontare con tono poetico la chimica, la biologia ma anche la  quotidianità,  i nostri  comportamenti,   piccolezze e ricchezze  che molto spesso vengono da lontano.  E&#8217; vero, il bacio racconta molto di noi,  forse da un punto di vista antropologico ma soprattutto della nostra crescita personale.  Scriveva Freud:</strong></em> “<strong>In effetti la corrispondenza tra labbra – zona limite tra la pelle e la mucosa – e orifizio vulvo-vaginale è evidente: quando le punte delle lingue, ricche di innervazioni, si toccano, ne deriva un contatto tra organi interni analogo per certi versi al coito&#8221;</strong>.  <em><strong>Però, non deve essere dal tutto vero che è solo una questione sessuale, altrimenti non capiremmo perché le prostitute non baciano. Evidentemente c&#8217;è qualcosa di più. Forse è vero, al di la della retorica, il bacio  é il suggello  di  una  vera donazione di sé. Tutt&#8217;altro, o non solo,  qualcosa di primario che ci unisce all&#8217;altro/a  ma un vero passo in avanti verso la nostra capacità di donarci.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La malattia: il linguaggio del Sé.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 12:53:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono molte malattie che danno forza all&#8217;anima. Joseph Joubert di: Renzo Zambello C’è stato nelle settimane scorse un congresso di dermatologia dal titolo: Psoriasi: è &#8216;nuova lebbra?&#8217;. Pazienti delusi dai farmaci. ADIPSO: diffuse cure alternative. Molti giornali  ne hanno dato ampio spazio, dal Corriere, al Giornale, al Gazzettino, il Sole 24 ore ed oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Ci sono molte malattie che danno forza all&#8217;anima</strong></em>. Joseph Joubert</p>
<p><img id="il_fi" src="http://www.rosesfanees.it/wp-content/uploads/2010/12/mandala-jung1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>di: Renzo Zambello</p>
<p>C’è stato nelle settimane scorse un congresso di dermatologia dal titolo: Psoriasi: è &#8216;nuova lebbra?&#8217;. Pazienti delusi dai farmaci. ADIPSO: diffuse cure alternative. Molti giornali  ne hanno dato ampio spazio, dal Corriere, al Giornale, al Gazzettino, il Sole 24 ore ed oggi anche la Repubblica col titolo: Psoriasi. “Soli e depressi”, e ora alcuni pazienti si affidano ai maghi.</p>
<p> La storia dei maghi è una costante in tutti gli articoli, perfino l’ANSA ha fatto un comunicato in cui scriveva: “…..C&#8217;è un dato ancora più preoccupante: secondo le segnalazioni arrivate all&#8217;Associazione,( Adipso) Associazione per la Difesa degli Psoriasici) ci sarebbero almeno centomila pazienti &#8220;in cura&#8221; da maghi e sedicenti guaritori che promettono terapie miracolose a base di intrugli ovviamente inutili, se non dannosi. La sofferenza dei malati e il loro tentativo di trovare sollievo cercando di percorrere qualsiasi strada è comprensibile, ma è bene essere chiari sull&#8217;inutilità e la pericolosità dei maghi, che non curano la psoriasi e finiscono solo per estorcere denaro ai pazienti&#8221;.</p>
<p> Leggendo questi dati mi è venuto in mente un caso che ho seguito di persona se pur da spettatore, allievo in formazione, diversi anni fa. Un mio  professore ci parlò  di un signore 55 enne che per una strana casualità io conoscevo personalmente.  Ci  raccontò che questo signore che faceva di professione il panettiere e da alcuni anni si sentiva stanco e demotivato del suo lavoro, però, a suo dire le condizioni familiari gli impedivano di lasciare. Si sforzò così di continuare, senonché dopo un anno, improvvisamente gli scoppiò una brutta psoriasi alle mani. Il poveretto si trovò così in una situazione veramente imbarazzante, fare il panettiere con la psoriasi non è il massimo. Però non cedette, giustamente il medico lo aveva rassicurato che non era infettiva e,  lui mise due bei guanti bianchi e continuò. Dopo un anno circa, lo colpisce un ictus e rimane semiparalizzato. Finalmente decide di vendere la panetteria. Dopo venti giorni dall’ictus, la psoriasi scompare e vivrà ancora per diversi anni senza più alcun segno della malattia dermatologica. Il caso è suggestivo, forte e credo che sarebbe errato utilizzarlo per trarne facili conseguenze. Non sposerei proprio l’idea della psoriasi come malattia psicosomatica, è una semplificazione che porta i pazienti a scelte e aspettative che troppo spesso sono frustranti spesso come la fuga verso i maghi. Queste sono scelte disperate che aggiungono inevitabilmente dolore a dolore. Però il caso del panettiere e forse anche i dati che arrivano dal congresso dell’Adipso, ci pongono un problema serio che ogni medico dovrebbe porsi: non è possibile riportare tutto e solo al biologico. Quei poveri ammalati che corrono dai maghi e forse anche dagli psicoterapeuti, non lo fanno  perché cercano il miracolo ma perché capiscono che la loro “malattia” ha cause molto più complesse che la sola biologica. Ciò vale anche pre la psicologia:  non è tutto psicologico.  Lo dico da psicoanalista, quante volte abbiamo errato pensando di curare le malattie “psicosomatiche” con la “sola” psicologia. Però, quante volte la medicina si arroccata sull’idea dell’iper-specialità. Tra un po’ avremo lo specialista del piede destro quello del piede sinistro.</p>
<p> Si è perso l’idea del medico che coglieva il paziente nella sua interezza .</p>
<p> Ora, io so bene che dietro a tutto questo ci sono problemi organizzativi finanche legali. Mi diceva un medico di base: vedi, spesso sono costretto a mandare il paziente dallo specialista per difendermi da eventuali rivalse legali. Si lo capisco ma, nel frattempo la medicina si è “ ammalata”, non cura più perché invece di “unire” l’uomo, rischia di spaccarlo curandone di volta in volta un pezzetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sincronicità, debolezza dell&#8217;Io?</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 11:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po&#8217; di luce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>&#8220;Non dubito che la psiche concreta contenga immagini che chiariscano il segreto della materia. Si può rendersi conto di queste relazioni nei fenomeni sincronici e nella loro a-causalità. Attualmente, questi fenomeni non sono ancora che vaghe idee, ed è al domani che è riservato il compito di raggruppare esperienze che facciano un po&#8217; di luce su questa incertezza.&#8221; (C. G. Jung)</strong></em></p>
<p>di Renzo Zambello</p>
<p><img id="il_fi" src="http://blog.mylemon.it/wp-content/uploads/2011/02/tempo300.png" alt="" width="300" height="300" />Anni fa, molti, seguivo in analisi un ragazzo bordeline. Era un angosciato in una struttura ossessiva con forti caratteri di narcisismo patologico. Viveva continuamente proiettato in fantasie onnipotenti che chiaramente gli creavano frustrazioni e alimentavano la sua angoscia. Tutto ciò nasceva da un Io molto debole che lo mettevano continuamente in contatto con l&#8217;inconscio. Era come non esistesse una vera struttura dell&#8217;Io. Nonostante ciò, una buona intelligenza ed un Super-Io molto sviluppato gli permetteva di avere una vita sociale apparentemente normale. Volendo semplificare in una metafora, diremmo che quel ragazzo era una corazza, sufficientemente forte entro la quale  si sprofondava quasi direttamente nell&#8217;inconscio. Perché vi racconto questo? Perché, proprio quel ragazzo, era continuamente oggetto, testimone, di fenomeni sincronici.</p>
<p>Il suo stesso linguaggio, l&#8217;approccio interpersonale che metteva in atto sin dal primo incontro, era un linguaggio prevalentemente empatico: ti entrava dentro, tendeva fortemente alla fusionalità. Quando lo incontrai la prima volta, avvertii immediatamente che mi stava &#8220;leggendo dentro&#8221; che,  fra me e lui non vi era più spazio. Certamente una situazione di forte sofferenza psichica. E&#8217; stata in effetti una analisi lunga difficile dalla quale peraltro é uscito bene. Durante il periodo in cui l&#8217;Io non era ancora sufficientemente strutturato ricordo, direbbe Freud, senza pelle,  mi portò numerosi episodi, a volte anche eclatanti che definiremo: sincronicità. Ne riporto uno: ritornava un giorno, era domenica sera di tardo autunno, quasi le 19, in macchina dal paese della casa paterna, da un&#8217;altra Regione d&#8217;Italia. Il mio paziente si era trasferito da poco a Milano e oltre a non conoscere bene la città non era neanche molto sicuro nella guida. Mancava poco più di un&#8217;ora al momento in cui avrebbe dovuto prendere servizio come portiere di notte in albergo sito in una via a senso unico in zona Porta Romana. Pressoché alle 19 stava percorrendo l&#8217;autostrada Venezia Milano e si rende conto di non conoscere la strada ma &#8220;voleva assolutamente&#8221; arrivare in tempo a prendere servizio alle 20. Capisce che non ce la poteva fare. Decide di uscire a Monza e di &#8221; lasciarsi andare&#8221;. Esce dall&#8217;Autostrada, ricorda che c&#8217;era un po&#8217; di nebbia e comincia ad &#8220;andare a caso&#8221;. Alle 20 meno qualche minuto é davanti all&#8217;albergo. Ho provato più volte fare quel percorso che conosco bene e,  non ci ho mai messo meno di un&#8217;ora e mezza. Cosa è presumibilmente successo? Il mio paziente, in quella situazione di ansia, necessità del Super-Io, é sprofondato del suo inconscio, si é lasciato guidare da lui, recuperando tutte le conoscenze che certamente aveva incamerato nei precedenti percorsi e ha ottenuto il risultato voluto. Puro fenomeno sincronico. Esempio direi, clinicamente interessante, di come funzioniamo. Tanto più siamo fragili a livello dell&#8217;Io, tanto più  é possibile che si manifestino fenomeni come quello che vi ho appena raccontato. </p>
<p>Ci sono subito alcune osservazioni da fare. La prima é che non sempre ad una debolezza dell&#8217;Io corrisponde una produzione di fenomeni sincronici, la seconda é che al miglioramento clinico, inevitabilmente corrisponde una, momentanea, limitazione di questi. Momentanea, perché é verosimile che nell&#8217;evoluzione verso la realizzazione del Sé, quella che Jung chiamava &#8220; Individuazione &#8220;, l&#8217;uomo,  e per mia  fortuna ne ho incontrati tanti, raggiunge una stato dove l&#8217;equilibrio tra Io e l&#8217;Inconscio é tale che gli permette di &#8221; utilizzare&#8221; i fenomeni sincronici che da quel momento vengono chiamati  &#8220;Miracoli<strong><em>&#8220;.</em></strong></p>
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		<title>Laureato a 28 anni? Per il viceministro Martone sei uno sfigato</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:34:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Problemi sociali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fatto: il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, il 37enne rampante Michel Martone, durante la sua prima uscita pubblica in occasione del convegno sull&#8217;apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha rilasciato una dichiarazione infelice. &#8220;Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 [...]]]></description>
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<p><img id="il_fi" src="http://www2.caravella.eu/wp-content/uploads/2012/01/michel-martone.jpg" alt="" width="300" height="255" />Il fatto: il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, il 37enne rampante Michel Martone, durante la sua prima uscita pubblica in occasione del convegno sull&#8217;apprendistato organizzato dalla Regione Lazio, ha rilasciato una dichiarazione infelice.</p>
<p>&#8220;Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa&#8221; &#8211; ha dichiarato Martone.</p>
<p>Le reazioni non si fanno attendere: ovunque su internet si sprecano commenti di varia natura. C&#8217;è chi si dichiara concorde: &#8220;Il viceministro ha ragione, Italia paese di bamboccioni&#8221;; chi decide di spulciare nel passato di Martone alla ricerca di eventuali scheletri nell&#8217;armadio (è questo il caso dell&#8217;Espresso, che con grande perizia ricostruisce la storia delle raccomandazioni – vere o presunte – di cui il viceministro pare essersi servito per la sua rapida ascesa); chi si sfoga sul blogdi Martone; chi infine difende il nutrito popolo degli studenti fuori corso, colpito duramente dalla cattiva leglisazione italiana, che di certo non offre incentivi o reali agevolazioni ai giovani che oggi decidono di intraprendere la faticosa (e spesse volte, ahimé, infruttuosa) strada dello studio universitario.</p>
<p>Di seguito qualche commento diffuso su Twitter,piccola emblematica selezione, dacché sul popolare social network i commenti con argomento Martone, sfigato e simili sono già trend topic del giorno :</p>
<p>DodoFantuzzi Francesco Fantuzzi</p>
<p>da: http://www.agoravox.it    <br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Commento del Dott. Zambello</strong></p>
<p> <strong>Che tristezza. Ancora un Amministratore che pensa di risolvere  i problemi sociali, anche gravi,  etichettando   i bravi ed i meno bravi servendosi addirittura di un aggettivo   fortemente svalutante. E&#8217; evidente che ciò  manifesta un divario tra la società reale e quella politica. Leggo che il  Viceministro ha avuto  delle &#8220;fortune&#8221; nella sua vita. Non lo so, forse, non lo conosco ma, so di certo che non le sono servite a molto: vive in un mondo parallelo.  Credo sia inutile spiegare al Viceministro che il problema in Italia non è il ritardo a laurearsi di alcuni  studenti ma il modo “borbonico” con cui si premiano  e si assumono le persone.  Le difficoltà che hanno, giovani laureati anche  con 110 e magari  specializzati ad inserirsi nel mondo lavorativo, mentre altri, con molto meno  siedono in Parlamento o in Regione.  Non faccio il politico, a me interessa solo l&#8217;aspetto psicologico di questa affermazione che è falsa. Ognuno di noi ha i propri tempi e la Società ci  deve riconoscere, premiare, utilizzare per quello che siamo, non secondo stereotipi.  Ho avuto la  fortuna di avere come professore di Anatomia Patologica il Professore Mosca. Grande Anatomopatologo ed Insegnante.  Lui ci diceva sempre:  ragazzi a me non interessa cosa avete preso prima di me, né quanti anni avete, a me interessa che voi sappiate l&#8217;Anatomia Patologica. Grande. Aggiungeva, io ci ho messo undici anni a laurearmi. Mi creda Ministro,  non era uno &#8220;sfigato&#8221;. Il compito di chi ha delle responsabilità, amministrative o educative,   non è mai quello di bollare e condannare o tanto meno offendere ma, di aiutare, incitare e  vivificare ogni parte positiva e fare il possibile perché ognuno abbia secondo le proprie possibilità.</strong></p>
</div>
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		<title>Quale psicoterapia scegliere?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 15:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dr.Zambello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[di: Renzo Zambello Riporto testualmente una domanda e la mia risposta che mi è stata fatta oggi sul Guestbook dalla quale, a mio giudizio, emerge chiaramente come l&#8217;indicazione ad una terapia individuale, di coppia o altro debba dipendere sempre dalla obbiettiva situazione personale o relazionale del richiedente e mai da una scelta a priori che rischierebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di: Renzo Zambello</p>
<p>Riporto testualmente una domanda e la mia risposta che mi è stata fatta oggi sul Guestbook dalla quale, a mio giudizio, emerge chiaramente come l&#8217;indicazione ad una terapia individuale, di coppia o altro debba dipendere sempre dalla obbiettiva situazione personale o relazionale del richiedente e mai da una scelta a priori che rischierebbe  di diventare &#8220;ideologica&#8221;. Abbiamo centinaia di indirizzi terapeutici, alcuni molto diversi tra loro. Il compito del terapeuta dovrebbe essere quello di valutare sempre ciò che il paziente chiede, gli strumenti che lui ha a disposizione e chiedersi se sono congrui o meno . In fondo questo  è già avvenuto in medicina. Lo specialista non si sente svilire professionalmente se, fatta una valutazione obbiettiva dice: “ senta, ho capito il suo problema, le consiglio di andare dal Collega X perché lui ha gli strumenti e l’esperienza che la possono aiutare”. La verità è che siamo sempre tentati di crederci più bravi degli altri e se scopriamo qualcosa pensiamo sia la panacea per tutto. E’ una tentazione che ha toccato un po’ tutti i nostri “padri” fondatori.  Pensiamo a Freud che andando in America con Jung pensava di “portare la peste” cioè  qualcosa che universalmente avrebbe rotto ogni equilibrio. Lui, allora era convinto che la psicoanalisi potesse servire a tutti. Dovranno passare decenni prima che si accorgesse che non è vero ed oggi, credo non ci sia psicoanalista che non sia consapevole che la sua terapia può essere utile solo in una percentuale di pazienti  neanche così alta.</p>
<p><img id="il_fi" src="http://wolfwillowdesign.com/wp-content/uploads/2011/03/BW10CelticMandala-300x279.jpg" alt="" width="300" height="279" /></p>
<p>Domanda: <strong>Gentile dottore, non so se la mia domanda le sia stata già posta in passato, ma avendo scoperto il suo gradevole spazio, approfitto della sua gentilezza e professionalità.Il mio problema è di tipo sessuale, ebbene, sono sposato da 10 anni con un donna che conosco e frequento dai tempi della scuola, oggi abbiamo 38 anni.Io sono stato il suo primo uomo, nonostante abbia avuto un paio di fidanzati prima di me, mentre io ho avuto una deludente esperienza sessuale prima di lei.Non sono mai stato un buon amante con lei, difatti non abbiamo mai sperimentato posizioni o pratiche particolari. Io ho sempre rispettato mia moglie che non gradisce rapporti orali, praticarli e riceverli, ne sesso anale, anche l&#8217;intensità dei rapporti non è mai stata frequentissima, diciamo con una media di 1 volta al mese.Siamo una coppia piacente e piacevole ed ultimamente sento di avere problemi di erezione, ovvero nonostante senta il piacere ed il desiderio di possederla, non riesco a raggiungere un&#8217;erezione che mi faccia proseguire nel mio intento. Ultimamente, oltretutto, continuo a provare piacere, raggiungendo l&#8217;erezione, sognando mia moglie che faccia l&#8217;amore con altri uomini davanti a me e con il mio consenso. Immagino l&#8217;altro uomo molto più deciso e pratico di me che riesca a farsi concedere da mia moglie tutte le pratiche a me negate.Ho provato a parlare con mia moglie, ma non riesco a spiegarmi bene per vergogna. Mi piacerebbe, se possibile, sapere se è normale il mio sogno ed eventualmente se sarebbe giusto attuarlo o se debba prendere dei rimedi alternativi. La ringrazio buon lavoro</strong></p>
<p>Risposta:<strong><em> Il tema della fedeltà o tradimento all’interno della coppia tocca problemi e tematiche enormi di ordine filosofico, morale, religioso, sociali e non ultime anche genetiche. Non ho il tempo, né lo spazio e tanto meno la capacità di inoltrarmi in questi campi. Cercherò quindi di dare una risposta alla sua domanda fermandomi se pur impropriamente, me ne rendo conto, alla sua storia e alle sue fantasie.</em></strong></p>
<p><strong><em>Lei racconta che un uomo ed una donna ancora giovani ma non giovanissimi, si ritrovano dopo circa 10 anni di matrimonio a fare i conti con una sessualità di coppia ridotta al lumicino e un’ esperienza precedente il matrimonio, sia dell’uno che dell’altra quasi zero. Lei, Marco scrive che sente una chiara insoddisfazione per la situazione e si affacciano fantasie di rapporti a tre dove lei si ecciterebbe a guardare sua moglie che viene posseduta, “finalmente” da un altro nelle modalità che piacerebbero tanto a lei.</em></strong></p>
<p><strong><em>Se ho capito bene, se questo è quello che lei mi dice, credo che non bisogna essere psicoanalisti per vedere che dietro a queste fantasie si affaccia una debolezza del senso Sé ed anche una incertezza di identità, caratteristica degli adolescenti. Li, a quel tempo si è fermato la sua evoluzione affettiva sessuale, da li può ripartire per “crescere”. Come? Credo che una terapia ad indirizzo psicodinamico la potrebbe aiutare molto. Potrebbe essere utile una terapia di coppia, modificherebbe alcuni comportamenti un po&#8217; &#8220;rinsecchiti&#8221; ma, non la aiuterebbe a capire alcune cose sue, più antiche e profonde.</em></strong></p>
<p><strong><em>Video: Psicoterapia: quale?</em></strong></p>
<p><a href="http://youtu.be/L_9XToGlyYM">http://youtu.be/L_9XToGlyYM</a></p>
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